Welfare culturale: il protocollo d’intesa che riconosce il valore terapeutico dell’arte

Feb 13, 2026

La cultura entra ufficialmente tra gli strumenti a supporto della salute pubblica in Italia. Il 6 febbraio 2026, la sottosegretaria al Ministero della Cultura Lucia Borgonzoni ha annunciato, in sede di Conferenza Stato-Regioni, la firma del Protocollo d’intesa tra il Ministero della Cultura (MiC) e il Ministero della Salute in materia di “prescrizione dell’arte che cura”. Si tratta di un passaggio istituzionale che riconosce alla fruizione culturale – dalle visite ai musei al teatro, dalla musica alla letteratura, dal cinema ai parchi archeologici – un ruolo attivo nel miglioramento del benessere individuale e collettivo.

L’intesa mira a costruire un sistema nazionale che superi la frammentazione delle esperienze locali, istituendo un Tavolo tecnico incaricato di censire le iniziative già esistenti sul territorio, raccogliere dati omogenei sulla loro efficacia, e definire modelli replicabili su più ampia scala. L’obiettivo dichiarato è quello di arrivare alla cosiddetta “prescrizione sociale e culturale” anche in Italia, partendo dal coinvolgimento di persone affette da patologie neurodegenerative e da stati depressivi.

Il terreno era già fertile. In Italia, negli ultimi anni, si sono moltiplicate esperienze di relazione tra cultura e salute: dal teatro prescritto dai pediatri ai musei che lavorano con pazienti affetti da Alzheimer, dalla danza nei luoghi della cultura al circo sociale. Tuttavia, queste iniziative sono rimaste a lungo isolate, distribuite “a macchia di leopardo” sul territorio nazionale, senza un coordinamento centrale né un sistema di raccolta dati condiviso.

Il riconoscimento del ruolo terapeutico della cultura non è un’intuizione romantica, ma poggia su un solido corpo di evidenze scientifiche. Il riferimento fondamentale è lo studio pubblicato nel novembre 2019 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, intitolato What is the evidence on the role of the arts in improving health and well-being? A scoping review, curato da Daisy Fancourt e Saoirse Finn dell’University College London. Lo studio ha analizzato oltre 3.000 ricerche scientifiche internazionali, identificando un ruolo significativo delle arti nella prevenzione delle malattie, nella promozione della salute e nella gestione e nel trattamento delle patologie lungo tutto l’arco della vita. Lo studio dell’OMS ha dimostrato che le arti agiscono su determinanti fondamentali della salute: isolamento sociale, stress, qualità delle relazioni, motivazione, senso di appartenenza. Le attività artistiche coinvolgono mente e corpo attraverso l’engagement estetico, il pensiero immaginativo, l’attivazione sensoriale, l’evocazione emotiva e la stimolazione cognitiva, generando esiti psicologici, fisiologici, sociali e comportamentali misurabili. I Paesi che più hanno sviluppato politiche all’intersezione tra arte e salute includono Inghilterra, Finlandia, Irlanda, Norvegia e Svezia.

In Italia, un contributo decisivo viene dal progetto MINERVA (Museo Innovazione Neuroscienze Impatto Emotivo al Valore dell’Arte), avviato nel 2024 a Palazzo Maffei Casa Museo di Verona in collaborazione con il Centro OMS per la ricerca in Salute Mentale dell’Università di Verona, coordinato dalla professoressa Michela Nosè. Il progetto ha coinvolto 103 persone adulte in un percorso di visite museali guidate, strutturato in tre incontri a cadenza settimanale, con valutazioni standardizzate del benessere psicologico, della sintomatologia ansioso-depressiva e del funzionamento generale. I risultati, pubblicati sulla rivista scientifica Frontiers in Psychology, sono stati significativi: miglioramento del benessere percepito, riduzione dei sintomi ansiosi e depressivi, maggiore funzionamento generale dei partecipanti. MINERVA rappresenta il primo studio italiano pubblicato su rivista scientifica in questo ambito ed è stato citato come modello di buona pratica nel recente documento della Commissione Europea Culture and Health. Time to act, come unico esempio per l’Italia.

Il Protocollo d’intesa si inserisce in un contesto normativo che inizia a dotarsi di strumenti concreti. La Legge di Bilancio per il 2026 ha istituito, all’articolo 1, comma 822, il Fondo cultura terapeutica e cura sociale, con una dotazione di 1 milione di euro annui a decorrere dal 2026, nello stato di previsione del Ministero della Cultura. Il Fondo è destinato a sostenere enti locali, enti del Terzo Settore, associazioni, fondazioni e organizzazioni della società civile che rendono fruibili le arti dello spettacolo e il patrimonio culturale come strumenti terapeutici per le persone con disabilità o in situazione di marginalità sociale.

I criteri e le modalità di riparto del Fondo saranno definiti con un decreto del Ministro della Cultura, adottato in raccordo con i Ministeri competenti in materia di salute, disabilità, politiche sociali e pari opportunità. Si tratta di un primo stanziamento strutturale, a cui potranno affiancarsi ulteriori risorse provenienti da altri capitoli di spesa sociale, comprese quelle derivanti dall’8 per mille.

Tuttavia, come ha osservato l’economista della cultura Annalisa Cicerchia, vicepresidente del Cultural Welfare Center, un aspetto cruciale riguarda la distinzione tra cultura come terapia e cultura come prevenzione. Se il Fondo riconoscesse come finanziabili esclusivamente le azioni di tipo terapeutico, rischierebbe di escludere tutte quelle esperienze che operano sul versante della prevenzione e della promozione del benessere, impoverendo il potenziale trasformativo della misura. La sfida è garantire un perimetro di intervento ampio, capace di abbracciare l’intero spettro delle relazioni tra cultura e salute.

Le buone pratiche italiane: lo Sciroppo di Teatro

Se il Protocollo rappresenta il quadro istituzionale, le esperienze già attive sul territorio dimostrano che la strada è praticabile. Il caso più emblematico è Sciroppo di Teatro, progetto di welfare culturale nato in Emilia-Romagna nella stagione 2021-22 come risposta all’isolamento prodotto dalla pandemia, ideato da Silvano Antonelli della compagnia Stilema di Torino e realizzato da ATER Fondazione in collaborazione con gli assessorati regionali alla Cultura, al Welfare e alle Politiche per la Salute.

Il meccanismo è semplice e geniale al tempo stesso: i pediatri di libera scelta e i centri per le famiglie possono “prescrivere” il teatro ai bambini dai 3 agli 11 anni, consegnando alle famiglie un libretto illustrato che contiene un voucher per accedere a spettacoli teatrali a un costo simbolico di 3 euro. Il progetto si ispira esplicitamente al Rapporto OMS 2019 e al Toolkit OMS 2022 sulla prescrizione sociale.

Giunto nel 2026 alla sua quinta edizione, Sciroppo di Teatro ha conosciuto una crescita costante e impressionante: dai 150 pediatri della prima edizione agli oltre 260 attuali, da pochi comuni a 31 teatri in 30 comuni distribuiti su sette province. L’ultima edizione ha registrato numeri record, con quasi 18.000 spettatori totali e un incremento del 16% rispetto all’anno precedente. Il dato più significativo è forse quello rilevato dal monitoraggio condotto da BAM! Strategie Culturali: il 20% del pubblico raggiunto era composto da famiglie che non avevano mai partecipato prima a spettacoli teatrali. Il progetto ha già ispirato iniziative analoghe a Roma e Bolzano.

Il modello internazionale: la social prescribing britannica

L’Italia guarda, con questo Protocollo, a un panorama internazionale già consolidato. Il modello di riferimento più strutturato è quello britannico della social prescribing, integrata nel sistema sanitario nazionale (NHS) dal 2019 attraverso il Long Term Plan. Il sistema prevede la figura dei social prescribing link workers, operatori inseriti nelle reti di cure primarie che connettono i pazienti ad attività, gruppi e servizi non clinici nella comunità: corsi d’arte, visite ai musei, attività nella natura, esercizio fisico, volontariato.

L’NHS si era posta l’obiettivo di impiegare almeno 1.000 link workers entro il 2020-21 e di indirizzare almeno 900.000 persone verso la prescrizione sociale entro il 2023-24. L’approccio britannico si basa sulla constatazione che circa il 20% delle consultazioni mediche riguarda problemi prevalentemente sociali, non clinici. Valutazioni condotte dall’Università di Westminster hanno rilevato, in alcuni contesti, una riduzione del 28% delle visite dal medico di base e del 24% degli accessi al pronto soccorso tra le persone che hanno beneficiato della prescrizione sociale. Nel quartiere londinese di Merton, queste riduzioni hanno raggiunto rispettivamente il 33% e il 50%.

Il modello britannico è oggi studiato e replicato, con adattamenti, in numerosi Paesi tra cui Australia, Canada, Finlandia, Paesi Bassi e Portogallo. Nel 2019 è stata istituita la National Academy for Social Prescribing (NASP), un organismo dedicato a promuovere la prescrizione sociale attraverso partnership intersettoriali tra salute, arti, sport e ambiente.

Il Protocollo e il Fondo per la cultura terapeutica segnano un passo avanti, ma le sfide restano considerevoli. La prima riguarda l’offerta. Una prescrizione culturale ha senso solo se esistono attività reali, accessibili, di qualità e distribuite capillarmente sul territorio. Non eventi sporadici, ma infrastrutture culturali concepite anche come risorse di salute pubblica.

Su questo fronte l’Italia presenta un problema strutturale: la profonda diseguaglianza territoriale nell’offerta culturale, con un gradiente Nord-Sud che rischia di rendere la prescrizione culturale un privilegio di pochi piuttosto che un diritto universale. Basti pensare che la sola Lombardia ospita più biblioteche di tutto il Mezzogiorno. Il tema è quello dei livelli essenziali delle prestazioni culturali: se nella sanità esistono i LEA, nella cultura non esiste un parametro equivalente che garantisca un’offerta minima su tutto il territorio.

La seconda sfida riguarda la misurazione. È necessario raccogliere dati più omogenei sull’efficacia della prescrizione culturale. Finora le esperienze italiane hanno prodotto evidenze importanti ma frammentarie, con metodologie e indicatori differenti che rendono difficile un confronto sistematico. Il Tavolo tecnico previsto dal Protocollo dovrà affrontare proprio questo nodo, definendo protocolli di valutazione condivisi.

La terza sfida è quella della sostenibilità finanziaria. Il milione di euro annui stanziato dal Fondo è un segnale simbolicamente rilevante ma operativamente esiguo. Per costruire un sistema nazionale di prescrizione culturale servirà un investimento crescente, capace di sostenere non solo i progetti pilota ma anche la formazione degli operatori, la ricerca, il monitoraggio e soprattutto l’ampliamento dell’offerta culturale nelle aree più sguarnite.

Al di là delle sfide operative, il Protocollo d’intesa segna un cambio di paradigma nella concezione stessa della salute pubblica italiana. L’arte e la cultura vengono riconosciute come qualcosa di più di un ornamento della vita sociale: diventano componenti attive del benessere delle persone, strumenti capaci di agire su quei determinanti della salute – isolamento, stress, perdita di senso, fragilità relazionali – che la medicina tradizionale, da sola, fatica ad affrontare.

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