Teodoro Bonci del Bene e il teatro di Ivan Vyrypaev

Gen 16, 2023

È soprattutto  grazie a Teodoro Bonci del Bene, attore, regista e traduttore, che in Italia conosciamo le opere di Ivan Vyrypaev, classe 1974, pluripremiato drammaturgo, regista e sceneggiatore russo, autore di oltre una ventina di opere, in cui porta in scena paradossi e contraddizioni della nostra epoca, ed è a lui e al suo lavoro di ricerca portato avanti dal 2010 con la compagnia riminese New Action Money su Vyrypaev che la Stagione dei Teatri di Ravenna ha dedicato un approfondimento.

Dopo lo spettacolo di sabato 14 gennaio al teatro Rasi, Dati sensibili-New Constructive Ethics, interpretato e co-diretto da Teodoro Bonci del Bene insieme a Francesca Gabucci, e prodotto da Teatro Nazionale di Genova, si è svolto l’incontro con il giornalista e critico teatrale di La Repubblica, Hystrio, nonché fondatore della rivista semestrale La Falena, Alessandro Toppi.

Il teatro di Vyrypaev è stato un gradito ritorno per gli appassionati che avevano già avuto modi di apprezzarlo in Ossigeno, diretto da Pietro Babina nel 2006 e interpretato da Marco Cavalcoli e Fiorenza Menni.

Se qui il pubblico assiste a dieci scene pensate come brani musicali di un unico album in cui si ripensano, con ironia, validità e fondatezza dei 10 comandamenti biblici, in Dati sensibili la scena è dominata esclusivamente dalla parola e dalla luce obliqua che taglia il corpo dell’attore alla fine di ogni scena, anziché farlo dileguare nel buio.

Sono tre i personaggi ai quali dà voce lo stesso attore, Bonci del Bene: una psicologa, una biologa e un neurobiologo, tutti e tre sottoposti a un’intervista per conto del Centro Internazionale per la ricerca biologica New World Security, volta a sondare la disponibilità di un campionario di 150 persone che rappresentano l’intellighentia più progredita e formata scientificamente, tra le quali i tre soggetti sopra citati, quanto sarebbe disposta a spingersi per eliminare dal mondo le persone pericolose per la pace, la solidarietà, la tolleranza reciproca e il rispetto dell’ambiente, vale a dire le meno evolute.

Incalzati dalle due voci fuori campo, interpretati anche queste da Bonci del Bene, scopriamo quanto la loro consapevolezza e sensibilità sulla situazione geopolitica, sociale e ambientale, sia sbilanciata da una palese tendenza alla menzogna sul piano personale, relazionale, intimo. Se lo spettatore sorride quando scopre il legame reale tra le tre persone coinvolte nell’intervista, non può non chiedersi quanto ci sia di vero e attendibile in ciò a cui diciamo o dicono gli altri, di credere.

Ma l’aspetto spiazzante di questo spettacolo, come fa notare Toppi, è soprattutto l’andamento a ritroso del testo. Pubblicato nel 2021, termina con la multinazionale che dopo aver concluso le interviste, chiude i battenti e augura a tutti un felice 2020, che sappiamo essere stato l’anno della pandemia, mentre le interviste vengono fatte rispettivamente in maggio, aprile e marzo del 2019. “La scrittura di Vyrypaev è talmente legata al presente – spiega Bonci del Bene – che come ammette lui stesso, tra qualche anno le sue opere potrebbero essere già obsolete. Quando l’ho incontrato, c’è stata un’intesa immediata e mi ha consegnato subito opere inedite e del resto spesso leggo molte cose sue ancor prima che le abbia terminate”.

Una costruzione temporale inversa, quindi, da un lato, per poter narrare, e l’inevitabile frammentarietà della scrittura di Vyrypaev dall’altro, che passa nelle mani della traduzione di Bonci del Bene, ed è quindi sottoposta a sua volta ad un’ulteriore fase creativa prima ancora di essere terminata. È la capacità del teatro di modularsi sull’immediatezza, la simultaneità e l’impalpabilità del presente tecnologico, multimediale e globale. 

Altro aspetto messo in luce da Toppi è stata la scelta di Bonci del Bene di interpretare lui stesso tutti e cinque i personaggi e a cui ha risposto richiamandosi all’Arte come mestiere del designer e pittore Bruno Munari: “Mi piace che una cosa abbia la forma di se stessa e non della mia idea”. Monica, Rachel e Morgan, insomma, vivono in scena solo ed esclusivamente attraverso le parole del testo e non avranno un volto o una voce che non siano quelli liberamente immaginati dallo spettatore. Così come l’enigmatica società committente può prestarsi a qualsiasi identità le si voglia attribuire. Il diavolo, ad esempio, come suggerito da uno spettatore durante il dibattito, ma anche no.

Scoprire l’autore, racconta ancora Bonci del Bene, è stato come essere attraversato da un flusso di coscienza su cose non mie e che si è riversato in tre giorni interi di scrittura. Un vero e proprio viaggio, insomma, in un’opera che affronta però temi di attualità scottante: aborto, suicidio, omicidio, relazioni extraconiugali, crisi climatica e ambientale, immigrazione e persino il voto politico dato con superficialità e di cui poi ci si vergogna. Alla domanda di Toppi su che tipo di approccio abbia avuto nei confronti dei problemi trattati nel testo, Bonci del Bene risponde che, semplicemente, ha preferito non prendere posizione ma affrontare l’opera soprattutto sul piano tecnico, dando voce ai cinque personaggi che gli hanno permesso con il passare del tempo di affrontare quelli che sono i suoi personaggi, le sue voci, trasformandolo, una volta realizzato lo spettacolo, in una persona diversa rispetto a quando l’aveva iniziato. “La tecnica non ha meno spessore del contenuto. Penso ad esempio alla bellezza delle tessere di mosaico e a quella minuzia e precisione con cui vengono realizzate”. Mentre sulla funzione della comicità in un’opera così impegnativa, Bonci del Bene non ha dubbi sul fatto che sia sicuramente di tipo consolatorio: “Ti permette di riuscire a mantenerti abbastanza sereno di fronte a situazioni e pensieri troppo forti da sopportare senza umorismo”.

Inevitabile, in conclusione, la domanda sulla situazione in Russia, dove Bonci del Bene si è formato, studiando alla Scuola del Teatro d’Arte di Mosca, in particolare, su come sta vivendo il cambio di percezione sulla Russia a causa della guerra in corso. “È difficile parlare di qualcosa mentre sta accadendo, metà della mia famiglia acquisita, quella di mia moglie, vive in Russia. Ci sono i sentimenti, la necessità di informarsi nel modo più corretto possibile, attraverso canali diversi, a volte anche fino a 12 ore al giorno. La guerra è un dramma per chi muore, per chi rimane, per chi vive ma è costretto a scappare. Vyrypaev vive in Polonia e dal 2022 ha rinunciato alla cittadinanza russa, ha però potuto continuare a scrivere. Ci sono medici, ingegneri e professionisti costretti a emigrare perché dissidenti dal regime e costretti a lavorare all’estero come camerieri, anche questo è un dramma, senza voler sminuire la tragedia di chi muore sotto le bombe. Riguardo gli artisti russi sottoposti alla censura del regime, beh, lo sono stati praticamente tutti i grandi nomi della letteratura e del teatro, quindi accanirsi contro la cultura russa è di fatto un non senso”.

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