Si parte da una biblioteca di New York in cui si innamorano Eitan e Wahida. Lui (Federico Palumeri) nato in un’agiata famiglia ebrea che, dopo la Guerra dei Sei giorni del 1967 ha deciso di trasferirsi in Germania e di seppellire i suoi segreti, mentre il ragazzo, ignaro, è andato negli States a occuparsi di genetica. Lei (Lucrezia Forni) una ragazza araba statunitense impegnata a preparare una tesi sul diplomatico marocchino Al Wazzân vissuto nel XVI secolo.
Dopo i primi surreali dialoghi amorosi, l’atmosfera cambia e la tensione esplode quando il ragazzo decide di parlare alla famiglia, che lo ha raggiunto dalla Germania. Se da parte del nonno Ethgar (Aleksandar Cvjetkovic) c’è apertura, i suoi genitori, (Elio D’Alessandro e Rebecca Rossetti) soprattutto il padre, David, lo accusano di infedeltà, di egoismo, di non considerare quanto male possa causare la sua azione sconsiderata con la quale, di fatto, sta contribuendo all’estinzione del suo popolo. Perché «non è della loro cerchia, non è del loro giardino, non lo potrà rendere felice».
L’attaccamento alla propria stirpe, la necessità di non dimenticare ingiustizie e oppressioni subite, alimentate metaforicamente dall’imponente muro in scena, sono il punto di partenza per la riflessione sul conflitto arabo-israeliano che viene trasposta drammaturgicamente attraverso una narrazione molto potente e intensa, divisa in quattro parti: L’uccello, che dà il titolo a tutte e quattro, può essere della bellezza, del caso, del malaugurio e anfibio.
Altrettanto potente è lo strumento della lingua, attraverso il quale poter rivendicare la propria identità: gli attori recitano in ebraico, arabo, tedesco e italiano, e in questa commistione di suoni e segni che si proiettano e si sovrappongono sul muro in scena, serpeggia l’ombra dell’incomunicabilità. Proprio sull’identità lo spettacolo sembra voler esprimere quanto questa possa essere soggiogante per l’essere umano e portarlo verso situazioni grottesche, quanto le buone intenzioni di ciascuno possano rovesciarsi nel contrario, quanto la realtà sia diversa da come appare e infine quanto ciascun essere umano sia in gran parte sconosciuto a se stesso.
Così, in qualunque modo ci si ponga di fronte ad essa, è l’identità a trovare l’uomo e non viceversa. Come avviene a Wahida, ad esempio, che non pensa di dover fare i conti con l’oppressione e la violenza subita e agita dal suo popolo. Fino a quando Eitan, che è venuto a conoscenza di alcune incongruenze sulle origini del padre, le chiede di accompagnarlo in Israele per andare a parlare con la nonna Leah (Irene Ivaldi).
Qui, tra pattuglie, aeroporti chiusi e un attentato sull’Allenby Bridge al confine tra Israele e Giordania, in cui il fidanzato rischia di morire, la ragazza inizia a ricredersi e a ripensare la propria appartenenza musulmana. Tanto da decidere di lasciarlo, proprio perché ebreo. Ma è soprattutto sul personaggio di David, il padre del ragazzo, che il tema dell’identità emerge in tutto il suo paradosso, quando gli viene rivelato di essere lui stesso un arabo, trovato dal padre durante un giro di ricognizione impartitogli dall’esercito durante la Guerra dei Sei giorni, dentro una scatola di cartone con una kefiah avvolta intorno.
Come gli uccelli è uno spettacolo corale e al tempo stesso di introspezione psicologica, in cui ciascun personaggio emerge nel suo tratto più peculiare: Eitan per la sua ingenuità, Wahida per la sua presa di coscienza, David per la sua rigidità, la moglie Norah per la sua freddezza, la nonna Leah per la sua apparente anaffettività, Ethgar per il suo essere ostinatamente compassato.
È un dramma che parla della grande storia, scandita dagli anni 1967, 1982, 2013 dispiegata tra New York, Berlino e Gerusalemme, compreso l’intermezzo del massacro libanese nel campo profughi di Sabra e Chatila del 1982, che mostra i suoi riverberi sulle storie e i destini individuali, attraverso continui rimandi spazio-temporali che danno ritmo alla rappresentazione.
Scende il sipario sulle note dolenti dello Shalom lakh Miryam, con la sensazione di aver assistito ad un’opera di grande virtuosismo e trascinante sul piano emotivo.

Insegnante di italiano come seconda lingua, formatasi all’Università per Stranieri di Siena, giornalista pubblicista iscritta all’Ordine laureata in Filosofia e Beni culturali all’Università degli Studi di Bologna, una grande passione per il teatro. Pirandello, De Filippo, Pasolini e le avanguardie del Novecento i preferiti di sempre.
















