Walking on the moon secondo Leonardo Ferrari Carissimi e Matteo Cirillo

Mag 16, 2018

Walking on the moon

Walking on the moon

 

L’incontro con Leonardo Ferrari Carissimi non è capitato per caso, il giorno dopo il debutto sold out di Walking on the moon. L’effetto del tutto esaurito è continuato per tutte le repliche, dal 3 al 6 maggio al Teatro India di Roma. Al mio arrivo in teatro, la compagnia è impegnata in quella che sembra essere la parte finale di una riunione all’aperto. Le voci, le risate e l’atmosfera rimandano ad un clima gioioso, mentre non molto lontano da lì ci sono ancora bambini che giocano sul prato e le loro mamme che li lasciano fare. Dentro il teatro sembra uno spazio immenso, come una chiesa vuota.

Si respira un’aria rarefatta ed è bello essere lì, in attesa di una chiamata, di un arrivo, tra i divani rossi. Dopo un po’ entra Leonardo Ferrari Carissimi, ma non è da solo. Carissimi è un regista romano che si è formato anche in Germania. Ha lavorato a Dublino come assistente per il corso di regia al Gate Theatre. Dal 2009 è Direttore artistico e regista del Teatro dellʼOrologio di Roma prima e, adesso, della sua compagnia stabile: CK teatro, di cui è socio fondatore. Nella scuola di recitazione dell’Orologio insegna Analisi testuale e recitazione. Il suo è un talento giovane, fresco, lucido riconosciuto con premi di rilievo come Young Filmmaker Prize (Rai – Prix Italia) per “A day in the future”, Bespectative per “Walking on the moon” e Mindfield film festival di Hollywood per il cortometraggio “La favola bella. Con lui c’è Matteo Cirillo, uno dei tre attori protagonisti di Walking on the moon. Una personalità carismatica la sua, con un background di formazione ed esperienze lavorative accanto ai nomi importanti del Teatro. Con i premi ricevuti, gli ultimi due sono quelli del Roma Fringe Festival 2017 per lo spettacolo “Aspettando una Chiamata”.

Lo spettacolo ha avuto un’origine abbastanza lontana, nasce più o meno nel 2014 da un’idea che è venuta a Leonardo Ferrari Carissimi e a Fabio Morgan, legata alla realtà virtuale. Il primo è il regista e l’autore di Walking on the moon, Morgan è autore e produttore per il progetto Goldstein. Carissimi precisa che il tema dell’allunaggio è nato per caso; lo spettacolo parla della vicenda tragicomica di Michael Collins, l’unico dei tre dell’equipaggio dell’Apollo 11 che non è sceso sulla luna perché era il pilota collaudatore dei motori di comando, il più preparato in quel momento, quello a cui era stato assegnato il compito di maggior responsabilità: mantenere l’orbita lunare durante il moon landing.

“Come sempre avviene delle mie produzioni, l’idea è quella di immaginare la situazione di quest’uomo che si è messo in lista d’attesa da giovanissimo per diventare astronauta, cosa che non è come diventare un avvocato o qualsiasi altra professione. Parte della vicenda è tratta dal libro Carrying the fire: An Astronaut’s Journeys, non tradotto in italiano. Collins dice che sulla luna l’uomo è andato grazie all’invenzione del fuoco. Il 20% dello spettacolo è realtà, mentre l’80% è fantasia, una parola quest’ultima che è il motto del nostro gruppo”.

Walking on the moon

Walking on the moon

Lo spettacolo è il risultato di un progetto di tre residenze europee, di 10 giorni ciascuna: la prima a Zagabria, la seconda a York, l’ultima a Budapest. “Cercando di capire il giusto modo di raccontare questa favola io mi sto sempre più orientando a fare gli spettacoli da 0 a 99 anni, dove tutti possono vedere delle cose e trovare un riferimento– dichiara Leonardo Carissimi – anche un bambino di 8 anni potrebbe vedere questo spettacolo che nasce dalla scuola del teatro dell’Orologio. I ragazzi del secondo anno che partecipano allo spettacolo sono avvezzi alla riscrittura di un testo e con loro facciamo un lavoro che è creativo, ai limiti delle difficoltà che comporta la libertà creativa perché, a volte, ti puoi perdere in essa”.

Ci lasciamo letteralmente trascinare come in una conversazione tra amici che hanno tante cose da raccontarsi, spaziando dalla libertà creativa, alle regole, all’importanza del testo. “Parto dal presupposto che ho sperimentato attraverso tutti i lavori che ho fatto. Io ringrazio tutti quei testi scritti con i buchi di sceneggiatura perché a me insegnano e hanno insegnato che cos’è il personaggio, come va raccontato, che cosa è il respiro di una storia, come si racconta una favola, una tragedia, una commedia. Ho capito grazie ad essi qual era l’errore e come fare le cose. Dedicherei un libro immaginario sul teatro a tutti i copioni imperfetti che ho rappresentato e che ho letto. Non è una polemica, ma è una cosa di mestiere. Voglio dire che quando leggi Shakespeare è talmente perfetto drammaturgicamente che hai poco da imparare come scrittore di scena, come regista. È come fare un’opera prima al cinema con il direttore della fotografia di Casinò di Scorsese. I testi con imperfezioni evidenti sono importantissimi. Per esempio, un testo strutturato a quadri con delle scene che si susseguono nell’evoluzione di un personaggio da A ad F, dove manca una scena, ti insegna la matematica della scena. Io penso che il testo è uno spartito di parole che, in quanto tale, è una cosa morta. Penso anche che il teatro non è rappresentazione, ma un evento di vita. Tra il testo e la scena c’è una differenza siderale, un buco incolmabile che solo una compagnia può colmare, una compagnia che affronta le cose con il presupposto che devi dare vita a qualcosa che non c’era prima. È un processo di resurrezione e per questo mi sono molto legato a Matteo Cirillo perché lui è una sorta di fuoco esagerato molto creativo che condivide con me la stessa visione. Una cosa che lui fa è quella di rendere inconcepibile una scena morta. Il Teatro è pieno di scene morte, dove non succede niente non a livello di storia, ma a livello di vita, di persone. Per me l’ideale è che il teatro sia come quando c’è un incidente stradale e tu passi con la macchina…quello è il massimo, la magia dell’ignoto. In questo sono un super romantico. Chi scrive lo spettacolo sono gli autori, ma anche gli attori sono degli scrittori con il loro lavoro in scena”.

Ascoltare il regista è piacevole perché riesce a coinvolgere e intrattenere mentre racconta e si racconta; un fiume in piena con tante battute, ricordi, riflessioni. Leonardo e Matteo giocano in modo naturale e spontaneo a fare il comico e la spalla, completando spesso le frasi l’uno dell’altro. Complici in una sintonia di pensiero che, come puntualizza Matteo Cirillo: “è una filosofia, quella del teatro dell’Orologio, che ho sposato. A vent’anni si è portati a cercare, tra tutte le scuole per diventare attori, il nome di prestigio. Ognuno deve trovare la sua scuola che è la scuola di vita e che deve portarti a stare meglio. I ragazzi della scuola del teatro dell’Orologio escono persone con anime. Non escono robot e nemmeno attori con lo stampino senza un’idea”.

I ragazzi del secondo anno che hanno fatto parte del cast dello spettacolo sono: Davide Antenucci, Susanna Laurenti, Benedetta Russo, Riccardo Viola, Pietro Virdis ed Enrico Torzillo, l’eclettico e indimenticabile Puck di Sogno di una notte di mezza estate. Walking on the moon è una favola sui sogni infranti. Racconta di tre solitudini: un giovane startupper dell’era digitale (Matteo Cirillo) che ha creato un’applicazione per smartphone che consente di camminare sulla luna, una giovane studentessa “topo di biblioteca” (Anna Favella) appassionata di poemi cavallereschi, in particolar modo dell’Orlando Furioso. E infine Michael Collins (Graziano Piazza), un uomo ormai settantenne, che vive un po’ più nei ricordi che nel presente che porta avanti la storia del suo sogno sbagliato. Sognare la luna e non realizzarla gli ha fatto capire tante cose. Lo spettacolo parla di sogni sbagliati, giusti, realizzati o infranti.

“Il testo era a 3 personaggi – dichiara Matteo Cirillo – successivamente è stato ampliato aggiungendone altri, facendo quasi una riscrittura, partendo da quello che Eugenio Barba definisce processo creativo. Una cosa che non si fa spesso in determinati tipi di Accademie, ma che invece è fondamentale, è la fase di ricerca in cui l’attore esplora quello che chiede il regista. In questo scambio reciproco, di bello c’è che tu fai delle cose che ti senti di fare, che muovono da dentro e il regista ti dice se sono più o meno interessanti e giuste per lo spettacolo. La ricerca è continua, all’inizio può essere veramente difficile perché attori e regista sono in fase di esplorazione. Ad un certo punto si deve stoppare il processo creativo, andare ad estrapolare la vera sostanza e lavorare su di essa. La cosa bella è che tu come attore sei libero. Filippo Timi in un’intervista ha detto “la vita non mi basta”. Io dico che la vita è bellissima, però forse ha ragione lui, la vita a volte non ti basta. Con il teatro ne puoi ricreare mille altre. Molte volte viene soppressa la libertà dell’attore e così rischi di diventare un artigiano a cui dicono di fare una sedia come mille altre, tutte uguali. Noi invece vogliamo fare la bottega curando il dettaglio e solo così ti senti a 360 gradi, passami il termine, un artista”.

Durante la conversazione Matteo Cirillo usa l’espressione “passami il termine” prima di pronunciare la parola “artista”. Contemporaneamente Leonardo Carissimi sottolinea con i tempi precisi di una battuta che solo in quel modo quel termine può essere utilizzato e detto. L’occasione gli suggerisce una metafora molto aderente. “Io penso che il problema del Teatro Italiano sia il professionismo, lo penso davvero perché ci sono passato, non perché lo vedo da fuori. Il professionismo è l’insegnante di sci in settimana bianca. Invece in teatro dobbiamo puntare a fare il grande slalom. Tenendo presente sempre che a grandi ambizioni, possono corrispondere grandi fallimenti. Noi abbiamo lavorato con gli Stabili, dove ci sono dei fenomeni come Graziano Piazza che abbiamo con noi. Lui è un attore eccezionale, un grande uomo. Quando io parlo di professionismo intendo la vocazione al professionismo che è una vocazione sbagliata”.

Gli occhi scuri e vivaci di Matteo Cirillo amplificano quel suo sorriso che nasce spontaneo, mentre ricorda l’entusiasmo “giovane” di Graziano Piazza durante le prove, diventato totalmente parte di quel processo creativo. Il clima di gruppo, bello e rotondo, si respira anche dall’esterno. Senza tutto questo, senza la confidenza, l’amore nei rapporti umani, senza lo scambio di energie non si riuscirebbe a lavorare bene. È come il segreto della felicità: la felicità la devi capire, la devi sentire. La strada da perseguire, secondo Leonardo Carissimi, è quella che si rivela quando l’universo comico diventa il rovescio della medaglia dell’universo poetico. “Il comico puro sa ridere della sciagura, è Buster Keaton. Ridere e piangere. Qualcosa che è forte sia a livello attoriale sia a livello autoriale”.

Ognuno di noi può ritrovare un pezzo di Michael Collins, l’inizio e la fine si incrociano nella dimensione del sogno e così Leonardo Carissimi rivela il suo, tra la visione onirica e la realtà virtuale: inaugurare ovunque le Olimpiadi con la Compagnia dell’Orologio. Perché come lui stesso dice “sarà il mio sogno ma è anche il sogno un po’ di tutti perché per dieci minuti, magari ti danno due milioni di euro”. Matteo Cirillo si abbandona al suo sogno di voler entrare nella storia dei libri con il Teatro dell’Orologio, perché il teatro è vita ed è una forma di arte che può risvegliare le menti degli uomini. “L’ultima volta che ho portato in scena il mio monologo, a Capena, la mamma di una ragazzina ha scritto sui social di portare i bambini a teatro perché sua figlia si era divertita e così ha avuto la possibilità di diventare una persona migliore”.

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