Saper uccidere i padri conoscendo i propri fratelli: le voci della nuova generazione teatrale

Gen 11, 2022

Se si prova a riflettere sulla differenza che il concetto di contaminazione assume nella sfera scientifica rispetto a quella artistica, ci si scontra con un fondamentale paradosso: nell’universo delle scienze, infatti, tutto ciò che è contaminato è, quasi sempre fonte di pericolo e intorbidimento. Nelle arti, invece, questo pericolo si trasforma in una risorsa preziosa.

Il Festival Contaminazioni, completamente autogestito dagli allievi dell’Accademia D’Arte Drammatica Silvio D’Amico, che si è svolto dal 3 al 7 gennaio al Teatro India di Roma, ha portato in scena questo rischio. Un’edizione insolita, esposta al rischio più che mai, e volutamente lasciata a briglie sciolte, senza un tema portante.

Sono stati giorni di investigazione, cercando di tessere dei fili, scovare temi e ascoltare voci, provando a raccogliere le esigenze e le istanze delle generazioni che si stanno formando oggi, in un panorama in cui la il distacco e la lontananza imposta sono protagonisti crudeli, ma pedagogici.

Le modalità espressive di questi nuovi attanti della scena sono dominate da energie polari, che trovano la loro forza in un campo di invisibile tensione, come quello fra due calamite di segno opposto: inesorabilmente tesi verso la costruzione del loro futuro, fieri però di non voler staccare la presa dall’eredità portante dei padri. Abbiamo cercato di raccogliere queste suggestioni liquide attraverso una tavola rotonda prolungatasi lungo tutta la durata del festival, in cui hanno prestato la loro angolazione regist, attori e drammaturghi che parlano al nuovo millennio da figli legittimi.

Si ringraziano Enrico Torzillo (allievo regista dell’accademia e direttore del comitato del Festival Contaminazioni), Maria Vittoria Perillo (allieva attrice), Davide Fasano (allievo attore) e Francesca Rossi (drammaturga), per il loro contributo.

In questi giorni di festival si sono susseguiti 15 spettacoli, variegati per quanto riguarda i temi e il linguaggio. Cercando un filo rosso ho individuato una tendenza e attenzione particolare a cercare di definire come l’aspettativa esterna condizioni l’universo interiore. Credi che sia un tema che tocchi la drammaturgia della nuova generazione? Quali sono gli altri temi che senti come ricorrenti e urgenti?

Francesca Rossi : In generale credo che la nostra generazione teatrale, e non solo, stia diventando sempre più consapevole della questione della normatività, ovvero di una serie di regole che indirizzano e codificano sempre di più il nostro agire ed essere nel mondo. Una serie di norme che si esprimono sotto forma di aspettative appunto, che imbrigliano il nostro desiderio e immaginario. Credo infatti che liberare l’immaginario sia una delle più grandi sfide della nostra generazione, il personaggio del testo che ho portato al Festival Contaminazioni (Dopo la Bora n.d.r.) è una delle ultime pazienti dei manicomi, prima che venissero chiusi nel ’78, sicuramente si trova fuori da questo sistema di norme, eppure in tutta questa follia riesce ad essere perfettamente consapevole della sua alterità. Quindi sì, sicuramente lo considero un tema centrale. Un altro macro-tema è sicuramente quello della decentralizzazione, della ricerca di un’alternativa, scendere dal piedistallo del bianco/benestante neuro-tipico e cercare di abitare altre centralità, altri spazi.

Enrico Torzillo: Stavo pensando al fatto che, rispetto agli altri anni del festival, abbiamo proprio deciso di non scegliere una tematica, un filo rosso, personalmente penso sia giusto, perché con la difficoltà del momento, di cui ha risentito molto anche la formazione, sia importante dare modo di non soffermarsi sui temi che tornano ossessivamente in questi giorni a livello tematico. Creare un’isola felice in cui si parla anche di altro. Penso che in generale nel processo artistico tutto sia utile a chi parla per parlare a sé stessi, poi c’è da dire che ci sono molti spettacoli che parlano di morte, c’è l’esigenza di parlare della morte, di esorcizzare, estremizzare.

La seconda questione riguarda il rapporto con i padri, i talk del festival hanno avuto al centro Gabriele Lavia e Alessandro Serra, due maestri e padri del teatro contemporaneo, opposti e complementari. Vorrei dunque sapere qual è il rapporto di questa nuova voce teatrale con i padri. Come dice Freud, ad un certo punto bisogna sempre uccidere i padri, sembra però che la nostra generazione fatichi a farlo. Sei d’accordo o, se no, come credi che la nostra generazione stia provando a uccidere i padri?

E.T: Sicuramente i padri vanno uccisi, però un buon assassino conosce molto bene la vittima, un assassino che uccide senza conoscere non è un buon assassino. Personalmente penso che questo dialogo/scontro/incontro fra maestri e allievi sia stato un elemento fondamentale e bello di questo Festival, proprio perché siamo tornati a ragionare sul passato con entrambi. Personalmente penso sia una grande mancanza del nostro presente teatrale, il non ragionare sul passato, nonostante si abbia un’assoluta voglia di ucciderlo. In generale che il teatro sia un lavoro che si basa tanto sull’artigianato e il progresso arricchisce perché somma, ambire a quello conoscendo i gradini precedenti è ciò che dovremmo fare, nonostante spesso ci insegnino a temere il passato come modello. Conoscerlo è fondamentale per ucciderlo, sapere cosa salvare, cosa lasciar andare, sempre se Freud ha ragione.

F.R: In generale non amo particolarmente parlare di padri, ma sicuramente la nostra generazione fa del confronto/incontro/scontro con il passato un elemento fondante della loro poetica, quello che trovo interessante della generazione teatrale contemporanea è che, questo confronto, non è necessariamente cercato nel passato non più solo con dei padri, ma anche con fratelli, sorelle e compagni che si possono incontrare nello spazio del pensiero e neanche unicamente provenienti dall’universo del teatro. Per citare una delle mie madri, che è una filosofa, Donna Haraway è importante quali pensieri usiamo per raccontare altri pensieri e quali storie usiamo per raccontare altre storie. 

Davide Fasano: Una cosa che mi fa sorridere, ma mi fa anche tristezza è sentire moltissimi colleghi attori giovani dire “no, questo non lo facciamo in scena, perché è antico, vecchio stampo”. La mia domanda è: cosa vuol dire vecchio stampo? Ma spesso si fatica a rispondere a questa domanda, quindi si dice vecchio senza conoscerlo realmente, e io non sono d’accordo con Freud, i padri non li ammazzo, devono restare lì, tanto noi saremmo comunque diversi.

padri
Ph. Manuela Giusto

Molti registi stanno esplorando recentemente il meccanismo dell’autorialità dell’attore, cosa attiva in voi questa scelta, in quanto nuova generazione di attori, e sentite che la vostra formazione stia lavorando anche sulla vostra autorialità?

E.T: Di base credo che lavorare sulla drammaturgia e sui testi serva davvero molto a registi e attori, perché lavorare sulla struttura drammaturgica è utile a trovare le azioni dei testi. Credo che il mestiere dell’attore sia nella bellezza di dare vita a qualcosa che è senza tempo, e credo che la tendenza all’autorialità a cui si tende nasca dalla paura di confrontarsi con il passato, per trovare la verità.

Maria Vittoria Perillo: Io penso che ci sia un grandissimo rischio, sia nel portare cose riguardanti il proprio mondo personale, sia recitare testi scritti da te: il rischio è di raccontare qualcosa di poco interessante, l’importante è partire dal particolare studiare il come renderlo universale, in questo i grandi testi ci tendono una mano perché noi potremmo trovare un grande testo universale in cui infilare una necessità piccola, il nostro microcosmo in un macrocosmo grande e glorioso.

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