Se il corpo è la superficie più esposta alle ferite, cosa rivela quando è spinto verso condizioni estreme? Se fosse proprio il corpo, prima ancora dei dati scientifici e delle immagini, a farsi racconto diretto della crisi del nostro tempo?
To my skin apre la scena con Ginevra Conte e Leopoldo Guadagno: chignon bassi, tute color ghiaccio, espressione attonita. Col respiro spezzato, si muovono agli antipodi, trasportati dai suoni dei violini, ingabbiati in un movimento misurato. Questo – prima – lascia spazio all’articolazione del pavimento pelvico e a brevi momenti di contact senza però mai esplodere, manifestazione dell’irreversibile trasformazione provocata dall’esposizione prolungata al gelo. Momenti di sospensione tra stasi e silenzio rappresentano – dopo – corpi compromessi, quasi in apnea al suolo, l’uno sull’altro. Inermi di fronte a un ritorno ormai precluso, si trovano in una condizione irreversibile in cui l’unica possibilità di regressione si compie nel passaggio dal gelo al calore.
Così l’ambiente diviene palpabilmente torrido, mentre la scena è progressivamente ceduta a Manuela Facelgi, Nicolas Grimaldi Capitello, Marta Ledman, Francesco Russo e Antonio Tello. I loro corpi – vestiti con abiti velati tutti diversi dalle tonalità neutre – si trascinano al suolo fino a muoversi più agilmente nello spazio. Toccano slanci tonali ed espressivi attraverso ensemble e movimenti a canone, con passaggi di forza, di scattante e improvvisa agilità: non si tratta di energia ma di calore che consuma. I performer oscillano, assumono il controllo e immediatamente lo perdono, la danza è tesa in un continuum di affanni, di scosse.
Il corpo cerca rinfresco e riparo, prova a resistere – come durante le diagonali con le braccia a candelabro e i pugni ben stretti – in un gesto che sembra sfidare la crisi stessa, nello stesso atto di forza con cui i danzatori si uniscono e osservano il deterioramento della Terra, trasformando la performance in una tangibile allegoria di resistenza e vulnerabilità.
Eleonora Greco fa la sua comparsa al centro del palco lasciando una traccia precisa: rompendo “il sole in cartapesta” e generando stupore dichiara di riconsiderare l’essenziale: «abbiamo bisogno di molto meno di quanto prendiamo».
La forza del dittico – Before/After di Mauro de Candia e Ardor di Antonio Ruz – risiede nel rifiuto di una contrapposizione semplicistica. To my skin costruisce la propria drammaturgia, articolata pertanto in un dittico coreografico che oppone, e al contempo intreccia, temperature, movimenti, sensazioni. Gelo e calore sono qui presentati come diverse manifestazioni di uno stesso grave squilibrio. Entrambe le sequenze coreografiche trattano di un adattamento forzato, di sistemi messi alla prova da situazioni limite e di un appello sotteso che richiede ascolto.
Indagando il corpo come misura della crisi, il titolo stesso suggerisce la chiave di lettura della rappresentazione: la pelle è il confine permeabile, il sottile strato tra protezione e ferita, la superficie di contatto tra interno ed esterno, individuo e ambiente.
La scelta, rischiosa, di evitare una narrazione lineare o simboli espliciti consente allo spettatore di entrare in relazione con il tema attraverso un’esperienza sensoriale diretta, spesso perturbante. Significativo, in questo senso, l’uso della voce fuori campo di Simona De Leo che recita e traduce l’attivismo poetico di Andrea Gibson, finalizzato a incorniciare e arricchire il lavoro coreografico senza sovrastarlo. Il testo infatti non traduce il movimento: lo accompagna, donando alla performance un’essenziale risonanza etica. Anche le scelte sonore – da Julia Wolfe a Aire – contribuiscono alla riuscita organizzazione di una vibrante atmosfera emotiva, in cui la musica diventa indicatore per orientare lo sguardo dello spettatore. La scenografia è essenziale, si arricchisce tramite la gravità degli ensemble. La grande sfera al centro, sospesa e agganciata a un filo sin dall’incipit, è unico imponente decoro e funge indubbiamente da fulcro tematico. Il palco, spoglio di oggetti e mutevole tramite l’alternanza di luci fredde/calde, costringe a concentrarsi sulla materia corporea, sulla fatica del gesto. È in questa insidiosa volontà espositiva che il dittico determina la propria efficacia.
Proseguendo la stagione Dance&Performance del Teatro Bellini di Napoli a cura di Emma Cianchi e Manuela Barbato, To my skin trova un punto di contatto con lavori come Cry Violet del duo Panzetti-Ticconi, in cui il corpo dimostra di essere un dispositivo estremamente sensibile, attraversato da forze invisibili e costretto a misurare la propria resistenza, mostrando il greenwashing che circonda l’orizzonte presente, richiamando la pietas nel tentativo di un imminente riparo.
Allo stesso modo, progetti internazionali come Embodying Climate Change della compagnia statunitense ODC/DANCE, insieme alle creazioni della visionaria Artichoke Dance Company, traducono questi fenomeni di portata universale tramite il movimento. Anche Rimaye di AZIONIfuoriPOSTO rappresenta il progressivo scioglimento dei ghiacciai alpini in linguaggio coreografico, amplificando i motivi gestuali tramite una ricerca sul campo e attraverso una stretta relazione con il paesaggio reale. La presenza della bambina, che si orienta con maturità sulla scena, diviene tenero emblema di un richiamo che non si può più ignorare, donando al pubblico un messaggio dalla potenza emotiva intensa e immediata. Sempre più frequenti e numerose, le pratiche coreografiche volte a indagare la crisi climatica rendono dunque la danza uno strumento di testimonianza e di riflessione imprescindibile.
La compagnia Cornelia Dance Company, con il supporto del Teatro Area Nord, opera qui una sottrazione poetica volta a scandire il proprio lavoro: Ruz e Candia privano la pièce di meri didascalismi, lasciando che la fragilità e i cedimenti fisici emergano come metafora viva della crisi. La performance si colloca in una linea internazionale di ricerca, mostrando come l’atto coreutico possa rivelare l’urgenza globale, attraverso l’incisività dei danzatori e delle danzatrici in scena.
La materialità del corpo, indagata nella possibilità di essere e farsi politica, non si limita a una visione estetizzante: rifiutando il compiacimento del pubblico, cerca piuttosto di interrogarlo, mostrando le figure in scena come piena incarnazione del problema.
La cifra stilistica della compagnia di Nyko Piscopo si caratterizza dunque per uno studio che deriva da ampi approfondimenti, insieme a un desiderio di affermazione e innovazione sacrosanti per artisti che, da emergenti, oggi si affermano sempre di più nel panorama contemporaneo. Proprio per il processo creativo così mirato, Cornelia invita l’audience all’attenzione: la platea è dinanzi a una fase critica per l’intero ecosistema e forse la parola non basta. Allora la danza dichiara, rappresenta, denuncia.

Nasce a Napoli nel 2001. Sin da bambina coltiva le proprie passioni: danza e scrittura. Innamorata dell’arte in ogni sua forma, termina gli studi accademici da danzatrice e consegue la Laurea Triennale in Lettere Moderne. Laureanda in Filologia Moderna, scrive per Eroica Fenice e nutre profondo interesse per la critica giornalistica in ambito di spettacolo.
















