Out of Love di Elinor Cook: intervista a Niccolò Matcovich

Il 14 e 15 dicembre andrà in scena al Teatro Belli di Roma, in prima nazionale, Out of Love testo di Elinor Cook – inedito in Italia – portato sulla scena dalla Compagnia Habitas per la rassegna TREND – Nuove frontiere della scena britannica, giunta alla sua diciottesima edizione. Come ogni anno, la rassegna curata da Rodolfo di Giammarco pone al centro la drammaturgia contemporanea britannica, offrendo al pubblico romano lavori di traduzione e di messinscena a cura di numerosi artisti. Come nel caso di Out of Love, un’opera che verrà proposta per la prima volta in Italia: un testo frammentato con continui salti temporali, che sono riverberi drammaturgici sulla vita e sull’amicizia tra due donne, Grace e Lorna, in un arco di trent’anni, dall’infanzia all’età adulta, senza una linearità cronologica. Una sfida accettata dalla Compagnia Habitas che, seppur giovane, ha già ottenuto molti riconoscimenti sul territorio nazionale. Abbiamo intervistato il regista Niccolò Matcovich per raccontare questa nuova produzione.

Out of Love, di Elinor Cook: come è stato trovato questo testo e come è stato pensato per la scena?

Ci è stato commissionato direttamente da TREND, che me lo ha inviato con la traduzione di Maurizio Pepe, prima dell’estate. Da fine agosto ho iniziato a lavorare con il dramaturg, Rocco Placidi, sullo studio e la comprensione della drammaturgia: Out of love è la storia di un’amicizia, ambientata  in Inghilterra dal 1984 al 2014. L’autrice lo propone in una scomposizione temporale che alterna ogni singola scena con salti anche fino a cinque, dieci, quindici anni. Noi abbiamo individuato tre blocchi principali: l’infanzia, l’adolescenza e l’età adulta di queste due ragazze, ricombinando i quadri in maniera organica ma che, allo stesso tempo, rispettasse la natura del testo. La nostra sequenza vedrà quindi prima l’adolescenza, poi il ritorno all’infanzia e infine il salto all’età adulta. Con una sorpresa finale.

Nel tuo ruolo di regista, come ti sei relazionato al testo?

Le scene sono tutte piuttosto brevi e includono tantissimi personaggi: oltre le due protagoniste – qui interpretate da Livia Antonelli e Dacia D’Acunto –, c’è un terzo attore, previsto dall’autrice, un che interpreta dieci ruoli maschili diversi – per noi, Livio Remuzzi. Per capire tutti i collegamenti temporali, le relazioni familiari, le amicizie, gli amori, i drammi…. abbiamo dovuto scavare a fondo nel testo; a tratti ci sembrava di avere tra le mani un thriller. Una volta fatto questo, ho individuato il mio focus di interesse per la messa in scena e cioè quello di raccontare la relazione tra le protagoniste. Il testo – a livello di linguaggio e non di struttura – è realistico, ma abbiamo deciso di mettere in scena, mantenendo le parole per come sono, quelle che sono le dinamiche che stanno al di sotto del testo stesso. È un’esplorazione piuttosto nuova per noi, che si concretizza nel sostenere la lingua con l’azione fisica che rafforzi la dinamica alla base delle parole.

Come è nata questa esigenza di agire nel sottotesto?

È stata la chiave per andare a rafforzare il linguaggio realistico. Noi non lavoriamo mai sul realismo scenico e ci interessava capire come spezzarlo per esaltare il racconto. Vedremo se il tentativo sarà riuscito…

Suppongo che questa scelta ti abbia condotto a un particolare confronto con gli attori.

Molte delle dinamiche alla base delle scene le abbiamo scoperte in prova, insieme. Siamo andati per gradi: ci siamo prima chiesti cosa fosse una dinamica e poi come declinarla nelle varie scene e nei tre blocchi temporali. Dopo averle rintracciate tutte le abbiamo esplorate nella pratica, attraverso improvvisazioni, suggestioni, riferimenti, stimoli nati dal testo; infine, poco alla volta, le abbiamo confermate e fatte confluire nel vero e proprio montaggio scenico.

E di questa ricerca, cosa si propone al pubblico?

Il pubblico vedrà esattamente le dinamiche che abbiamo trovato, esplorato, sperimentato durante le prove. Nei dialoghi nulla è fuori posto: sono poi le azioni fisiche a contro-bilanciare le scene rompendo il realismo, in profonda sinergia con le parole da cui scaturiscono.

Un misto tra sperimentale e tradizionale.

Abbiamo cercato di esaltare il testo senza assecondarlo pedissequamente, di farlo esplodere con questa modalità.

Tu sei diplomato come drammaturgo alla Paolo Grassi, poi nel tempo hai integrato il lavoro come regista. Come cambia il tuo approccio quando sei autore e regista del tuo spettacolo e quando, invece, sei il regista ma non l’autore, come in questo caso?

Habitas nasce nel 2016 e in questi anni abbiamo lavorato principalmente su miei testi. Una posizione fin troppo comoda, per me, tanto che a un certo punto mi sono stancato di “auto-rappresentarmi” e questa è stata un’occasione d’oro per potermi approcciare a un meccanismo molto più interessante: lo studio, la ricerca, la comprensione, anche il confronto da drammaturgo a drammaturgo. Perché, in primis, il lavoro che ho fatto con Out of Love è stato quello di confrontarmi da autore con un’autrice, Elinor Cook, che è più grande di me, più esperta di me, più brava di me. Subito dopo è scattato il pensiero registico, quindi andare a capire, una volta messa da parte la visione drammaturgica, come interpretare quella drammaturgia. Lo scoglio più grande all’inizio è stato, come ho già detto, scardinare il realismo mantenendo intatto il testo.

Hai anche avuto occasione di avere un confronto diretto con Elinor Cook?

No, ma mi sarebbe piaciuto. Soprattutto nella prima fase di lavoro, in cui avevo molti dubbi che avrei voluto sbrogliare contattandola. Ma ho resistito e, quando abbiamo trovato la nostra strada per la messa in scena, non ne ho più sentito il bisogno. Chissà se vedendolo ne sarebbe contenta?

Articolo a cura di Davide Notarantonio

Condividi:
Mario Scandale

Considerazioni e progetti futuri di Mario Scandale. Regista, testimone e interprete di questi tempi

“L’amore è più simile a un anno. E non dico un anno al mare. Un anno in Scozia, ecco”.

Questa citazione è il frutto del lucido pensiero di David Greig, drammaturgo scozzese, i cui testi sono stati prodotti in tutto il mondo e portati in scena nei principali teatri britannici. È anche un regista teatrale, proprio come Mario Scandale che ha curato e messo in scena, pochi mesi fa, nel contesto della rassegna Trend, Yellow Moon. Mise en espace dell’opera di Greig, tradotta in italiano da Jacopo Gasmann. Definirlo “giovane regista” può essere un po’ riduttivo poiché negli occhi e nella voce di Scandale c’è tanto amore per il teatro, ed altrettanto si riversa sugli spettatori, come in uno scambio reciproco, tra tante persone, personaggi, autori e addetti ai lavori.

Tanto basta per armonizzare le differenze in una sorta di linguaggio comune, quello del sogno, della passione, dell’immaginazione creativa. Seguirlo nei suoi molteplici impegni lavorativi richiede un adeguato training, ma, una volta programmato l’appuntamento, l’intervista diventa un’esperienza in cui convergono il percorso formativo alla Scuola di Teatro Galante Garrone di Bologna e all’Accademia Silvio d’Amico di Roma, le esperienze lavorative, i progetti futuri. Un racconto in cui abbiamo messo insieme i vari pezzi. Noi come cronisti e Mario Scandale come uomo, regista, osservatore e protagonista di questi nostri tempi

NOTTURNO DI DONNA CON OSPITI di Annibale Ruccello. Regia di Mario Scandale
NOTTURNO DI DONNA CON OSPITI di Annibale Ruccello. Regia di Mario Scandale

Notturno di donna con ospiti sembra che abbia rappresentato un punto di arrivo nel tuo percorso formativo e professionale e in contemporanea anche un nuovo inizio, una evoluzione artistica: è così?

Non credo che si possa parlare di punto d’arrivo o di nuovo inizio. “Notturno di donna con ospiti” è stato il saggio con cui mi sono diplomato all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”: un’esperienza importante per me che mi ha profondamente cambiato, soprattutto grazie alla generosità di Arturo Cirillo, che ha preso parte al saggio nel ruolo di protagonista.nPiù che un nuovo inizio, quindi, è un inizio vero e proprio.

Dal 26 al 28 ottobre Notturno è andato in scena al Piccolo di Milano, successivamente c’è stata una collaborazione al Teatro Cometa Off di Roma, lo Studio Hedda Gabler, e la trilogia Americans, nuovamente a Milano, al Teatro Menotti. Che ricordi ha lasciato in te tutta questa intensa attività?

Sono tutti progetti diversi: in “Notturno di donna con ospiti” sono regista, essendo un mio progetto, mentre negli altri che hai nominato sono assistente alla regia. Come assistente seguo Arturo Cirillo, Jacopo Gassman e Veronica Cruciani. La trilogia Americans è un progetto di Cirillo. È composta da tre spettacoli: “Lo zoo di vetro”, “Chi ha paura di Virginia Woolf?” e “Lunga giornata verso la notte”.

In realtà ho lavorato poco alla trilogia nel suo complesso, seguendo prevalentemente l’ultimo dei tre progetti. Hedda Gabler, invece, è stato il saggio della scuola Padiglione Ludwig, curato da Veronica Cruciani. È stata una bella esperienza perché lavorando con ragazzi ancora in piena formazione, ho avuto con loro anche un ruolo come insegnate.

Quali sono state le più importanti caratteristiche e influenze con Arturo Cirillo, Veronica Cruciani e Jacopo Gassman?

Sono tre registi diversi e il mio compito è quello di aiutarli. Tre persone e tre artisti diversi con dei mondi teatrali differenti. Ognuno di loro mette le proprie regole. Cerco di supportarli in base a quello che loro richiedono. La cosa più interessante di queste collaborazioni è farmi contaminare da loro: in fondo sono lì anche per “rubare” un po’ del loro sapere.

Yellow Moon di David Greig. Mise en espace a cura di Mario Scandale
Yellow Moon di David Greig. Mise en espace a cura di Mario Scandale

In che modo è avvenuta la scoperta di Yellow Moon, l’incontro con il testo di Daniel Craig? Quali sono state le sensazioni, i pensieri, le emozioni che si sono manifestate?

Il testo me l’ha presentato Jacopo Gassmann, la traduzione è sua. Eravamo a Genova, stavamo lavorando ad un suo spettacolo, “Disgraced” e una sera abbiamo parlato di un tema che mi sta a cuore: il rapporto tra i padri e i figli. Non solo nel senso interpersonale della relazione, ma anche e soprattutto da un punto di vista generazionale.

L’assenza dei padri, la perdita delle radici e il vuoto educativo da parte della famiglia è un tema di cui è necessario parlare. La mia generazione, a questo riguardo, ha subito dei piccoli disastri che sono legati anche alla cultura politica del nostro paese. Parlavo appunto di questo con Jacopo e lui mi ha consigliato di leggere “Yellow Moon”.

Il testo è la storia di Lee e Leila, due teenager: lui è un ragazzo problematico, “un teppistello” di provincia, lei invece è considerata una brava ragazza. I due si incontrano per caso in un negozio e da lì parte la loro fuga dalla legge. Infatti, Lee quella sera ha pugnalato il compagno della madre. Decidono così di fuggire in montagna, seguendo le orme del padre scomparso di Lee. In questa fugai due ragazzi si confrontano con il loro destino e scoprono l’amore per la prima volta. Ciò che più mi ha colpito di questo testo è come la realtà degradata, fatta di famiglie inconsistenti e miti televisivi, in cui i due protagonisti di Yellow Moon crescono, così come migliaia di altri ragazzi in carne ed ossa, rende ancora più difficile la ricerca della propria identità.

Credo che David Greig sia uno dei drammaturghi intellettualmente più stimolanti in circolazione.

In questo momento in Italia oltre che da noi è rappresentato dal Teatro Elfo Puccini. Infatti è uno degli autori di “Afghanistan”, uno spettacolo che parla appunto della storia dell’Afghanistan e che fa parte di un’operazione più ampia “The Great Game: Afghanistan” commissionata e prodotta dal Tricycle Theatre di Londra nell’aprile del 2009.

Di recente “il seme è stato piantato”, avete costituito una compagnia il cui nome è Gingko Teatro. Cosa determina il vostro processo creativo?

La nostra compagnia si è formata “in due tempi”. Ho conosciuto Luisa Borini e Giulia Quadrelli alla Scuola di Teatro di Bologna Galante Garrone. Dopo questa esperienza come attore ho deciso di formarmi anche come regista alla Silvio d’Amico ed è li che ho conosciuto Luca Tanganelli, Marina Occhionero e Giulia Trippetta. Nel 2016 una parte della compagnia ha realizzato insieme il progetto “Ginkgo” ideato e scritto da Giulia Quadrelli e andato in scena alla Tenuta dello Scompiglio. Da questo spettacolo ha preso il nome la nostra compagnia, che si riconosce simbolicamente nella foglia di questo albero: siamo tante anime diverse, ognuna con la sua strada e il suo percorso, ma tenute insieme dalla voglia di collaborare e dare vita a linguaggi comuni.  In questi anni abbiamo spesso lavorato insieme, ma solo l’anno scorso abbiamo deciso di unirci ufficialmente. I progetti principali di quest’anno sono appunto “Yellow Moon” e “A.A.Agata cerca lavoro” che andrà in scena al Teatro Quarticciolo a fine Aprile.

La speranza. Le attese. Una tua personale riflessione finale.

In questo periodo non mi sembra che si possa parlare di speranza, non mi sembra che la società vada verso di essa. Credo che la parola chiave oggi sia rabbia. In Yellow Moon, Lee e Leila sono due ragazzi arrabbiati. Lui sfoga questa rabbia con un atteggiamento violento nei confronti di tutti, Leila invece sfoga questa rabbia con un atteggiamento autolesionista. Entrambi comunque sono confusi e arrabbiati. Questa rabbia credo derivi da una mancata formazione. Quando parlo di formazione intendo la formazione del sentimento di questi ragazzi. Non sono stati formati all’emotività non hanno chiaro qual è la risonanza emotiva dei propri gesti.

Anche nel prossimo spettacolo che andremo a mettere in scena con la compagnia parleremo di questa confusione. Agata è una ragazza che dopo essersi laureata cerca un lavoro, è confusa frustrata arrabbiata per l’appunto. È così confusa che decide di andare da chiunque possa aiutarla in questa ricerca, una ricerca che analizzando il testo, non sembra abbia a che fare solo con il lavoro ma che sia più il tentativo di trovare un posto all’interno della società in cui ci si sente di appartenere. Forse dovevo darti una risposta sulla compagnia?

La nostra speranza e il nostro obiettivo sono quelli di poterci permettere il lusso del tempo e dell’approfondimento di temi come questi e al contempo di far vivere un gruppo che sia un luogo dove poter far confluire le nostre singole strade, i nostri sogni e progetti futuri.

 

Condividi:

Silvio Peroni mette in scena Luke Norris. La vita in luoghi diversi, con i suoi riti d’iniziazione e un codice comune di crescita

Arriva per tutti il momento di diventare ufficialmente adulti. Crescere è molto di più che fare un tatuaggio o un viaggio avventuroso senza l’autorizzazione dei propri genitori. Non è automatico come prendere la patente o votare per la prima volta. Se diventare maggiorenni fosse un dettaglio anagrafico non ci sarebbe altro da fare che aspettare, anno dopo anno, come un’operazione di addizione. La complessità di questo fattore umano, l’esplorazione intorno ai processi di maturazione, di consapevolezza e di determinazione del Sé, ha catturato l’attenzione del regista Silvio Peroni. Quasi come se fosse una ricerca, un’indagine. Sviluppata partendo da prospettive e narrazioni diverse negli allestimenti che, a distanza di pochi giorni, sono andati in scena in due teatri romani.

L’autore di entrambi i testi è Luke Norris, brillante ed eclettico drammaturgo e attore britannico. Il giorno del mio compleanno (Here we are) e Growth (Crescendo) sono due spettacoli dove, con le rispettive differenze a livello drammaturgico, i protagonisti sono dei ragazzi.

Silvio Peroni
Silvio Peroni

Silvio Peroni introduce così il racconto di un lungo periodo di prove, di lavoro, di emozioni: “A un certo punto – spiega il regista – succedono delle cose e sono costretti ad affrontare una sorta di riti di iniziazione. Ne Il giorno del mio compleanno si trovano davanti alla morte dell’amico, in Growth c’è la malattia che viene posta, nello schema narrativo dell’autore, sotto forma di gioco, di divertissement. Ragazzi che devono crescere, che si ritrovano davanti a degli ostacoli post adolescenziali. Da lì in poi la loro vita cambierà, e dovranno affrontare tutto questo”.

Raggiunto in una pausa poco prima delle prove, nel suo camerino, parla con voce calma. Le conversazioni con il regista sono sempre state generose. Tra la fine della primavera e l’avvicinarsi dell’inverno, le attività di preparazione, di allestimento, di realizzazione e messinscena sono andate avanti a pieno ritmo. In ogni occasione, però, abbiamo raccolto le sue riflessioni, i ricordi e le esperienze che rendono ancora più vivo il suo lavoro teatrale.

“La mia evoluzione personale – afferma Peroni – è nel portare avanti una modalità di fare teatro e, soprattutto, di lavoro con gli attori. Molte cose si sono inserite nel mezzo: progetti, prove iniziate, tranches di prove di altri spettacoli che devono essere ancora fatti. C’è quindi una cristallizzazione maggiore di un certo tipo di approccio al lavoro attoriale. Non ho un rapporto con la regia estetica, ho un rapporto di lavoro esclusivo con l’attore. Da un punto di vista personale c’è un crescendo di sperimentazioni e di sviluppi. Gli spettacoli si inseriscono nel percorso di crescita. Nascono sempre da determinati tipi di condizioni che possono essere i tempi, le scadenze.

Nel momento in cui si ha a che fare con l’essere umano ci sono sempre grandi scoperte. Il lavoro sul palco è un lavoro che parla alle parti fragili di ogni individuo. Ogni volta ci sono persone nuove e diverse, c’è sempre uno scambio energetico. Il lavoro che imposto è molto lungo. Il vero dramma del teatro contemporaneo è che non abbiamo il tempo che ci servirebbe effettivamente per lavorare su un testo. Ci sono sempre scadenze molto limitate, gli spettacoli si montano in 3-4 settimane. Molti lavori andrebbero sviluppati invece nel corso del tempo, con le repliche, con altre prove durante le repliche. La vera discriminante è dunque il tempo”.

A proposito dell’approccio al suo lavoro e dei sentimenti che si sviluppano sul palcoscenico, il regista chiarisce che: “Il lavoro che mi interessa è quello di comprendere quali sono i meccanismi interpretativi, come svilupparli. Come andare in profondità ricreando e stando molto attento alla vita. Ascoltare come parlano le persone, come si muovono. Come si recitano i tempi, le situazioni, i luoghi della vita. Cerco sempre di prendere tanti spunti in ciò che vedo e osservo.

Cerco poi di capire quale può essere il meccanismo per ricreare tutto questo, affinché la recitazione sia un atto di grande coerenza. È una strana bestia quella del teatro, ci fa provare tante emozioni e, a volte, ci rendiamo conto di avere dei complessi inibitori, delle timidezze enormi, più di quanto ce ne potevamo immaginare. È un amplificatore di sensazioni il teatro. Dall’esterno è chiaro che serve farlo, dall’interno ci si rende conto di tutte le difficoltà che comporta. Di quanto come esseri umani possiamo e sappiamo essere ognuno l’ostacolo di se stesso”.

La premiere de Il giorno del mio compleanno è avvenuta al Napoli Teatro Festival, dove ha debuttato lo scorso 3 luglio. Sono seguite la tournée al Teatro Filodrammatici di Milano e, in successione, quella che si è conclusa il 2 dicembre a Roma al Teatro Piccolo Eliseo. Cinque sono i personaggi: Noce, Pic, Puh, Dany, Chri e Frankie. La loro vita è scandita dal ritmo di tante pulsioni interiori che aumentano fino al punto di diventare incontrollabili. Il cast è composto da giovani attori: Giovanni Arezzo, Antonio Bandiera, Luca Terracciano , Federico Gariglio, Grazia Capraro e Luca Terracciano.

“Here we are di Luke Norris ha un titolo in italiano, Il giorno del mio compleanno – dice Silvio Peroni. La storia è quella di un gruppo di cinque ragazzi e una ragazza, che si ritrovano il giorno dopo il funerale di un loro amico ed escono fuori tutti i rapporti che esistono fra di loro. Ricordano con nostalgia Frankie e la loro vita di provincia, in quello spazio piccolo. Io sono cresciuto in provincia e mi sento molto vicino a quello stato d’animo, a quella vita che comporta degli obiettivi difficili. Nel loro caso e nel testo c’è una provincia che si trova alla foce del Tamigi. Viene da pensare, come immagine, a tutta la sporcizia che, prima di confluire nel mare, si ritrova nel posto dove vivono quei ragazzi. La difficoltà del testo consiste nel fatto che non è un testo di situazioni che si sviluppano, ma un testo di condizioni”.

Il giorno del mio compleanno è diviso in due parti: la prima parte è pura commedia nera. Nel secondo quadro si viene letteralmente catapultati indietro nella vita di Frankie, il giorno prima dell’incidente. In quei momenti i personaggi di Chri (Grazia Capraro) e Dany (Federico Gariglio) diventano speculari e determinanti nella vita di Frankie (Luca Terracciano ) il quale regala una dichiarazione d’amore innocente e satura di tormento: “Le ho detto che siamo uguali, che veniamo dallo stesso granello di sabbia. Che siamo usciti dall’acqua insieme”. Quella del suo compleanno è una mattina ubriaca di malessere, dell’inquietudine di amare e di essere amati. La svolta rimane invisibile quasi fino alla fine. L’ultimo livello è qualcosa che viene gestito drammaticamente nei momenti in cui tutti gli attori raggiungono il climax della storia. Quello che Frankie avrebbe voluto era solo di poter “ritornare indietro ed essere bambino, ricominciare dall’inizio, da un’altra parte, in un posto bello”.

 

L’ambiente determina così la felicità o l’infelicità, la solitudine o l’appartenenza, l’affermazione o la negazione della propria identità. ”Sono nato e cresciuto nella provincia – dichiara Silvio Peroni. Secondo me, è molto più interessante della città proprio perché è più chiusa, più piccola e ogni dramma personale di un singolo individuo si acuisce. Se cammini per strada con la cresta sei “quello con la cresta”, così come se sei omosessuale. Nella città sei un numero, nel paese c’è l’esigenza di riconoscere un ruolo, come nelle classi, a scuola.

C’è il tipo buffo, quello simpatico, lo strano, la secchiona. Ogni volto ha un nome in provincia, in città ci sono volti nella folla. Ogni essere umano ha un ruolo ben preciso perché le persone sono di meno e servono tutte. Dare dei ruoli serve anche per trovare stabilità e sicurezza. La vita può essere dura, sicuramente è molto più trasparente e diretta, a volte pericolosa altre volte anche accogliente. C’è una spiegazione alla violenza, all’uso di droghe o di alcool perché non ci sono interessi o cose da fare. Di solito chi emerge alla fine risulta un po’ vincitore, ma quelle ferite se le porterà dentro per sempre. Questo argomento mi interessa molto, lo trovo più complesso e interessante a livello umano”.

Siamo quello che il mondo decide per noi o siamo ciò che noi decidiamo, fino in fondo, di essere? Tobes è il personaggio centrale di Growth, Crescendo. Un ragazzo sventurato e passivo che si trova a dover affrontare un preoccupante ammasso, un nodulo, un “grumo in una grande sacca di grumi”. Qualcosa che condizionerà la sua vita in generale e anche quella sessuale, Dovrà fare i conti con le conseguenze di essere lasciato dalla sua ragazza e del successivo incontro avvenuto grazie a Tinder. Nel mezzo ci sarà anche la perdita del suo testicolo sinistro. Luke Norris nel testo di questa commedia realizza in parallelo la crescita di quel tumore e un crescendo di consapevolezza verso la vita. Tobes sentirà la necessità di diventare un uomo nel momento in cui sarà disperatamente necessario diventare adulto.

Il cast di tre attori è composto da Francesco Aricò nel ruolo del protagonista e da Giulia Trippetta e Pavel Zelinskiy, entrambi alle prese con diversi personaggi da interpretare nell’ambito della rassegna Trend, al Teatro Belli di Roma. L’autore, Luke Norris, conosce molto bene l’uso delle parole e dei dialoghi in funzione della scena. Ciò determina similitudini narrative nell’uso di battute molto corte e con un ritmo serrato.

Silvio Peroni aggiunge: “In Growth ci sono effetti comici di situazione. Si capisce perfettamente che vengono dalla penna di un attore che non si dilunga mai a compiacersi nella scrittura. Le battute sono molto dinamiche e creano una comicità basata sui fraintendimenti. Una scrittura per la scena sul classico schema del controtempo. Questo è un modo di scrivere che a me piace molto. Mi diverte perché è bello lavorare con testi del genere, molto stimolanti. È stata una mia volontà quella di mettere un sottotitolo perché Growth potrebbe significare poco per la maggior parte delle persone. Si può tradurre con “crescita” ma, insieme con Enrico Luttman, abbiamo preferito Crescendo, come traduzione, perché è una parola usata nella terminologia musicale, il crescendo negli spartiti. Suona meglio ed è esplicativo”.

In ogni conversazione con il regista è frequente che spesso emerga un punto di riferimento, una chicca letteraria, durante le nostre interviste. Dall’Ulisse di Joyce, all’Amleto di Shakespeare, a Cechov: “Il mio sogno è di riuscire a mettere in scena prima o poi Cechov e penso che prima o poi lo farò. Recitare le sue opere non è semplice, è facile una volta che si capiscono le condizioni interpretative. Lo studio sui personaggi si basa proprio su questo, le parole non sono esclusivamente tutto, quello che i personaggi raccontano è ben altro. In Cechov come pure in buona parte della drammaturgia contemporanea o in Shakespeare”.

Poco prima di concludere il nostro incontro, Peroni racconta anche che sta leggendo di nuovo varie cose di pedagogia teatrale. Tutti quei testi che di solito vengono letti (ma non compresi completamente) all’inizio di questa carriera: Peter Brook, Eugenio Barba, Stanislavskij, Orazio Costa, Strasberg, Mejerchol’d . Confessa che: “Ogni tanto bisogna rivedere delle cose, come nello sport. E questo è un periodo in cui ho bisogno di rivedere i fondamentali e di fare un passo indietro per andare avanti”.

In definitiva, l’intento è quello di continuare a crescere.

Condividi:

Aria di Londra, bugie, videogiochi, killer senza una mano e ossessioni di famiglia: November Trend

Novembre, mese di intense emozioni, di prime nazionali e di messaggi dai risvolti sociali al Teatro Belli di Roma. Si sono determinate così le condizioni per riflettere su tematiche e miti dei giorni nostri. Presupposti che hanno dato la possibilità di riflettere per trovare similitudini e differenze tra palco e realtà. È emersa tanta vita nelle storie di donne e uomini, negli spettacoli andati in scena nell’ambito della rassegna Trend, nuove frontiere della scena britannica, a cura di Rodolfo di Giammarco.

Not Not Not Not Not Enough Oxygen - regia di Giorgina Pi
Not Not Not Not Not Enough Oxygen – regia di Giorgina Pi

Not Not Not Not Not Enough Oxygen di Caryl Churchill, in scena dal 13 al 15 novembre, interpretato da Aglaia Mora, Xhulio Petushi, Marco Spiga con la regia di Giorgina Pi, risulta quasi profetico e molto aderente con la quotidianità e con il crescente diramarsi di bollettini di allarme meteo. Il pericolo può arrivare, di volta in volta, da forti piogge che fanno ingenti danni o da raffiche di vento che spezzano in due alberi. Quella che nel 1971 aveva immaginato la Churchill, drammaturga di lingua inglese e scrittrice contemporanea, è una distopia, una società spaventosa ambientata in una Londra del 2010, denominata Londre. All’epoca ipotizzava scenari inquietanti per il futuro. Quarantasette anni dopo è un boccone troppo amaro da accettare e da mandare giù. Si coglie una dimensione politica in uno dei tanti effetti di distruzione di massa del capitalismo, del nuovo ordine e di quello che nel frattempo è diventato un vecchio disordine mondiale.

L’aria di Londre è irrespirabile e non è solo una metafora. All’esterno la concentrazione di anidride carbonica ha reso ancora più cupo il cielo londinese. Dentro piccoli e asfittici appartamenti monocamera, per poter vivere e respirare si spruzza l’ossigeno contenuto in confezioni spray per l’ambiente. Possono comprarle solo quelle persone che se lo possono permettere. Quasi come una droga, sicuramente una dipendenza per sopravvivere, effetto di una mutazione compiuta dall’uomo. La città non è afflitta soltanto dall’inquinamento. Il dislivello tra le classi di ricchi e di poveri ha determinato un irrimediabile abisso sociale, per le strade si aggirano orde di fanatici e rivoluzionari. In uno di questi monolocali avviene l’incontro, dopo tanti anni di separazione, tra Claude, famosa pop star e l’anziano genitore, il solitario Mick. Con loro c’è anche Vivian, quarantenne, vicina di casa balbettante che vorrebbe lasciare il marito per trasferirsi in quella casa, ma non c’è spazio né ossigeno per due, in quel perimetro minuscolo e ristretto. Il legame è stretto tra l’ambiente esterno e i mondi interiori, le emozioni, i sentimenti. Risultano inquinati anch’essi da quelle esalazioni tossiche. L’occasione è utile per fare il punto non solo sull’ecologia dell’ambiente, ma anche su una “ecologia dei rapporti umani”.

Ogni conseguenza nasce scaturisce da una causa, una sottotraccia che è la bugia. Mentire per l’essere umano è un meccanismo automatico come respirare. I bambini imparano presto a piangere e a dissimulare per conquistare l’attenzione dei grandi. Gli adulti imparano a mentire per una moltitudine di ragioni e di scopi. Lo fanno i politici, da sempre, e anche i mariti, le mogli, gli uomini e le donne di ogni società.

All The Things I Lied About ha avuto tre repliche al Teatro Belli, dal 16 al 18 novembre. È un monologo che ha vinto il premio Off West End del 2018 per la drammaturgia. L’autrice è Katie Bonna che è attrice, poetessa e scrittrice per il teatro e la tv. Il testo, di cui è stata protagonista e interprete Elisa Benedetta Marinoni, con la regia di Alessandro Tedeschi, provoca e intrattiene il pubblico suscitando divertimento e commozione. Nel testo vengono messe insieme e sviluppate tematiche come la violenza sulle donne e l’amore, la fedeltà e l’infedeltà. Tutto questo per costruire il teorema che la verità va contro gli istinti evolutivi della specie umana. Si può mentire per troppa noia o per il senso di colpa, per l’incapacità nel fare la cosa giusta o nel dire un semplice no. La bugia può agganciarsi fatalmente con la persuasione e la manipolazione dell’altro, fino a diventare aggressione verbale o violenza. I bambini e i ragazzi assorbono l’esempio degli adulti, sviluppando l’abilità ad alterare la realtà, ad ingannare e sopraffare l’altro come se fosse un nemico da abbattere, come se la vita fosse un film. Attraverso un processo di desensibilizzazione e training occulto, le nuove generazioni osservano e imparano, entrano in contatto con la realtà attraversando la porta della televisione e dei videogiochi.

La possibilità di trasferire la ferocia e la brutalità dalla finzione alla realtà è molto alta. To kill in inglese significa uccidere, Killology, il testo teatrale di Gary Owen, andato in scena dal 20 al 24 novembre, parla anche di questo. Di come un ragazzo finisce la sua giovane esistenza dopo lunghe torture, smembrato da una motosega tra le risate dei suoi pari, un branco assetato di sangue che ha deciso di divertirsi in un modo spietato, crudele, perverso. Killology è un videogioco, come viene raccontato nel testo, un nuovo e subdolo videogame che ha persuaso, plagiato e addestrato una generazione di piccoli mostri. Chi gioca ha come obiettivo principale quello di conquistare dei bonus che vengono semplicemente conquistati mediante la tortura delle vittime. In proporzione il punteggio aumenta tutte le volte che la creatività sadica è maggiore. Le fantasie più raccapriccianti nel gioco trasformano in eroe ogni potenziale killer. Questa è una distorsione sinistra con effetti non facilmente determinabili nella vita reale.

Owen è un drammaturgo gallese che, realizzando una carriera significativa, ha vinto numerosi premi. Ha dichiarato di avere scritto Killology sulla base di due spinte propulsive. La prima è stata determinata dalla lettura di un libro “On Killing” dove veniva analizzata l’influenza e i danni derivanti dalle rappresentazioni fittizie della violenza. La seconda, più personale e intima, è stato il suo mettersi in discussione come genitore e padre. Il cast formato da Stefano Santospago, Emiliano Coltorti ed Edoardo Purgatori è stato diretto dal regista Maurizio Mario Pepe. Grazie ad un lavoro di recitazione appassionato ed autentico, il pubblico, numeroso ad ogni replica, ha vissuto la potenza di quel carico emotivo che ha commosso, ma ha anche aperto una serie di riflessioni declinate secondo la sensibilità individuale.

A Behanding in Spokane. Con Denis Fontanari, Alice Arcuri, Carlo Sciaccaluga e Maurizio Bousso.
A Behanding in Spokane. Con Denis Fontanari, Alice Arcuri, Carlo Sciaccaluga e Maurizio Bousso.

La violenza può essere inquietante e al tempo stesso esilarante? Martin McDonagh è un drammaturgo controverso, britannico di origini irlandesi, che riesce a creare dei racconti intrisi di oscurità e umorismo nero. Un uomo bianco sta in una stanza d’albergo. Qualcosa graffia da una superficie, dietro una porta. Esasperato, apre l’armadio e spara con la sua pistola. Si siede sul letto e telefona con ansia alla madre che non ha risposto alle sue chiamate. Questa è la scena d’apertura della commedia A behanding in Spokane.

Carmichael, un sicario di mezza età, è alla ricerca della mano mozzata che ha perso molti anni fa. Incontra così una coppia di truffatori che sostengono di avere quello che lui stava cercando. Un ambiguo concierge, ex galeotto, completa il cast dei personaggi. Martin McDonagh ambienta negli Stati Uniti la sua opera teatrale che al Belli ha visto protagonisti, dal 26 al 28 novembre, Andreapietro Anselmi, Alice Arcuri, Maurizio Bousso, Denis Fontanari, diretti da Carlo Sciaccaluga che ha anche tradotto il testo. Le ossessioni del drammaturgo anglo-irlandese si rivelano in quella stanza di un hotel: violenza casuale e improvvisa, persone disperate e sentimentalismi inaspettati. Il ritratto che realizza McDonagh vede protagonisti persone vendicative, truffatori, razzisti quanto basta, disposti a correre rischi per fare soldi in modo facile e veloce, terrorizzati dall’assumersi la responsabilità delle proprie azioni e sotto sotto, forse, si considerano come degli eroi. È difficile non intravedere, da qualche parte, un tratto comune, vaghe somiglianze, un po’ di noi e di quello che sempre di più stiamo diventando. Come se quei ruoli ci facessero diventare un po’ carnefici e vittime a ruoli alterni. Il tempo passa, i ruoli cambiano e le persone diventano diverse versioni di se stesse.

Harrogate di Al Smith - regia Stefano Patti
Harrogate di Al Smith – regia Stefano Patti

Il debutto di Harrogate di Al Smith, per la prima volta in Italia con la regia Stefano Patti, dal 30 novembre al 3 dicembre, interpretato da Marco Quaglia e Alice Spisa, conclude la narrazione del mese di novembre trascorso a Trend. La storia è quella di un uomo di mezza età. È facile dire di lui che si nasconde dietro una maschera, ma in realtà sono più interessanti le dinamiche della sua lotta interiore, in modo neutro, senza giudizio alcuno.

Forse lui non sta camuffando qualcosa di sé, ma sta facendo i conti con lo scorrere del tempo, il suo passato e quello che non sa gestire più perché nel frattempo è cambiato. È ossessionato dai sentimenti nei confronti della figlia adolescente ed è praticamente estraniato dalla moglie, sia emotivamente che sessualmente. Brama il passato, quando la sua compagna era più giovane, più divertente e, in definitiva, più come la loro figlia che indossa la t-shirt nera dei Ramones. Una battuta recita: “Sogno te giovane. Quando sono addormentato sei giovane quanto la ragazza che ho incontrato.” Il gioco è diviso in tre scene che servono per mostrare le relazioni dell’uomo con le donne della sua vita. Al Smith ha dichiarato che Harrogate è “un gioco su una famiglia, su una crisi e sul controllo delle relazioni al suo interno”.

Vivere con un’ossessione rende le persone incapaci di occuparsi e di preoccuparsi di altro che non sia l’oggetto di quel desiderio. Liberarsene non è impresa facile, può avvenire solo quando si smette di alimentare i nostri incubi, le fissazioni e i tormenti interiori. In fondo poco cambia se si tratta di un impulso di violenza o di sesso, un istinto di sopravvivenza o la patologia nel dire bugie. Quello che forse accomuna tutta questa drammaturgia è la possibilità di entrare in contatto con la parte più mostruosa e angosciante che alberga in ognuno di noi per purificare o fare una tregua con il nostro spirito umano, quello più intimo e iconoclasta.

Condividi:

Yellow Moon di David Greig in scena al Teatro Belli per Trend nuove frontiere della scena britannica

In scena al Teatro Belli di Roma venerdì 14 e sabato 15 dicembre Yellow Moon di David Greig, mise en espace a cura di Mario Scandale con Rosario Lisma, Marina Occhionero, Luca Tanganelli, Giulia Trippetta. Lo spettacolo rientra nella programmazione di TREND nuove frontiere della scena britannica – XVII edizione festival a cura di Rodolfo di Giammarco.

INFO EVENTO 

Yellow Moon racconta la storia di Lee e Leila, due adolescenti che vivono in una piccola città della Scozia. Lee è un ragazzo difficile e violento, ossessionato dal suo berretto da baseball, ultimo regalo del padre prima di abbandonare la famiglia. Leila, introversa figlia d’immigrati musulmani fuggiti da qualche guerra degli anni ’90, è quella che potremmo definire una brava ragazza. I due si incontrano per caso in un negozio e da lì parte la loro fuga dalla legge. Infatti Lee quella sera ha pugnalato il fidanzato della madre. Decidono così di fuggire in montagna, seguendo le orme del padre scomparso di Lee. In questa fuga, Lee e Leila si confronteranno con il loro destino e scopriranno l’amore per la prima volta. Il testo getta lo sguardo su una realtà degradata, fatta di famiglie inconsistenti e miti televisivi, che rende ancora più difficile la ricerca della propria identità. Come possiamo sapere chi siamo quando non sappiamo da dove veniamo?

David Greig (Edimburgo, 1969) è un drammaturgo scozzese e regista teatrale. I suoi testi sono stati prodotti in tutto il mondo e rappresentati nelle principali realtà teatrali britanniche, tra cui il Teatro Traverse, il Royal Court Theatre, il Royal National Theatre e la Royal Shakespeare Company.

14 / 15 dicembre

YELLOW MOON

di David Greig

traduzione Jacopo Gassman
mise en espace a cura di Mario Scandale
con Rosario Lisma, Marina Occhionero, Luca Tanganelli e Giulia Trippetta
luci Camilla Piccioni
elementi scenici Eleonora Ticca
organizzazione Theatron 2.0
produzione Ginkgo Teatro
Condividi:

Tre settimane di Trend – Nuove Frontiere della Scena Britannica Emozioni, riflessioni e racconti al Teatro Belli di Roma

Trend, nuove frontiere della scena britannica

Quella in corso è la XVII edizione della rassegna Trend, ideata e curata da Rodolfo Di Giammarco. Anche quest’anno l’appuntamento porta con sé i colori, l’aria vivace dell’autunno e le suggestioni di uno dei quartieri più caratteristici e multiculturali di Roma, Trastevere, dove si svolge la manifestazione, all’interno del Teatro Belli. Il calendario delle Nuove Frontiere della Scena Britannica è parte del programma di Contemporaneamente Roma 2018 promossa da Roma Capitale con il sostegno del Ministero dei Beni Culturali e della Regione Lazio.

Le proposte della sua programmazione risultano essere la caratteristica più intrinseca, la sua peculiarità. Una kermesse che intende offrire qualcosa di diverso rispetto ai cartelloni ufficiali e, contemporaneamente, un crogiolo di idee e racconti, un’allegra commistione tra tanti elementi eterogenei. Gli autori, gli attori e i registi sono famosi ed emergenti in parti più o meno uguali. Sono uomini e donne, giovani e meno giovani, esperti navigatori di quel mondo policromo che è il Teatro. I numeri di questa edizione raccontano di un palinsesto che si svolgerà dal 18 ottobre al 22 dicembre articolato in 17 titoli, oltre 50 artisti tra attori e registi e tre opere di teatro digitale.

The Cordelia Dream di Marina Carr ha iniziato la rassegna portando in scena le complessità di un rapporto tra un padre e sua figlia. Massimo De Francovich e Roberta Caronia hanno interpretato e scandagliato, tra le pieghe di quelle due anime, tutti i risvolti difficili e sgradevoli di un legame parentale, biologico e sociale. Una commedia caustica e attuale che contiene l’equazione, umana e dimostrabile, di come l’odio, a volte, può rappresentare un’altra faccia dell’amore.

Jordan è ispirato a una storia vera, quella di una giovane madre di nome Shirley. Fortemente attratta dal pericolo, probabilmente ha commesso il grande errore di baciare quello che lei definisce “un uomo-rospo” di nome Davy. Anna Reynolds, scrittrice e drammaturga britannica, descrive e porta dentro quella trama alcuni pezzi della sua vita tormentata e asimmetrica. La regia di Jordan è stata curata da Francesca Manieri e Federica Rosellini che è anche la protagonista che interpreta in scena.

Angela è una donna sola, sotto i riflettori così come nella sua vita, Angela. Francesca Bianco la interpreta ed è la protagonista di My Brilliant Divorce di Geraldine Aron. In realtà non è l’unico personaggio sul palcoscenico; ci sono frammenti video di presenze virtuali in bianco e nero e alcuni oggetti di scena. La storia brillante è quella di un ordinario abbandono. Una donna che dopo venticinque anni di matrimonio si ritrova senza un marito, senza una figlia e con una vita da ricostruire. Carlo Emilio Lerici, che abbiamo avuto l’opportunità di intervistare, è il regista e il traduttore di My Brilliant Divorce con l’ausilio di Enzo Aronica che ha realizzato la regia video.

C’era tanta attesa per Ivan & the Dogs di Hattie Naylor e in effetti l’interpretazione di Lorenzo Lavia è risultata essere magnetica ed equilibrata, ricca di emozioni. Le coordinate e le direzioni sono state date dalla mente registica di Massimiliano Farau. Ambientato nella Russia degli anni Novanta, la storia racconta di Ivan, un bambino di 4 anni che vive per strada, con il cane Belka che provvederà a fornirgli cure e amore come una madre, sostegno e protezione come un padre.

BU21 di Stuart Slade, con la regia di Alberto Giusta è l’effetto, la conseguenza di quella che è stata paura contemporanea e collettiva, il terrorismo. In una Londra devastata e distrutta da un attacco, sei sopravvissuti interpretati da Mario Cangiano, Daniela Duchi, Valentina Favella, Silvia Napoletano, Francesco Patanè e Matteo Sintucci si incontrano in una terapia di gruppo per condividere le loro esperienze e per cercare di elaborare e superare i traumi vissuti.

Il prossimo appuntamento, in programmazione dall’8 all’11 novembre, sarà En attendent Beckett, un percorso multimediale ideato da Glauco Mauri e Roberto Sturno, con la collaborazione di Andrea Baracco. L’idea è quella di esplorare i testi, la lirica paradossale e grottesca, le opere “L’ultimo nastro di Krapp” e “Atto senza parole” dell’autore inglese Samuel Beckett che, in Finale di Partita, scrisse un celebre ossimoro « Non c’è niente di più comico dell’infelicità».

Quello che abbiamo visto in queste prime tre settimane di programmazione sono state le diverse prospettive e le estensioni espressive ad esse connesse. Dirompenti nella loro forma drammatica, a volte taglienti nei loro risvolti ironici, brillanti o leggeri. Racconti intimi o corali, monologhi e dialoghi, frammenti personali di vita vissuta e rappresentata con la forza di un linguaggio universale e dinamico. Sono pezzi, brandelli di sogni, di ricordi, di esperienze al limite e in ogni caso intrise di feroce umanità. Le partiture drammaturgiche sono state da zone circoscritte e definite da Di Giammarco come “traumi di storie, terremoti di senso, tsunami linguistici”.

 

Trend, nuove frontiere della scena britannica
Trend, nuove frontiere della scena britannica

Abbiamo avuto l’opportunità di incontrare e intervistare il regista e autore Carlo Emilio Lerici, il quale cura l’organizzazione tecnica della rassegna e ha condiviso con noi le sue riflessioni al termine della replica del giovedì:

My brilliant divorce ha vinto diversi premi, è stato rappresentato in 28 paesi ed è stato realizzato un film. Lei ha curato la regia, ma anche la produzione del testo originale. Qual è stato l’approccio con il testo e che evoluzione ha avuto nella versione italiana?

Sono figlio di un autore teatrale e tendo a cambiare molto poco i testi, nutro un sacro rispetto verso di essi. Leggo sempre tante cose e ho trovato per caso My brilliant divorce, avevo visto una segnalazione di questo copione, abbastanza unico per un’attrice, l’ho tradotto in modo abbastanza fedele all’originale, senza particolari differenze. Ci sono dei giochi di parole che non ho cercato di ricostruire perché non c’è niente di peggio che provare a reinventarli.

Diciamo che l’intervento più consistente è che ho apportato dei tagli, ho accorciato molto il testo che è nato negli Stati Uniti, successivamente è stato riproposto in Irlanda e in Gran Bretagna ma lì il teatro funziona un po’ diversamente che da noi. Lo spettacolo originale durerebbe 2 ore e mezza, uno spettacolo in due atti che in Italia sarebbe molto complicato da proporre al pubblico.

Se viene fatto a Broadway con i mezzi che erano disposizione possono inventarsi di tutto. Ho visto il cane telecomandato, i palcoscenici che si muovono per cui riempiono queste due ore e mezza con tante cose. La scelta del lavoro sul testo è stata quella di andare a concentrarsi su un percorso molto lineare, molto semplice, molto diretto e quindi ho tagliato tutto quello che poteva essere una ripetizione, un ritornare sopra a qualcosa di già detto per rendere tutto più fluido, più veloce e farne un soffio.

Una sua riflessione sul lavoro di regia, dalla composizione alle messa in scena.

La cosa bella di questo testo è che è scritto molto bene. Forse la scrittura è più americana che inglese con la costruzione di situazioni che ritornano, il finale costruito in quel modo specifico. La messa in scena è finalizzata e tende a cercare di fare in modo che quando gli spettatori lo vedono, non devono pensare al lavoro del regista che c’è dietro. Meno si vede, meglio è. Chi vede lo spettacolo deve pensare che ha ascoltato una donna che raccontava la sua storia. Non deve pensare alla regia e se ciò avviene, vuol dire che ho fatto bene.

Quali sono state le scelte effettuate per la composizione del cast in video a supporto dell’attrice in scena?

Forse l’unica libertà che mi sono preso è la presenza in video degli attori perché, da copione, sono previste delle voci fuori campo che io non amo per niente. Avevo già fatto una scelta in tal senso tanti anni fa mettendo in scena Talk Radio, il testo di Eric Bogosian dove c’è un conduttore radiofonico che parla con gli ascoltatori; in quel caso era previsto che ci fossero tante voci. Mi ero divertito, invece, a creare un secondo palcoscenico dove c’erano gli attori veri, perché nel 2000 le proiezioni non si usavano e quella soluzione ha funzionato bene.

La stessa cosa è avvenuta ne La versione di Barney, un lavoro ho fatto sette anni fa. C’erano già le proiezioni e in quel caso ho usato degli attori che interagivano con il protagonista in scena, anche in quel caso l’idea è stata funzionale alla riuscita dello spettacolo. Devo dire che ieri come oggi, ho lavorato con Enzo Aronica che ha curato la regia video. L’idea di usare le mezze facce in bianco e nero è stata sua e ci siamo trovati bene perché mi piacciono le idee che ha su come usare le immagini. Inizialmente io volevo che si vedessero gli attori ma è stato lui a convincermi della bontà della sua intuizione.

L’esperienza del divorzio va nella direzione del panico o nella ricostruzione con leggerezza della propria vita ed esistenza?

Il panico, il dolore, l’abbandono, le difficoltà, tutti questi elementi ci sono e si sentono. Siccome il tono generale è leggero, questo non determina implicitamente il fatto che uno se ne dimentica. Mi piaceva l’idea di rappresentare e di far sentire veramente la preoccupazione e l’angoscia. Il tutto, però, in un contesto di leggerezza perché il concetto è quello che ci si può liberare di tanti pensieri e di tanti problemi lavorandoci sopra.

Cosa comporta curare l’organizzazione generale di una rassegna stimolante come Trend, giunta alla diciassettesima edizione, e qual è la sua esperienza?

Sono 17 anni che organizziamo la rassegna Trend qui al Teatro Belli e possiamo dire che ne abbiamo viste di cose! È buffo perché ci sono state edizioni in cui giovani e sconosciuti attori sono diventati conosciuti e molto apprezzati. Ogni anno è una pagina diversa, c’è sempre qualcuno che ritorna perché ci sono artisti affezionati e a noi piace sperimentare, siamo dentro questo mondo della drammaturgia inglese. In realtà abbiamo sempre mescolato testi assolutamente contemporanei, scritti e messi in scena quasi in contemporanea con gli inizi della rassegna, insieme con cose più vecchie, però diciamo che la drammaturgia inglese non ti annoia mai. Anche quando gli anglosassoni girano attorno ad un problema, viene fuori sempre una visione nuova che ti diverte. Io credo che anche in questa edizione i temi della nostra società contemporanea sono sempre gli stessi, non è che cambiano le questioni.

Gli autori inglesi, però, sono molto bravi perché riescono a raccontartele da diversi punti di vista, inventando storie diverse. Sono bravissimi inoltre ad attingere dalla cronaca. Anche in questa edizione ci sono tanti testi che prendono spunto da fatti accaduti che diventano storie, testi teatrali incredibili. L’anno scorso ho messo in scena un testo di un drammaturgo irlandese (The Match Box di Frank McGuinness ndr) tratto da un fatto di cronaca. L’autore è un appassionato ed è il traduttore ufficiale della tragedia greca in Irlanda, lui ha costruito una tragedia greca su un episodio di cronaca. Per questo motivo sostengo che gli scrittori britannici riescono e a stupirci sempre. Anche quest’ anno noi a Trend proponiamo temi che vanno dal vivere quotidiano, dai drammi personali alle tragedie delle periferie ed è entusiasmante.

Quali sono le frontiere o i confini rimasti ancora da superare?

Adesso direi che bisognerebbe fare in modo che il pubblico superi i confini ed entri nei teatri. Diciamo che la scommessa è quella, da noi, non certo in Inghilterra, dove non hanno questo tipo di problema. Noi cerchiamo di attirare un pubblico nuovo proponendo delle cose diverse rispetto ai cartelloni ufficiali. Io credo che qui si vedono sicuramente delle cose nuove e c’è una mescolanza di linguaggi vastissima, c’è di tutto. Quest’anno abbiamo addirittura Glauco Mauri, riusciamo anche a stare dentro una cosa che potrebbe essere classica ma non lo è e ci sono artisti come Giorgina Pi con tutta la sua storia dell’Angelo Mai.

Forse la nuova frontiera è anche la capacità di mettere assieme tanti mondi diversi del teatro che è quello che a me piace perché questo è un contesto brillante. Quello dell’anno scorso era una tragedia, due anni fa avevamo costruito un container qua dentro, uno spettacolo dove gli attori venivano dal nord Africa, dall’Africa centrale, dal mondo arabo. Un testo che raccontava di un viaggio per cercare di raggiungere l’Inghilterra, con il pubblico dentro al container. In questa edizione, diciamo che ci sono tutti i linguaggi possibili, mancava forse una commedia brillante che ha prontamente riempito la casella

Si dice che l’emozione degli attori svanisce nello spazio che separa i camerini dal palcoscenico. Quali sono state le sue emozioni che ha vissuto dalla sua postazione?

Dopo tanti anni non voglio dire che sono diventato abbastanza insensibile, ma è come se fosse subentrata una sorta di rassegnazione. In passato ero molto teso, agitato adesso è la consapevolezza che a me piace il mio lavoro, credo nelle operazioni che faccio per cui si possono avere dei dubbi, ci possono essere spettacoli più e meno riusciti, però penso di essere dentro uno standard di operazioni che realizzo per il piacere di farle.

Il vantaggio di lavorare in questo contesto che probabilmente crea uno stato di sicurezza e che io qui dentro non l’obbligo di fare, non sono scritturato per mettere in scena un testo con determinati attori. Io faccio quello che mi gratifica con gli attori che mi piacciono e con una libertà totale. Credo che sia il massimo che uno possa desiderare nel fare questo mestiere e questo ti libera da tante responsabilità e da ogni preoccupazione. Probabilmente se mi chiamassero per fare una regia di un altro tipo sarei più agitato perché rapportarsi con una cosa che non è stata scelta in autonomia è più complicato.

Condividi:

Ifigenia in Cardiff al Teatro Argot. Intervista al regista Valter Malosti

Nel cuore di Trastevere, presso il Teatro Argot Studio di Roma, continuano gli imperdibili appuntamenti teatrali di DPBLACKMIRROR, rassegna a cura degli under 25 di Dominio Pubblico inserita nella stagione Home Sweet Home. Dal 21 al 25 Febbraio sbarca sulla scena capitolina Ifigenia in Cardiff con l’attrice e performer Roberta Caronia, vincitrice  per l’interpretazione di Effie  del XIII Premio Virginia Reiter dedicato “alla migliore attrice del panorama teatrale italiano nella fase iniziale della carriera” e con la regia di Valter Malosti.

Ifigenia in Cardiff di Gary Owen (dall’originario Iphigenia in Splott) è un delirio monologante denso di lucidità che si rivela a poco a poco, ribaltando gli equilibri del senso comune e scardinando moralismi e perbenismi vari. Con un linguaggio abrasivo pieno d’ironia tagliente, Owen affonda il coltello nelle maglie sconnesse della contemporaneità, consegnandoci il ritratto al vetriolo di un’Ifigenia moderna che non ci sta ad essere la vittima sacrificale di un sistema già scritto, e pertanto reagisce, opponendo al Fato, che la vorrebbe vendicativa e miope, la sua intelligenza feroce, il ghigno beffardo, la più inaspettata compassione. Effie non è un capro espiatorio, ma testimone ferale e voce d’accusa contro un potere che, con la sua ingombrante ingordigia, divora le vite degli altri.

Un affresco metropolitano ambientato nei sobborghi desolati dell’umanità, un grido disperato racchiuso nelle pieghe di un testo dove la matrice classica si irrora di contemporaneo: Ifigenia in Cardiff di Gary Owen (dall’originario Iphigenia in Splott)  ha debuttato come studio nel 2016 alla rassegna teatrale “Trend – Nuove frontiere della scena britannica” incentrata sulla drammaturgia contemporanea anglosassone, a cura di Rodolfo Di Giammarco e l’anno successivo in forma spettacolare per il Festival delle Colline Torinesi dove ha riscosso un grande successo fra le migliori penne critiche della carta stampata nazionale che ne hanno confermato il pregevole valore artistico. In vista di questo debutto, raggiungiamo via telefono Valter Malosti per un’intervista che racconti il tragitto artistico partito da Cardiff e giunto fino a Trastevere.

Come ha scoperto questo testo?

Il progetto nasce, come parecchi dei miei progetti negli anni passati in collaborazione con Trend e quindi in particolare con Rodolfo Di Giammarco con cui avevamo già realizzato in passato i lavori di Enda Walsh, che adesso è diventato famosissimo, di Claire Dowie e Simon Stephens.
Diciamo che è una specie di laboratorio che io accetto di fare quando posso perché mi permette di conoscere degli autori che altrimenti non conoscerei. Ogni volta che inizia Trend faccio delle mie proposte e loro, in particolar modo Rodolfo e i suoi collaboratori, mi propongono testi nuovi che non è facile conoscere qui; tra i testi che mi sono stati presentati ho trovato Ifigenia in Cardiff e ho scelto di farlo dal momento che avevo l’attrice giusta, Roberta Caronia, visto che amo svolgere un lavoro sempre molto basato sugli attori. In realtà il titolo originale è in Ifigenia in Splott che è un quartiere di Cardiff ma per semplificare abbiamo deciso di chiamarlo Ifigenia in Cardiff così ci è sembrato un titolo più evocativo che il pubblico potesse riconoscere.

Perché ha scelto di rappresentarlo?

È un testo molto forte, con una lingua particolare. Una cosa che mi interessa sempre nei testi è che essi abbiano una lingua in qualche modo esplosiva, interessante sia da tradurre, sia da portare in scena per dare la possibilità agli attori di farne un percorso che non sia semplicemente legato al contenuto ma che sia anche legato al suono. La cosa interessante di questo testo è che parla di Effie, una ragazza ai margini della società, che vive di droga e di alcol in Splott, quartiere popolare di Cardiff abitato anche da molti stranieri. Qui Effie incontrerà durante le sue scorribande notturne esagitate l’amore della sua vita. Di fondo c’è questa storia d’amore con un soldato che torna dall’Afghanistan con una menomazione esteriore che è più evidente ma allo stesso modo dolorosa alla ferita più interiore di Effie che riesce a guarire in una notte d’amore. Poi vedremo che durante lo scorrere del testo quest’amore enorme che le cambia la vita è un amore sfortunato.

Come si è sviluppato il lavoro e qual è stato l’approccio registico adottato nei confronti dell’attrice Roberta Caronia?

È un lavoro nato durante la tournée de “Il berretto a Sonagli” insieme a Roberta Caronia. Abbiamo cominciato a provare piano piano questo lavoro che prima ha debuttato al Trend e poi abbiamo fatto un vero e proprio spettacolo al Festival delle Colline Torinesi l’estate scorsa. Un po’ averlo provato in tournée e un po’ il tipo di testo mi ha ricordato Ken Loach, quella secchezza, quella profondità nella semplicità ed è diventato uno spettacolo in cui la regia è pochissimo appariscente ma proprio per mia scelta perché tutto il meccanismo dello spettacolo è addossato completamente sulle spalle dell’attrice. Durante il lavoro abbiamo tolto molte cose, anche alcune azioni che erano iscritte nello spettacolo. Ho sentito la necessità di farne un lavoro nudo e scabro. L’unica azione, fra quelle descritte dalle indicazioni interne al testo, che lei compie è quella di scrivere alcuni numeri su di una lavagna, alcuni di questi numeri diventano anche qualcosa di più simbolico. Per il resto l’attrice agisce quasi in maniera frontale. In questo caso ho voluto accentrare tutto su di lei come un primo piano costante e quindi siamo partiti da lei e dal suo modo di essere in scena, come una specie di spettatore dell’anima e del corpo di questa performer. Non c’è nessuna tecnica particolare usata, ci siamo conosciuti durante la tournée ed è stato in un certo modo facile capire quali erano le direzioni giuste. Io ho lavorato sul ritmo musicale nel complesso del testo anche se non c’è praticamente musica e quindi un’altra difficoltà per l’attrice è che non ha nessun appoggio di nessun tipo per tutto lo spettacolo. Questa è proprio l’offerta, una specie di sacrificio dove l’idea registica si tramuta in un’offerta sacrificale, così evidente e nuda, di un’anima e di un corpo agli spettatori.

E’ possibile ricercare un punto di contatto fra il mito classico di Ifigenia e la contemporaneità di Effie? In questo senso in che modo la parabola esistenziale della protagonista riesce a parlare universalmente della condizione umana?

Questa parabola umana finisce esemplarmente ma in maniera un po’ bizzarra ma non posso svelarlo perché sennò svelo tutto lo spettacolo quindi è meglio che rimanga misterioso anche perché è un passaggio misterioso anche per noi a cui stiamo ci accostando e ci stiamo pian piano avvicinando a quel possibile frammento di verità che riguarda tutti noi. Ci stiamo costantemente lavorando perché è un passaggio molto complicato dal momento che implica uno scarto poetico molto forte dove si passa da questa cosa molto personale e iperrealista per poi volgersi dall’altra parte facendo diventare questa figurina una specie di gigante. Non è facile e ci stiamo lavorando perché il testo in questo senso è molto esile, il finale non rappresenta la parte forte di questo testo. Questo finale però è molto interessante è come se l’autore avesse avuto un’idea molto forte a cui non bastano le parole che ci ha lasciato in eredità per descriverlo.

Alla fine questa storia si ribalta su un ulteriore aspetto per questo si chiama Ifigenia perché l’autore prende spunto da questa storia iper realistica per poi volgersi in qualche modo a uno sguardo più collettivo per questa tragedia personale che diventa un monito universale per tutti noi che abbiamo a fianco le persone della nostra vita di cui non ci accorgiamo mai.

Quali saranno le prossime tappe di questo spettacolo?

Abbiamo già fatto una parte di nord poi andremo in Puglia a Taranto. Il prossimo anno verrà ripreso e andrà sicuramente a Milano. Questo è uno spettacolo come molti di questi miei piccoli spettacoli che hanno una vita da no-sellers cioè io tengo molto al mio repertorio e quindi tendo a non buttare i lavori buoni che si fanno. Con molta perseveranza a volte i lavori sono durati anche 10 o 15 anni non vedo perché buttare via dei lavori di qualità ed è quello che cercheremo di fare con questo piccolo lavoro cioè di conservarlo nel tempo e di farlo vedere il più possibile. Così io, a fianco di altre produzioni più legate a rivisitazione di classi legate alla poesia e alla musica, ogni tanto mi vado a occupare di queste creature che altrimenti non avrebbero voce.


IFIGENIA IN CARDIFF

dal 21 al 25 febbraio
al Teatro Argot Studio

di Gary Owen
traduzione Valentina De Simone
regia Valter Malosti
con Roberta Caronia
light designer Francesco Dell’Elba

Condividi: