Vicinato, note su una rete artistica under 35: intervista a Collettivo EFFE 

Lug 21, 2026

Il Collettivo Effe nasce nella provincia torinese dall’incontro di Giulia Odetto (regista/autrice), Antonio Careddu (dramaturg/autore) e Camilla Soave (danzatrice/video artista), che dal 2020 portano avanti una ricerca multidisciplinare sulla drammaturgia d’immagine e sulla relazione tra il corpo, il paesaggio e le tecnologie. Nel 2025 avviano Vicinato Artistico, una rete di realtà artistiche a loro affini, nata per riuscire a partecipare al bando ministeriale. Oggi, il progetto, conta una dozzina di artistə, che il collettivo sostiene e affianca sugli aspetti produttivi, distributivi, organizzativi e artistici: una relazione di mutuo supporto e confronto, per affrontare le sfide del comune panorama precario in cui gli artisti operano.

Abbiamo incontrato Giulia Odetto e Antonio Careddu per parlare di tutto questo: come si costruisce una rete e cosa vuol dire, per una generazione di artistə under 35, imparare ad abitare le regole di un sistema complesso che spesso crea relazioni per necessità di sopravvivenza. Odetto e Careddu hanno voluto pensare le relazioni dentro e attorno al collettivo, in un sistema a cerchi concentrici, privo di gerarchie fisse. Non un capofila che gestisse solo gli interessi amministrativi di compagnie minori – come spesso accade – ma un vicinato, composto da persone che condividono uno spazio per un periodo breve o lungo, sempre libere di restare o traslocare.

Come nasce Vicinato? A quale mancanza o necessità vuole rispondere?

Antonio Careddu: Vicinato è nato per rispondere a un’esigenza molto concreta: la compilazione del bando ministeriale. Come collettivo non avevamo abbastanza giornate disponibili e abbiamo quindi pensato di creare una cordata di secondo livello, che raggruppasse più realtà senza avere direttamente la nostra firma. 

Giulia Odetto: Ci siamo però presto accorti che non avevamo il tempo materiale per progettare tutto e che le altre compagnie non avevano gli strumenti necessari per approcciarsi alla piattaforma del Ministero.

A.C.: Era necessario che il processo raggiungesse un livello di maturazione maggiore. Abbiamo quindi proposto alle realtà con cui eravamo in contatto di affidarci la compilazione della domanda ministeriale, attorno alla quale avremmo raccolto anche le loro azioni e le date previste per il triennio. Non volevamo che questo progetto diventasse soltanto un’aggregazione di repliche: abbiamo cercato di trasformarlo in un processo virtuoso, che ci permettesse di realizzare azioni utili a tutte le realtà coinvolte.

G.O.: Anche perché, più o meno, tutte le realtà coinvolte in Vicinato condividono alcuni punti di contatto, sia nella ricerca sia nei linguaggi. All’inizio abbiamo cercato delle affinità con il nostro collettivo; poi, quasi naturalmente, la rete si è espansa e sono stati i nostri contatti a coinvolgere artisti con cui sentivano un legame. Questa dinamica si è rivelata molto utile anche nel processo di distribuzione: ogni volta che si conclude una data di uno degli artisti che fa parte del progetto, inviamo subito un follow-up con tutti gli altri spettacoli di Vicinato. Cerchiamo inoltre di prenderci cura dei rapporti con tutte le realtà coinvolte e di organizzare periodicamente una riunione per presentare l’insieme dei lavori di Vicinato.

Come si rispecchiano il vostro percorso e la vostra idea di compagnia nel progetto Vicinato?

G.O.:  Fin dall’inizio abbiamo concepito il collettivo come una relazione aperta, strutturata secondo una logica di cerchi concentrici. Al centro ci siamo io, Antonio, Camilla e Valentina, che ci lavoriamo quasi costantemente; poi ci sono artistə con cui collaboriamo molto spesso e, infine, artistə che partecipano solo ad alcuni progetti. Anche Vicinato rientra in questa logica e il nostro interesse è far sì che si creino sempre più intersezioni.

A.C.: Esattamente. Abbiamo cercato di impostare le relazioni, sia all’interno del collettivo sia all’interno di Vicinato, nel modo più libero, aperto e non gerarchico possibile. Anche per questo abbiamo scelto di chiamare questa aggregazione di artistə e compagnie “Vicinato”. Non volevamo richiamare, nemmeno dal punto di vista lessicale, un’idea di famiglia, di clan o di legame di sangue. Ci riconosciamo, piuttosto, in un gruppo di persone che coabitano uno spazio di lavoro, ma che potrebbero anche traslocare in qualsiasi momento, proprio come accade in un vicinato o in un condominio.

G.O.: È una modalità molto flessibile: c’è chi ha scelto di affidarsi a noi per tutti i propri progetti e chi, invece, aveva già accordi con altre realtà ma ha voluto che curassimo noi la produzione di alcuni spettacoli, a volte anche uno soltanto. Da entrambe le parti c’è sempre la possibilità di ridefinire il percorso nel tempo. Dal punto di vista organizzativo, una cosa che trovo particolarmente interessante, dopo diversi anni di lavoro in questo ambito, è che spesso le compagnie hanno poca consapevolezza di come si costruisce e si gestisce un budget. Noi cerchiamo di lavorare nella massima trasparenza: la compagnia definisce budget e cachet oppure, se necessario, la aiutiamo a costruirli. Fin dall’inizio condividiamo come vengono ripartite le risorse, quali sono le spese, come funzionano le messe in agibilità, gli oneri e i costi di viaggio, che anticipiamo noi. Per noi il principio è semplice: il budget della replica appartiene alla compagnia, almeno per questo primo triennio, come Vicinato abbiamo scelto di non applicare costi di produzione, che vengono assorbiti dal Ministero o dal Collettivo Effe. L’unica spesa che chiediamo di coprire è il costo effettivo dell’apertura della busta paga. L’obiettivo è anche favorire una maggiore consapevolezza, affinché le compagnie comprendano meglio il funzionamento del sistema e possano gestire le risorse economiche con maggiore autonomia.

A.C.: A differenza di altre realtà produttive, la nostra, non è impostata attorno al gruppo per così dire veterano, o più forte, che traina gli altri con il proprio nome e con il proprio lavoro. Abbiamo scelto di crescere insieme alle compagnie con cui abbiamo costruito questa alleanza.

Chi sono gli artisti coinvolti e come si è formata questa rete?

G.O.: I primi ad entrare sono stati Gruppo URORUCCI UCCIBenedetta Parisi e Angela Dionisia Severino. Poco dopo è entrata Sathya Nardelli: è stato un ingresso interessante perché aveva già un proprio gruppo e, iniziando a lavorare con lei, quasi automaticamente abbiamo iniziato a collaborare anche con alcuni degli artisti che ne fanno parte. Per esempio, Nicholas Turba e Diego Piemontese, di cui abbiamo cominciato a seguire alcune date. Nel secondo anno la rete si è ampliata con Anna Demichelis, grazie a un suggerimento di Maura Teofili. Conoscendo sia il nostro lavoro sia il suo, aveva individuato una possibile affinità con il progetto dell’evento della montagna. Sono entrate presto anche Lidia Margiotta e Anonima Sette, di cui però seguiamo soltanto alcuni progetti. Da quest’anno abbiamo iniziato a seguire anche Elvira Scorza in uno dei suoi spettacoli, realizzato in coproduzione con un’altra compagnia under 35, B.E.A.T. Teatro. Seguiamo inoltre l’altra compagnia di Antonio, Gruppo Kapushka, e uno dei suoi interpreti, che è anche autore e sviluppa progetti personali.
Riceviamo molte richieste e cerchiamo di sostenere chi ne ha bisogno, ma questo non significa entrare automaticamente a far parte del Vicinato. Per noi è fondamentale conoscere prima gli artisti di persona, vedere i loro spettacoli e capire se esistono le condizioni per avviare una relazione fondata su un’affinità di ricerca e di linguaggi.
Vicinato è un organismo in continua evoluzione e, proprio per questo, valutiamo con attenzione anche il carico di lavoro che ogni nuovo ingresso comporta. In questo ci aiuta Valentina, che si occupa dell’organizzazione e ci ha permesso di ampliare la rete. Sono convinta che, a partire dal prossimo triennio, riusciremo a sviluppare un progetto ancora più ampio, proprio perché nel frattempo il Vicinato è cresciuto.

Nel settore culturale si parla molto di collaborazione, per voi fare rete, oggi, è più una scelta politica o una necessità di sopravvivenza? 

G.O.: Credo che tutto nasca da un’esigenza di sopravvivenza, come risposta a una serie di richieste necessarie per entrare nel sistema. Avremmo anche potuto continuare a rimanerne fuori, visto che fino a qualche anno fa eravamo artisti associati di un’altra compagnia ministeriale. Sono stati tre anni bellissimi, ma mancava quel passaggio ulteriore sul piano del rapporto artistico, quel legame che ci facesse pensare che restare lì ci avrebbe permesso di imparare qualcosa in più. Dal punto di vista della gestione amministrativa funzionava tutto molto bene, ma il rapporto si fermava sostanzialmente a quello. Forse la vera scelta politica è stata decidere di partecipare al bando del Ministero, perché questo significa riconoscersi, in qualche modo, come un’istituzione. Significa scegliere di dialogare con le istituzioni, entrare nel sistema e, di conseguenza, accettarne le regole. Con Vicinato abbiamo trovato una modalità per farlo, così come hanno fatto anche altre realtà, come Pallaksch, con cui condividiamo la rete 34punto9. Naturalmente non è un modello che abbiamo inventato noi: è una modalità che molte altre persone hanno già sperimentato. La particolarità del nostro caso è che una compagnia under 35 costruisce una rete con altre compagnie under 35, invece di essere una struttura più consolidata che si circonda di un vivaio di artisti più giovani. Quindi sì, credo che la scelta politica sia stata quella di entrare nel sistema e accettarlo, con tutte le sue contraddizioni, cercando di capire come abitarlo in modo virtuoso. La costruzione di una rete è stata una delle prime risposte che abbiamo trovato. E forse anche il modo in cui proviamo a costruirla è una scelta politica: non ci interessa mettere in piedi semplicemente un’alternativa più “smart”, ma sperimentare un diverso modo di stare dentro il sistema. 

Come si può evitare che l’idea di collaborazione tra realtà artistiche diventi un modo per compensare la mancanza di risorse economiche e di tutele?

A.C.: La prima risposta che mi viene in mente è questa: collaborare davvero, cioè fare in modo che la collaborazione non sia soltanto strumentale, ma abbia uno sguardo più ampio. Chiaramente questo richiede risorse, sia in termini di tempo che di denaro, affinché queste collaborazioni non si riducano semplicemente a un insieme di recite utili a raggiungere i numeri richiesti, ma producano qualcosa in più, capace di generare un circolo virtuoso di energie.

G.O.: Un grande problema, emerso anche in diverse riunioni, è che le imprese di produzione under 35 non sono valorizzate dal Ministero per quanto riguarda le attività di formazione o di confronto. Ciò che produce punteggio sono soprattutto le recite, le giornate lavorative e, in parte, alcuni progetti con le università.

A.C.: Ad esempio, la residenza che stiamo organizzando per settembre in Puglia, Ozio di Vicinato, è un investimento sostenuto interamente dal collettivo. Si svolgerà durante Fori Festival e sarà una residenza volutamente improduttiva. Trascorreremo tre giorni insieme, con quasi tutte le realtà del Vicinato, dedicandoci allo scambio di pratiche e prevedendo anche alcuni momenti di apertura verso la comunità che ospita il festival. È un’attività che racconteremo nel consuntivo destinato al Ministero e che proveremo a tematizzare, anche se oggi non esiste uno strumento per valorizzarla, perché non rientra in nessuna categoria riconosciuta. Le compagnie di teatro di ricerca, ad esempio, possono valorizzare le attività laboratoriali, perché la normativa riconosce quel tempo come parte integrante del loro lavoro. Noi riteniamo che trascorrere tre giorni insieme a colleghi e colleghe per condividere pratiche sia altrettanto utile e funzionale al lavoro artistico, anche se non ci si definisce una compagnia di teatro di ricerca. Oggi, però, questo tipo di attività non trova alcun riconoscimento. 

G.O.: Una cosa interessante di Ozio, è che, inizialmente, noi avevamo proposto al Vicinato artistico di organizzare tre giornate di programmazione, invitando operatori e operatrici in un teatro e presentando brevi estratti di tutti gli spettacoli della rete. Nel corso delle riunioni, però, gli artisti ci hanno detto che avrebbero preferito un momento di confronto e di scambio di pratiche, cioè un tempo da trascorrere insieme per riflettere come generazione. È interessante che questa esigenza sia emersa direttamente dal Vicinato. Noi, assumendo il punto di vista dei produttori, pensavamo soprattutto a come sostenere la circuitazione degli spettacoli e immaginavamo che quella fosse la priorità.

A.C.: Un’altra richiesta arrivata in modo molto esplicito è stata quella di non organizzare questa residenza in uno dei grandi centri – come Roma, Milano, Torino o Napoli – ma di scegliere un contesto decentrato. Per questo abbiamo iniziato a fare una ricognizione tra diverse realtà che avrebbero potuto ospitarla, ed è emerso Fori Festival, che si trova effettivamente in una posizione piuttosto periferica rispetto ai circuiti teatrali più mainstream. Se oggi siamo lì è certamente grazie all’entusiasmo e alla grande generosità di Valentino Ligorio, il direttore artistico di Fori Festival, ma anche perché abbiamo scelto consapevolmente di cercare un contesto con queste caratteristiche.

Cosa avete in programma per il prossimo futuro, e in che direzione vorreste che Vicinato si sviluppi?

G.O.: Tra i programmi per il futuro c’è innanzitutto Ozio di Vicinato. Poi ci saranno diversi debutti e le presentazioni degli spettacoli della rete, ai quali cerchiamo naturalmente di essere presenti. Abbiamo inoltre avviato la prima coproduzione di una certa rilevanza con il Teatro di Roma, relativa allo spettacolo di un’artista del Vicinato. Speriamo che questa esperienza possa trasformarsi in un’occasione di dialogo con le istituzioni e contribuire a dare maggiore visibilità a ciò che stiamo costruendo.

A.C.: E poi c’è tutto il lavoro di programmazione: capire come impostare il prossimo triennio, che ormai non è così lontano.

G.O.: Sicuramente questi tre giorni di Ozio di Vicinato, saranno molto utili. Confrontarci con le artiste e gli artisti con cui lavoriamo ci aiuterà a capire quale direzione vogliamo prendere. Cerchiamo sempre di metterci in una posizione di ascolto. Ogni tanto, anche all’interno della rete 34punto9, che rappresenta un contenitore più ampio, discutiamo della possibilità di mettere in comune alcune risorse per finanziare nuove creazioni, sostenere la produzione di spettacoli o istituire borse di studio per artiste e artisti. In sostanza, proviamo a capire come impiegare al meglio le limitatissime risorse di cui disponiamo, a fronte di una mole di lavoro molto grande, per continuare a trovare modi di “danzare” – come dicevamo prima – all’interno delle regole istituzionali del Ministero.

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