Todi Festival lancia la call Todi Off 2021, c’è tempo fino al 21 Maggio

È aperta la call per presentare progetti di spettacoli da parte di singoli artisti e/o compagnie per Todi Off 2021 nell’ambito della XXXV^ edizione di Todi Festival che si terrà dal 28 Agosto al 5 Settembre 2021. 

All’interno della tradizionale programmazione del Todi Festival, infatti, prenderà il via la quinta edizione di TODI OFF, rassegna di teatro e danza contemporanei, a cura di Teatro di Sacco in collaborazione con Teatro e Critica, orientata alla formazione del pubblico per un suo avvicinamento al teatro indipendente. Questa sezione dedicata al teatro e alla danza, è immaginata come spazio “altro” rispetto alla programmazione ordinaria e, allo stesso tempo, come luogo di incontro, scambio e confronto non solo fra gli artisti, ma anche fra artisti e spettatori a cui viene suggerita una visione molteplice e variegata della produzione artistica italiana. 

La sezione TODI OFF è parte integrante della programmazione del Todi Festival e si configura come un progetto altamente innovativo, unico nel suo genere nell’ambito di un Festival, così articolato: 7 giornate dedicate al teatro e alla danza contemporanei; 6 spettacoli in programma presso il Teatro Nido dell’Aquila; 6 incontri con il pubblico con focus sullo spettacolo della sera precedente; 1 workshop di critica teatrale guidato da Teatro e Critica che si occupa anche di curare il foglio quotidiano distribuito nei luoghi del Festival; 1 Incontro pubblico sullo stato dell’arte del teatro indipendente in Italia. 

Ogni spettacolo in programma sarà presente in tutta la comunicazione web e cartacea del Todi Festival: pieghevole cartaceo con l’anteprima del programma, libretto cartaceo con il programma completo, comunicati stampa diffusi a livello nazionale e locale, pagina dedicata all’interno del sito www.todifestival.it, post dedicati sui social network del Festival. Saranno inoltre invitati critici e osservatori.

PARTECIPANTI AMMESSI

  • Possono partecipare alla call compagnie teatralisingoli professionisti del teatro e della danza o gruppi di professionisti che operano sul territorio nazionale strutturati in qualsiasi forma giuridica che gli consenta di produrre il certificato di agibilità, di essere in regola con le pratiche amministrativo-burocratiche per la realizzazione dello spettacolo e di essere in grado di emettere la fattura per riscuotere il cachet previsto;
  • Si precisa che la partecipazione alla call è gratuita. 

REQUISITI DI PARTECIPAZIONE 

  • Lo spettacolo dovrà essere un debutto nazionale o avere effettuato al massimo una o due repliche e comunque non dovrà avere effettuato repliche in Umbria;
  • I candidati dovranno inviare la richiesta di partecipazione composta da:
    • curriculum artistico della compagnia o dell’artista;
    • scheda artistica e scheda tecnica dettagliata della proposta di spettacolo; 
    • due foto in HD e il link ad un video delle prove. È necessario che i materiali video siano visionabili direttamente online (solo attraverso un link) e non prevedano la necessità di download (no wetransfer, google drive, vimeo, ecc.); 
  • Ogni gruppo, compagnia o artista può̀ inviare un’unica proposta di spettacolo; 
  • il progetto di spettacolo dovrà essere compatibile con le caratteristiche e la planimetria del Teatro Nido dell’Aquila, spazio dedicato alla sezione TODI OFF. Di seguito le caratteristiche dello spazio e le dotazioni tecniche: il boccascena è largo 6,5 mt, le dimensioni del palco sono di 8×6 mt, l’altezza della graticcia è pari a 4,30 mt circa, quintaggio all’italiana o alla tedesca (in base alle necessità di scena), carico di corrente: assorbimento max 8,5 KW. L’impianto audio PA esterno è calibrato in modo adeguato agli spazi del luogo. La richiesta luci è da approfondire con la direzione di produzione di Todi Festival. 

MODALITÀ DI PARTECIPAZIONE

  • È necessario inviare, a mezzo e-mail, la proposta di partecipazione completa di quanto indicato al punto “Requisiti di partecipazione”, all’indirizzo todioff2021@teatrodisacco.it specificando, nell’oggetto, “Domanda di partecipazione a TODI OFF 2021”, entro e non oltre il 21 Maggio p.v. Non si accettano altre modalità di invio.
  • I partecipanti alla call autorizzano, ai sensi del Codice sulla Privacy D.Lgs 101/2018 (che ha sostituito il D.Lgs 196/2003) e del GDPR (General Data Protection Regulation) – Regolamento Europeo n. 2016/679 sulla protezione dei dati (in vigore in tutti i paesi dell’Unione Europea dal 25 maggio 2018), il trattamento anche informatico dei dati personali e l’utilizzo delle informazioni inviate per tutti gli usi connessi alla call. 

CONDIZIONI

Il cachet previsto per lo spettacolo è di 1.300 euro + iva oltre all’ospitalità (pernottamento e vitto) per un massimo di tre persone nella giornata del debutto. 

  • Tutte le spese relative all’organizzazione, alla comunicazione, alla promozione dell’evento, alle pratiche concernenti la SIAE e al personale di sala saranno a carico dell’organizzazione del Todi Festival. 

SELEZIONE

  • La selezione sarà a cura della direzione di TODI OFF in accordo con Teatro e Critica e con la supervisione della direzione artistica di Todi Festival. 
  • I referenti dei 6 progetti selezionati saranno contattati individualmente entro il 28 Maggio p.v.
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Estate al Trinci

Polemica su «Estate al Trinci», intervista a Emanuela Faraglia di Slc Cgil

Ha generato un’ondata di proteste il bando «Estate al Trinci» pubblicato dal Comune di Foligno. «Al fine di sostenere il mondo dell’arte, dello spettacolo e della cultura» l’amministrazione (passata alla destra nel 2019 dopo un lungo predominio di centrosinistra) ha lanciato una chiamata per selezionare artisti e artiste da far esibire in una rassegna estiva nel centro storico della città, nella Corte di Palazzo Trinci. A suscitare sdegno sono le condizioni per la realizzazione degli spettacoli o eventi culturali: a fronte di una basilare dotazione tecnica messa a disposizione e del supporto per la richiesta dei permessi, non è previsto nessun compenso per le compagnie ed è persino fatto divieto di chiedere un biglietto di ingresso al pubblico. Contro questa proposta, che ancora una volta non riconosce dignità lavorativa alla categoria o che quantomeno confonde tra ambito professionale e amatoriale, si sono levate diverse voci tra cui quelle del sindacato.

Ne abbiamo parlato con Emanuela Faraglia, attrice e responsabile del dipartimento produzione culturale per la Slc Cgil dell’Umbria.

Come artista e sindacalista, cosa ha pensato quando ha letto il bando del comune di Foligno?

Entrambe le mie anime hanno sussultato. È immediatamente emerso lo sfruttamento implicato nella richiesta da parte dell’ente nei confronti di una categoria intera di lavoratori, non sono gli artisti ma anche il reparto tecnico. Infatti il comune mette a disposizione uno spazio ma non le risorse affinché esso venga utilizzato. Questo tipo di bandi è purtroppo sempre esistito, soprattutto durante la stagione estiva le amministrazioni locali hanno spesso fornito degli spazi a condizione che le compagnie si auto-producessero lo spettacolo. Però, nel 2021, questo non è più tollerabile. Non si può far finta che non sia accaduto nulla, in questo momento è assolutamente necessario un sostegno economico per la ripartenza, che sia indirizzato ai lavoratori e alle lavoratrici dello spettacolo. Non si può chiedere loro di fare «un investimento», come ha dichiarato l’Assessore alla cultura, perché il settore è fermo da un anno e non ci sono altre risorse a disposizione. Quanto accaduto ci riporta ad una pratica che era molto diffusa anni fa, ovvero quella di lavorare gratis in cambio di visibilità, ma non è qualcosa che può più essere proposto nelle condizioni attuali.

Perché le amministrazioni hanno spesso questa visione distorta del lavoro in ambito culturale?

Stupisce che, dopo un anno in cui la condizione dei lavoratori dello spettacolo è emersa anche per chi è distante da questo settore, permanga questa ignoranza o inconsapevolezza da parte di un’amministrazione. Spesso c’è anche la volontà di non recepire, perché più volte da parte del sindacato sono state date indicazioni e spiegazioni su questa realtà.

Recentemente ha dichiarato che è necessario modificare la normativa che equipara le associazioni culturali di professionisti a quelle di svago. Anche in questa vicenda è centrale la distinzione tra l’ambito lavorativo e ciò che non lo è.

Infatti a fronte di numerose critiche il Comune di Foligno ha specificato che il bando era indirizzato agli amatoriali. Di per sé non sarebbe una cattiva pratica, il volontariato fa parte del tessuto cittadino, ma non è possibile allora pubblicare un bando del genere con la premessa che si tratta di un’azione in aiuto del settore culturale. Se è per gli amatoriali non può essere un sostegno per i lavoratori. Non si può parlare di arte e cultura in maniera astratta, perché è un patrimonio che vive grazie a chi ci lavora. In un momento come questo è necessaria una rete di supporto, che non sia banalmente di tipo assistenziale, ma che possa garantire una ripartenza in sicurezza.

Che tipo di azioni si possono intraprendere per rispondere ad un bando come «Estate al Trinci»?

Probabilmente non ci sarà la possibilità di modifica del bando, stando a quello che ci hanno comunicato. Si potrà chiedere l’annullamento e sarà un’azione sindacale che porteremo avanti. Per evitare invece che queste situazioni si ripropongano vediamo un’unica soluzione, ovvero l’apertura di tavoli in cui ci sia la presenza degli addetti del settore, ad esempio in quelle occasioni in cui si stabiliscono le norme dei bandi, dei finanziamenti e così via, in modo da poterli indirizzare ad un reale sostegno dei lavoratori e delle lavoratrici.

In merito alla riapertura quali prospettive ci sono?

La ripartenza va analizzata con attenzione. Sappiamo che non basterà riaprire le porte dei luoghi, dei teatri. Veniamo da un anno di mancata programmazione, in cui sono emerse delle fortissime vulnerabilità. Se si ripartisse in questa maniera, ovvero come la scorsa estate, tanti e tante rimarrebbero indietro, compagnie e lavoratori. Chiaramente auspichiamo la riapertura ma allo stesso tempo chiediamo di elaborare un piano strategico, che tenga conto della reale situazione in cui versa l’intero comparto, soprattutto le componenti più fragili.

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Gianni Bellani Baglioni

Di intrecci mitologici e antiche tradizioni. L’Umbria in scena a Strabismi 2020

Quella umbra è una storia fatta di intrecci mitologici e antiche tradizioni. Nel cuore dello stivale, il teatro vive nel lavoro di artiste e artisti che hanno fatto degli echi archetipici della Grande Madre Umbria, il solco nel quale far germogliare i rigogliosi semi dell’arte. Perché le leggendarie visioni che ne colorano il respiro terroso, non si disperdano nel bailamme del nuovo mondo che incede, assorbendo la memoria dei padri. La nostra memoria.

È su questa volontà che Strabismi Festival 2020 ha costruito la programmazione della VI edizione, affidando il palco del Teatro Thesorieri di Cannara ad artisti del territorio, che di questi luoghi narrano anima e leggende. Si inizia il 6 ottobre, con Maria Anna Stella in scena con Terrae Motus/Motus Animae, un’antologia di confessioni raccolte sul campo, rielaborate in uno spettacolo intimo e profondo sui risvolti psicologici della comunità nursina interessata dal terremoto del 2016.

Terrae Motus/Motus Animae – Maria Anna Stella

Terrae Motus/Motus Animae si origina da testimonianze audio/video raccolte a seguito del terremoto che ha interessato il territorio nursino nel 2016. Come hai lavorato sul materiale raccolto rispetto all’elaborazione drammaturgica, riuscendo a tenere fede alla profondità di un racconto tanto doloroso come quello che ti è stato affidato dalla comunità?

Maria Anna Stella: Il lavoro radiofonico Ora – Un anno col terremoto, andato in onda nel 2017 per Rai Radio Tre, è stata la prima occasione per conoscere nel profondo la terra dove sono nata, Norcia e le sue voci. Avevo appena vissuto il terremoto e assieme al mio amico Jonathan Zenti, con il quale avevamo già realizzato degli audiodocumentari, cominciai un lavoro sul campo, di ascolto, selezione e ricerca di ciò che stava accadendo a me e agli altri, dentro e fuori.

Le voci, i racconti, “le confessioni” come le ha giustamente chiamate il mio maestro Roberto Ruggieri del Centro Universitario Teatrale di Perugia, che ha curato la drammaturgia di Terrae Motus, sono emerse dopo un lungo lavoro di indagine che non ho mai più interrotto da quel momento. Dal 2017, infatti, parallelamente alle interviste che conducevo, ho elaborato e sviluppato il materiale raccolto con la necessità di restituirlo prima di tutto al territorio e alle persone. Le “confessioni” nascono da ore di ascolto reciproco, da un tempo che io e gli altri dedicavamo ai pensieri che tormentavano e ingombravano la nostra mente.

In Terrae Motus/Motus Animae sei corpo e voce delle “sismicità interiori” di un’intera comunità, di vivi e di morti. Qual è lo scopo di questo processo artistico e quanto il potere catartico del teatro può ancora essere utile alla costituzione di una memoria storica che si faccia elemento catalizzatore di una rinascita comunitaria?

MAS: Ho riflettuto molto sul senso di fare teatro per ricostruirsi dentro, insieme alla comunità. Che ruolo aveva il teatro in un momento particolare come quello che stavo vivendo? Ho pensato che fosse necessario un teatro che va dalle persone,  che le rende protagoniste del loro processo di cambiamento personale e collettivo, mettendone in risalto gli aspetti innovativi, propulsivi, reconditi che quella scossa aveva generato. Ecco, forse Terrae Motus è un esperienza che mi ha permesso di esorcizzare il dolore e trasformarlo in qualcos’altro.  Non è un lavoro sul terremoto del 2016, ma un viaggio attraverso i terremoti dell’anima.

In C’era una volta in Umbria, di e con Silvio Impegnoso, in anteprima a Strabismi Festival il 7 ottobre, protagonista è la leggenda folignate del Dottor Cavadenti. Un anarchico genio degli affari che da Foligno, “Lu centru de lu munno”, con mirabili visioni ci trasporta nel lontano Giappone creando un’inaspettata connessione tra antichissime tradizioni.

C’era una volta in Umbria – Silvio Impegnoso

C’era una volta in Umbria parte dalla ricostruzione filologica delle vicende che hanno interessato negli anni addietro alcuni abitanti di Foligno, in particolar modo quelle anarchiche e rocambolesche del Dottor Cavadenti. Nonostante il metodo di tessitura della drammaturgia parta dalla raccolta di testimonianze dirette, il risultato non vuole essere la creazione di una storia, bensì di una mitologia. Quand’è che la storia diventa leggenda e come questo racconto si fa eco della storia dell’intera Umbria?

Silvio Impegnoso: Fin da bambino sono entrato in contatto con storie che riguardavano la città di Foligno, nel periodo che va dal dopoguerra agli anni Novanta. Tutte venivano presentate come rigorosamente vere, e non mi è mai interessato scoprire se lo fossero o se mescolassero verità e menzogna in proporzioni variabili. Mi avvinceva piuttosto l’affresco coloratissimo che, complessivamente, andavano a dipingere. Ci sono entrato in contatto tramite gli amici di famiglia, i vicini di casa, i veri protagonisti di queste storie, andando a creare una sorta di “campionario di personaggi leggendari locali”.

Alcuni di questi personaggi ricorrevano spesso nei racconti dei folignati, ma solo due elementi sembravano essere onnipresenti: un luogo e una persona. Il luogo è il Caffè Sassovivo, storico bar del centro dove si ritrovava la bohème e in cui, al centro di un tavolo da biliardo, era custodito il piccolo birillo rosso considerato da tutti i folignati il centro dell’universo conosciuto e per il quale la città conserva ancora il suo soprannome: “Lu centru de lu munnu”.

La persona invece, era il Dottor Cavadenti, personaggio liberamente ispirato a un genio degli affari e dell’azzardo realmente vissuto a Foligno. Quando ho iniziato a scrivere C’era una volta in Umbria avevo bisogno di una chiave per entrare in quel mondo così variopinto di racconti e di una bussola per non perdermici. Cavadenti è stato quella bussola e quella chiave. 

Ho iniziato a raccogliere le testimonianze e, nello scoprire la sua parabola affaristica e umana, il termine mitologia è iniziato a sembrarmi sempre più appropriato. Non si tratta solo del destino individuale di un uomo, ma di una figura profondamente radicata nell’immaginario e nello spirito della città. Questa parabola non appartiene solo al territorio folignate, in tutta l’Umbria si trovano storie di mecenati, cultori delle lettere e delle belle arti.

Non mi sembra un caso: molta della nostra cultura locale ha le sue radici nel monachesimo e nei movimenti spirituali del medioevo. I monaci, in particolare quelli benedettini, sono stati i primi uomini di lettere a dedicarsi attivamente all’agricoltura e all’architettura, rifiutando un ideale unicamente contemplativo di vita spirituale e orientandosi verso una sorta di “filosofia pratica”, con l’obiettivo di migliorare il territorio in cui vivevano.

Il paesaggio umbro in cui si disloca la storia è rappresentato da un puzzle/mosaico che richiama la pittura giapponese. Un immaginario, quello nipponico, che si mescola a quello umbro, trovando un riverbero nella costruzione scenografica, gestuale e performativa dello spettacolo. In che modo l’iconografia giapponese ha guidato il lavoro e dove risiede il punto di giuntura tra queste tradizioni così lontane?

SI: La prima fase di scrittura di questo lavoro è stata una vera e propria indagine: ogni persona con cui parlavo apriva nuove piste da seguire. Il Giappone, con tutto il portato che ha per noi di ignoto e di incanto, è entrato nel lavoro proprio perché legato a doppio filo con la storia del Dottor Cavadenti. A un certo punto è saltata fuori una grande amicizia con un pittore giapponese trasferitosi in Italia. Con lui, Cavadenti decide di aprire un’associazione per la diffusione della cultura giapponese in Umbria senza alcuno scopo di lucro.

Nel contatto con il Giappone che deriva da questa amicizia, si rivela qualcosa di profondo della natura del Dottor Cavadenti: il suo più grande obiettivo non era la ricchezza economica ma l’incontro con la bellezza sconosciuta, con l’ignoto lontanissimo che riesce a riconoscere come simile e amico. Così, il Giappone è diventato in qualche modo l’”orizzonte poetico” di tutto il lavoro.

Da qui la scelta, maturata nel tempo insieme alla pittrice e artista Federica Terracina, di affiancare alla narrazione la costruzione in scena di un mosaico che si rivela essere un paesaggio umbro disegnato con uno stile astratto che ricorda la pittura giapponese, unendo così idealmente i due mondi e creando uno sfondo a tutto il racconto che non è tanto un paesaggio realistico quanto un “paesaggio dell’anima”, sul quale si stagliano le varie figure della storia, principali e non.

Inoltre, il contatto col Giappone riverbera anche in un momento di danza che richiama varie figure dell’iconografia giapponese, da Hokusai fino a Super Mario e Dragon Ball, oltre che nella scelta musicale. All’interno dello spettacolo, il Giappone assume un ulteriore significato: intitolare un lavoro “C’era una volta qualcosa” significa anche inserirlo all’interno di una tradizione cinematografica, quella che va da C’era una volta in America e Giù la testa (il cui titolo originale era C’era una volta la rivoluzione), a C’era una volta a Hollywood.

Tutti questi film hanno in comune il fatto di raccontare la storia di un’amicizia virile che cresce e si consolida, mentre il mondo in cui è nata sta giungendo al declino. Nel caso di C’era una volta in Umbria si tratta del micro-mondo della Foligno del dopoguerra e degli anni ‘70 ma la dinamica è simile.

La coppia di amici storica e inossidabile è rappresentata da Cavadenti e Slender, suo amico d’infanzia e compagno di scorribande per tutta la vita, sorta di “ronin” del Partito Comunista che al momento del declino di quest’ultimo si ritrova senza una causa per cui combattere. Yomi, e quindi il Giappone, rappresentano l’elemento altro, l’imprevisto che fa prendere una piega diversa alla vicenda e che ne offre al tempo stesso una chiave di lettura.

L’11 ottobre, a concludere il focus Umbria e a chiudere l’edizione 2020 di Strabismi Festival, lo spettacolo Gianni, di Caroline Baglioni e Michelangelo Bellani. Il ritrovamento di cassette contenenti le registrazioni della voce dello zio di Caroline Baglioni, si fanno, in questo monologo, schegge di memoria da cui si dipana l’universale sofferenza dell’uomo.

Umbria
Gianni – Baglioni/Bellani

Qual è stato il percorso di costruzione drammaturgica e scenica avviatosi con l’ascolto delle tracce audio registrate da Gianni? 

Caroline Baglioni: Le tre audiocassette incise da Gianni alla metà degli anni ‘80 contengono, una “materia” drammaturgica potente. Si entra in contatto con l’intimità di una persona realmente vissuta, il suo disagio, l’isolamento, una voglia smisurata di vivere e comunicare al mondo un profondo desiderio di ascolto.

Ma c’è anche molto altro: la voce di Gianni, le sue lucide analisi, la sua autoironia, la musica che ascolta, i libri che legge, i commenti sulle situazioni di vita o le critiche dei film, ci fanno sentire il respiro di un’epoca e i contrasti di un’intera generazione. L’epoca è quella dei favolosi anni ’80 ovvero la splendida  promessa di un gigantesco spettacolo che durerà per sempre. I contrasti sono quelli dell’individuo che non riesce ad aderire ai modelli dominanti del paese dei balocchi, al successo imposto dagli eroi della carta patinata e del telecomando.     

Michelangelo Bellani: Quando hai la grazia di trovare una storia di questa forza e intensità, non è facile immaginare il modo di “tradurla” senza farle violenza. Il percorso drammaturgico, infatti, non è stato così immediato come la certezza che quella di Gianni sarebbe stata una grande avventura teatrale. Dovevamo infrangere un certo numero di Tabù. Primo fra tutti quello che la voce di Gianni non poteva essere violata. All’inizio, infatti, per noi si trattava soltanto di darle una cornice e lasciarla all’ascolto.

Ben presto però ci siamo resi conto che nessuna cornice, per quanto suggestiva e rifinita, poteva frapporsi alla sua intraducibile autenticità. Per cui abbiamo deciso di, letteralmente, dargli corpo e fare in modo che Caroline non raccontasse la storia di Gianni come accadrebbe in una classica narrazione, ma che incarnasse direttamente la voce di Gianni. Abbiamo quindi cercato di reinventare lo spazio classico del monologo permettendo a Caroline di far vivere le parole di Gianni, con tutte le imperfezioni presenti nelle incisioni, gli intercalari, il dialetto, i colpi di tosse, le infinite sigarette fumate.

Gianni è racconto biografico della fragilità umana che, in scena, si fa universale. Qual è il trait d’union tra l’interiorità di Gianni e il mondo fuori che troppo a lungo non ha saputo ascoltarlo ma che, oggi, si riconosce in lui?

CB: Quando si racconta una storia così intima e personale il rischio è sempre altissimo. Poiché l’intensità che si avverte in vicinanza, non è detto che rispecchi integralmente chi quella storia la riceve da estraneo. Ma come accennavamo sopra, Gianni non riflette solo il sé di un disagio personale, racconta qualcosa di ancora aperto e irrisolto da un punto di vista esistenziale. Quelli che ci pone sono interrogativi fondamentali in cui, almeno una volta nella vita, tutti ci siamo finiti dentro.

Non si tratta dell’esito tragico della vita di Gianni, ma di quel bisogno di umanità che spesso ci costringe a giudicare la profondità dei nostri sentimenti, delle nostre scelte, o semplicemente un leale confronto con i nostri desideri. Per questo, Gianni riesce a parlare ancora a molti di noi. Il suo dolore che è il dolore dei tanti emarginati, esclusi delle nostre iper-società, ci parla anche di una follia collettiva sulla quale spesso non troviamo il tempo di soffermarci abbastanza. 

Cosa vorremmo davvero di tutto quanto accade nelle nostre giornate? C’è una solitudine che non riguarda solo i depressi, i malati di mente, ma si annida nelle nostre case, nelle nostre cose, negli oggetti che compriamo e in cui spesso ci nascondiamo. Sta nel modo in cui creiamo il mondo. 

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Fase X. Bando per artisti operanti nell’ambito delle performing arts

Fase X è un progetto ideato e promosso da C.U.R.A. – Centro Umbro Residenze Artistiche – riconosciuto da Regione Umbria e Ministero per i Beni e le Attività Culturali nella cornice del bando per Centro di Residenza in materia di spettacolo dal vivo triennio 2018-2020 – propone un percorso di formazione e approfondimento per artisti operanti nell’ambito delle performing arts. 

Con questa azione si intende offrire una possibilità di approfondimento riflessione e crescita, ispirare una prospettiva che guardi al futuro, favorire la crescita del nuovo. Il progetto si propone come occasione di aggregazione e confronto, di crescita di comunità che favoriscano uno scambio continuo, con alla base la volontà di prendersi cura degli artisti. 

Fase X offre la possibilità di partecipare a un percorso di formazione, sviluppo di comunità, assembramento digitale attraverso incontri con esperti, practitioners e curatori e operatori nazionali e internazionali con l’obiettivo di favorire una riflessione sul percorso di studio e ricerca artistica utile allo sviluppo del processo creativo e stimolare una crescita attraverso la riflessione sui temi specifici sollevati dalle domande. 

Tutto il percorso, della durata complessiva di 5 settimane, sarà seguito e coordinato da tutor di C.U.R.A. Gli incontri in programma secondo il calendario indicato, saranno inoltre accompagnati da momenti di feedback volti a stimolare e favorire un confronto aperto e attivo tra i partecipanti e facilitare uno scambio di esperienze e visioni.

TEMI 

Gli incontri previsti dal progetto Fase X saranno condotti da tutor di CURA, formatori, esperti, curatori, artisti e operatori nazionali e internazionali e affronteranno secondo differenti esperienze e punti di vista una riflessione aperta a partire dalle seguenti domande:

• Un momento critico può essere attivatore di un nuovo pensiero artistico? 

• Le performing arts possono trovare sostegno nei mezzi digitali all’interno dei processi creativi? 

• Può il mezzo digitale attivare nuovi pubblici e nuove comunità nell’ambito delle performing arts?

• La pratica artistica può costruire nuovi spazi di relazione in rapporto con le comunità territoriali e con le comunità virtuali? Come lo spazio pubblico può essere trasformato e risignificato attraverso la pratica artistica? Lo spazio digitale è uno spazio pubblico? 

• Come il mezzo digitale può diventare un elemento linguistico arricchendo l’ambito delle performing arts? 

• Qual è il valore politico di un’operazione artistica nel contesto socio-culturale attuale?

A CHI SI RIVOLGE

Il bando si rivolge ad artiste e artisti italiani e stranieri residenti/domiciliati in Italia, attivi in qualsiasi ambito delle performing arts. CURA selezionerà un numero massimo di 10 partecipanti tra coloro che presenteranno domanda entro e non oltre il 10 SETTEMBRE 2020.

Il bando prevede l’obbligo di partecipazione a tutte le attività programmate

Sono possibili variazioni al calendario che verranno prontamente comunicate e concordate con i partecipanti.

Al termine del percorso ogni partecipante potrà presentare un proprio progetto artistico da sviluppare durante un periodo di residenza da svolgere entro dicembre 2020 presso una delle sedi del Centro secondo tempi e modalità che verranno concordati.

CURA si occuperà della selezione di un progetto tra quelli inviati e di concordare tutte le specifiche di svolgimento con gli artisti selezionati.

DISPONIBILITÀ ECONOMICA 

Ad ogni partecipante verrà riconosciuto un sostegno di €400 netti e la possibilità di un periodo di residenza artistica presso il centro CURA. 

MODALITÀ DI PARTECIPAZIONE

Per partecipare alla selezione al bando è necessario inviare a info@curacentroresidenzeumbre.net un curriculum artistico corredato da link a lavori precedenti, una presentazione in formato digitale a scelta della durata di max 2 minuti (video, audio, slide…) e lettera motivazionale (max 2000car).

Si richiede una buona conoscenza della lingua inglese per poter seguire al meglio gli incontri con artisti e operatori internazionali.

Le domande dovranno pervenire entro e non oltre il 10 SETTEMBRE 2020

Gli artisti selezionati riceveranno comunicazione entro il 16 SETTEMBRE 2020

LEGGI IL BANDO COMPLETO

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