In occasione della 61° Stagione al Teatro Greco di Siracusa, il regista canadese Robert Carsen completa il ciclo dei drammi sofoclei ispirati alla saga dei figli di Laio con Antigone. In scena Camilla Semino Favro (Antigone), Mersila Sokoli (Ismene), Paolo Mazzarelli (Creonte), Pasquale Di Filippo (guardia), Gabriele Rametta (Emone), Graziano Piazza (Tiresia), Dario Battaglia (messaggero), Ilaria Genatiempo (Euridice), Rosario Tedesco (capo coro), Elena Polic Greco e Maddalena Serratore (corifee).
Parola d’ordine della regia di Carsen nell’arco della messa in scena delle tre opere è senz’altro l’esperienza della continuità. Ce ne accorgiamo dai nomi della troupe e del cast con i quali consolida una collaborazione artistica iniziata nel 2022, così come dall’imponente scalinata che per la terza volta domina il palco del Teatro Greco.
Dal grigio smorto dei giorni di peste dell’Edipo re al verde dei boschi consacrati alle Eumenidi dell’Edipo a Colono, lo spettatore si confronta adesso con i fori da proiettile penetrati nei gradini, chiaro riferimento alla guerra fratricida tra Eteocle e Polinice appena consumata su cui si apre il dramma di Antigone. L’esposizione delle salme dei caduti, in un continuo via vai di sacche mortuarie portate in scena dai soldati superstiti, scandito dai rintocchi precisi di un tamburo, racconta con grande forza al pubblico l’indomani del conflitto.
Ed è il rito funebre a cui assistiamo e partecipiamo insieme che, tracciando una linea tra inclusi ed esclusi, innesca la prima tensione: un figlio di Edipo è compianto, onorato, sepolto, dell’altro si espone la carne al macero del tempo e delle bestie. L’editto di Creonte è impietoso ma condivisibile; d’altronde, come concedere sepoltura nella città di Tebe allo stesso uomo disposto a metterla a fuoco pur di assumerne il governo? E di contro, come potrebbe una sorella chinare il capo e acconsentire che il corpo di un fratello venga privato di un mucchio di terra e di quegli stessi onori funebri di cui gode l’altro che, pure, gli è nato e morto al fianco?
In questo senso, la tragedia è stata spesso interpretata come la dicotomia tra legge umana della polis e legge degli dei, con Antigone custode della seconda, mossa in scena da un istinto di cura femminile-materno. Una volta per tutte, andrebbe sottolineata l’inconsistenza di questa posizione. Nella sequenza che la conduce al sepolcro Antigone è infatti ritratta nell’atto di mostrare con chiarezza di non avere a cuore la legge, sacra agli dei, del rito di sepoltura in quanto tale, ma di averne interesse unicamente nei confronti del fratello: «Se si fosse trattato dei miei figli, se avessi visto il corpo del marito imputridire nella morte, non avrei affrontato questa lotta».
La motivazione che la anima è, pertanto, di altra natura: da un lato, su di lei agisce la morsa stringente di un legame di sangue non sostituibile (data la morte di Edipo e Giocasta), dall’altro, dà prova di comprendere la fallibilità della legge degli uomini e ne minaccia i fondamenti. Lo spessore del personaggio si precisa allora non nella pietà femminile (che la costringerebbe in una visione tipica del potere maschile) né tantomeno nella devozione alle leggi sacre agli dei, ma nella determinazione di una disobbedienza con cui una donna dimostra l’irriducibile distanza tra il Giusto e le leggi terrene.
Platone avrebbe gioco facile nel riconoscere in Creonte un predecessore del suo Trasimaco, mostrando come troppo spesso il principio di Giustizia venga confuso con «l’utile del più forte». Conserva allora una radicalità ancora maggiore il gesto di Antigone che, da donna, e in quanto donna esclusa dalla vita politica della città, ricorda ai governi d’ogni epoca che l’esercizio di potere o si manifesta come pratica di avvicinamento al Giusto o è mera manifestazione di sopruso e privilegio.
Di questo nucleo, materia vivissima e non consumata della tragedia, la rappresentazione di Carsen non sembra aver colto le intenzioni fino in fondo. La conseguenza più evidente – e a questo contribuisce l’interpretazione non sempre brillante della protagonista – è quasi uno spostamento del focus dal personaggio di Antigone a quello di Creonte. Di fatti, sembra in vero di assistere al dramma e allo sgretolamento della cocciutaggine cieca del nuovo tiranno di Tebe sotto gli attacchi della sorte, degli anziani, del figlio Emone, della moglie Euridice, di Tiresia.
Oltre la continuità degli elementi, l’essenzialità della messa in scena, dei costumi e della direzione d’attore si conferma come caratteristica decisamente apprezzabile comune alla trilogia, a ragion veduta considerando la tendenza all’accozzaglia propria di chi ha firmato negli ultimi anni le regie a Siracusa. Nel complesso, bilanciata e fruibile anche la linea di recitazione che, pur non riuscendo a valorizzare alcuni dei nodi del dramma sopra ripercorsi, si dimostra discreta per quasi tutti i personaggi.
Discorso a sé va fatto per il coro curato da Marco Berriel che, nonostante una buona gestione dei numeri e la qualità di alcuni intermezzi durante gli stasimi, rimane anche in questo caso un tentativo non percorso pienamente. È indubbio che oggi rappresenti una sfida quasi impossibile per i registi l’allestimento di un coro propriamente detto, capace di danza e canto, d’esser attore e spettatore in scena, traghettatore del pensiero della polis e del teatro, ma sarebbe opportuno, prima o poi, recuperarne la funzione nel suo luogo d’origine.
In ultimo è doveroso sottolineare che la trilogia sofoclea, che in occasione del debutto di Antigone è valsa al suo regista il premio “Eschilo d’oro” della Fondazione INDA, è stata rappresentata con il rispetto e la sensibilità artistica che il suo nome pretende, dall’attenzione minuziosa al testo alla capacità di richiamare all’ordine il peso ingombrante dell’io per lasciare che una delle storie più potenti mai scritte respiri.

Nato a Siracusa nell’ormai lontano1997. Si laurea in filosofia a Bologna per proseguire gli studi tra Milano e Parigi. La passione per scrivere e raccontare storie apre a collaborazioni con le testate giornalistiche online Frammenti Rivista, Palomar e Theatron 2.0. L’interesse per il teatro e il mondo classico lo deve interamente al meraviglioso teatro greco della sua città.















