Teatro C’Art, presto l’accademia di teatro comico ispirata al metodo Casaca

Nov 10, 2022

Teatro corporeo, arte mimica, comicità non verbale e anni di ricerca attraverso la metodologia dell’educazione comico-relazionale centrata sulla figura del clown. Tutto questo è Teatro C’Art Comic Education, fondato nel 2002 dall’allievo del grande mimo francese Yves Lebreton, André Casaca, insieme agli allievi Teresa Bruno e Stefano Marzuoli, che oggi è riconosciuto come punto di riferimento nazionale ed europeo del teatro circense contemporaneo e della clownerie. Casaca è clown, regista, autore e direttore artistico della compagnia, mentre Bruno e Marzuoli, anche loro clown e attori, ne sono i direttori organizzativi. 

Con produzioni teatrali rivolte sia ai bimbi che al pubblico adulto, corsi e webinar, oltre alla direzione artistica del Festival Internazionale di teatro comico, nato otto anni fa, sabato 5 novembre Teatro C’Art festeggia i 20 anni di attività. Oltre a mostrare il calendario degli spettacoli della stagione 2022-23, anche la presentazione del progetto di apertura di una scuola per chi ama l’arte circense contemporanea

Nell’occasione abbiamo intervistato i due co-fondatori Casaca  e Bruno.

Come nasce la compagnia di teatro comico C’Art e qual è la vostra formazione?

T. B.: André è stato allievo del mimo francese Yves Lebreton che ha conosciuto nel 1993 in Brasile nel Lume, il centro di ricerca e creazione teatrale che si appoggia all’università di Campinas nella provincia di São Paulo, dove ha potuto lavorare con uno dei suoi fondatori, Carlos Simioni. Lo studio, all’epoca, era centrato soprattutto sulla tecnica di Lebreton ed è stato di forte impatto per la sua grande forza fisico-energetica. Dopo un po’ André ha scritto direttamente a Lebreton per candidarsi ai suoi corsi estivi del 1994 ed è diventato suo assistente alla regia e si è trasferito in Italia dove il maestro aveva fondato, nel 1981, in Toscana, il Centro internazionale di Formazione, Ricerca e Ricreazione teatrale L’Albero.

Sono trascorsi 30 anni e André ha proseguito la sua ricerca teatrale e pedagogica esplorando la comicità non verbale legata alla figura del clown e inaugurando una nuova metodologia, fondata sull’Educazione comico-relazionale. Se Lebreton nella sua formazione è stata una figura centrale, io invece ho recepito questa influenza in modo indiretto, quando a 16 anni, ho iniziato a lavorare con lui. André, insieme a me e Stefano Marzuoli, con il quale avevo frequentato nei tre anni precedenti, i corsi di formazione al Ridotto del Teatro del Popolo, a Castelfiorentino, ha fondato il Teatro C’Art.

Il vostro è un teatro corporeo, fondato sull’identità comica del corpo e sull’educazione comico-relazionale, metodo creato da André Casaca. Di cosa si tratta?

A.C.: È un metodo in cui è centrale la diversità dell’individuo e in cui l’individuo impara a maturare la sua identità attraverso la relazione, che mette al centro la sua crescita personale usando la comicità come  strumento per arrivare all’essenza del proprio essere. Si arriva così alla de-costruzione della gestualità ordinaria e prevedibile per arrivare a raggiungere la cosiddetta identità comica del corpo. La risata, io ritengo sia una conseguenza dell’assumere la propria identità fisica, accettarla e svilupparla in base alle proprie possibilità fisiche e gestuali. Questo è il progetto pedagogico che porto avanti tuttora e cerco di sviluppare con i miei attori.

In occasione della celebrazione dei 20 anni di fondazione, sabato 5 novembre, oltre a presentare il calendario di spettacoli della stagione, si parlerà anche  dell’avvio di una vera e propria scuola di teatro comico

A.C. e T.B.: Sì, in concomitanza con gli eventi celebrativi del ventesimo anniversario, avremo anche il piacere di presentare il progetto di una vera e propria scuola di teatro comico centrato sulla comicità del clown che avrà sede in un fabbricato vicino alla nostra attuale sede di Castelfiorentino. Abbiamo infatti vinto il bando Spazi Attivi, grazie al quale potremo ristrutturare il locale a partire dal prossimo febbraio e per il quale sarà attivato un’ apposita raccolta fondi per poter dar vita, nel giro di un paio d’anni, alla Scuola internazionale dell’arte comica Teatro C’Art, rivolta soprattutto ai più giovani, attratti dalle potenzialità della comicità non verbale e del teatro fisico in tutti i suoi aspetti (di ricerca, pedagogico e sociale).

Negli ultimi tre anni, inoltre, abbiamo ricevuto diversi riconoscimenti dalle istituzioni: nel 2019 abbiamo vinto il bando regionale come compagnia di produzione, mentre nel 2021 dal Ministero della Cultura, abbiamo ottenuto i finanziamenti nell’ambito dell’articolo 31 comma 3 del Fondo Unico dello Spettacolo (Fus)  come impresa di produzione di circo contemporaneo e di innovazione.

A proposito delle vostre produzioni teatrali, ce n’è uno sul quale vorrei soffermarmi. Rose, ad esempio, è centrato sul clown donna, la clownessa. Chiedo a Teresa Bruno, che la interpreta, il rapporto tra comicità e femminilità

T.B.: È una questione che volevo affrontare da tempo. Nei primi 10 anni di studio della comicità del clown, mi sono concentrata soprattutto sulla parte maschile di me e ho potuto far emergere moltissime potenzialità a livello espressivo. Il problema era che ero sempre infagottata in abiti che nascondevano del tutto la femminilità, che non riusciva mai ad essere valorizzata e rischiava di essere annullata per poter essere funzionale al personaggio del clown col suo costume enorme e informe. 

Poi, grazie all’esperienza di danza del flamenco, ho avuto la possibilità di raggiungere una comicità più femminile. Nel flamenco, infatti, si incrociano il dramma e la sensualità che viene valorizzata al massimo attraverso gli splendidi vestiti che conosciamo. Ma la seriosità e la drammaticità della danzatrice di flamenco, che sono così accentuati, io a volte li trovo proprio comici. Da qui ho sviluppato la comicità della ballerina di flamenco. Ecco allora che nello spettacolo Rosa entro in scena utilizzando un cappotto gigantesco, dentro al quale ad un certo punto mi rinchiudo per poi uscirne vestita da ballerina di flamenco, dove esprimo anche una comicità femminile. Lo faccio però portandomi dentro la competenza del maschile accumulata negli anni, in modo che le due componenti, maschile e femminile, si completino a vicenda, senza essere in contrapposizione. Sono contenta che Rose sia portatrice di questo simbolismo.

Al personaggio della clownessa sarà dedicato anche un webinar

T.B. Sì, lo spettacolo Rose è andato in scena nel 2012 per la prima volta e in questi ultimi dieci anni l’interesse per la figura della clownessa è aumentato. Durante la pandemia, non avendo la possibilità di incontrarci di persona, il Teatro C’Art ha organizzato alcuni webinar, chiamando a raccolta artisti ed esperti dall’Italia e dall’estero, per approfondire le tematiche che ruotano intorno alla figura del clown, quali ad esempio la fragilità, quindi l’utilizzo del clown nei contesti ospedalieri e l’educazione, con un’attenzione rivolta in particolare al mondo della scuola. 

A grande richiesta siamo però stati sollecitati ad approfondire anche il tema della comicità femminile nel circo contemporaneo e quindi il prossimo 29 novembre, dalle 19 alle 21, in modalità online modererò l’incontro con cinque artiste clownesse con le quali ci collegheremo per approfondire: Sue Morrison dal Canada, Felicia De Castro dal Brasile, Gardi Hutter dalla Svizzera, Monserrat Caballe, dalla Spagna, direttrice artistica del primo Festival di Clownesse e il pupazzo Dottor Froidoni, creato da Carolina Khourydi Torino.

Di recente avete tenuto un seminario sulla vocalità funzionale. Di cosa si tratta, a chi è rivolto e quali sono le sue finalità?

T.B.: A guidarlo è stato Jan Fisher, insegnante del Lichtenberger metodo, ideato da Gisele Rohmert e portato avanti in Germania dal Lichtenberger Institut für angewandte Stmmphysiologie dove insegna. La vocalità funzionale permette di acquisire una maggiore consapevolezza della propria voce attraverso la percezione. Essere più consapevoli della laringe, mettersi in ascolto del proprio suono fa sì che si imparino ad utilizzare tutti gli spazi: le ossa, le cavità, i muscoli. In questo modo il carico di fatica sulle corde vocali diminuisce e la qualità del suono è migliore. Nell’ambito del metodo Lichtenberger rientra anche la figura del terapeuta del suono, che aiuta le figure professionali che lavorano molto con questo organo del corpo quali attori, cantanti, ma anche conduttori radiofonici e televisivi e insegnanti.

Che rapporto c’è tra la comicità del clown, prevalentemente corporea, e la vocalità?

T.B.: Può sembrare una contraddizione, visto che i nostri spettacoli sono, appunto, non verbali. In realtà corpo e voce si completano a vicenda anche in questo tipo di performance. Io, ad esempio, ho deciso di iniziare a frequentare il corso proprio nel periodo in cui portavo in scena Rose, in cui non c’è la componente vocale. Lei non recita, mima e danza solamente, c’è solo una parte in cui canta. Io però mi rendevo conto che arrivavo a quella scena tutte le volte sempre più stanca e mi chiedevo in che modo avrei potuto potenziare la voce, che sentivo essere compressa. 

Mi sono formata all’Istituto  Modai di Torino, ma evidentemente la mia voce aveva bisogno di  altro spazio, così ho frequentato in Germania i corsi di vocalità funzionale e dopo un anno di formazione posso dire di aver ricevuto moltissimo nel mio lavoro di artista clown. Tanto che vorrei poter creare un ponte tra la nostra compagnia e la scuola tedesca, per poter diffondere questa metodologia molto affine alla poetica del clown, per la sua forte componente di curiosità e ludica, che sta alla base della scoperta della propria voce, un organo invisibile ma dalle potenzialità inaspettate. Io le ho scoperte dopo 15 anni di lavoro sul teatro muto.

Concludiamo con gli spettacoli che apriranno la stagione 2022-23: Woow! con Andrea Bochicchio e Teresa Bruno, che è una produzione nuova e Felici per Sempre, con Flavia Marco e André Casaca, presentato lo scorso aprile

T.B.: Sono entrambi spettacoli diretti da André e pensati per il teatro di strada e principalmente per un pubblico adulto, ma capaci di coinvolgere anche i più piccoli. Woow! è, come la maggior parte delle nostre produzioni, uno spettacolo non verbale, in cui la parte scenografica è particolarmente importante ed è un lavoro che ci ha impegnati per circa sei anni. Qui sono protagonista per la prima volta insieme ad Andrea Bochicchio, attore proveniente dalla commedia dell’arte, attratto da questo tipo di linguaggio. Siamo due personaggi stralunati nel contesto surreale di un viaggio a bordo di un tapis roulant assemblato sopra una macchina, che noi stessi abbiamo costruito. Il debutto in realtà c’è stato l’aprile scorso ed è stato accolto con grande riscontro.

A.C.: Anche Felici per sempre è stato portato in scena lo scorso aprile. Lo interpretiamo io e  Flavia. Anche questo uno spettacolo non verbale, che esplora le dinamiche relazionali tra uomo e donna, sottolineandone i tratti in apparenza normali, ma in realtà folli e assurdi, a partire da un banale imprevisto quale l’auto che si rompe improvvisamente, mentre la figura del clown rimane in sottofondo.

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