Tra uno e centomila…C’è nessuno. Intervista a Gioacchino Cappelli

Giu 27, 2021

C'è nessuno

L’intervista con Gioacchino Cappelli inizia con la descrizione di un ambiente, come un set cinematografico. Il caldo torrido di Catania, l’aria del mare, i balconi chiusi che non lasciano passare la luce. “Casa di Dracula”, la definisce così,  lui che è l’autore, il regista e uno dei tre interpreti – insieme con Salvatore Tornitore e Sebastiano Sicurezza – di C’è nessuno.

Presentato al Centro di culture contemporanee Zo di Catania, lo spettacolo, prodotto dalla Mandara Ke Teatro con il contributo della S.I.A.E. all’interno del bando “ Per chi chi crea”, ha suscitato interesse tra i giovani e gli adulti che hanno potuto vedere in quale mondo agiscono e vivono i loro ragazzi. Una realtà che spesso sfugge alla comprensione di genitori ed insegnanti e che è emersa anche per il costretto isolamento determinato dalla pandemia.

Gioacchino Cappelli è figlio d’arte, di Marcello e Lucia Sardo. Si è trovato nella direzione del Teatro incontrandolo per la prima volta a un anno. Sua madre gli ripeteva spesso: «Un francese che vive in Italia parlerà sempre il francese. Tu sei nato a Teatro, la lingua la conosci, non hai bisogno di impararla».

Cappelli ha anche aggiunto: «Io sono sempre stato dietro ai miei genitori. Ho iniziato da piccolo, a sei anni, sul camioncino, con il teatro di strada. Facevo la pubblicità degli spettacoli serali e suonavo il tamburello. L’attività era iniziata ancora prima che io nascessi. I miei primi lavori in assoluto sono stati televisivi. Per quanto riguarda la drammaturgia questa è la prima volta che io tocco con mano la scrittura teatrale e sono stato affiancato in questa esperienza da una drammaturga, Elena Grimaldi, siciliana di Messina che ha studiato all’Accademia Silvio D’Amico di Roma».

Come è nato C’è nessuno, qual è stato il processo creativo e di realizzazione dello spettacolo?

C’è nessuno ha avuto origine cinque anni fa, un progetto concepito come una critica sociale mossa nei confronti dei social network. Contro quella che abbiamo chiamato la “nuova socialità”, la quale spinge sempre di più a rinchiuderci nell’immagine di un profilo, dell’avatar come essere reale, come una rappresentazione del sé e non come effettivamente siamo.

Lo spettacolo all’inizio era nato dall’idea di svelare l’inquietudine che c’era dietro la felicità di condividere ogni cosa. Dopodiché sono trascorsi degli anni, ho vissuto un’esperienza di reclusione, durata un anno, durante la quale ho fatto amicizia, ho legato con un ragazzo di Mantova che era diventato il mio migliore amico. Per uno scherzo del destino lui era uno che odiava i social: per un anno non l’ho mai visto, non ho mai saputo che faccia avesse perché non aveva Facebook, non aveva Instagram non ci siamo mandati una foto, parlavamo soltanto.

Al termine di questa esperienza, ho realizzato di voler cambiare il progetto. C’è nessuno racconta di due ragazzi che vivono in città diverse, diventano amici, ma non si conoscono. Il titolo è rimasto, suggerisce che c’è la condivisione ma c’è anche tanta solitudine. In scena ci sono dunque due ragazzi vicini emotivamente, ma contemporaneamente lontani perché sono in due stanze diverse. Successivamente lo spettacolo ha avuto un’altra trasformazione perché all’inizio volevo parlare soltanto del mondo dei videogiochi e della classe sociale dei giocatori. Con la pandemia siamo diventati tutti videogiocatori e almeno ci siamo dovuti confrontare con la realtà del computer, chi più chi meno. Durante il lockdown ho riscritto la drammaturgia perché nel frattempo era cambiato il mondo attorno a noi e dunque il testo si basa su una mia condizione reale.

Quali cambiamenti ci sono stati nella drammaturgia, nell’allestimento dello spettacolo e cosa li ha resi necessari?

La regia è molto complessa, non ho voluto adottare un livello che influisse sugli attori. I testi sono stati scritti durante fasi di improvvisazione in sala basati su argomenti legati allo spettacolo, all’idea di drammaturgia. Generalmente io prima scrivo il soggetto, poi andiamo in sala con gli attori e la drammaturga, presentiamo dei temi di improvvisazione, registriamo tutto, estrapoliamo e uniamo tra loro i materiali emersi durante le improvvisazioni e creiamo così le scene.

La regia è molto unita alla drammaturgia ed è sempre stata in continua evoluzione. Il lavoro registico che oggi c’è nello spettacolo è stato realizzato praticamente negli ultimi sette giorni prima di andare in scena, si tratta di rifiniture. Per me l’attore è il regista di sé stesso e il drammaturgo è il creatore di tutto quello che contribuisce a definire il sapore dei personaggi, dei monologhi e dei dialoghi.

La scenografia non è cambiata, consiste in tre pannelli bianchi che formano una stanza, un ambiente chiuso tutto il resto consiste in contributi digitali che esplorano e disegnano immagini: dalla stanza ai videogiochi, all’universo. Giochiamo con materiali reali, con proiezioni e con le luci.

Nella locandina c’è una visiera da realtà virtuale con lo slogan Born to kill. Cosa c’è dietro la scelta di quella frase/citazione?

Quando spiego alle persone chi è un videogiocatore, un ragazzo che trascorre quattordici ore davanti a un videogioco, mi piace fare un parallelismo con la guerra, con lo stare “in trincea”. Ho conosciuto un ragazzo che faceva il tiratore, il cecchino, mi ha raccontato che rimaneva fino a sedici ore fermo, immobile. Doveva usare addirittura il catetere, perché non si poteva spostare, non doveva farsi vedere.

Una cosa molto simile può succedere a un ragazzino di 16 anni davanti al computer, in un gioco di guerra, quando spende quattordici ore senza espletare i suoi bisogni fisiologici. I nostri occhi lavorano grazie al nostro cervello; attraverso l’intelligenza filtriamo ciò che è vero e lo separiamo da ciò che non lo è, anche se rimane sempre una percentuale di incoscienza del nostro cervello, un residuo di subcoscienza.
Un ragazzino che trascorre mezza giornata a giocare, sa benissimo cosa significa fare la guerra, riesce a immagazzinare e a capire anche l’angoscia di che cosa vuole dire essere soldati. 

Durante lo spettacolo e faccio un parallelismo con Moloch di Metropolis, in particolare la scena in cui gli operai vengono fatti entrare nella bocca del Moloch scortati dai soldati e accompagnati dagli uomini con le fruste. Anche noi entriamo dentro quella macchina, per nostra volontà. Come giocatori, come soldati, come nuova classe sociale che si va a immolare per la ricerca, per il “nuovo che avanza”, per il futuro. 

Ho voluto creare questo parallelismo tra giocatore e soldato, tra lo stare da soli in una stanza e andare in guerra. Volevo addirittura inserire la lettera di un militare, letta da uno dei due ragazzi davanti al computer, che recitava: «Mamma mi manchi. Non ti vedo da una settimana, sono qui chiuso al buio, sento solo le bombe».
Una situazione che potrebbe vivere un ragazzino giocando al computer, ma anche ognuno di noi che siamo diventati i nuovi soldati del potere. Ho messo in una copertina questa frase: «In guerra non per gioco, in trincea non davvero». Una suggestione ripresa da Full Metal Jacket. Nati per uccidere è come ci si sente quando si inizia a giocare e si è pronti a tutto.

Emerge il tema della solitudine che è una condizione che riguarda tutti, giovani, adulti, anziani. Attraverso la tecnologia, durante la pandemia, ritieni che sia stato possibile trovare un rifugio, sperimentare un’alternativa con la tecnologia alla solitudine fisica oppure pensi che sia aumentato maggiormente il disagio le problematiche psicologiche che erano preesistenti?

Sono sicuro che se oggi, a causa del Coronavirus, siamo arrivati a vivere tutto quello che abbiamo vissuto è perché già eravamo pronti. Non avrebbero chiuso se non ci fosse stata la presenza e l’influenza del computer che ci ha permesso di continuare a lavorare, di andare a scuola, di allenarci da casa.

Secondo me questo nuovo utilizzo della tecnologia non è stato dettato dal virus, ma semplicemente era già esistente. È molto difficile che la tecnologia possa risolverci delle cose, più che altro penso che ci avviciniamo sempre di più a dimenticare i luoghi della nostra città. Questo è quello che più mi spaventa di più: ritornare nei luoghi della mia infanzia che erano pieni di ragazzi e vederli vuoti adesso. Era già un processo che si stava avviando inevitabilmente prima della pandemia, adesso penso che abbia subito solo un’accelerazione
Per quanto riguarda il mio gruppo di lavoro, rilevo che la tecnologia ha evitato un ulteriore ritardo di un anno circa, in quanto un attore stava a Milano e un altro non abitava a Catania. Per parlarci e per lavorare abbiamo usato Skype, via internet abbiamo creato il nostro spettacolo. Il problema non è internet, ma è come la società sta affrontando questo cambiamento.

Un ragazzino italiano che usa a internet vede un mondo che è molto distante e diverso. La cosa che più mi preoccupa è che da noi non esistono quei ponti che fanno tornare alla realtà. Un appassionato di videogiochi in Inghilterra, per esempio, potrà, prima o poi, avvicinarsi alle case produttrici e potrà provare a lavorarci. In Italia non esistono realtà che utilizzano i videogiochi anche come lavoro. A differenza di altri stati c’è invece un gap, una distanza tra il mondo reale e quello virtuale, si percepisce molto di più. Secondo me dovremmo lavorare su questo, dovremmo creare un ponte per il mondo virtuale non il contrario.  

La casa è la rappresentazione, la proiezione del sé in psicoanalisi. Come abita questo spazio, ridotto in una camera, un ragazzo medio del post pandemia?

Molti mi hanno chiesto come far uscire i ragazzi dalle loro stanze. Io ho risposto che l’unica cosa da fare è entrare nelle loro camere. Se questi ragazzi si chiudono dentro, il motivo è che non sono ascoltati. Tirarli fuori dal loro guscio di protezione non li aiuta. Bisogna entrare là dentro e capire. Bisogna allargare lo spazio partendo da loro, non partendo da noi. Il mondo sta diventando sempre più piccolo: dalla stanza allo schermo, al cellulare. A un certo punto ci si dimentica addirittura della camera come ambiente, è solo il computer che non si deve bloccare, bisogna fare le pulizie di memoria, deve essere efficiente, funzionante, abitabile.

La prima idea del mio spettacolo voleva essere una denuncia: i bambini che non frequentano più i parchi, i ragazzini che non vanno a prendersi la birra di nascosto dai genitori. Noi parliamo tanto del futuro quanto del passato perché sono due dimensioni che non devono mai essere viste separatamente. Sembra che viviamo in questa condizione tecnologica da un’infinità di tempo, però non è così. È da meno di venti anni. Quaranta, cinquanta anni fa esisteva un altro mondo, un’altra realtà. 
Uno dei due personaggi nel mio spettacolo dice palesemente che non vuole crescere. Andare avanti è una paura, non lo galvanizza. Al contrario lui trova tutti i motivi per non uscire di casa. Una delle frasi dello spettacolo ripetuta più volte è: «Se là fuori è un’illusione, tanto vale crearsi la propria realtà».

Per ritornare al discorso dei ponti con la realtà io mi chiedo: dov’è il lavoro? Che scuole hanno i ragazzi? A me la scuola ha creato tutti gli scompensi di cui parlo nello spettacolo. Qual è il vero problema? La punta dell’iceberg o la parte di esso che non è emersa? Qual è il problema, un gesto estremo o il fatto che chi lo compie è uno che è socialmente escluso? Siamo nell’era dell’avatar, di quello che appare, però ci dimentichiamo sempre ciò che c’è dietro un’azione, un simbolo, una parola, un silenzio. I ragazzi fanno tanto rumore con i loro silenzi, quando si chiudono in camera e sembra che noi non li vogliamo ascoltare quando diamo la colpa alla pandemia, ai videogiochi, a tempo che non siamo riusciti a dedicare loro.

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