TESI DI LAUREA: Quando a resistere sono i burattini. Marta Cuscunà artigiana del Teatro di Figura

Lug 19, 2022

TITOLO TESI > Quando a resistere sono i burattini. Marta Cuscunà artigiana del Teatro di Figura
ISTITUTO > Università Degli Studi di Catania – Corso di Laurea Magistrale in Filologia Moderna
AUTRICE > 
Doriana Giudice

INTRODUZIONE DELL’AUTRICE

Da studentessa di humanae litterae e da appassionata di teatro quale sono, non potevo che decidere di inquadrare la mia tesi nell’ambito della drammaturgia contemporanea. Da donna combattente quale credo e spero di essere, non poteva che entusiasmarmi l’idea di incentrare il mio lavoro su una donna altrettanto forte e coraggiosa, nonché un’artista eclettica e talentuosa come Marta Cuscunà: attrice, drammaturga e regista friulana.

Obiettivo dello scritto, infatti, è quello di analizzare, nell’arco di quattro capitoli, la sua trilogia teatrale sulle Resistenze femminili che comprende i tre spettacoli che, nel corso della tesi, verranno opportunamente analizzati: È bello vivere liberi! del 2009; La semplicità ingannata del 2012 e Sorry, boys del 2016. Da sempre affascinata e incantata dai racconti e da sempre infuocata da una forte passione civile, non poteva che conquistarmi l’universo teatrale di Marta, delicato ma potente, che si pone ai confini tra il teatro di narrazione, il teatro di figura ed il teatro civile. L’attrice, da sola sul palco, si dimostra abilissima nell’interpretare tutti i personaggi – maschili e femminili – con funamboliche doti da doppiatrice e nel raccontare, attraverso l’espediente dei burattini e dei pupazzi, storie vere, spesso dimenticate e talvolta occultate, con protagoniste donne combattenti e coraggiose che provano a riscattare la propria condizione subalterna, mettendo in atto molteplici forme di ‘resistenze’.

Per la mia ricerca sull’artista e per la successiva analisi dei suoi spettacoli, eventi notoriamente effimeri e difficilmente cristallizzati, ho utilizzato diverse fonti: innanzitutto, i copioni delle pièce inseriti nel volume intitolato Resistenze femminili. Una trilogia gentilmente donatomi dall’attrice, i video integrali degli spettacoli gentilmente fornitimi dalla stessa artista, i riferimenti bibliografici, le fonti documentaristiche e le inchieste consultate dalla stessa autrice per la stesura delle sue drammaturgie; ma anche il suo sito internet ufficiale ed il suo blog online contenenti preziosi materiali di approfondimento sui processi creativi, le rassegne stampa aggiornate di ogni spettacolo, le interviste rilasciate da Cuscunà a diverse testate giornalistiche online ed i vari documenti audiovisivi.

Di fondamentale importanza, inoltre, considerata la contemporaneità dell’artista oggetto del presente lavoro e quindi la conseguente mancanza di una letteratura critica di riferimento ben articolata, è stata la consultazione delle tesi che hanno preceduto la mia indagine: quella di Laurea Triennale di Roberta Garofalo in Dams – Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo dell’Università Alma Mater di Bologna dal titolo Il teatro di Marta Cuscunà. Trilogia delle Resistenze femminili; la tesi di Laurea Magistrale di Giorgia Gobbi in Discipline della Musica e del Teatro dell’Università Alma Mater di Bologna dal titolo L’officina drammaturgica di Marta Cuscunà. Teatro visuale, di narrazione, di indagine: fonti e tecniche e la tesi di Laurea Triennale di Giulia Angeloni in Dams, Teatro-Musica-Danza dell’Università Roma Tre dal titolo Il teatro di Marta Cuscunà.

Prima di concentrarmi sull’analisi vera e propria di ogni spettacolo, dedicherò il primo capitolo della mia tesi all’illustrazione di un profilo biografico e artistico della performer volto ad inquadrarla e contestualizzarla all’interno del panorama teatrale contemporaneo, sin dalla sua formazione teatrale e drammaturgica avvenuta tra Monfalcone, Udine e San Miniato dove incontrerà quelli che considera i suoi veri e propri maestri di bottega: Joan Baixas, regista catalano di teatro visuale; José Sanchis Sinisterra, drammaturgo spagnolo e Giuliana Musso con il suo teatro di inchiesta e di impegno civile. Cercherò di indagare, altresì, gli ambiti teatrali dai quali l’artista attinge linguaggi e strumenti per cogliere le sue originali innovazioni in ambito performativo e di elencare gli altri spettacoli scritti, diretti ed interpretati da Cuscunà, al di fuori della trilogia.

Procederò nel secondo capitolo con una dettagliata analisi del primo spettacolo della trilogia: È bello vivere liberi! che rappresenta il suo vero e proprio esordio come drammaturga. Questa pièce, il cui sottotitolo è Progetto di teatro civile per un’attrice, cinque burattini e un pupazzo, è risultata vincitrice del Premio Scenario per Ustica 2009 edè ispirata alla biografia di Ondina Peteani, prima staffetta partigiana d’Italia nonché deportata Auschwitz n. 81672. Attraverso l’utilizzo in scena di cinque burattini a guanto e di due pupazzi animati dall’attrice, lo spettacolo restituisce la vivida testimonianza della resistenza politica, morale e personale di una giovane donna coraggiosa, attraverso una comunicazione efficace, archetipica e popolare.

Nel terzo capitolo mi concentrerò sull’analisi del secondo spettacolo della trilogia: La semplicità ingannata il cui sottotitolo ironico è Satira per attrice e pupazze sul lusso d’esser donne. Vincitore del Premio Last Seen 2012, è liberamente ispirato alle opere letterarie della monaca forzata, ‘protofemminista’, Arcangela Tarabotti e ruota attorno alla vicenda cinquecentesca delle Clarisse del monastero di Santa Chiara di Udine che mettono in atto una rivolta all’Inquisizione ed una vera e propria rivoluzione culturale basata sul ribaltamento degli stereotipi femminili, attraverso le voci di Cuscunà che, con trascinante estro mimetico, dà colore ed identità non solo a tutte e sei le ribelli pupazze-suore, ma anche all’arcigno vicario che le metterà sotto processo.

Nel quarto ed ultimo capitolo mi soffermerò sull’analisi drammaturgica dello spettacolo che chiude la trilogia: Sorry, boys che ha come sottotitolo Dialoghi su un patto segreto per dodici teste mozze. Insignito del Premio Rete Critica 2017, è liberamente ispirato alla gravidanza collettiva di diciotto studentesse under sedici realmente verificatasi nel 2008 a Gloucester, in Massachusetts e alla loro decisione di far crescere i propri figli in una comune esclusivamente femminile che preveda, quindi, l’esclusione dei padri. Volto ad indagare stavolta la sfera del maschile, tra stereotipi sugli uomini e violenza di genere, lo spettacolo vede l’intero spazio scenico occupato da due schiere di teste mozze in trofei da caccia – raffiguranti gli adulti e i ragazzi – e dallo schermo di un cellulare che alterna le chat di WhatsApp all’applicazione iMamma. Anche in questo caso, le dodici teste animatroniche sono animate e doppiate da Cuscunà che, però, non si palesa mai sul palco come attrice in carne ed ossa, ma soltanto come manovratrice nascosta.

Completeranno, infine, la tesi un’appendice contenente una lunga intervista a Cuscunà che ho avuto il piacere di poter fare personalmente, via Skype, volta ad illustrare – con la modestia e la simpatia che la contraddistinguono – aneddoti, curiosità e segreti artigianali sul suo mestiere e sulla sua trilogia militante, nonché un corredo iconografico comprendente le fotografie più significative di ogni pièce e la teatrografia di ogni spettacolo sulle Resistenze femminili, comprendente una scheda tecnica seguita dai riconoscimenti ottenuti dall’attrice.

Attraverso il presente lavoro ho ritenuto necessario, quindi, rendere merito all’opera di Marta Cuscunà: un’artista contemporanea eclettica, impegnata civilmente e già pluripremiata che, sin dal lontano 2009, si è affermata, nel panorama teatrale internazionale del terzo millennio, per la singolarità del suo linguaggio, per la peculiarità del suo ordito drammaturgico e per il suo indubbio talento.

Credo che sia doveroso, infatti, rendere onore alle opere che ci hanno ammaliato e sedotto a tal punto da non dimenticarle più e schierarci al fianco degli artisti che le hanno realizzate, sostenendoli e lottando insieme a loro per quello in cui crediamo. Raccontare il teatro significa, infatti, assumere sempre un punto di vista ed una posizione dalla quale guardare il mondo. Raccontare il teatro, soprattutto quello che sentiamo particolarmente vicino a quella che è la nostra Weltanschauung, ci permette, pertanto, lo straordinario lusso di vergare sempre, su un foglio bianco, qualcosa di noi.

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Doriana Giudice, classe ‘92, nasce a Catania ed incontra per la prima volta la parola ‘teatro’ a 6 anni. Da sempre innamorata delle parole e dell’arte in ogni sua forma pensa bene di intrecciare il suo percorso artistico di attrice a quello accademico di studiosa dei corsi di Laurea di Lettere Moderne e di Filologia Moderna. Frequenta, così, dapprima il laboratorio di recitazione di Lucia Sardo e Marcello Cappelli e poi si diploma presso la “Buio in sala – acting school”, la scuola biennale di recitazione diretta da Giuseppe Bisicchia e Massimo Giustolisi; due realtà che le offrono l’opportunità di poter studiare recitazione, dizione e canto con diversi professionisti e, soprattutto, di calcare le scene in diversi spettacoli teatrali per adulti e per bambini. Parallelamente consegue entrambi i titoli di Laurea, presso l’Università degli Studi di Catania, con il massimo dei voti ed incentra, entrambe le tesi, in ambito drammaturgico contemporaneo.

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