Una ferita ancora aperta: il Pilade di Giorgina Pi

Mag 7, 2024

Fin dai tempi di Eschilo, Pilade è stato un personaggio per lo più silente. Dopo un tentativo di Euripide nell’Oreste, bisogna aspettare il genio di Pier Paolo Pasolini per ridargli vita. Pasolini, pur non conoscendo il greco, aveva affrontato l’Orestea traducendola per Vittorio Gassman e, nella sua sterminata creatività e poetica preveggenza, ha saputo poi dare dignità a un personaggio che racchiude in sé le contraddizioni del mito di ieri e di oggi, di un’epoca indefinita eppure a noi così immediata, di un’umanità che possiede tutto eppure è allo sbando.

 Il Pilade si identifica come un’operazione di mitopoiesi nella quale l’utopia della precedente Orestiade è ormai svanita. Un’opera complessa che continua a essere, negli anni ‘70 come oggi, un adattamento molto sfidante da portare in scena. Una sfida che la regista Giorgina Pi, nel suo continuo lavoro sulla riscrittura del mito antico, ha vinto. La crisi di quella Argo senza tempo rivive con disperata vitalità e magmatica poesia nella sua messinscena. 

Siamo negli anni 2000, a cavallo di un’epoca in cui crollano i sogni, in cui la polizia irrompe nelle scuole, in cui le guerre per il petrolio passano sotto silenzio, « una ferita ancora aperta« . Una Argo di periferia, un parcheggio alla fine dei rave, un luogo urbano, underground, in contraltare con una recitazione sempre misurata, elegante, che mastica ed espira battute levigate con cura mentre si racconta il tracollo. Oreste rientra ad Argo dopo la sua assoluzione ed è pronto a instaurare un nuovo governo in nome di Atena, novella divinità garante dell’ordine e della ricchezza. 

 © Guido Mencari

«Bisogna dimenticare il passato», questo lo slogan del capo Oreste, ma la sorella Elettra da una parte, e Pilade, l’amico di una vita, dall’altra, si oppongono al nuovo governo della Ragione. La politica di Oreste porta a un immediato benessere, il progresso però è solo un’illusione. La società-falena vi va incontro per rimanere scottata. Pilade resterà solo nella sua rivoluzione, ultimo baluardo di un dissidio destinato al fallimento.

Un lavoro di equilibrio nel caos che provoca un incanto dal sapore onirico e perturbante. Incanto che lascia amari. Agitati. Frementi.

Il Pilade risulta completo in ogni suo aspetto, a partire dal disegno luci e dai suoni (a cura rispettivamente di Andrea Gallo e Cristiano De Fabritiis-Valerio Vigliar) che avvolgono da qualunque direzione, senza mai sovrastare la recitazione ma sostenendola, arricchendola ora di grazia, ora di una dimensione da futuro post-apocalittico, in un impianto che per immersività ed efficacia risulta cinematografico.

All’inizio si viene travolti dal fiume di una lingua antica eppure così presente, un linguaggio che, dopo il primo straniamento (o forse stupore) diventa sempre più limpido, evocativo. Resta il mistero, ma se ne rivela la potenza.

Gli attori e le attrici si muovono precisi in questa Argo fumosa. C’è la voce umanissima di Laura Pizzirani, un coro che osserva e cerca di trovare spiegazioni, e c’è l’altro coro, Nico Guerzoni, con i suoi scatti, la sua fisicità mordace che butta a terra una croce celtica e girovaga fra i resti di un parcheggio desolato, perso, senza più ideali. Le divinità sono affidate alla solenne voluttà di Nicole De Leo, magnetica nel trasformare una complessa profezia in una folgorante rivelazione, e a Sylvia De Fanti, un’Atena dispettosa, difficile, annoiata, provocante e provocatrice. La schiera dei dissidenti di Argo è composta interamente da persone afrodiscendenti capitanate da una donna, Ambra Chiarello, che parla con dolore e disincanto. Le sinistre rivelazioni del più anziano fra loro, Anter Abdow Mohamud, descrivono la nuova schiavitù silenziosa e sfinita della città; a dar loro forza, c’è la speranza di trovare in Pilade un difensore. 

A opporsi ai ribelli c’è Oreste, Gabriele Portoghese, che con Pilade  arriva alla sesta collaborazione con la regista romana. Il suo è un Oreste democristiano, in cui la misura studiata e apparecchiata per l’occasione incontra momenti di crollo e di vagheggiamento. Le Erinni sono ancora dentro di lui, come un trauma che nessun ansiolitico potrà placare. 

Pilade
 © Guido Mencari

In nome della «Pace» , con la voce rotta da una colpa che cambia forma, Oreste è pronto a sacrificare qualunque ideologia, trovando nella sorella, Elettra, prima un ostacolo e poi un’alleata. Elettra, attraverso l’interpretazione di Aurora Peres, si ammanta di un animo infantile, con nevrosi umbratili: il suo atroce conservatorismo, dettato da una  costante  paura, la porta a riscrivere il passato, incurante del fatto che cancellare la storia conduca all’oblio.

E poi c’è lui. Pilade, «L’obbediente, il silenzioso, il discreto, il timido. (…) È lui la Diversità fatta carne, venuta a fondare nella città una matrice di tradimenti e di nuove realtà? A mettere in dubbio l’ordine, ormai santo», con il sogno di un mondo nuovo?

Pilade è interpretato da Valentino Mannias, capace di dosare con sapienza lirismo e forza, come un felino prima di un assalto. Nel protagonista riecheggiano tutte le amarezze e le angosce dell’idealista, scisso tra un amore per la gioventù e la cruda consapevolezza che ogni cosa è destinata alla degenerazione, anche il sentimento più puro.

Pilade
 © Guido Mencari

«Tutto è santo»  recita il centauro Chirone della Medea pasoliniana. In Pilade, «Tutto è politico» . Nella regia di Pi la lotta di classe vive sulla pelle dei diversi personaggi come un fardello del passato, come un miasma del presente. Quale eredità ha lasciato la lotta ai tiranni? Il nostro dopo  è figlio delle Erinni o delle Eumenidi? E se fossero lo stesso?

Ci si trova di fronte ai rottami di un mondo per cui è impossibile vedere la bugonia di virgiliana memoria: dalle carcasse dei buoi, per il poeta latino, nascevano le api. Qui, ad Argo, dalle carcasse delle auto, non nasce nulla. Solo la disillusione. Il fallimento di Pilade sfonda la dimensione teatrale, si irradia nella platea, rende il pubblico uditorio attivo.

Un lungo lamento di una società che si scava la fossa, che fa strada ai suoi stessi carnefici, nel tentativo di conciliare un mos maiorum con esigenze tutte nuove, ingannevoli, che schiacciano il prossimo per una logica capitalistica che illude, mastica e sputa. 

Assistiamo, attonite, al fascismo che non muore e all’arte che, come può e nonostante tutto, resiste. E a volte ci fa da scudo, a volte da lente. Il Pilade di Giorgina Pi e Bluemotion è uno spettacolo da vedere più di una volta, per poter cogliere ogni aspetto nascosto, ogni respiro, ogni frammento di un medaglione scagliato in terra, per poter vivere davvero ciò che Pasolini si auspicava nei suoi ultimi lavori: «Restare dentro all’inferno con la marmorea volontà di capirlo».

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