Questo non è un articolo di opinione. Si riporteranno dei fatti, alla luce delle ricostruzioni di colleghe e colleghi che se ne sono occupati nelle ultime settimane, e si forniranno, così come sono state raccolte in forma di intervista, le testimonianze di alcune persone riguardate dalla faccenda che ci hanno cercato nel timore che l’attenzione potesse spegnersi, che tutto finisse nel dimenticatoio. È dunque una versione. Una versione che riteniamo importante divulgare.
Questo è uno spazio di parola offerto a chi sta conducendo una lotta per difendere dei diritti violati; un tentativo di diffondere la conoscenza di un caso di gravità inaudita, verificatosi in ambito professionale e che ha condotto a una sentenza storica.
L’ambito è quello del teatro italiano, il caso sono le molestie e la violenza sessuale da parte di un noto regista verso due allieve attrici di un rinomato corso di specializzazione artistica, finanziato con soldi pubblici.
Non troverete tra queste righe il nome del suddetto regista. La scelta rispetta un requisito tecnico, la diffida a nominarlo contenuta nella sentenza n. 474/2025 pronunciata dal Tribunale del Lavoro di Parma, ed è volta anche a proteggere chi si sta assumendo la responsabilità di esporsi su una vicenda legale in via di svolgimento. Si dirà invece dell’ente coinvolto, erogatore del corso – di cui pure la sentenza intima a non pronunciare il nome – poiché si è autonomamente esposto, in maniera pubblica, facendo decadere il monito. Ma andiamo con ordine.
La sentenza pronunciata dal Tribunale del Lavoro di Parma nei confronti del regista, per molestie e violenza sessuale ai danni di due allieve attrici del corso di Alta formazione Casa degli Artisti, si rivolge, per mancata vigilanza, anche alla Fondazione Teatro Due, la struttura che organizza il corso.
Perché ha una portata storica? Sia perché riconosce il risarcimento per il danno psicologico derivante da abusi, sia perché allarga le responsabilità all’istituzione.
Ciononostante, non si può dire che sia stata una vera e propria bufera mediatica: se n’è discusso a livello nazionale e locale, eppure, la vicenda non ha raggiunto i vertici del dibattito pubblico. E questo dice molto della dimensione culturale del nostro Paese.
La mobilitazione della comunità di lavoratrici e lavoratori dello spettacolo, spettatrici, spettatori, cittadine e cittadini, riunitasi a Parma a partire dall’inizio di dicembre, ha avuto un ruolo fondamentale anche nello sviluppo di quanto accaduto fino a oggi.
Così come le dichiarazioni e lo sciopero, tuttora in corso, indetto a partire dal 9 dicembre da alcune allieve e allievi dell’edizione 2025/2026 di Casa degli Artisti, riuniti nel gruppo informale dieci teatranti.
Da 44 giorni prosegue la loro autosospensione della didattica in risposta alle posizioni del Teatro Due, espresse pubblicamente tramite un comunicato stampa diffuso quasi al termine della partecipatissima assemblea del 6 dicembre, organizzata da Amleta e Differenza donna presso la Casa delle Donne di Parma, raccontata nel dettaglio dalla giornalista Angela Forti perteatroecritica.
Il teatro dirige ogni responsabilità verso il regista e rigetta le accuse di connivenza della struttura per mancata conoscenza dei fatti. Una mossa che segna una frattura oltre che nel rapporto tra l’ente e la città anche e soprattutto nel rapporto tra gli allievi e la Fondazione, responsabile della loro formazione e dunque della loro sicurezza.
Il 18 dicembre il Teatro Due di Parma invita la cittadinanza a un incontro pubblico per chiarire la propria posizione. Arrivano delle scuse fino ad allora mai pronunciate ma i toni e le dichiarazioni non convincono l’uditorio. Il clima resta teso.
La pressione nei confronti dell’ente cresce e così del suo CdA, con il moltiplicarsi di richieste di dimissioni rivolte alla direzione. Il 5 gennaio 2026, Paola Donati, direttrice artistica del Teatro Due si autosospende e viene nominato direttore ad interim Giacomo Giuntini.
Intanto, ci sono artisti che esprimono solidarietà alle vittime e altri che a questa vicinanza affiancano quella nei confronti della direttrice autosospesa e della Fondazione, con una lettera inviata il 20 gennaio alla redazione de «Il Manifesto», in risposta a un articolo pubblicato dalla stessa testata a firma della giornalista Lucrezia Ercolani.
Casa degli Artisti 2025 è al momento sospeso. Le lezioni dovrebbero riprendere la prossima settimana ma, come detto, lo sciopero di dieci teatranti pare lontano dall’interrompersi. Proprio con loro, in questa intervista, ripercorriamo la cronologia dei fatti incentrando il racconto sulle istanze del loro stato di agitazione.
Il corso cui si fa riferimento è lo stesso che frequentate dal 13 ottobre 2025. Giorno 1, entrate in sala, cosa ne sapete di questa storia? Come e quando ne entrate a conoscenza e cosa accade nel vostro rapporto con la Direzione del Teatro Due di Parma? Ma prima, che cos’è il collettivo dieci teatranti?
Ci siamo chiamati dieci teatranti perché noi allievi attualmente in sciopero siamo 9, a cui si è aggiunto il tutor del nostro corso – il cui contratto è scaduto il 31 dicembre 2025 e non è stato rinnovato. Il corso è frequentato da altri 5 colleghi che non hanno la nostra stessa posizione, o comunque la pensano diversamente su alcune cose ma non vogliamo parlare a nome loro.
Di questa storia praticamente non ne sapevamo nulla. La sentenza è stata resa pubblica solo un mese e mezzo dopo l’avvio dell’esperienza in accademia. A fine novembre hanno iniziato a circolare degli articoli riguardanti la vicenda e abbiamo preso a confrontarci tra di noi, in attesa di ricevere una convocazione dalla direzione per discuterne collettivamente. Abbiamo ricevuto solo silenzio.
Lo scorso 6 dicembre, alla Casa delle Donne di Parma, si è tenuto un incontro a cui hanno presenziato anche le due attrici che hanno subito molestie, durante il quale sono stati esposti molto chiaramente i fatti anche riferendosi a quanto contenuto nella sentenza – sentenza che, ci teniamo a sottolinearlo, ci ha fatto rabbrividire.
Era presente anche un addetto alla comunicazione del Teatro Due di Parma che ha esternalizzato l’attività comunicativa cedendola a un’agenzia incaricata di seguire unicamente il caso in questione.
Mentre l’assemblea proseguiva, è stato pubblicato il primo comunicato stampa del Teatro Due, in cui, pur condannando il regista, vengono respinte tutte le accuse rivolte all’ente in virtù di una inconsapevolezza relativa ai fatti, dichiarando inoltre che quanto denunciato dalle due ex allieve attrici fosse accaduto al di fuori degli spazi del teatro. Dichiarazioni che non combaciano con le versioni riportate dalle vittime.
A quel punto, abbiamo chiesto spiegazioni alla direzione. È seguito un confronto durante il quale ci è stato ribadito quanto scritto nel comunicato e, da quel momento, il 9 dicembre, siamo entrati in sciopero.
Non ci sentiamo rappresentati dalla loro posizione pubblica rispetto alla vicenda e chiediamo che si assumano la responsabilità, che vengano rivolte delle scuse pubbliche alle attrici. Il discorso della responsabilità da parte di chi dirige la struttura è molto rilevante: il mostro era lui, il regista, ma le prime testimonianze raccolte risalgono addirittura al 1998.
Anche a noi erano arrivate delle voci di corridoio, ma non pensavamo che ci trovassimo di fronte a una tale gravità. Viene da chiedersi come sia possibile che le voci di corridoio di un palazzo non arrivino al Re.
Se leggiamo la sentenza, risulta abbastanza manifesto il modo di lavorare del suddetto regista che considera le attrici come tentatrici che possono dirsi soddisfatte della propria prova se sono state in grado di sedurre lo spettatore, nonché il regista stesso.
Stiamo parlando di una personalità che ha concorso a fondare l’istituzione, che ha rapporti decennali con persone che fanno parte tuttora dell’istituzione e ci si chiede come il suo modus operandi non sia saltato agli occhi di nessuno nell’arco di quasi 30 anni, stando ad altre testimonianze.
La narrazione proposta non fa loro onore, visto che dovrebbero garantire il bene delle persone che formano e con cui collaborano.
Già nel 2019 una delle due attrici che hanno denunciato, aveva inviato una mail alla direzione chiedendo un incontro urgente per discutere di fatti particolarmente gravi che stavano accadendo durante il corso. L’incontro non si è mai tenuto e, a proposito di questo episodio, la direzione ha detto di non essere entrata a conoscenza della situazione poiché nella mail i fatti non erano esposti in maniera diretta. La denuncia che successivamente il Teatro Due ha rivolto al regista non può passare come un atto eroico. Si è trattato di una conseguenza dell’evoluzione stessa della vicenda, utile a non far cadere nel penale l’azione legale già in essere che era stata emessa contro il teatro.
La scelta di proseguire lo sciopero comporta per voi delle problematiche (il dispendio economico che richiede trasferirsi in un’altra città per partecipare al corso risultato fallimentare, ad esempio) oltre a delle rinunce importanti, come quella del diritto allo studio, ma non più rilevanti dell’assunzione di responsabilità che con la vostra mobilitazione cercate di diffondere in tutto il settore, in difesa di altri, numerosi diritti violati in questa circostanza. Qual è il clima in città? Che risvolti sta avendo tutto questo su voi allieve e allievi?
Per quanto riguarda il rapporto con la città, al momento siamo in relazione con associazioni che organizzano incontri ed eventi di divulgazione. La cosa che ci dispiace è che la notizia non stia assumendo le dimensioni che meriterebbe dal punto di vista mediatico. Stiamo pensando di organizzare delle azioni pubbliche per informare anche coloro che potrebbero non entrare facilmente in contatto con la notizia. Il Teatro Due è un’istituzione con un ruolo importante per la città e chi lo frequenta deve poter scegliere di farlo alla luce dei fatti.
Quanto alla ricaduta che tutto questo ha avuto su di noi, dobbiamo ammettere che è stata abbastanza pesante. Avevamo fatto una scelta formativa tenendo conto dell’investimento importante che richiedeva, in termini economici e di tempo, che si è poi rivelato un buco nell’acqua. Ci troviamo ancora a Parma ma abbiamo perso l’obiettivo che ci aveva portati qui, ci sentiamo vuoti. Dovremmo lasciare in anticipo gli appartamenti in cui abitiamo, in alcuni casi ritrovandoci con contratti che prevedono clausole con tempi lunghi di disdetta che ci obbligano a pagare affitti che non ci occorrono più.
Ci è piombato addosso tutto questo in un istante, ci ha preso alla sprovvista. Inizialmente, non credevamo che si sarebbe delineata una direzione così netta per cui ci siamo ritrovati di fronte a un problema etico, morale ovvero la dimensione su cui si gioca il nostro allontanamento.
Tolto l’incontro di cui si è detto, gli unici scambi che abbiamo avuto con la direzione sono stati a mezzo mail. Come se niente fosse accaduto, il 10 gennaio, sempre via mail, ci è stato chiesto se avessimo o meno intenzione di rientrare al corso e di comunicare tramite un’autodichiarazione firmata la nostra scelta. Ci è sembrato di ricevere un ultimatum e abbiamo preferito una terza opzione: inviare una comunicazione congiunta, in cui spiegavamo che, pur volendo, non c’erano e non ci sono le condizioni per riprendere il lavoro. Come avremmo potuto? Come avremmo potuto accettare di collaborare costantemente con persone coinvolte a vario titolo nella faccenda che hanno omesso, hanno girato la testa dall’altra parte?
Ci sono in ballo delle gravissime responsabilità istituzionali: volendo porre ingenuamente che nessuno sapesse, l’alternativa che si prospetta è anche peggiore, perché un’istituzione ha delle responsabilità ben precise quanto alla vigilanza in un luogo di cultura.
Siamo vincitori di un bando pubblico, ma il corso al momento risulta sospeso, per cui non stiamo neanche usufruendo del limite di assenze consentito, non c’è da parte nostra alcun tipo di comportamento negligente. Non abbiamo alcuna intenzione di mollare la presa.

Il 5 gennaio, la direttrice artistica Paola Donati si autosospende. Lo sciopero però non si interrompe. Quali sono le vostre condizioni? Come avete intenzione di proseguire?
Durante l’incontro del 18 dicembre, la direzione si è arroccata sulle proprie posizioni. Il 5 gennaio è stata presentata un’autosospensione della Direttrice che non è definitiva, non si tratta di dimissioni. In sostituzione di Paola Donati, è stato nominato direttore Giacomo Giuntini, assistente storico del regista in questione. Non ci è chiaro, dunque, come questa nuova conformazione dovrebbe assicurare un diverso approccio e un tipo di gestione differente da quelli mostrati finora. Non ci pare neanche che si stia attuando un percorso di autocritica da parte dell’ente.
Lo sciopero, quindi, è proseguito perché continuiamo a non sentirci rappresentati, non riteniamo che un’autosospensione possa bastare a determinare una reale assunzione di responsabilità. Temiamo si tratti solo di un’azione volta a sedare gli animi.
Abbiamo visto diverse personalità, anche rilevanti dell’ambiente dello spettacolo, esporsi sulla vicenda e lo abbiamo apprezzato, ma molti altri non lo hanno fatto. Lo sappiamo, il mondo del teatro tende ad avere la memoria corta, invece è proprio questo il momento in cui l’attenzione mediatica deve restare alta.
Non stiamo facendo tutto questo per visibilità, stiamo conducendo questa mobilitazione perché crediamo in un futuro diverso, perché altre e altri non si ritrovino qui come da ogni altra parte in una simile situazione.
Ci chiediamo anche cosa ne sarà di questo corso, se sarà rifinanziato dalla Regione Emilia-Romagna e se, più in generale, si attiveranno delle riflessioni in merito ai fondi pubblici erogati all’istituzione.
La vostra protesta si riflette su diversi piani: allargare il più possibile la conoscenza di una storia che rappresenta la sola punta dell’iceberg di un sistema codificato di violenze perpetrate sfruttando posizioni di predominio in ambito professionale; la rottura di una prassi che rende le attrici e gli attori vulnerabili nella gestione dei propri corpi durante lo svolgimento del lavoro teatrale; la richiesta e la garanzia di un ambiente sicuro e protetto entro cui portare avanti la propria formazione e il proprio lavoro; essere rappresentati e rappresentare un ente culturale della cui postura etica andare fieri. C’è, dunque, nel vostro posizionamento un bagaglio di istanze che travalica la dimensione “accademica” e si estende al settore prima e alla società poi, toccando in maniera intersezionale numerosi nuclei caldi. Come sta agendo la vicenda sulla percezione presente e futura del vostro mestiere, sull’esigenza, in quanto cittadine e cittadini, di abitare una società più equa?
Ciò che ha fatto da motore al nostro stato di agitazione è stato il desiderio di sospingere un’istanza collettiva, condivisa. Ognuno di noi ha pagato un prezzo.
Il mestiere del teatro ha un fortissimo portato politico, proprio noi non possiamo essere omertosi. Ci esponiamo perché non ci accontentiamo di essere dei bravi attori se siamo costretti a operare in ambienti professionali che favoriscono dinamiche di potere. Vogliamo essere posti nelle condizioni di scegliere, come artisti e come persone, anche se non dovesse rivelarsi la strada più facile.
I diversi background, le varie tipologie di contratto con cui sono ingaggiati i lavoratori e le lavoratrici dei Teatro Due, non consentono di allargare agilmente le maglie del nostro intervento. Siamo dieci teatranti al momento, un cerchio ancora abbastanza ristretto.
Il lavoro dell’attore è sì collettivo ma in Italia si svolge in un sistema che propende verso l’individualismo per mancanza di tutele e di un riconoscimento concreto della categoria. Tutto ciò ci rende ricattabili, soprattutto rispetto alle scelte – non solo artistiche – che facciamo. Risulta più semplice tapparsi la bocca e proseguire, per evitare che un mestiere già di per sé molto difficile aumenti di complessità.
Volendo fare un appunto sulla cornice pedagogica in cui sono avvenuti i fatti, non dobbiamo dimenticare che le molestie sono state fatte ai danni di allieve poco più che ventenni, che avevano un sogno che è stato infranto. Che si sono fidate, che sono state tradite, distrutte psicologicamente.
Nel nostro ambiente ce ne sono molte di situazioni viziate in questo senso, sicuramente con forme meno gravi, ma che pongono un interrogativo anche rispetto alla formazione e all’attitudine dei formatori stessi che, spesso, si trovano a lavorare con persone in una fase molto delicata della propria vita, quella della post-adolescenza, in cui si possono provocare grossi danni.
Mi avete raccontato che la questione del femminile è emersa a più riprese durante i vari incontri a cui avete presenziato. A rilasciare questa intervista, in rappresentanza e per conto del collettivo dieci teatranti, siete tre allievi. Fuggendo qualunque banalizzazione, da uomini, che significato ha per voi questa lotta?
Ti ringraziamo per questa domanda. Innanzitutto, ci pare che, a prescindere dal genere, sia necessario smantellare il sistema dei rapporti di potere interpersonali a tutti i livelli, in tutti gli ambienti, dal lavoro, alla casa, alla società. Crediamo anche si stia diffondendo una nuova sensibilità rispetto al tema ma tutti, soprattutto noi uomini, dobbiamo essere aperti ad accoglierla.
Istintivamente, potrebbe capitare di voler marcare delle differenze tra chi ha atteggiamenti scorretti e tutti gli altri ma anche qui occorre che ci si assuma collettivamente la responsabilità di modificare, insieme, una struttura socioculturale che ci ha portati fino alla situazione gravissima in cui versiamo.
Occorre lavorare sul linguaggio, sul modo di raccontare e vivere la sessualità come esperienza condivisa e non come possesso. Dobbiamo sforzarci, oltre i parametri culturali sedimentati in noi, di contrastare ogni forma di violenza, anche quella simbolica e farlo ogni giorno.
Bisogna imparare ad andare controcorrente per un bene più grande, abbiamo la responsabilità di essere un esempio per le generazioni a noi precedenti, edificate su dei modelli patriarcali, e soprattutto per le generazioni successive che saranno chiamate insieme a noi a scrivere un altro corso della storia.
Ornella Rosato è giornalista, autrice e progettista. Direttrice editoriale della testata giornalistica Theatron 2.0. È co-fondatrice del progetto Omissis – Osservatorio drammaturgico. Ha pubblicato per Bulzoni Editore il volume «Altrimenti il carcere resta carcere. Teatro Oltre i limiti, Compagnia Teatrale Petra». Conduce laboratori di giornalismo presso università, accademie, istituti scolastici e festival. Si occupa dell’ideazione e realizzazione di progetti volti alla promozione della cultura teatrale.














