Il principio anagrafico ci etichetta, la condizione ci conforma: siamo gli under 35 e le under 35 d’Italia, e siamo molti meno di quanto ci possa sembrare; meno di quanti dovremmo essere.
Abbiamo storie, formazioni, provenienze geografiche ed economiche diverse, stesse opportunità e pari disuguaglianze. Il presente un’ossessione, il futuro una chimera. Il precariato una garanzia. Ci muoviamo a volte impavidi, altre claudicanti, certamente ansiosi, tra le ceneri di un mondo in fiamme che ci zampilla addosso lingue di incertezza.
Infantilizzati, giovani per sempre, mai abbastanza grandi per avere voce in capitolo, avanzare pretese, assumere ruoli dirigenziali, interloquire con chi determina le nostre sorti. Poi d’un colpo messi al muro, tacciati di ritardo cronico, alla berlina di una macchina del tempo che corre sempre troppo veloce o troppo lenta sulla pista delle nostre urgenze. In scadenza. A sfidare la caducità dell’esistenza prima ancora di averne creata una.
È quanto ci accomuna davvero, ben prima dell’età: una condizione di vita che non abbiamo scelto e che ci obbliga a resistere.
Naviganti, sotto una coltre di ghiaccio inscalfibile che lascia intravedere ciò che vorremmo essere; emergenti, affioriamo appena solo se qualcuno che si è già cavato via dai freddi abissi, decide di fare di noi la propria scommessa.
Siamo qui per lamentarci? Perché no, di motivi ne abbiamo molti, ma questo è anzitutto il tempo di informarsi, capire cosa succede oltre la punta del proprio naso e del proprio malcontento. Una responsabilità di cui nessun’altro può farsi carico al posto nostro.
Se fosse il caso di parlare al plurale, ponendomi dentro un noi, è stato un dubbio onnivoro che ha prima divorato le premesse e poi dato forma alle motivazioni di questo articolo. Il giornalismo dovrebbe sempre essere imparziale, mi ripeto sommessamente. Poi, nei miei pensieri, il sibilo diventa frastuono: occorre tirare la testa fuori dalla sabbia. Ne parlo in prima persona, dentro al noi cui vorrei dar voce.
Si scrive sempre di ciò che si è. Sono una giornalista – e tutte le altre cose che dobbiamo imparare a essere per poterci permettere di costruire la nostra professione –, Partita IVA da tre anni, tasse molte, pensioni da pagare di più. Mutui inaccessibili, figli mai nati a cui chiedere perdono.
Trentuno anni, quasi dieci di lavoro sulle spalle. Un lavoro indipendente in un settore perennemente in crisi, quello della cultura e delle arti performative. Idee tante, tutele quasi inesistenti. Siamo noi, gli under 35 e le under 35 d’Italia. E occorre tirare la testa fuori dalla sabbia.
Nel settore delle arti performative, siamo sulla bocca di molti da almeno un decennio, ma qui faccio un passo di lato e mi posiziono accanto a chi l’arte la fa: le artiste e gli artisti.
Le prime introduzioni politiche che li (e ci) riguardano – in qualità di professionisti e professioniste under – risalgono al Decreto Ministeriale del 1° luglio 2014, attraverso cui la categoria under 35 è stata inserita all’interno del sistema del Fondo Unico dello Spettacolo (FUS), oggi Fondo Nazionale dello Spettacolo dal Vivo (FSNV).
Da allora, si sono moltiplicati progetti votati allo scouting e al coinvolgimento di artisti e pubblico giovani; l’assunzione, la produzione e la distribuzione di soggetti under 35 da parte di enti e realtà sono state – pur debolmente – alimentate; i luoghi e i tempi della ricerca si sono aperti anche a questo nucleo generazionale. Gli aspetti positivi vanno evidenziati, o si rischia di perdere anche i pochi centimetri guadagnati.
Ed è bene pure non distrarsi, continuare a ragionare su quale impatto artistico e culturale si richiede a questa categoria, spronata a farsi spazio a suon di bandi e concorsi in un mercato affollatissimo e squilibrato, pendente ben più gravosamente verso l’offerta che verso la domanda. In competizione perenne: mors tua vita mea tatuato sulla pelle del loro coabitare.
Quando tutto fila per il verso giusto, ci si ritrova rinvigoriti – se non schiacciati – dal fardello della “rivelazione”: golden girls e golden boys che, finiti nella scuderia dei giovani su cui scommettere di critica e programmazione, ottengono tanta visibilità quanto chi indirizza il mercato ritiene opportuno. In molti casi per merito, in altri per scambi e relazioni sottese che, solo alla fine, giovano pure all’artista. Si tratti di teatro, performance, danza, poco importa, i meccanismi sono pressoché identici.
A quelle ragazze e a quei ragazzi d’oro si chiede di mantenersi “freschi” nei linguaggi e nelle poetiche – per dire dell’infantilizzazione, piccoli, appunto – e contestualmente di dimostrare una maturità di gestione di tutte le componenti di questa professione, creative e non, impossibile da raggiungere in assenza di mestiere.
Non passi per una nota di demerito degli artisti, il dato è fattuale: come si può fare esperienza del proprio mestiere senza incontrare il palcoscenico? In che modo si costruisce l’identità artistica in un sistema che annacqua i sostegni alla ricerca, che sbarra ai più le porte della distribuzione, che obbliga a produrre, a generare idee con velocità meccanica? Come si fa ad avviare il proprio sentiero se il presenzialismo a tutti i costi e il morbo delle relazioni funzionali pesano tanto quanto il valore della proposta artistica?
Per non parlare di tutte e tutti gli altri che certe domande non arrivano neanche a porsele, semplicemente perché, in questa teoria dei giochi, neanche esistono.
Le più recenti introduzioni ministeriali, quelle giunte con il D.M. 463 del 23 dicembre 2024, che sancisce le attribuzioni del triennio 2025-2027, aprono un altro ordine di riflessioni sul panorama under.
Tre sono i punti da attenzionare: l’istituzione della figura del direttore artistico junior per i Teatri Nazionali; l’obbligo di coinvolgimento di una certa percentuale di autori e autrici under 40; la cancellazione delle parole “rischio artistico” dal Decreto Ministeriale.
Innanzitutto, una questione lessicale: il direttore artistico under 35 che subentra al progetto di direzione degli Stabili è un professionista “Junior”, come enunciato dal ruolo stesso. Un’infantilizzazione, ancora, anche a fronte di un compito estremamente responsabilizzante: fare da antenna nel dialogo tra le istituzioni e il mondo indipendente e dell’emersione artistica. Se tra quei direttori ci saranno delle direttrici, si sappia che all’alba del 2026 farà ancora notizia.
L’arbitraria eliminazione del “rischio artistico”, poi, è in controtendenza con la fisionomia stessa del produrre arte: a un lavoro che è processuale per sua natura, si chiede di eludere il tentativo.
Infine, lo spostamento in avanti del limite anagrafico: le autrici e gli autori – anche su cosa si intenda per “autore” in un panorama creativo così difforme, sarebbe il caso di interrogarsi – da sostenere, anche loro nominati in maniera inedita, siano invece under 40.
Che quella possa essere l’età in cui si esprima la maturazione di un’artista è in parte condivisibile, quel che resta oscuro è cosa accade in quella zona grigia, sprovvista di scialuppe, che è il passaggio tra i 35 e i 40 anni.
Stiamo parlando di un periodo professionale coincidente con uno dei momenti più delicati della vita di una persona. Quello in cui il nostro Paese, che fino ad allora avrà dispensato tenui sostegni come fossero caramelle, ci chiede di risvegliarci adulti dopo averci messo a letto bambini. Dalle donne e dagli uomini che lo desiderassero, in scadenza stavolta biologica, si pretendono funamboliche convivenze tra lavoro e genitorialità. Peccato che a questi figli dovremmo anche dar da mangiare e se ci fermassimo, il pane non ce lo avremmo neanche per noi.
Il periodo del raccolto diventa tempo dell’abbandono.
Di cosa accade intorno, dentro a questa intercapedine si stanno preoccupando proprio le lavoratrici e i lavoratori under 35 dello spettacolo – meglio, around 35, come propone la neonata 34.9 rete per la valorizzazione e il monitoraggio delle realtà teatrali Under 35 in Italia. I numeri che le danno il nome parlano dell’ansia da scadenza di cui sopra, il minimale cartone del latte che le fa da logo, pure.
La presentazione ufficiale della rete, costituita da enti di produzione teatrale under 35 operanti sul territorio nazionale (al momento ne fanno parte: Collettivo EFFE, Teatro Ebasko, Cantiere Artaud, Gruppo della Creta, Bus 14, Dimore creative, Pallaksch), si è tenuta il 28 settembre scorso al Teatro Basilica di Roma.
L’incontro – emblematicamente rinominato Chi ha paura dei 35? – aperto ad artisti, operatori e giornalisti, ha preso le mosse dalla raccolta orizzontale delle istanze di una categoria ancora inesistente, che chiede di essere riconosciuta e rappresentata. La rete si è confrontata sull’urgenza di rompere gli schemi imperanti che amplificano la competizione, che continuano a bollare come “emergente” una scena che esiste e vive già da diversi anni, oltre che di mantenere saldo il monitoraggio delle esigenze dei suoi promotori per potenziare e diffondere pratiche artistiche e produttive più eque.
Come dimostra questa parziale disamina, i nodi da sciogliere nel sistema dello spettacolo dal vivo sono innumerevoli. Da un errore, però, dobbiamo metterci in guardia: avanzare come monadi, pensare per comparti stagni.
Sul Rapporto demografia e forza lavoro del CNEL-Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, pubblicato il 18 gennaio 2025, campeggia un titolo che contiene in sé la materializzazione di molti dei nostri quesiti: Il crollo della forza lavoro giovane in Italia.
L’Italia è in una fase di declino demografico dal 2014 che sta gradualmente riducendo non solo la popolazione totale ma anche la popolazione in età attiva, finendo per indebolire la forza lavoro potenziale del Paese.
Gli squilibri demografici sono particolarmente accentuati, rendendo l’Italia il paese dell’Unione Europea con la più bassa incidenza degli under 35 sulla popolazione totale.
A differenza dell’inizio del secolo, dove in tutti i grandi paesi europei la fascia d’età 25-34 anni era più numerosa della fascia 55-64 anni, oggi la situazione si è invertita.
L’Italia presenta lo squilibrio maggiore: la fascia giovane-adulta, 25-34 anni, è circa il 30% in meno rispetto alla classe 55-64 anni, contro, ad esempio, il 10% in meno della Francia.
Secondo le simulazioni del Rapporto CNEL, se i tassi di occupazione delle nuove generazioni non aumentano, la sola dinamica demografica negativa porterà a una riduzione di circa 2,5 milioni di occupati in soli 10 anni, scendendo sotto i 21,5 milioni entro il 2035 rispetto agli odierni 24 milioni.
Ciò significa che gli attuali under 35 si troveranno a essere giovani, ovvero all’inizio della carriera, in una fase in cui la forza lavoro è sbilanciata verso i lavoratori maturi. Ma si ritroveranno anche a essere adulti, nel pieno della carriera, in una fase in cui la forza lavoro complessiva si riduce, a causa del pensionamento delle attuali generazioni più consistenti, gli over 55, e del contestuale aumento della popolazione anziana.
Per contrastare gli squilibri demografici e l’eccessivo peso del debito pubblico, il CNEL evidenzia l’importanza assoluta di rafforzare il contributo attivo delle nuove generazioni allo sviluppo economico e migliorare la loro valorizzazione professionale con politiche integrate che agiscano sulla formazione, sull’armonizzazione tra tempi di lavoro, vita e responsabilità familiari, sul miglioramento del rapporto tra le diverse fasi della vita e tra le generazioni.
Si fa strada, con un non proprio lieve ritardo, il bisogno di stipulare un nuovo patto generazionale.
Il collasso del sistema è già ripiegato tutto su di noi, la forza lavoro attuale e futura più attiva del Paese, è martoriata e svilita. Che questi numeri ci cambino la postura: lo spazio che acquisiamo nel nostro lavoro è un diritto che ricade sull’intera comunità, non una concessione. A chi è venuto prima una sola richiesta: non abbiate paura di noi, si può coesistere senza sostituirsi. Ma quando c’è da lasciare il posto lo si lasci, molti e molte di voi avranno almeno una pensione da godersi.
Per essere presenti alla questione dobbiamo innanzitutto volgere lo sguardo verso il sistema-lavoro del Paese, studiarlo, conoscerne il funzionamento, le dinamiche, le ingiustizie e le possibilità. Lì va rintracciato il vero potenziale della categoria.
Gli argomenti snocciolati lambiscono le sponde della professione tanto quanto quelle dell’esistenza e questo non è passibile di alcuna romanticizzazione: perché il lavoro è dignità e incide sulla vita delle persone.
Ornella Rosato è giornalista, autrice e progettista. Direttrice editoriale della testata giornalistica Theatron 2.0. È co-fondatrice del progetto Omissis – Osservatorio drammaturgico. Ha pubblicato per Bulzoni Editore il volume «Altrimenti il carcere resta carcere. Teatro Oltre i limiti, Compagnia Teatrale Petra». Conduce laboratori di giornalismo presso università, accademie, istituti scolastici e festival. Si occupa dell’ideazione e realizzazione di progetti volti alla promozione della cultura teatrale.
















