Un racconto di Lessico Cittadino. Dramaturg, drammaturgie e città

Mar 5, 2026

Articolo a cura di Laura Raccanelli

È un venerdì soleggiato di fine settembre. Attraverso Roma sopra i suoi leggendari mezzi urbani, che tutto sommato fanno il loro dovere e in meno di un’ora mi portano al Teatro Argot, lo storico spazio di Trastevere dedicato alla drammaturgia contemporanea. È qui che ci incontriamo per iniziare la prima giornata di Lessico Cittadino, un percorso formativo progettato da Theatron 2.0 per sondare gli incontri, le relazioni e gli scambi tra i linguaggi della scena e la città. Siamo un gruppo eterogeneo di drammaturghə, performer, registə, attorə appena arrivatə chi da Milano, Bologna, Ravenna, Napoli o da altri quartieri della stessa Roma. Io, nello specifico, scrivo. In quel venerdì mattina di fine settembre, sono passati solo nove giorni dalla fine del mio dottorato in antropologia urbana, un tempo durante il quale ho soprattutto scritto tanto, spesso fino quasi alla noia, di città e quartieri. Sono contenta di iniziare queste giornate: per una volta sento compreso il mio percorso rocambolesco che dagli studi urbani mi ha portato al teatro. E già mi sembra di essere nel posto giusto, mentre scambiamo le prime parole proprio nel cortile di un palazzo di ringhiera dentro al quale si aprono le porte di svariati appartamenti e insieme quelle del teatro. 

Ad attenderci ci sono Jovana Malinarić, dramaturg e ricercatrice e Simone Corso, autore e regista. Tra le tante altre belle cose che fanno, Jovana e Simone sono direttorə di Outis – Centro Nazionale di Drammaturgia Contemporanea e co-fondatorə di also.known.as centro di ricerca artistica, realtà attraverso la quale coniugano gli strumenti della pratica performativa e drammaturgica con quelli də dramaturg. Ma cos’è unə dramaturg, questa parola sempre più diffusa ma di difficile definizione? O meglio, come ci insegnano subito a chiederci: cosa fa – e non fa – unə dramaturg? Qual è la funzione di unə drammaturgə e quella di unə dramaturg oggi? 
Come sempre, per andare avanti bisogna prima ripiegare di qualche passo indietro. 

Giorno uno: arriviamo, ci riscaldiamo, esploriamo lo spazio e, per prima cosa, ritorniamo alle origini etimologiche della parola. Dramma – azione – ed ergon – lavoro, la drammaturgia è quella cosa che collega la parola all’azione, spesso sovrapponendosi, confondendosi, sostituendosi l’una con l’altra. È ciò da cui passano forme e contenuti, sono le regole e i codici del gioco scenico. La drammaturgia però, non è per forza la struttura di base di uno spettacolo, e neppure l’unico punto di partenza, ci viene ribadito. Cerchiamo quindi di trovare nuove parole per descriverla, qualcosa che vada al di là del testocentrismo, una visione ormai superata che considera il testo come l’elemento centrale e superiore della rappresentazione teatrale. Ci chiediamo: cos’è per noi, per la nostra pratica personale, la drammaturgia, o anche: chi è per noi la drammaturgia

Viene fuori che la drammaturgia può essere pensata come un’archeologa, che scava per ritrovare cose antiche, che cerca di trovare testimonianze tra gli scarti, oppure una sarta, che cuce vestiti su misura, o anche un fisico teorico, che trova qualcosa passando innanzitutto dalla sua confutazione. Viene fuori anche che per qualcunə sono persone in carne ed ossa: lo studio instancabile di Leonardo da Vinci, l’odore di viscere sulla scena di Sarah Kane, o anche ‘una di quelle di persone a cui si legge in faccia quello pensa senza che dica nulla’. 

Se esiste una drammaturgia delle parole, è sempre più vero che una ricerca artistica può essere sostenuta da altre scritture che non riguardano solo il testo. Dove la parola non arriva, interviene la luce, l’immagine, il suono e così via, ciascuno con la sua drammaturgia. Concordiamo in conclusione che è quasi più semplice dire cosa non è drammaturgia. Che cosa significa quindi sostenere drammaturgicamente un lavoro che non per forza ha una drammaturgia? Per rispondere, Jovana e Simone si fermano per farci riflettere su alcune abitudini da scardinare, come quella di pensare a questo lavoro come a una pratica solitaria: la drammaturgia è invece relazionale, è sempre qualcosa che accade insieme a qualcunə, un patto che lega almeno tre poli: autorə, la scena e il pubblico. Sento che hanno toccato un punto delicato, un nervo scoperto del lavoro di scrittura. Annuisco e mentre lo faccio mi accorgo che anche lə altrə partecipanti lo stanno facendo. Come si raccontano gli altri? Come mi racconto io? 

Concordiamo sul fatto che la drammaturgia oggi ci piace di più quando riesce a porre domande più che confermare certezze. È proprio questo, ci dicono Jovana e Simone, anche il primo grande compito də dramaturg: fare domande che aiutino ad aprire la ricerca, a portarla avanti, ad approfondirla. E allora Jovana e Simone ci fanno fare un esercizio apparentemente semplice, ma che ci mette alla prova: divisi in piccoli gruppi, leggiamo alcuni frammenti di un testo che abbiamo preparato. A turno possiamo commentare, ma rispondendoci solo con domande, questa è la regola. Il primo giro è lento, lentissimo. Per sapere domandare bisogna saper ascoltare. Prendiamo del tempo per capire come portare avanti una conversazione senza poter affermare niente. Che colore ha il tuo ricordo più bello? Mi viene chiesto ad un certo punto. Sorrido. Che odore ha la tua prima parola? Rispondo. Jovana e Simone ci insegnano a fare domande che possano nutrire, e non arrestare, il processo. Ci invitano anche a perdere il controllo della conversazione, a stare nella frustrazione e a rendere manifeste le fragilità. 

Il/la dramaturg deve infatti saper prendere la responsabilità di domandare, ma anche avere l’abilità di rispondere a quello che viene da fuori. Così potrebbe essere descritto anche il rapporto che dovrebbe avere un percorso artistico o uno spazio teatrale con ciò che gli sta intorno, con la città e con chi la vive. Se la drammaturgia è – anche – dare una forma alle azioni, tanto all’interno dei processi creativi quanto nel contesto a cui sono destinati, allora unə dramaturg attentə dovrebbe chiedersi che cosa può fare oggi un teatro per la città? E che cosa può fare la città per il teatro? Come si declina oggi la funzione pubblica del teatro? Non è facile saper ascoltare, ci dicono Jovana e Simone, le contro-proposte che provengono da fuori: spesso scoperchiano i problemi o mostrano le debolezze delle proposte artistiche. Questo è anche una delle prime cose che ho imparato nel mio lavoro da etnografa urbana: per capire una città, bisogna capire i quartieri, e per capire i quartieri bisogna stare con lə abitanti. L’occhio etnografico deve imparare a fare i conti con i tempi lenti del campo e, insieme, con gli scatti spesso repentini della storia. È necessario saper osservare e partecipare alla quotidianità della vita di quartiere per capire i perché reciproci e trovare il buon equilibrio tra la giusta domanda e la buona proposta. 

Secondo giorno: al mio arrivo saluto Bruto, il gatto del palazzo, che entra ed esce dal teatro completamente a suo agio. Mentre ci riscaldiamo, Bruto annusa le nostre scarpe lasciate al lato della sala e si stende nell’unico raggio di sole che entra dal cortile. 

Oggi ci esercitiamo a dare (e ricevere) suggerimenti, domande, feedback, a distinguerli dal dare (e ricevere) direzioni sbagliate o distrazioni. Abbiamo due minuti per presentare un progetto e porre due domande alle quali vogliamo che il gruppo risponda. Il gruppo ha dieci minuti per evidenziare quello che funziona, indicare quello che non ha trovato ma che si aspetterebbe di riscontrare, e condividere sensazioni, consigli o riferimenti teorici o artistici che la proposta ha ricordato.

In questo cerchio i pensieri viaggiano dallə unə allə altrə, e l’idea tutto a un tratto sembra diventare concreta. Dramaturg è infatti soprattutto un lavoro di collaborazione e di comunicazione, può essere pensato come unə partner di conversazione e, insieme, come una rete di protezione. Assiste ascoltando, e poi lavorando sulla coerenza, testando la struttura del lavoro. Per fare ciò però, ci dicono Jovana e Simone, lə dramaturg deve aiutare anche a perdersi, sostenendo l’artista a fare un giro più lungo, incoraggiando ad avere il coraggio di scoprirsi ignoranti, di avere dei dubbi, di sbagliare. Questo, insistono, è quello che ci permette di essere liberə. È possibile assistere il processo di un prodotto che eviti la sua mercificazione?

Terzo giorno: è l’ultima mattina e oggi usciamo dal teatro per andare nella città. Non passeggiando senza meta come avrebbe fatto il flâneur di Benjamin, ma, divisi in gruppi, ci fermiamo ad osservare tre spazi completamente diversi: una piazza, un supermercato, un parco giochi. Attraversiamo i tre luoghi con alcuni obiettivi: prendere nota di quali azioni, quali linguaggi sono al lavoro nello spazio, quali sensi ci stanno parlando, facendo attenzione a chi c’è, a chi e per chi si rivolgono le azioni, e infine provando a riflettere su chi non c’è. Eccoli apparire, un sacco di fantasmi, non quelli dei film horror, piuttosto le tracce di quello che non c’è e potrebbe esserci o di quello che c’è e che non dovrebbe esserci. Ci accorgiamo di quante cose diamo per scontate e di come spesso non le vediamo nemmeno. Quanto è codificato lo spazio? E quanto lo è l’azione drammaturgica? 

Jovana e Simone ci ricordano da dove eravamo partitə: la drammaturgia è il lavoro sulle azioni che hanno ‘azioni’ nello spazio pubblico. E anche di come la polis nella Grecia antica non si riduceva solo nella città concreta, fatta di strutture e infrastrutture, ma il concetto contemplava la comunità di abitanti per indicare quel luogo che permetteva al discorso, alla parola, e alle decisioni di essere prese e codificate proprio mentre diventavano pubbliche. Allora è forse importante pensare che l’azione drammaturgia è anche uno degli spazi di presa di parola possibile, e questo spazio oggi va difeso. E se tra drammaturgia, teatro e città può crearsi lo spazio per un dialogo pubblico, è proprio qui che lə dramaturg può e deve mediare, nel suo posizionarsi tra idea e testo, tra testo e scena, tra scena e pubblico, e proteggere questo dialogo fondamentale anche e soprattutto in caso fragilità e conflitti.

E se immaginassimo un dialogo come una danza? Ci chiedono Jovana e Simone. Mi fermo a pensare, e mi fa sorridere e insieme mi convince l’idea di piroettare tra direttorə artisticə, autistə di autobus, abbonatə con la pelliccia o anche trapper di periferia, criticə teatrali.A Trastevere, a inizio autunno, il sole tramonta non più troppo tardi tra le fessure dei palazzi e colora pareti, piazze, panchine e tavolini con i suoi toni di un intenso rosso violaceo. Con tutte queste parole che sono rotolate nella sala a passo di tango – di cumbia, di valzer, di pizzica a seconda delle preferenze – è triste salutarci. Ma prima di farlo, Jovana e Simone ci chiedono di scrivere su un post-it una parola da collegare alla nostra pratica drammaturgica. Una, o più di una, è la consegna. Tre, quattro, penso io. I foglietti iniziano ad accumularsi al centro dello spazio teatrale. Filtro, scalpello, rete, vuoto, impazzire. E a mano a mano si spargono nel resto della sala, sulle pareti, negli angoli, sugli spalti della platea. Rito, atto di fiducia, amore, dolore, piombo. Cominciano a coprire anche gli oggetti, i nostri zaini, le scarpe lasciate all’ingresso. Ricerca, croccante, odiosa piccola stronza. E via via i post-it rivestono anche tutte lə compagnə, fino a coprire qualsiasi cosa. È forse proprio questa la definizione drammaturgia? mi chiedo. Forse è proprio così.

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Laura Raccanelli è antropologa e autrice, nel 2025 conclude un percorso dottorale in Antropologia Urbana all’Università di Milano-Bicocca dedicato all’etnografia del quartiere di periferia Corvetto di Milano. Si forma come sceneggiatrice all’Alta Formazione di Fondazione Fare Cinema e come drammaturga al Corso di Alta Formazione in Drammaturgia di ERT – Emilia-Romagna Teatro. Ha pubblicato articoli accademici e divulgativi su diverse riviste nazionali e internazionali. La sua scrittura attraversa cinema, teatro, danza e ricerca sociale. Oggi vive e lavora tra Milano e la Francia come autrice e come dramaturg. 

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