Articolo a cura di Nina Ambrosi
Il respiro del flauto accompagna l’ingresso e l’uscita delle due donne, che, primordiali, lasciano tracce della loro presenza sulla scena. Il suono continua anche quando non le vediamo più, eco di un luogo che sembra trovarsi altrove. Sista Bramini e Sara Galassini bastano a se stesse: una racconta, l’altra suona, e insieme accendono l’immaginazione in Un mare di giada.
Lo spettacolo nasce da una poetica che Bramini coltiva da decenni con la compagnia O Thiasos TeatroNatura, dove il corpo si lascia trasformare dall’ambiente e restituisce voce, postura e presenza. Un corpo in ascolto del luogo e degli spettatori, che non grida ma vibra. In Un mare di giada, la ricerca si spinge nel teatro di narrazione, esplorando gli spazi chiusi del Teatro Basilica di Roma. Il soggetto da cui nasce lo spettacolo – Come Wang-Fô fu salvato di Marguerite Yourcenar – è una parabola sul ruolo attribuito all’arte: che cosa ci aspettiamo da essa? E cosa succede quando le nostre aspettative vengono disattese?
Wang-Fô, capace di immagini così vive a tal punto da far sembrare che i suoi cavalli escano dai quadri, viene accusato dall’imperatore di averlo ingannato, poiché il mondo, fuori dal palazzo, non è come quello dipinto dal pittore. Prima di condannarlo a morte, però, l’imperatore gli chiede di completare un ultimo quadro: un paesaggio marino ancora incompiuto. E dipingendo una barca in quel mare di giada, Wang-Fô vi sale a bordo e fugge, lasciando la corte sommersa dalle proprie illusioni.
La scenografia ridotta, le luci essenziali, il paesaggio – evocato più che mostrato – lasciano alla narrazione il compito di sorreggere l’intero spettacolo. Le quattro pareti della sala filtrano il respiro dell’opera, lasciando solo echi del mondo naturale da cui il lavoro nasce, nei sentieri del Parco Naturale di Porto Selvaggio. Il risultato è un ambiente sonoro plasmato dalla voce di Bramini e dagli strumenti di Galassini: catartico, calibrato, preciso. Ma si percepisce anche la tensione tra il paesaggio reale e quello evocato, un invito discreto a immaginare oltre la scena, dove, però, il paesaggio resta sospeso, suggerito più che vissuto.
La novella è perfetta per la poetica di Bramini, che da sempre usa l’arte come lente ecologica, un modo per riconciliarci con la realtà, lontani da un antropocentrismo che tende a castrare il legame con l’ambiente. Infatti, tutto è calibrato: la voce scava, gli strumenti musicali disegnano spazi sonori, i gesti minimi sono pieni di senso. Nulla è gratuito. Eppure, resta un senso di sospensione. Le immagini, la musica, la narrazione scorrono con potenza, ma la sala non restituisce la libertà del paesaggio naturale. Il vento, gli alberi, l’orizzonte – tutto ciò che nutre la poetica di Bramini – qui diventa evocazione, desiderio, promessa non del tutto mantenuta. La barca che salpa, portando Wang-Fô con sé e lasciando l’imperatore sommerso nel proprio sogno, è bellissima e malinconica, ma lascia lo spettatore a interrogarsi: quanto può vivere la forza di questa poetica senza il contatto diretto con l’ambiente in cui nasce?

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