Teatro, verità, documento. Per un’ontologia del presente

Mar 22, 2026

Articolo di Ornella Rosato e Mila Di Giulio

Il teatro italiano sta vivendo una nuova stagione di proposte riconducibili al teatro documentario e alle sue molteplici declinazioni. Questa ricorrenza, tutt’altro che marginale, ha aperto una riflessione sullo stato della scena teatrale contemporanea e sulle esigenze narrative che attraversano il presente. 
La diffusione di pratiche fondate sull’impiego di testimonianze, archivi e documenti, interroga in modo diretto la relazione tra scena e realtà, tra costruzione drammaturgica e storia, tra finzione e documento.
Da dove nasce oggi questo bisogno di documentale? Quali urgenze politiche, sociali ed estetiche spingono a fissare sulla scena un evento, una memoria o un frammento di storia? Quali sono i rischi che queste pratiche comportano?

Nel 1995 Jacques Rancière scriveva: «”L’universale” della legge, che mette in armonia misure locali e puntuali, ha come funzione prima quella di costituire quest’altro. È, del resto, un uso abbastanza frequente della legge oggi: prendersi carico di ciò che non è pensabile, fare dell’ontologia selvaggia».
Come può il teatro documentario fuggire la violenza di un’ontologia selvaggia e fissare le tracce della storia? Qual è il posto del giudizio all’interno di questi nuovi esperimenti scenici? Quale rapporto intrattengono con i modelli che li hanno preceduti?

Nel suo diario Pinocchio Nero, Marco Baliani rievoca un episodio che ci permette di allargare e aprire il campo anche all’aspetto controverso di lavorare con testimonianze e materiali d’archivio:
«Ero a Genova, a cena con Giuseppa Cederna. Poche ore prima al teatro dell’Archivolto, in occasione dell’anniversario dei fatti del G8, avevamo messo in scena uno spettacolo-testimonianza, cucendo insieme memorie, cronache, articoli, per ricostruire quelle giornate infauste e drammatiche in cui le forze dell’ordine si erano scagliate contro manifestanti innocenti. Lo spettacolo era venuto bene […]. Un teatro documento asciutto e crudo che quella sera era stato a lungo applaudito dal pubblico numeroso […]. Cerco di spiegare a Giuseppe che non mi interessa fare un teatro “civile”, penso piuttosto che il teatro debba essere “incivile” come diceva Pasolini, debba mettere in scena conflitti non risolvibili ideologicamente, meno che mai additare i buoni e i cattivi […]. Gli ribadisco che questo teatro non mi suscita un senso di sfida [… perché] l’attore diventa professore, magari con una mappa della città sulla scena, si mette a fare informazione, suscita sdegno, attribuisce responsabilità ma non inquieta l’animo né lo ferisce».

A partire da queste tensioni, il 4° numero della rivista «Lo Scandaglio», intende aprire uno spazio di riflessione critica sul rapporto tra teatro, verità e documento, analizzando le genealogie, le istanze e gli smarginamenti. È possibile parlare di una nuova stagione del teatro documentario? In che modo queste pratiche possono sottrarsi tanto alla funzione illustrativa quanto a quella pedagogica, producendo invece dispositivi capaci di inquietare, ferire e mettere in crisi lo spettatore? 

Per rispondere a questi interrogativi e mappare il teatro documentario come campo di sperimentazione estetica, politica e conoscitiva, abbiamo strutturato un percorso a più voci che attraversa teoria, prassi scenica e dilemmi etici.
Contributi teorici, analisi di casi studio e riflessioni critiche, approfondiscono il teatro documentario come campo di sperimentazione estetica, politica e conoscitiva nel presente.

Per orientarsi nella frammentazione delle pratiche contemporanee, il critico e studioso Lorenzo Donati traccia Una cartografia del teatro documentario indagando i processi di conoscenza condivisi. Sul versante delle fonti, Gabriele Ragonesi, documentalista e ricercatore di AAMOD – Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio, ne esplora la natura e il trattamento estetico. Il giornalista e critico Alessandro Toppi firma una lettera addentrandosi nelle pieghe del rapporto tra l’arte e il reale, mentre la ricercatrice e artista Silvia Gussoni ne ricolloca le urgenze in una prospettiva storica. Caterina Marino, attrice e autrice, affronta il tema spinoso dell’appropriazione della testimonianza, un discorso che dialoga idealmente con l’analisi dei processi creativi proposta dal drammaturgo Riccardo Tabilio.
Ornella Rosato analizza la poetica di Fabiana Iacozzilli come Test di tenuta della realtà, mentre Mila Di Giulio chiude la riflessione sui linguaggi esaminando il radicale approccio alla verità della compagnia Kepler-452.

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