The roof is on fire: il fuoco era la cura di Sotterraneo

Mar 31, 2026

«Se Bradbury si fosse sbagliato solo di qualche anno, se Fahrenheit 451 accadesse davvero, noi cosa faremmo?». 

È facile leggere i romanzi distopici e relegarli a quel ripiano degli scaffali che dedichiamo alla fantascienza. Quando abbiamo scoperto il piacere della lettura, ci siamo immersi nei mondi di Asimov e di Orwell senza avere ben chiaro che, il tempo di cui stavano parlando, era assai vicino alla realtà. Traslando la narrazione in un futuro più o meno distante, ci è sembrato che il pericolo fosse più circoscritto: visibile, ma comunque lontano da noi. 

Il fuoco era la cura, con la ritmicità del movimento e la centralità del corpo, si pone come lo specchio di oggi, o meglio della situazione in cui versa la cultura oggi. È paradossale che uno spettacolo che parla di libri e dell’atto di leggere – un’attività statica, a meno che non sia compiuta sopra i mezzi pubblici di Roma – sia così movimentato. Eppure, con la cadenza coreografata dei gesti, il gioco sulla velocità e sulla compressione del movimento, Sotterraneo riesce a rendere visibile la frenesia che ti prende quando leggi, dimostrando come la lettura sia tutt’altro che un’attività statica.

Lo spettacolo si ispira liberamente a Fahrenheit 451 (1953), un romanzo che si sviluppa in un futuro in cui i libri sono stati messi al bando e chiunque venga scoperto a possederne commette un reato. La punizione è la distruzione immediata dei volumi ad opera di un reparto specifico di “pompieri” che appicca il fuoco: il protagonista, Guy Montag, impiegato in questa professione, inizierà a coltivare dubbi sul senso di queste leggi, fino a ripudiarle completamente e schierarsi dalla parte di chi i libri non solo li conserva, ma soprattutto li consuma. 

Sono molti i momenti dello spettacolo che dedicano spazio all’interazione dei corpi degli interpreti o all’esplorazione delle capacità di movimento che un essere umano, con uno studiatissimo controllo dei propri arti, può ottenere. Gli attori (Flavia Comi, Davide Fasano, Fabio Mascagni, Radu Murarasu, Cristiana Tramparulo) si muovono in uno spazio scenico che ha una certa qualità desertica, come se fosse stato appena raso al suolo qualcosa e attorno si muovesse solo la polvere del crollo delle macerie. Tutto ciò amplifica il contrasto con il movimento, come se il vuoto incorniciasse le sagome e ne aumentasse la profondità, specialmente in scene corali in cui tutti gli interpreti sono vestiti da pompieri. Qui il nero e il rosso si fondono, e sembra quasi di poter vedere il guizzare delle fiamme riflettersi sulle visiere dei caschi. Non voglio privare chi legge dello stupore di vedere queste scene dal vivo per la prima volta, mi basta accennare solo che sono riusciti a rendere sulla scena l’effetto di un video velocizzato. 

Che Sotterraneo dedichi una cura maniacale all’uso del corpo non è certo una novità. Quello che esalta le indiscutibili competenze tecniche della macchina attoriale (un ensemble che ogni volta riesce a dare l’impressione di condividere un’unica mente collettiva), è proprio il contenuto di cui tratta lo spettacolo: non tanto il romanzo in sé, o la sua grandezza nel novero della letteratura distopica, quanto piuttosto la lettura e il suo significato più profondo e politico.

Ray Bradbury scrive: «Non è necessario bruciare libri per distruggere una cultura. Basta convincere la gente a smettere di leggerli» e non è troppo difficile farlo. In Italia la percentuale di lettori forti è molto bassa: o non si legge affatto, o si legge in media un paio di libri al mese (e a titolo informativo, la maggioranza dei lettori è femminile). 
L’arco narrativo di quel futuro distopico, di quel mondo ambientato negli anni Venti del XIX secolo, dimostra quanto poco sia bastato a disincentivare la lettura; basta semplificare i contenuti fino allo stremo, offrirli già digeriti e rendere più affascinanti i mezzi attraverso cui li fruiamo. 

Ad esempio, la televisione con cui si intrattiene la moglie di Montag nel romanzo, nella messinscena diventa un visore per la realtà virtuale – evidenziando il parallelismo con il nostro futuro. Un nuovo, sfavillante giocattolo che attrae più per le sue potenzialità multifunzione che per il buono che effettivamente può offrire. Se era già inquietante riconoscersi nel romanzo di Bradbury quando lo abbiamo letto al liceo, ora lo è ancora di più. Stiamo vivendo una guerra di informazione in cui pare che ad essere sotto attacco sia lo spirito critico individuale, la capacità di farsi un’opinione, un giudizio, di mettersi a dialogare con gli altri – e la tecnologia è più politica di quanto non vorremmo credere.

L’idea che Sotterraneo vuole trasmettere sembra un incoraggiamento a non abbandonare “le cose difficili”. Per questo, all’inizio dello spettacolo, vediamo i cinque attori impegnati a imparare a memoria mattoni come La Recherche di Proust o Infinite Jest di Foster Wallace (autore molto amato dal collettivo). E se da un lato il riferimento di questa scena guarda all’attività di preservazione della conoscenza – dato che i libri nell’universo di Bradbury vengono distrutti – personalmente, lo trovo anche un invito a ricordarci che impadronirsi della conoscenza è un atto difficile, ed è proprio questo che la rende così preziosa. In un mondo in cui oggi rischiamo di non essere più padroni delle nostre cose a causa degli abbonamenti online, delle piattaforme, del digitale, chi può venire a privarci di storie che abbiamo imparato a memoria? La nostra vita biologica diventa indissolubilmente legata al possesso della conoscenza, e l’unico modo per togliercela è ucciderci. 

La si potrebbe leggere come un’iperbole, anche lievemente reazionaria, verso il presunto progresso tecnologico. Ma allo stesso tempo è forse ciò che lo spettacolo ci spinge a prendere in considerazione, mostrandoci varie possibilità di quello che potrebbe accadere in un futuro non troppo lontano: ci avviamo verso la semplificazione di qualsiasi grado di fruizione forse anche perché la nostra soglia dell’attenzione si fa sempre più bassa, e il mercato dell’intrattenimento è obbligato a seguire questa parabola per sopravvivere. E se manca la complessità manca di conseguenza lo sforzo di comprendere, perché è già tutto pronto per il consumo.

Nello spettacolo vengono a più riprese citati i “clown bianchi”, come ad esempio quando si inscena una finta conferenza stampa con gli attori: seguendo con lo sguardo intervistatori invisibili, gli attori parlano dell’“evoluzione” della propria carriera, estendendo implicitamente l’applicazione del divieto culturale anche alla forma del teatro. E ora che non si può più recitare legalmente, gli attori devono adattarsi a praticare forme di intrattenimento più superficiali. 

Da un’intervista a Sotterraneo avvenuta al Piccolo Teatro di Milano, la compagnia risponde: «A noi che facciamo teatro – e che in teatro non rifuggiamo l’ironia, il divertimento, il pop – a noi che amiamo mescolare filosofia e immaginario collettivo, risata e angoscia, la figura del clown bianco bradburiano fa molta paura, rappresenta un orizzonte grottesco in cui ogni autore deve rispondere solo a logiche commerciali, perché solo il mercato decide cosa ha valore. Che faremmo del nostro mestiere, in un mondo in cui si vuole solo essere intrattenuti?».

L’intrattenimento non prevede un coinvolgimento intellettuale, uno sforzo di comprensione, e questo non è necessariamente un male. Ma cosa succede quando non ci viene chiesto più di sforzarci? Non è un po’ troppo simile a dire “pensate di meno, che è pensare è tanto faticoso”?
Essere più felici significa per forza essere più stupidi? C’è effettivamente una relazione tra la felicità e la stupidità? Ma siamo sicuri che il senso sia solo essere felici? Perché allora basta ovattarsi la coscienza davanti all’avanspettacolo dei clown bianchi, come fa la moglie di Montag – che è la più felice di tutti.

Tornando al teatro, la scena è spoglia, fatta eccezione per il centro dominato da una totemica testa mobile puntata verso il soffitto. La strategia di utilizzo dell’illuminotecnica è un vero e proprio colpo di genio. Il fascio di luce verticale, affiancato dall’impiego di macchine per il fumo – che per una volta vengono utilizzate con cognizione di causa – si trasforma nel falò primordiale attorno a cui gli attori danzano in cerchio, aumentando progressivamente la velocità e il ritmo, rimandandoci a una dimensione più antica, lontano dal luogo in cui ci troviamo e dall’abbigliamento contemporaneo degli attori.

Perché quello che comunica è nostro nel modo più pedestre; perché quella scena è un modo specifico di sentirsi parte di qualcosa al di là della miseria, della preoccupazione, delle minacce alla libertà. È nostro come sono nostri i peccati, le conseguenze di tutti gli sfruttamenti, come alla fine è nostra la colpa. E quindi è nostro come è nostra la resistenza, che anche oggi, con il mondo che esce sempre più velocemente fuor di squadra rimane una variazione su un tema antichissimo. È, alla fine, la dimostrazione della nostra umanità che forse diamo più per scontata: stringersi intorno a una fonte di luce nel momento più buio, raccontando storie per intrattenersi. 

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