Teatro, fiaba e fumetto nel mondo di Chiara Lagani

Gen 1, 2023

Attrice, drammaturga, fondatrice, nel 1992, insieme a Luigi De Angelis, della compagnia teatrale Fanny & Alexander, da anni riconosciuta e apprezzata  come compagnia del teatro di ricerca e di innovazione, oltre che traduttrice delle opere dello scrittore per ragazzi Lyman Frank Baum, conosciuto in tutto il mondo come l’autore de Il meraviglioso mondo di Oz. Tutto questo è Chiara Lagani, classe 1974, il cui ultimo lavoro è il recital L’amica geniale a fumetti, basato  sulla graphic novel realizzata insieme alla fumettista Mara Cerri e pubblicato da Coconino Press di Roma e ispirato all’omonima opera di Elena Ferrante. Con lei approfondiamo il tema della fiaba e del fumetto in rapporto al teatro e il suo percorso trentennale di artista.

Perché la scelta di portare a teatro il mondo della fiaba, in particolare l’opera di Baum, sulla quale hai lavorato anche come traduttrice?

Il mondo della fiaba ci è sempre appartenuto, fin da quando io e Luigi, poco più che adolescenti, ci siamo affacciati al mondo del teatro. I nostri primi lavori erano sempre attraversati da personaggi surreali, avevamo uno sguardo ancora infantile sul mondo e per quel che riguarda il mago di Oz, è un’opera che mi porto dietro dall’infanzia. Dorothy è un personaggio che è entrata nella mia vita quotidiana fin da subito, influenzando la mia immaginazione e il mio linguaggio fin di bambina, poi da adolescente e infine da adulta, quando con la nostra compagnia abbiamo deciso di dedicare a questo personaggio un percorso teatrale durato 3 anni. Il tema della fiaba è sempre quello del viaggio, che serve per andare alla scoperta degli archetipi, a esplorarli e scardinarli. 

Da bambina ho letto solo i libri più conosciuti su Oz, non sapevo che Baum ne avesse scritti ben 14. Quando li ho letti, ho cominciato anche a tradurli per i nostri spettacoli, fino a quando, un amico che lavorava per la casa editrice Einaudi, mi ha convinto a pubblicare queste traduzioni nel 2018. Devo dire che la traduzione è un mondo molto affine a quello del teatro, perché entrambi hanno a che fare con la morte, ma in senso positivo e creativo. Con entrambi si riportano in vita le parole di un autore, nel caso di Baum, già morto e quindi col quale non è più possibile confrontarsi. Questo rappresenta una sfida, perché da un lato c’è la necessità di essergli fedele nel tradurlo, dall’altro la traduzione è un lavoro linguisticamente creativo e stimolante, un vero e proprio viaggio anch’esso.

Anche di Lewis Carrol, autore di Alice nel mondo delle meraviglie hai portato in scena diversi spettacoli, tra i quali, di recente, Sylvie e Bruno. Cosa ti piace dei suoi personaggi e in cosa lo trovi differente rispetto a Baum?

Diciamo che mentre Dorothy è un personaggio in balìa degli eventi e più ingenua, Alice è un personaggio con una identità più definita. In più è curiosa e questo è un po’ la sua maledizione, che la porta ad entrare in un mondo violento e pieno di pericoli. Dietro di loro ci sono due autori molto diversi. Carrol è un erudito, una personalità poliedrica e complicata da decifrare. È una figura scissa, autore di storie per bambini e bambine, di cui amava circondarsi e al tempo stesso chiuso in se stesso. Baum è americano, amante del teatro ma anche dei polli. Rimane impigliato nel successo dei suoi libri su Oz, incalzato dal pubblico che gli chiede di continuare a scriverli. Entrambi hanno in comune l’amore per il mondo dell’infanzia a cui dedicano la loro intera esistenza. Le loro opere sono, prima ancora che narrative, orali e, soprattutto, teatrali. Organizzavano serate per bambini dove loro stessi davano vita ai personaggi che avevano creato.

Entrambi sono personaggi molto attuali. Si pensi ad esempio a Carrol e all’opera Sylvie e Bruno che anticipa, con il linguaggio della fiaba, la teoria dell’inconscio e il mondo della psicanalisi di Sigmund Freud con la sua opera L’interpretazione dei sogni. Sono opere che trattano lo stesso tema, l’una attraverso il mondo fantastico e l’altra con il rigore scientifico. Rileggendola oggi si comprende meglio lo stato di dormiveglia quando stiamo per abbandonarci al sogno, ma rimane una parte di consapevolezza che dà una sensazione di spaesamento mentre siamo sulla soglia tra i due mondi, il sogno e la realtà. Ci siamo innamorati subito di questo lavoro e in scena abbiamo cercato di costruire lo spettacolo seguendo questo filo.

L’attualità di Baum, invece, la si ritrova soprattutto nelle metafore del potere che rappresentano alcuni suoi personaggi e immagini, basti pensare agli occhiali verdi che tutti devono indossare a Oz, che richiama il tema della manipolazione occulta, così come il personaggio di Langwidere, che ogni giorno indossa una testa diversa. È una figura che rappresenta perfettamente il narcisismo imperante, l’invito a seguire le mode o ad apparire ogni volta in modo diverso a seconda di ciò che richiede la circostanza, fino a non sapere più chi siamo. Anche i bambini percepiscono molto bene la drammaticità di questa figura. Spesso chiedono: ma la sua vera testa qual è? Sia Baum che Carrol attecchiscono con il loro immaginifico al mondo dell’infanzia suscitando però domande serie e riflessioni sul mondo e la società.

Qual è il rapporto tra fiaba e teatro e, nel caso del tuo ultimo lavoro, il rapporto tra fumetto e teatro?

I legami sono tantissimi perché la fiaba lavora sugli archetipi e il teatro, con il suo linguaggio, fa la stessa cosa, scavando nei miti della nostra cultura e rielaborandoli drammaturgicamente. Del resto la rappresentazione stessa, fa parte della vocazione umana a connettere tra loro realtà molto complesse. Il mito aiuta a decifrare questa complessità. 

Lavorando per la prima volta sul fumetto, mi sono accorta di quanto sia profondo il legame tra la parola e il corpo, quindi tra la nuvoletta e il disegno del personaggio, che mi rimanda immediatamente al legame tra il corpo dell’attore e il testo drammaturgico. In entrambi, poi, è indispensabile mettersi in ascolto di ciò che si ha di fronte. Qualcuno ha detto, e io concordo, che la forma d’arte più simile al teatro è il fumetto e non il cinema, come molti dicono.

Continuiamo dunque a parlare del tuo approccio al mondo del fumetto. Com’è nata l’idea di realizzare la graphic novel de L’amica geniale a fumetti?

Con Mara Cerri era amica da tempo e l’idea del progetto è stata dell’editore di Coconino Press, Giovanni Ferrara. Mara ha realizzato i disegni e io i testi, con la supervisione artistica di Davide Reviati che è stata un valore aggiunto. Mi è piaciuta questa dimensione nuova di scrittura che ho affrontato per la prima volta, proprio per la sua somiglianza di cui ti parlavo prima, con il teatro, per la necessità del silenzio per poter comprendere la narrazione che va molto al di là delle  parole, nel fumetto come nel teatro,  che assomiglia molto alla dimensione della sacralità.

Tu sei attrice, drammaturga, traduttrice. Significa vedere e interpretare un’opera sotto diversi aspetti. Qual è il tuo primo approccio di fronte ad un’opera da portare in scena?

Non accade sempre la stessa cosa e non c’è sempre lo stesso tipo di approccio. A volte capita che sia l’opera a cercare te e ti chieda di dedicarle attenzione, altre volte siamo noi che desideriamo esprimere determinate cose e ci rivolgiamo a un autore in particolare. Io ho scoperto tardi la vocazione di traduttrice, ma come ti dicevo prima, mi ha fatto scoprire quanto anch’essa sia più vicina al teatro di quanto non possa sembrare a prima vista. Certamente, è importante ascoltare la voce dell’intuito, la voce interiore, che ci chiama verso un determinato testo, lo fa l’autore, l’attore, il traduttore, ed è uno step fondamentale per sviluppare con esso un rapporto profondo.

Pochi giorni fa è andato in scena nell’ambito della Stagione dei Teatri a Ravenna lo spettacolo Una giornata qualunque del danzatore Gregorio Smsa, diretto da Eugenio Barba e interpretato da Lorenzo Gleijeses per il quale tu hai curato la consulenza drammaturgica. Cosa ricordi di questa esperienza?

Con Lorenzo ho potuto creare un ponte tra le storie di Kafka e la sua vita personale, la sua famiglia e una serie di questioni che ha avuto il coraggio di impastare su se stesso e sulle sue ossessioni, così da realizzare davvero una metamorfosi. Ci sono le parole di Kafka e il corpo di Lorenzo in un lavoro drammaturgico che mi ha dato modo di riflettere su come affrontare temi scottanti attraverso la drammaturgia e il rapporto con l’attore. 

La rappresentazione infatti è un gioco, ma ha delle regole e il drammaturgo vi si deve attenere, senza travalicare, altrimenti c’è il rischio di una deriva morbosa, che oltretutto non sarebbe interessante neanche come spettacolo. Il rischio dell’abbandono totale, nel teatro, c’è sempre, per questo è importante rispettare sempre la vulnerabilità dell’attore.

Il 2022 è il 30° di fondazione della compagnia Fanny & Alexander. Un bilancio sulle vostre produzioni, se c’è qualcosa che vorreste realizzare e non avete ancora avuto occasione di fare e se tornando indietro cambiereste qualcosa del lavoro realizzato

No, non rimpiango nulla, nemmeno gli errori fatti, perché sono serviti anche quelli. La nostra carriera è ancora in evoluzione.  Anche se dopo 30 anni è inevitabile fare dei bilanci, non ci sentiamo arrivati, stiamo sperimentando ancora in tanti progetti diversi, Luigi soprattutto nel teatro musicale e io nell’editoria. Scopriamo sempre nuovi territori e questo in un certo senso rinfresca quanto sappiamo già fare. Se così non fosse, allora sarebbe meglio fermarsi.

Siamo in un periodo storico non facile, certamente, ma rispetto a quando abbiamo iniziato, certamente il nostro modo di fare teatro, e non intendo solo Fanny & Alexander ma tutto il teatro delle compagnie che gravitano attorno al Teatro delle Albe di Martinelli e della sua scuola e alle numerose altre compagnie e case di produzione nate in  quegli anni, è stato riconosciuto e apprezzato a livello nazionale, come dimostrano i recenti Premi Ubu. Quando ricevo premi per l’innovazione sento di rappresentare anche un’area culturale che ha lottato per anni per poter avere un suo spazio.

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