Fuori Programma, seconda parte. Tra i giardini del Quartiere Quarticciolo e del Parco Alessandrino

Fuori Programma, seconda parte. Tra i giardini del Quartiere Quarticciolo e del Parco Alessandrino

Fuori Programma, con la direzione artistica di Valentina Marini, alla sua quinta edizione torna in scena nell’estate 2020. Il Festival è prodotto da European Dance Alliance/Valentina Marini Management con il contributo di Roma Capitale e in collaborazione con Siae, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, Teatro Biblioteca Quarticciolo e V Municipio. 

Dopo la prima parte svoltasi a fine luglio negli spazi esterni del Teatro India, il Festival prosegue dal 17 al 30 settembre con performance urbane, laboratori e incontri nei cortili e giardini del Quartiere Quarticciolo e del Parco Alessandrino (Municipio V). Le attività previste al Quartiere Quarticciolo sono tutte intese in forma immersiva nell’ambiente urbano, siano i cortili o il Parco Alessandrino, alla luce naturale del giorno senza alcun elemento esterno. Non sono dunque previste pedane, palchi o strutture di alcun tipo e le performance sono tutte concepite come percorsi e creazioni itineranti nel Parco e nel Quartiere per condividere l’esperienza dell’attraversamento degli ambienti come parte integrante dell’azione performativa. Tutte le attività previste al Quartiere Quarticciolo sono a ingresso gratuito. 

Tre le compagnie in programma: Zerogrammi in Elegia delle cose perdute (Parco Alessandrino, 17 e 18 settembre ore 19.00 e 20.00, prima romana), progetto multidisciplinare, a firma del coreografo e regista Stefano Mazzotta, è ispirato al romanzo I Poveri dello scrittore portoghese Raul Brandao, e si articola e sviluppa in forme e linguaggi distinti e complementari, in parte video-fotografico e in parte spettacolo dal vivo in cui i quadri che compongono la narrazione diventano, nella sua forma site specific, la mappa di un viaggio nei luoghi (interiori) dei personaggi del testo di Brandao: 8 figure derelitte e però goffe al limite del clownesco, accomunate dal medesimo sentimento di malinconica nostalgia e desiderio di riscatto. Balletto Civile in MAD (Parco Alessandrino, 19 e 20 settembre ore 21.00 e 21.30, prima regionale), performance site specific itinerante, che dopo il debutto in settembre a Oriente Occidente approda a Roma in esclusiva per Fuori Programma. La performance intende tracciare un percorso drammaturgico che gli spettatori, organizzati in gruppi di dieci, sono invitati a seguire dai personaggi-performer coordinati dalle guide nelle diverse tappe di MAD. Ogni danzatore/attore è protagonista del proprio capitolo fisico accomunato agli altri da una Sinfonia che risuona come una preghiera laica, un sottofondo comune su cui, come in una partitura orchestrale, emergono le musiche, le parole, i canti di ogni figura che è autonoma. Un museo all’aperto, fatto di storie di uomini e donne che hanno dedicato il loro corpo al tempio sacro della Danza. Spellbound Contemporary Ballet in Spiazzato (Cortili del Quarticciolo, 28 e 29 settembre ore 19.30 e 20.00, prima assoluta), progetto che rientra nelle produzioni che festeggiano il venticinquennale della Compagnia che ricorre proprio nel 2020. La performance site specific, a firma di Mauro Astolfi, è immaginata in tre stazioni nei cortili del Quartiere Quarticciolo (Municipio V), che diventano eccezionalmente ambienti domestici, a partire dallo stato d’animo di scoramento e smarrimento che ci ha colto alla sprovvista nei mesi della pandemia; tre diversi ambienti casalinghi trasposti negli spazi esterni dei lotti adiacenti a via Manfredonia e via Ostuni per ospitare tre momenti performativi della nota compagnia romana; è infine un omaggio agli abitanti del quartiere che possono partecipare alla visione affacciati alle loro finestre. Ultimo appuntamento il 30 settembre ore 20.30, online sulla pagina facebook del Festival, il docufilm Spiazzato a cura di Spellbound Contemporary Ballet. 

Tra le attività dedicate all’avvicinamento alle pratiche dirette del corpo è previsto il laboratorio Il corpo ricorda (20 e 21 settembre ore 11.00, Parco Alessandrino) a cura di Michela Lucenti. Il laboratorio, immaginato come pratica di danza di comunità, è rivolto a donne e uomini over 60 del Quartiere Quarticciolo che saranno guidati dall’esperienza e dalla capacità dell’autrice, da molti anni vicina attraverso la sua pratica creativa e compositiva non solo a professionisti ma anche a corpi di amatori.

Il Festival, anche in questa Seconda Parte, prevede tre incontri: due a cura di Casa dello Spettatore presso il Teatro Biblioteca Quarticciolo, prima delle performance di Zerogrammi (17 settembre ore 18.00), e Balletto Civile (19 settembre ore 20.00), un’occasione per ri-trovarsi in un fuori programma che, a partire dall’esperienza di vedere la danza contemporanea, riattiva dopo una lunga e forzata pausa, una conversazione in presenza tra il quartiere Quarticciolo, la città e creatività. Il terzo incontro a cura di Dalila D’Amico in dialogo con Michela Lucenti (20 settembreore 12.30), diversamente dai precedenti incontri con pubblico in presenza, è immaginato in versione online sulla pagina facebook del Festival.

Fuori Programma prosegue l’indagine creativa iniziata nel 2016 intorno al vasto paesaggio della scena contemporanea internazionale. La recente emergenza virale, che ha coinvolto lo stato di salute fisica, economica, artistica nazionale e internazionale, carica di nuove urgenze e significati il Festival esaltando la potenza dell’imprevisto, del fuori programma appunto, in relazione alla prossimità tra i corpi e al loro movimento libero nella città. 

È quindi l’accezione del Fuori a tracciare il sentiero del percorso creativo di questa edizione che propone un programma inteso ad accogliere gli spettatori andando verso, raccogliendolo intorno, abbracciando idealmente l’artista negli spettacoli volutamente allestiti in una dimensione circolare nell’Arena Teatro India a luglio. Per il mese di settembre, nel Quartiere Quarticciolo, performance, letture, e laboratori che rovescino la tradizionale traiettoria che ci vede spostarci dai luoghi di fruizione culturale, per portare gli stessi contenuti direttamente “a casa” delle persone. 

Posti contingentati a ingresso libero con prenotazione obbligatoria. Info e prenotazioni: fuoriprogrammafestival@gmail.com

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La quinta edizione del Festival Fuori Programma: la rinascita “fuori” dal palco

La quinta edizione del Festival Fuori Programma: la rinascita “fuori” dal palco

«Se cerchi l’inferno, chiedi agli artisti» la voce ferma è quella di Roberto Zappalà che racconta, si muove, osserva da uno dei quattro angoli della pedana centrale, essenziale e bianca, all’interno dell’Arena che sorge a pochi passi dal Gazometro di Roma.

Fuori Programma
Lava Bubbles -Compagnia Zappalà Danza. Ph Piero Tauro

«Se non trovi gli artisti sei già all’inferno». Zappalà è il coreografo e il direttore artistico della omonima compagnia di danza, fondata nel 1989 a Catania. La città che con la sua Piana circonda il vulcano Etna, insieme con i monti Nebrodi e il Mar Ionio. 

A lui l’onore di inaugurare la quinta edizione di Fuori Programma, il Festival internazionale di Danza Contemporanea, prodotto da European Dance Alliance/Valentina Marini Management con il contributo di Roma Capitale, in collaborazione con il Teatro di RomaTeatro Nazionale, Teatro Biblioteca Quarticciolo e V Municipio. Il debutto è avvenuto il 28 luglio, al Teatro india di Roma, nell’ora che volge al tramonto, con lo spettacolo Lava Bubbles

Zappalà rievoca le suggestioni di un’eruzione magmatica che può essere interpretata come un fenomeno naturale, un mistero antico, un viaggio simbolico all’interno di tanti sguardi. Occhi che accolgono le contaminazioni, i contenuti.

I pensieri rapidi, impalpabili come le bolle. Sfere fragili che si dissolvono, come cenere e lapilli, così è  la vita degli uomini. Un soffio che, in una frazione di tempo, riproduce la quotidianità e poi finisce. La vita, la morte sono rispettivamente la ripetizione o la cessazione di quel respiro. Un anelito che incorpora il materiale e l’immateriale, nell’evoluzione di ogni storia, di ogni corpo. 

Due percussionisti al centro della scena creano una rete sonora, suonando live per tutta la durata dello spettacolo, diventando parte integrante della performance. Uno alla volta, le danzatrici e i danzatori entrano nello spazio scenico, provenienti da direzioni diverse, rispettando la sacralità del luogo. Ognuno di loro sembra ripetere il rituale nipponico di accedere e camminare a piedi nudi sulla superficie di un tempio, di una casa o di un tatami. 

Nove performer, protagonisti con i loro corpi differenti per struttura, morfologia e caratteristiche cromatiche. Sono Maud de la Purification, Filippo Domini, Marco Mantovani, Sonia Mingo, Adriano Popolo Rubbio, Fernando Roldan Ferrer, Valeria Zampardi, Joel Walsham ed Erik Zarcon. Il linguaggio scenico, i codici della danza, il lavoro sul corpo sono elementi di indagine, come un trattato di antropologia sociale. Persone che entrano in relazione tra di loro, con i luoghi, e diventano contenitore e contenuto.

La coreografia di Lava Bubbles  è concepita in funzione di uno sguardo circolare, il movimento dei danzatori non asseconda un punto di vista frontale. Il moltiplicarsi degli sguardi possibili è la logica e la forza dello spettacolo. La visuale sconfinata favorisce un incremento delle possibilità drammaturgiche. Le unioni, le rotture, i conflitti del genere umano. Le oscillazioni e l’imponderabilità della vita.

L’imprevisto è la parola chiave che caratterizza la seconda serata di Fuori Programma. Il secondo appuntamento, affidato alla scrittura coreografica di Fabrizio Favale, si trasforma in una inedita e originale versione solista di “Lute”. 

Fuori Programma
“Lute” – Daniele Bianco. Ph Piero Tauro

La creazione per due danzatori de Le Supplici, per improvvisi motivi di salute di Vincenzo Cappuccio, diventa il solo act di Daniele Bianco. A lui l’onore e l’onere di proporre al pubblico di Fuori Programma la geometria delle sequenze coreografiche, un po’ di quel sogno scintillante, di quelle storie fantastiche che caratterizzano la drammaturgia, l’estetica e la visione artistica di Fabrizio Favale.

Forse l’immagine più bella che rimarrà impressa nella memoria degli spettatori sono le simmetrie tra cielo e terra, la corrispondenza tra il volo dei gabbiani nel cielo e le traiettorie disegnate a terra, sulla superficie della pedana, da Daniele Bianco.

Chiude la terza serata del Festival Last Space, opera concepita e coreografata da Marco Di Nardo per Frantics Dance Company. Arriva a Roma da Berlino, con la sua crew  composta da Juan Tirado, Carlos Aller e, per la musica dal vivo, da Andrea Buttafuoco-Molotoy. L’obiettivo è quello di incorporare urban dance, tecniche di improvvisazione e danza contemporanea. 

Un macro progetto strutturato come una trilogia. Il primo capitolo, Last, ha debuttato nel 2017 nell’ambito del Festival berlinese Tanztage che si è svolto negli spazi del teatro indipendente Sophiensaele. Last Space,  il secondo capitolo, è stato creato a Chania, la città gioiello dell’isola di Creta, in Grecia, in collaborazione con il Chania Dance Festival.

Dalla versione indoor è nata una variante open space che ha vinto il secondo premio all’International Coreographic Competition di Hannover, svoltosi dall’1 al 6 giugno 2020. La transizione dal chiuso dei teatri agli spazi esterni ha determinato l’adattamento della performance allo stile della strada e dell’ambiente urbano. 

Fuori Programma
Last Space – Frantics Dance Company. Ph Piero Tauro

A Fuori Programma, lo spazio scenico è centrale e, in assenza di pedana o di un palcoscenico, la performance assume il carattere di un’esperienza vissuta in comune. Proprio perché il piano di riferimento è lo stesso, così come il livello di coinvolgimento emotivo. Last Space è sudore, polvere, materia, movimenti sincronici nello spazio, suoni elettronici, emozioni, empatia.

Aggregando sonorità e movimenti si realizza la fusione alchemica tra musica e danza. Per ogni battito al minuto, un impulso del corpo. Onde sonore, passi di danza, intere sequenze si propagano nello spazio dell’Arena. La dinamica delle azioni dei performer investe la situazione calma, statica degli spettatori.

Marco Di Nardo, Juan Tirado e Carlos Aller spingono al massimo l’intensità del momento, la percezione soggettiva del tempo. Raggiungono il climax spezzando la monotonia della ripetizione. Sfiniti, con i vestiti logori e macchiati dagli sforzi della fatica, ma sorridenti e visibilmente soddisfatti. Conclude la prima parte del Festival, il live set Musique d’ameublement, la musica elettronica di Andrea Buttafuoco incontra il violoncello di Carmine Iuvone e la tromba di Domenico Rizzuto.

A Valentina Marini, direttrice artistica di Fuori Programma, abbiamo rivolto una breve intervista che conclude il racconto sul Festival.

C’è una riflessione che vuoi condividere come ricordo conclusivo della tre giorni?

Sicuramente un senso di grande pienezza, di appagamento e soddisfazione. Il fatto di aver organizzato le attività all’esterno ha dato un altro colore al Festival, grazie anche al tempo favorevole e alla bellissima location. Il sostegno del pubblico è stato determinante. La cosa che mi ha colpito è proprio l’ondata di spettatori, una “gentile bassa marea.

Un’onda di persone, piacevolmente affascinate, che si sono lasciate coinvolgere,con una partecipazione veramente spontanea. L’ambiente all’aperto favorisce una condivisione di piacere in una dimensione di naturalezza. Quello che rimane alla fine, a livello di sensazioni, contrasta e bilancia in positivo tutti gli sforzi immensi fatti prima, durante la preparazione del Festival.

Due poli opposti: l’ipotesi di rimandare di un anno la quinta edizione del Festival, a causa dell’emergenza sanitaria, e la gioia del miracolo, l’inaspettata opportunità. Come hai affrontato tutto questo?

Io sono stata sicuramente una tra quelli che non hanno sostenuto la ripartenza per come è stata normata e gestita. Le restrizioni erano e sono tante e tali da rendere quasi impossibile lo svolgimento delle normali attività. I sentimenti sono stati molteplici e contrastanti, a ciò si sono aggiunti i ritardi nelle conferme, da parte degli enti pubblici, circa la loro eventuale partecipazione a copertura della manifestazione.

Tutto ciò si è tradotto in stress, fatica, incertezza. Abbiamo riformulato i programmi due volte perché tutto quello che avevamo immaginato e pensato, non era realizzabile per motivi differenti. Questo ha generato spesso un senso di frustrazione.

Tra l’impossibilità iniziale, lo sblocco parziale delle attività e il “via libera”, c’è stato un disagio profondo e una piccolissima percentuale di grande soddisfazione dovuta alla gioia di condividere con gli artisti alcuni momenti particolari e, soprattutto, quella ondata di partecipazione di un pubblico che ha sempre più voglia  di ritornare a fruire di attività culturali. Abbiamo lavorato in una condizione di affanno, con una sovrapposizione di problematiche, di contraddizioni di fare e disfare che in misura  proporzionale prevalgono per quantità e durata temporale.

Tre serate, tre idee di danza, tre coreografi con i loro danzatori. Quale pensiero ha guidato la programmazione?  C’è una suggestione che ha stimolato la linea di questa edizione, una convergenza di pensieri e persone?

Ci sono sempre delle convergenze. Il primo disegno del Festival è stato cestinato per questioni legate alla mobilità internazionale o al contatto sulla scena. Riscrivere un programma non è facile perché bisogna tener conto  di questioni come il budget, il distanziamento, la territorialità che quest’anno è stato uno dei criteri di valutazione più dirompenti. Non si poteva immaginare di far muovere artisti o gruppi da molto lontano.

Il ventaglio di scelte era limitato a una serie di proposte che rispondevano maggiormente ai requisiti. In più si è aggiunta quest’anno, la necessità di immaginare la programmazione all’esterno. Originariamente il Festival aveva luogo negli spazi al chiuso. Questa dimensione all’aperto del Teatro India, non era qualcosa che avevo previsto e per come la vedo io la programmazione è legata ai luoghi che vengono attraversati. Se cambia lo spazio, cambiano anche le suggestioni e l’immaginario dello spettacolo in quel luogo.

Il fil rouge è stato ribaltare completamente l’idea di programmazione che avevo ipotizzato inizialmente, lavorando in una sorta di fusione con l’ambiente naturale, in una dimensione di prevalente naturalezza. Da qui la decisione di lavorare al tramonto con una programmazione che fosse meno artificiale possibile dal punto di vista dei supporti esterni. Una grandissima pedana, spoglia, dove i corpi dei danzatori potessero fondersi con l’esterno e dove la luce naturale fosse giustificata dalla drammaturgia. Questo è stato per me il criterio di scelta, soprattutto per armonizzare gli spettacoli con l’ambiente circostante.

Cosa è possibile anticipare della seconda parte del Festival?

La seconda parte sosterrà ancor di più il tema della dimensione all’aperto e della fusione con l’ambiente esterno, naturale. Diversamente dalla sezione di luglio dove è stata prevalente la fissità, l’immobilità all’interno dell’Arena del Teatro India, in autunno attraverseremo in diverse direzioni e in diverse aree, il parco Alessandrino e il quartiere Quarticciolo.

Sarà un contesto diverso e itinerante, anche in questo caso in fasce orarie che sono colorate e abbellite dal tramonto. Saranno dei percorsi artistici, un altro modo di vedere lo spettacolo dal vivo. Sono dei formati che rispettano i parametri organizzativi e che valorizzeranno il territorio e le periferie. Si lavorerà senza il palcoscenico, sfruttando i set naturali.

Teatro Biblioteca Quarticciolo: al via la nuova gestione con direzione condivisa e coordinamento scientifico

Teatro Biblioteca Quarticciolo: al via la nuova gestione con direzione condivisa e coordinamento scientifico

Pubblichiamo il comunicato stampa diffuso dal Teatro Biblioteca Quarticciolo di Roma in merito alla nuova gestione.

La programmazione artistica e culturale e dei servizi connessi agli spazi del Teatro Biblioteca Quarticciolo del circuito Teatri in Comune di Roma Capitale, per il triennio 2020-22, è stata affidata, tramite bando indetto dal Teatro di Roma, all’RTI costituito da E.D.A. e Spell Bound, con la direzione di Giorgio Andriani, Antonino Pirillo, Valentina Marini e con il coordinamento scientifico di Valentina Valentini. Entrambe le strutture vantano una lunga esperienza nella produzione culturale romana, nazionale e internazionale, e coinvolgono operatrici e operatori culturali che hanno ricoperto ruoli centrali nelle due ultime gestioni del Teatro Biblioteca Quarticciolo (2016-2017 e 2018-2019).

Per la prima volta è stato presentato un modello di direzione condivisa perché “elaborare, realizzare e verificare degli strumenti di co-abitazione alla base di un programma culturale comporta decostruire il ruolo della direzione artistica, intesa come competenza di una singola figura, per aprirla a visioni diversificate che operano in sinergia, assumendo una metodologia che abbia delle fondamenta scientifiche, nel senso di un metodo sperimentale per prova ed errore.” 

“Quindi di conseguenza il coordinamento scientifico è volto a garantire la coerenza del progetto rispetto ai parametri di natura estetica che lo strutturano; a guidare i processi operativi, dalla fase di elaborazione del progetto alla verifica in itinere dei risultati; a operare affinché l’intreccio di competenze settoriali arrivi ai fruitori sotto forma di una proposta organica; a estendere l’incidenza della programmazione di ‘Teatro’ nelle sue articolazioni e implicazioni culturali.”

Il blocco dei teatri, causa emergenza Covid-19, impone uno stop dell’attività di spettacolo dal vivo e un doveroso ripensamento di una differente fruizione della proposta culturale. Questa condizione emergenziale impone ancora di più la necessità di ricreare un centro per la discussione artistica affinché il TBQ diventi un punto di riferimento culturale della capitale, un luogo dove si rifletta e discuta su questioni del presente. In quest’ottica si intende promuovere la vocazione di un teatro attento alle differenti sperimentazioni drammaturgiche, del corpo, del suono, della vocalità, dei dispositivi tecnologici e letterari, con una programmazione che guardi alla città e alla produzione nazionale e internazionale, attraverso non solo spettacoli ma incontri, dibattiti, laboratori in pieno ascolto degli spettatori con i quali ricostruire il senso del fare teatro.

Continuo sarà il dialogo con le Associazioni del territorio e con le Istituzioni di Roma e nazionali come Teatro di Roma e Teatri in Comune, Biblioteche di Roma, Romaeuropa Festival, ATCL, Accademia di Spagna, Fabbrica Europa, In-box. Grazie alla collaudata sinergia con il Municipio V, il Teatro con le sue esperienze attraverserà altri luoghi del quartiere e del municipio come la piazza, le case, il mercato, la metro, il parco, il bar, la Biblioteca, la bocciofila, il centro anziani, i lotti.

A realizzare il progetto una consolidata squadra di lavoro che vede la programmazione Teatro curata da Antonino Pirillo e Giorgio Andriani, la programmazione Danza da Valentina Marini, la sezione Teatro ragazzi e il rapporto con le scuole da Federica Migliotti; le Relazioni esterne, Organizzazione e Promozione da Dalila D’Amico; l’Organizzazione da Dario Alberti; il reparto tecnico da Raffaella Vitiello e Antonio Belardi. A questa si integra la funzione di coordinatrice scientifica di Valentina Valentini.

Vivaldiana della Spellbound Contemporary Ballet. Intervista al coreografo Mauro Astolfi

Vivaldiana della Spellbound Contemporary Ballet. Intervista al coreografo Mauro Astolfi

Da venerdì 20 a domenica 22 dicembre il Teatro Carcano di Milano ospita Vivaldiana, il nuovo spettacolo di Spellbound Contemporary Ballet, che pone al centro l’idea di lavorare ad una parziale rielaborazione dell’universo di Vivaldi integrandolo con alcune caratteristiche della sua personalità di ribelle fuori dagli schemi. Da questa suggestione è partito il coreografo Mauro Astolfi per tradurre in movimento alcune creazioni di Vivaldi e raccontarne il talento e la capacità di reinventare, nella sua epoca, la musica barocca.

Musicista immerso in un contesto dominato dalla razionalità, Vivaldi si è distinto per la piena consapevolezza di andare oltre i limiti del proprio tempo e la noncuranza a muoversi contro corrente: in questo consiste la sua genialità. Da qui l’idea di Astolfi di rielaborare la sua architettura musicale cercando di restituire alla sua opera caratteristiche di unicità.

Lo spettacolo ha inaugurato nel 2019 la stagione del Grand Theater de Luxemburgcoproduttore del progetto Vivaldi Variations, serata a due parti e due firme. Mauro Astolfi e il lussemburghese Jean-Guillaume Weis si immergono nel lavoro e nella vita del musicista per mettere in scena i rispettivi pensieri ed emozioni e i diversi approcci dei due artisti, creando rispettivamente a Vivaldiana e Seasons, coreografie eseguite entrambe da una sola compagnia di danza, lo Spellbound Contemporary Ballet e dalla musica registrata dell’Orchestre de Chambre du Luxembourg.

In Vivaldi Variations e nello specifico per la creazione di Vivaldiana, come avviene la traduzione del discorso musicale in danza visibile? Quali sono gli elementi che ci consentono di individuare un’identità strutturale tra danza e musica?

In realtà non si tratta di traduzione, ma di verificare delle affinità, di interpretare delle atmosfere e percepire delle vibrazioni, farle proprie. L’identità strutturale, per quanto riguarda il mio modo di sentire la danza, è sempre frutto di un processo alchemico tra una serie di ingredienti che cambia ogni volta. Se proprio vogliamo tentare una definizione, direi che l’armonia tra la musica e il movimento e quello che potrebbe rappresentare la definizione di “identità strutturale“.

L’architettura visiva del disegno coreografico organizza la percezione dello spettatore? Stimola, coerentemente con l’intenzione del compositore barocco, l’autentico coinvolgimento dello spettatore?

Non credo che si possa parlare di autentico coinvolgimento dello spettatore, piuttosto un processo che può avvenire quando lo spettatore entra in risonanza con qualcosa che sta vedendo, sentendo. Le architetture visive, una definizione che mi piace leggere, non sono studiate per ottenere un effetto all’esterno, ma per tradurre qualcosa, che in questo caso, proviene da mie percezioni interne.

In che modo è stato rielaborato e integrato in una visione complessiva, il vissuto soggettivo dell’autore e l’esperienza estetica delle sue composizioni?

Il processo è stato molto semplice in realtà. Non ho dovuto rielaborare un’estetica, non ho dovuto cercare di far convivere i due mondi, la musica come movimento produce delle vibrazioni e quella di Vivaldi e ricca di impulsi. Se cercassi di razionalizzare attraverso delle analisi, sono sicuro che non riuscirei a muovere neanche un dito in sala prove. Gli impulsi, le vibrazioni, il magnetismo e le composizioni musicali di Vivaldi hanno suggerito i movimenti e la struttura dello spettacolo.

È possibile individuare poetica e missione della SpellBound Contemporary Ballet, nella convergenza di un sapere artistico e imprenditoriale che sia rappresentativo della contemporaneità?

Una delle missioni è proprio quella di farsi che la poetica continui a rimanere uno dei pilastri sul quale poggiare il desiderio e la volontà di continuare a creare per questa compagnia. Mi piace immaginare l’aspetto imprenditoriale come la preparazione di una grande cucina, dove vengono predisposti gli attrezzi, il forno dove verranno assemblati gli ingredienti e poi cucinati per presentarli al meglio. 
Per quanto riguarda la definizione di contemporaneità, non credo che si possa fare nulla di attuale che non sia contemporaneo, anche se si trattasse di cose antiche. Ma non vorrei uscire fuori tema. Io e Valentina Marini condividiamo questo progetto alla inesorabile, inevitabile luce della contemporaneità. La trovo difficilmente definibile e non vorrei relegarla solo ai più importanti fattori di cronaca.

L’universalità del linguaggio espressivo corporeo, la sua polivalenza e precisione semantica, può favorire l’incontro tra culture e acuire la percezione del valore della diversità come ricchezza? 

Assolutamente sì. Non credo esista niente di più efficace della danza da questo punto di vista, ma soprattutto la comprensione della diversità, che poi credo che sia lo step necessario per poterla accettare ed elaborare. La ricchezza non sta nella diversità in quanto tale se questa diversità non viene conosciuta, respirata, digerita. Altrimenti rischia di diventare un altro bellissimo espediente dialettico per farsi benvolere quando si parla con gli intellettuali della danza. L’incontro con culture diverse e la più grande delle ricchezze per come la vedo io, ma anche in questo caso bisogna mettersi nelle condizioni di conoscere veramente questa cultura, altrimenti si rischia che una semplice infarinatura di questo o di quello venga spacciato per incontri tra culture diverse. La danza, stimola una capacità che risiede nel profondo di ogni uomo che per fortuna supera tutto questo oceano di definizioni e accede alle cose più importanti e ad una conoscenza più concreta senza bisogno di leggere nulla, senza bisogno che nulla venga spiegato.

FuturaMemoria, nuova rassegna sui temi dell’inclusione e della memoria

FuturaMemoria, nuova rassegna sui temi dell’inclusione e della memoria

FuturaMemoria, prodotto da Spellbound con la direzione artistica di Valentina Marini, dal 31 ottobre al 28 novembre 2019, vede protagonisti molti luoghi del Municipio V di Roma, dal Teatro Biblioteca Quarticciolo a La Pecora elettrica, dal Centro Anziani Villa Gordiani al Mercato Iris, da La Cantina di Dante al Mercato Villa Gordiani. L’iniziativa è parte del programma di Contemporaneamente Roma 2019 promossa da Roma Capitale-Assessorato alla Crescita culturale e realizzato in collaborazione con SIAE.

FuturaMemoria, prodotto da Spellbound con la direzione artistica di Valentina Marini, dal 31 ottobre al 28 novembre 2019

FuturaMemoria, alla sua puntata zero, pone subito in essere un contenitore aperto che si prefigge di fare da cassa di risonanza nelle stagioni a venire di tematiche e questioni in cui lo strumento artistico possa aiutare a recuperare da un lato la verità delle memorie di un passato che si possa dire autentico e dall’altro a farle presente per dare luogo a un dibattito che ribalti i valori di nord e sud, di nero e bianco, di vecchio e giovane, per lasciare alle generazioni a venire un archivio del nostro presente artistico capace di parlare scevro da giudizi di valore. Il tempo presente ci sollecita inoltre l’urgenza di riportare la produzione contemporanea sul piano seppur scomodo della necessaria messa in discussione dell’oggi, per costruire un pensiero collettivo che trasformi la paura e l’incertezza in un viaggio a favore della scoperta e dell’inclusione.

In questa edizione la rassegna nasce accogliendo un programma multidisciplinare che pone all’attenzione del pubblico le tematiche inerenti la relazione tra cultura africana e cultura occidentale, tra integrazione e identità, tra memoria e un futuro possibile. Il cuore del progetto è sollecitato dall’interrogativo posto dall’ultima creazione di Roberto Castello per Aldes, Mbira: quanto ha contribuito l’Africa a renderci quelli che siamo? In questo quesito si traccia da subito il solco che lega il tema della memoria insieme all’aspetto geografico e temporale. L’idea di una rassegna su questa sollecitazione impone un pubblico in dialogo circolare con le tematiche proposte e per questo da un lato la scelta di organizzare una rassegna la cui fruizione sia totalmente gratuita e dall’altro l’ubicazione non solo periferica ma in spazi e orari generalmente non abituali per le azioni artistiche. Le tematiche che compongono i contenuti del progetto FuturaMemoria sono legate in primis ai temi dell’integrazione, della cultura africana e colonialismo, della relazione tra cultura occidentale e cultura africana.

Il 31 ottobre alle ore 12.00 il progetto è presentato alla stampa e al pubblico presso il ristorante La cantina di Dante in via degli Olivi 51 (Centocelle). Intervengono il coreografo Roberto Zappalà, Elvira Frosini e Daniele Timpano, Valentina Marini, Johanne Affricot, Guido Di Palma, Danila Blasi, Casa dello spettatore, i rappresentanti della mostra Nobody – Odysseo is my name, Monica Faia e Adama Jallow. Contestualmente è inaugurata la mostra Nobody – Odysseo is my name realizzata in collaborazione con la curatela di Ivan Terranova e Gilda Raiti con un gruppo di studenti e docenti dell’Accademia di Belle Arti di Catania. La mostra nasce da un’attività laboratoriale volta a favorire l’incontro e il dialogo tra giovani stranieri e studenti di fotografia, realizzando una mostra fotografica/narrativa che racconta al pubblico storie di accoglienza, identità e partecipazione. L’iniziativa è a firma dell’Associazione Isola Quassud start-up nel campo dell’intercultura, delle arti e dello spettacolo già finanziata nel 2016 per il progetto MIGRARTI.

MAGGIORI INFORMAZIONI: https://www.facebook.com/events/2484278335189257/