Estate al MAXXI 2020

Estate al MAXXI, Appunti per un futuro possibile: intervista a Luca Archibugi, Giovanna Melandri e Tiziano Panici

In questo scampolo d’estate, l’arte torna ad abbracciare la capitale invadendo la piazza del museo Maxxi. Iniziata a luglio, la rassegna Estate al MAXXI 2020, che si prolungherà per tutto il mese di settembre, ha proposto alla città di Roma una ricca programmazione dedicata al teatro, all’arte e alla letteratura. Incontri, che hanno trovato un importante riscontro in termini di presenza del pubblico, come racconta Giovanna Melandri, Presidente del museo MAXXI, intervistata a proposito del rafforzamento dell’offerta culturale e delle strategie di engagement.

Estate al MAXXI 2020
Estate al MAXXI 2020

Data la condizione attuale e la necessità di tornare a creare engagement, quali sono gli obiettivi perseguiti da Estate al MAXXI 2020?

Il mese di luglio è stato strepitoso: abbiamo riempito la piazza nonostante il distanziamento, e l’abbiamo fatto con la musica, il teatro, la letteratura, riflessioni con intellettuali, filosofi e artisti. Devo dire che la risposta c’è stata, in questa città c’è un bisogno enorme di cultura. Speriamo che anche il mese di settembre consenta a questa ricerca di andare avanti. 

Rispetto al momento storico che stiamo vivendo, quali azioni ritiene necessarie per contribuire al rafforzamento dell’offerta culturale e al riavvicinamento del pubblico dopo il blocco imposto dalla pandemia?

Bisogna osare, con tutte le misure di cautela. Però, proprio perché stiamo vivendo un periodo di trasformazione, un salto antropologico della nostra convivenza civile e sociale, credo che la cultura debba essere protagonista di un mondo nuovo che dobbiamo ripensare. Occorre aprire tutti gli spazi, tutte le nicchie possibili e pretendere rispetto dal pubblico. È quello che stiamo cercando di fare al Maxxi da quando abbiamo riaperto, anche rompendo quei confini, quelle paratie tra generi, mondi che non esistono più e su cui c’è il grande campo della sperimentazione del linguaggio della creatività.

Venerdì 11 settembre, Appunti per un futuro presente a cura di Luca Archibugi e Tiziano Panici, inaugurerà la ripresa degli eventi teatrali della rassegna a seguito della pausa estiva. Un doppio appuntamento, a ingresso libero, con due opere capaci di rappresentare la città da un punto di vista strettamente contemporaneo: Il quarto dito di Clara per la regia di Luca Archibugi, con Pietro Naglieri e Veronica Zucchi, e La frontiera, performance estratta dal progetto di Margine Operativo Beautiful Borders, portata in scena da Tiziano Panici.

Si comincia alle 19:15 con La frontiera, regia di Pako Graziani, liberamente tratta dall’omonimo saggio di Alessandro Leogrande, che affronta il tema della migrazione a partire dal Martirio di San Matteo di Caravaggio. Ne abbiamo parlato con Tiziano Panici che in questo intervento approfondisce la tematica della performance e l’ideazione di Appunti per un futuro presente.

Estate al MAXXI 2020
La frontiera – Ph Manuela Giusto

La frontiera è un’indagine sugli sconfinamenti cui dai corpo e voce in scena, prendendo le mosse dal libro di Alessandro Leongrande. Lo sguardo è rivolto a sbarchi e naufragi, all’eorismo di uomini e donne che attraversano luoghi altri, minacciati oltre che dalle insidie del viaggio, da dinamiche sociali di estromissione. Come si struttura in scena questo racconto?

Luca Archibugi mi ha coinvolto in questa avventura di Appunti per un futuro presente, che si è rivelata un punto d’incontro interessante: l’idea è venuta a Luca sotto forma di appunti ed è stata tradotta da me in una serie di azioni post-lockdown, a partire dalle quali con il Teatro Argot abbiamo avviato una campagna di comunicazione mirata a sensibilizzare e a sensibilizzarci rispetto al momento che stavamo vivendo, soprattutto da un punto di vista culturale. Anche la chiamata del MAXXI è arrivata in questo contesto: la rassegna è nata come un segnale di risposta culturale e di speranza rispetto alla città di Roma. 

La richiesta di Luca è stata di individuare dei progetti che potessero rappresentare la città da un punto di vista strettamente contemporaneo. Lo spazio si è poi ridotto all’arco temporale di una serata, così sono stati inseriti nel programma Il quarto dito di Clara e La frontiera, in forma di performance, che nasce da un percorso con Margine Operativo. Questo è interessante perché il Teatro Argot Studio è ideatore e accompagnatore della serata e Margine Operativo è uno degli attori sociali della città che da anni interviene sul territorio, e che mi ha coinvolto in qualità di attore e  performer in diverse produzioni. Pako Graziani e Alessandra Ferraro, ideatori delle produzioni di Margine Operativo e del Festival Attraversamenti Multipli, indagano spesso zone di confine sia artistiche sia sociali. 

La frontiera si colloca all’apice di questo percorso condiviso, di cui il momento dedicato al Martirio di San Matteo di Caravaggio, rappresenta una summa assoluta, un’estrema sintesi. In quella sintesi Alessandro Leogrande, che è uno dei più grandi indagatori sociali del nostro tempo, racconta il rapporto dell’uomo con la violenza. Questo non contiene solo le migrazioni, le tratte delle frontiere in cui si sono perse le orme di centinaia di migliaia di uomini, ma riesce anche a sintetizzare la crisi della società contemporanea dell’Occidente. Attraverso la sola osservazione del Caravaggio, Leogrande indaga il rapporto tra l’uomo e l’atto della violenza. Nello specifico, si tratta del Martirio di San Matteo che si trova nella Chiesa di San Luigi dei Francesi, la prima struttura culturale chiusa per Covid-19 durante il lockdown.

Le frontiere da abbattere, con l’avvento di internet, e ancor più a seguito del distanziamento imposto dalla pandemia non sono più soltanto territoriali. Qual è oggi la frontiera più difficile da superare?

La frontiera più pericolosa è quella interiore, quella che ci pone in contatto con noi stessi e che ci permette, in questo modo, di stare più attenti e più in ascolto degli altri. Il teatro da questo punto di vista da un insegnamento grandissimo, già stato postulato da molti politici e anarchici: c’è una frase di Kropotkin che mi è rimasta molto impressa e che dice che se ognuno di noi imparasse a mettersi nei panni dell’altro, avremmo bisogno di molte meno regole per gestire il nostro sconfinamento verso gli altri. In questo secolo, il compito che il teatro deve portare a termine, rispetto al tema delle frontiere, è proprio quello di insegnare, a ogni uomo e a ogni bambino, ad attraversare il confine di sé stesso e conoscersi meglio, rispettando gli altri.

Nella scrittura di Archibugi si ritrova un ulteriore confine, quello temporale, che si mescola fino a perdere i suoi tratti. Il passaggio temporale viene sempre percepito come una conseguenza di passato, presente e futuro, mentre ne Il quarto dito di Clara, Luca trasporta la figura romantica e mitica di Schumann fino al Terzo Millennio. L’assottigliamento dei confini temporali è la grande sfida del futuro, qualcosa su cui la contemporaneità deve riflettere.

Alle ore 21:00, il debutto de Il quarto dito di Clara chiuderà la serata di Appunti per un futuro presente. Luca Archibugi racconta l’interessante lavoro di trasposizione psicologica che ha condotto sui personaggi della propria opera a partire da una ricerca filologica sulla vita e sull’arte di Robert e Clara Schumann. 

Estate al MAXXI 2020
Il quarto dito di Clara – Ph Simone Galli

L’opera di Schumann ha la capacità di mettere insieme parola, suono e immagine. Una caratteristica, questa, che anticipa i tempi, proiettando le sue composizioni nel Terzo Millennio. In questo senso, in che modo l’opera di Schumann ha guidato l’ideazione dell’Ultimo dito di Clara?

Il Romanticismo è stato un’epoca di straordinaria innovazione. L’approccio dei romantici era fortemente dedicato ai sentimenti, ma in una maniera molto ironica. Quanto avvenuto nel tardo Romanticismo ha molto cambiato questo tipo di approccio. Molti autori dell’epoca erano maestri di ironia come Henrich Heine e Jean Paul. Anche in Schumann, pur essendo un autore straordinariamente intenso e romantico, nel senso più tradizionale in cui lo intendiamo, l’ironia molto spesso si affaccia. Questa complessità della sua poetica lo trasporta, a mio avviso, all’inizio del Terzo Millennio: per me è un artista contemporaneo e il suo occhio ha guardato oltre il Secolo delle Avanguardie. 

Alcuni considerano Schumann un genio assoluto che, nel corso dell’esistenza, è diventato pazzo. A mio avviso la questione va completamente rovesciata: Schumann aveva dei serissimi problemi nervosi, già in gioventù, e il precipitare nella follia ha portato a questa grande capacità innovativa. I problemi nervosi non sono stati un limite. Quello che noi sappiamo di Schumann è un’immagine edulcorata dalla convenzione tradizionale, nello spettacolo questo non c’è. 

Perché ha scelto di raccontare la storia di Robert Schumann?

Per testimoniare di un artista che ci riguarda da vicino, invece di fissarlo in una teca.  Farlo vivere non solo nella storia della musica e della cultura, ma insieme a noi. Nello spettacolo racconto di una paziente psicotica e schizofrenica che si crede sia Clara sia Robert Schumann. Tutto quello che viene raccontato di Schumann e di Clara nello spettacolo è attraverso il filtro di questa donna che si è addossata l’identità di entrambi. La paziente è in cura presso uno psichiatra che lei crede essere il Professor Richarz che aveva in cura Schumann nel manicomio di Endenich dove fu rinchiuso, nel 1854, dopo essersi gettato nel Reno. Lì fu ostacolato nel comporre, gli fu proibito ogni contatto con l’esterno, perdendo sé stesso. Clara pur amandolo fino all’ultimo giorno, si alleò in questa strategia di isolamento. 

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Tiziano Panici presenta Argo(t)nautiche, la stagione di Teatro Argot Studio.

Al Teatro Argot Studio è ricominciata la stagione teatrale, costellata da nuovi approdi e da storici ritorni. Nel claim di quest’anno è concentrata la volontà di esprimere una direzione al volo artistico del teatro di Trastevere: con il titolo Argo(t)nautiche – Cronache dal mondo sommerso i direttori artistici – Tiziano Panici e Francesco Frangipane – non tentano soltanto un gioco di parole, ma vogliono portarci in un lungo viaggio, attraverso il vasto mare della storia dell’Argot, che è anche la storia della Roma teatrale dal 1984 a oggi. Al racconto delle Argo(t)nautiche contribuiranno nomi storici (Umberto Marino, Paolo Zuccari, Elena Arvigo), nuove proposte under 35 (Alessandro Blasioli, Pablo Solari, Collettivo Controcanto) fino a progetti più sperimentali – come nel caso di Segnale D’Allarme | La Mia Battaglia in VR, uno spettacolo in virtual reality con Elio Germano. Fra le proposte laboratoriali, anche Theatertelling, corso di formazione per comunicatori, giornalisti e appassionati alle arti performative organizzato da Theatron 2.0.

Con Argo(t)nautiche, il Teatro Argot Studio, anche quest’anno, si riconferma come un luogo di incontro e di convivenza tra realtà diverse, tra vecchie e nuove generazioni, da spettacoli più tradizionali a quelli sperimentali. E tutti sono imbarcati sulla stessa nave, viaggiano verso la stessa direzione e vivono la stessa storia.Abbiamo parlato con Tiziano Panici, che ci ha raccontato come è stata ideata la programmazione di Argo(t)nautiche – Cronache dal mondo sommerso.

La stagione di quest’anno è stata intitolata Argo(t)nautiche : perché la scelta di questo nome?

Si chiama Argo(t)nautiche perché vogliamo raccontare i primi dieci anni di questa nuova gestione così come si tiene aperto, in questo momento storico molto particolare, un porto che deve accogliere le navi dall’esterno. Interrogandoci su quello che è il senso di tenere aperto uno spazio in una città come Roma, uno spazio culturale, ci sembra fondamentale sapere che avere un teatro significa tenere le porte aperte all’interno di una città. Quindi abbiamo una responsabilità civile, nei confronti del “nostro” territorio, del quartiere, delle persone che ci sono vicine, e di chi abita lo spazio.

Chi abiterà quest’anno il Teatro Argot Studio?

C’è stato un inizio di stagione molto positivo con la presentazione del progetto Trilogia dell’Essenziale, firmata da Vinicio Marchioni, con Marco Vergani come attore. A Marco succederà Elena Arvigo con Il dolore: Diari della Guerra, che è un lavoro che per adesso ha presentato soltanto in forma di mise en espace e di reading. Accanto a questi nomi più importanti sono felice che ospiteremo anche realtà meno conosciute ma che stanno crescendo e si stanno facendo le ossa: come nel caso di Collettivo Controcanto, che è venuto in contatto con noi tramite il progetto di Dominio Pubblico. Tra i giovanissimi troviamo anche Alessandro Blasioli con una produzione di Argot Produzioni: Sciaboletta, spettacolo premiato all’Arezzo Crowd Festival e Direction Under 30 di Gualtieri. 

Fra le proposte di drammaturgia contemporanea, presentiamo con grande piacere Piccola Patria, spettacolo della compagnia CapoTrave di Luca Ricci e Lucia Franchi, con Gioia Salvatori in scena; Riccardo Festa, attore e regista romano che si metterà in prova con Art, un testo di Yasmina Reza. L’anno scorso, poi, abbiamo deciso di mettere in produzione Harrogate, uno spettacolo della scena britannica, programmato da Rodolfo di Giammarco nella sua rassegna Trend, che torna in una dimensione di stagione – in scena Marco Quaglia e Alice Spisa, con la regia di Stefano Patti. Anche loro sono degli artisti che qui dentro hanno costruito un loro percorso.  Inoltre, la compagnia Teatrodilina porterà in scena lo spettacolo Il bambino dalle orecchie grandi.

Il Dolore: Diari della Guerra di e con Elena Arvigo
Il Dolore: Diari della Guerra di e con Elena Arvigo

“Vecchie fiamme” che ritornano: questo perché gli artisti riconoscono Teatro Argot Studio com uno spazio-palestra dove potersi mettere sempre in gioco?

Sì e non solo: si crea un sottile filo rosso che si porta avanti negli anni, e che continua in qualche modo a raccontare la storia dell’Argot. Per questo ci sono anche i “nomi storici” – come Umberto Marino e Paolo Zuccari – autori che negli anni Novanta hanno fatto la storia di questo posto e che oggi lavorano nel cinema e nella televisione. Sono grandi firme, riconosciute da tutti, che ancora si concedono il lusso, da registi e autori riconosciuti e cinquantenni, di buttarsi sul palco sperimentando e raccontando storie che non potrebbero raccontare in altri spazi.

Chi ritroviamo, invece, tra le “nuove proposte” di Teatro Argot Studio?

Troviamo Silvia Gribaudi, che in questo momento è una delle coreografe più interessanti del panorama nazionale, che porta in scena lo spettacolo My Place: sono tre donne in scena, tre donne adulte con i loro corpi adulti. Come contraltare, un giovanissimo Pablo Solari alla regia con una sorta di opera prima, L’indifferenza. Sono due facce della stessa medaglia che è Milano, e questo ci fa molto piacere perché rompe il dialogo continuativo con Roma, oltre cui cerchiamo sempre di spostarci – ovviamente senza creare fratture permanenti.

My Place
My Place regia di Silvia Gribaudi

Che cosa proponete invece “oltre” lo spettacolo dal vivo?

Una delle grandi novità di quest’anno è che l’Argot torna a farsi una casa per le produzioni interne, ospitando residenze anche con grandi nomi della scena nazionale, da Francesca Reggiani con lo spettacolo Souvenir a Alessandro Tedeschi di Carrozzerie Orfeo, regista di Coppia aperta, quasi spalancata con Chiara Francini e Alessandro Tedesco. Poi, vogliamo proporre qualche esperimento: Over è una rassegna che abbiamo lanciato lo scorso anno, e come si evince dal nome è un segno di discontinuità – ma anche realtà di continuità – con Dominio Pubblico, che è un progetto che noi dedichiamo ad artisti under 30. Over vuole invece rispettare il fatto che una volta passata la soglia generazionale rimangono degli spazi in cui si può continuare a crescere, a rendersi più forti, a irrobustire il proprio percorso. Altro esperimento lo lanciamo con Elio Germano, che in realtà non approda qui “fisicamente”: porta Segnale d’allarme | La mia battaglia VR – riscritto insieme a Chiara Lagani della compagnia Fanny & Alexander – e viene proposto al pubblico del Teatro Argot in virtual reality. È quindi previsto che gli spettatori siedano nella sala con dei visori, fruendo dello spettacolo non con una visione dal vivo ma con una visione praticamente cinematografica a trecentosessanta gradi all’interno dello spazio. 

Questo segna il percorso delle Argo(t)nautiche, che ci proietta già nel prossimo settembre/autunno 2020, dove vorremmo festeggiare in maniera un po’ più articolata questi dieci anni: è tutto collegato da una storia visiva e per l’appunto uno storytelling di quello che era il corso e il racconto di questo teatro, che abbiamo iniziato a creare da quest’anno.

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Argo(t)nautiche: presentata la stagione 2019/2020 del Teatro Argot Studio

Giunto alla trentaquattresima stagione, la decima con la direzione artistica di Tiziano Panici e Francesco Frangipane, Teatro Argot Studio ha presentato la programmazione artistica 2019/2020, intitolata ARGO(t)NAUTICHE Cronache dal mondo sommerso, a partire dall’opera di Apollonio Rodio. La leggenda dice che sulla nave Argo(t) ci fossero 50 eroi, ma sono molti di più su questa nave, sono un’intera comunità, perché per fare arte oggi bisogna essere eroi. E allora anche gli argonauti di questo ennesimo viaggio solcheranno mari in tempesta e affronteranno mostri marini, incontreranno nuovi popoli e conosceranno nuovi mondi alla ricerca di quel mitico Vello d’oro che ha il potere di guarire le ferite.

Questa casa galleggiante sarà abitata da un equipaggio valoroso che navigherà ininterrottamente per dieci lunghi mesi: grandi condottieri come Vinicio Marchioni, Elena Arvigo, Elio Germano, capitani di lungo corso come Umberto Marino e Paolo Zuccari, gruppi di marinai abituati alla battaglia come Teatrodilina, Capotrave e Controcanto e tanti altri giovani compagni di viaggio.

ARGO(t)NAUTICHE – Cronache dal mondo sommerso

Ad aprire la stagione 2019/2020 del Teatro Argot Studio, dal 3 al 6 e dal 10 al 13 ottobre, il progetto della Trilogia dell’Essenziale: tre monologhi, indipendenti l’uno dall’altro, di drammaturgia contemporanea, scritti da Valentina Diana e diretti da Vinicio Marchioni, nell’interpretazione di Marco Vergani, con le idee sceniche, i costumi e la direzione artistica di Milena Mancini. Il progetto Trilogia dell’essenziale nasce come un rigurgito, come atto di ribellione contro le modalità di produzione e distribuzione teatrale degli ultimi anni ponendo la sua attenzione sulla solitudine, l’alienazione, la percezione della vita e della morte nell’uomo contemporaneo.

Dal 30 ottobre al 3 novembre, va in scena Il dolore: diari della guerra, di e con Elena Arvigo, spettacolo tratto da Il Dolore, Quaderni della guerra e altri testi di Marguerite Duras e da L’istruttoria di Peter Weiss: pagine di straziante intimità in bilico tra poesia e memoria, tra bisogno privato e testimonianza, in cui si racconta la storia della guerra attraverso gli occhi delle donne che inermi attendono, attanagliate da un dolore individuale che diventa universale.

Si prosegue dal 5 al 17 novembre, con Harrogate di Al Smith, tradotto da Alice Spisa. Lo spettacolo diretto da Stefano Patti, che ha debuttato all’interno della XVII edizione di TREND – Nuove Frontiere della Scena Britannica, rappresenta il dramma dai demoni che custodiamo dentro ed è da essi che parte la magia della storia, una magia ci obbliga a confrontarci con la parte più oscura di noi stessi: un trittico, interpretato da Marco Quaglia e Alice Spisa, sull’ossessione, la repressione e la lussuria.

Dal 19 novembre all’1 dicembre, si rinnova la storica collaborazione con il drammaturgo e regista Umberto Marino, autore di Molto prima di domani: lo spettacolo (scena unica, tre personaggi e molta azione) ha la grande ambizione di riportare a teatro i giovanissimi e di riportare il teatro alla sua funzione originaria: chiamare a raccolta una comunità per discutere delle paure, dei problemi e delle prospettive che riguardano le donne e gli uomini di una determinata epoca.

Continua nel migliore dei modi la programmazione con Settanta volte sette, spettacolo vincitore Teatri del Sacro 2019, di Controcanto Collettivo, in scena dal 5 al 8 dicembre, che affronta il tema del perdono e della sua possibilità nelle relazioni umane. Un appuntamento imperdibile per approfondire i percorsi della nuova drammaturgia under 35, che precede un altro lavoro di pari valore e dello stesso filone di ricerca: Sciaboletta, la piccola storia di un piccolo Re, monologo scritto diretto e interpretato da Alessandro Blasioli, a partire dalle grottesche vicende di Vittorio Emanuele III all’indomani dell’armistizio della Seconda Guerra Mondiale.  Ad Argot dal 13 al 15 dicembre.

Settanta volte sette
Settanta volte sette

Chiude il dicembre teatrale, L’indifferenza, di Pablo Solari con Luca Mammoli, Woody Neri e Valeria Perdonò in scena dal 19 al 21 dicembre: una parabola sul valore della memoria e sull’esistenza del male che sembra ambientata al tempo dell’Antico Testamento, sotto lo sguardo di un Dio vendicativo e miracoloso, in grado di rendere gli uomini belve e la sterilità fertilità.

Si riprende la programmazione nel 2020 con un progetto speciale: dal 4 al 16 febbraio Elio Germano e Omar Rashid presentano Segnale d’allarme | La mia battaglia In VR, trasposizione in realtà virtuale de La mia Battaglia, opera diretta e interpretata da Elio Germano e scritta con Chiara Lagani, regista e drammaturga della compagnia Fanny & Alexander. Immerso in una dimensione altra senza attori né scenografia, lo spettatore, attraverso e grazie le potenzialità del VR, sarà portato a piccoli passi a confondere immaginario e reale, in un racconto appassionato e appassionante dell’epoca storica in cui viviamo.

Dopo il successo dello spettacolo La lotta al terrore, andato in scena per 62 repliche in 50 città italiane, Lucia Franchi e Luca Ricci con la compagnia CapoTrave continuano a esplorare l’universo sociale e politico contemporaneo, firmando un nuovo lavoro: Piccola Patria, dal 20 al 23 febbraio ad Argot. Prosegue il sodalizio artistico con Simone Faloppa, Gabriele Paolocà e Gioia Salvatori, interpreti di una pièce che riflette su uno dei fenomeni del nostro tempo: la frammentazione in piccole patrie e l’incapacità della politica di comprendere le reali necessità dei cittadini.

Dal 25 febbraio all’1 marzo si continua con un progetto di Teatrodilina, scritto e diretto da Francesco Lagi, Il bambino dalle orecchie grandi. La storia di una coppia, un uomo (Leonardo Maddalena) e una donna (Anna Bellato) che si avviano a stare insieme in bilico tra il loro presente e il loro passato e le vicende di un bambino, quello dalle orecchie grandi, che potrebbe rimanere un’ipotesi ma anche nascere e diventare realtà.

Paolo Zuccari scrive e dirige Toni, spettacolo in scena dal 3 all’8 marzo. Interpretato dallo stesso Zuccari, il protagonista Guido, diagnosticato schizofrenico, dopo venti anni di cure, all’improvviso decide di non prendere più le medicine incorrendo in tragiche ripercussioni con la polizia. Dal testo teatrale di Yasmine Reza, nasce Art di Riccardo Festa, dal 17 al 22 marzo. Michele Cesari, Marco Palange e lo stesso Riccardo Festa sono gli attori di una messinscena che ruota attorno ad un quadro – un’opera di arte contemporanea, concettuale. Il quadro è ovviamente un pretesto, il primo, l’elemento estraneo che rompe il delicato equilibrio che regola il rapporto tra le vite dei tre amici.

Si prosegue, dal 27 al 29 marzo, con My Place, un progetto di Qui e Ora Residenza Teatrale, con la regia di Silvia Gribaudi, in scena Francesca Albanese, Silvia Baldini, Silvia Gribaudi e Laura Valli. My Place segna l’occasione di mettere a confronto due poetiche diverse e affini. Due sguardi sul femminile. Si incontrano la ricerca di un movimento che nasce da corpi non convenzionali e la sperimentazione sulla drammaturgia autografa, lo sguardo ironico e l’indagine sul contemporaneo.

My Place
My Place

Reduce da una prima edizione entusiasmante e ricca di sorprese, torna a Casa Argot, dal 7 al 10 e dal 14 al 17 maggio, OVER – rassegna di teatro emergente, targata Argot Produzioni e Dominio Pubblico. La rassegna è animata da giovani talenti della scena ancora inesplorati, nuove intelligenze su cui scommettere per dare rinnovata vitalità al sistema del teatro italiano.

Una chiusura di stagione perfettamente coerente con il lavoro e con la naturale inclinazione di Argot, ovvero luogo in cui formarsi, sperimentare e crescere, prima come persone poi come artisti. Ad abitare e animare le attività dello spazio anche tante realtà da sempre affini ad Argot, declinate in forme diverse: laboratori, festival e premi. Non mancano, infatti, il  laboratorio di formazione attoriale con grandi artisti come Vinicio Marchioni, oltre a quello di Digital Storytelling & Audience Engagement, entrambi a cura di Theatron 2.0; il laboratorio di visione e scrittura critica tenuto da Teatro e Critica; il festival di teatro off Inventaria, le selezioni per il premio Hystrio e ancora un percorso formativo su Mani sporche di Sartre condotto da Filippo Gili, i seminari di Dominique De Fazio e il laboratorio di recitazione Zappattori, curato da Lucrezia Coletti. Infine, la rinnovata e storica presenza nella piazza di San Cosimato con il progetto Il Banditore di Trastevere, creato e immaginato con la complicità di quattro giovani associazioni per rafforzare la sinergia tra teatro e territorio. Il progetto viene realizzato e promosso in collaborazione con Il Ventriloco, Pìcaro, Officina B5 e Zalib – I ragazzi di via della Gatta, sostenuto e promosso dall’assessorato alla cultura del Municipio Roma I – Centro Storico

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Festival Dominio Pubblico: il futuro del teatro italiano in scena al Teatro India di Roma

Il valore estatico dell’arte è un siero che da secoli si instilla e si insinua nelle pieghe della società sottoponendola a cambiamenti, decostruzioni e glorificazioni. Si tratta d’un rapimento, un sequestro d’anime che connette e immette artisti e fruitori in un cono di luce da cui si dipanano schegge di rivoluzionaria creatività

“L’arte ai giovani!” è un grido che, in ogni epoca, si è levato dalle gole di chi ha riconosciuto nel potere relazionale ed estetico della cultura un fuoco inesauribile con le cui scintille tratteggiare i confini del mondo che popoliamo. Questi giovani, che d’arte si nutrono e che l’arte alimentano, non rappresentano la proiezione di un domani vacuo da riempire di speranze ma il sogno di una trasformazione incessante che nell’oggi vive il suo radicamento e la sua consapevolezza.

Il Festival Dominio Pubblico è un progetto che sposa quest’intento: sostenere la creatività under 25 per attenzionare e supportare, nel presente, la produzione e la circuitazione culturale della società del futuro. Dal 14 al 23 giugno scorso, il Festival, giunto alla sua VI edizione, ha investito la città con un’offerta multidisciplinare trovando, ancora una volta, nel Teatro India di Roma il suo fortino. Un luogo in cui mostrare gli esiti del proprio percorso artistico, in cui entrare in dialogo e mettersi in ascolto dell’altro.

Festival Dominio Pubblico: il futuro del teatro italiano in scena al Teatro India di Roma. Teatro, danza, musica, circo, cinema, arte figurativa, workshop.

Teatro, danza, musica, circo, cinema, arte figurativa, workshop e alta formazione

Ragazzi e ragazze di età compresa tra i 18 e i 25 anni, sotto l’egida di Tiziano Panici – capofila del progetto – hanno costituito l’organico della direzione artistica partecipata, fulcro del Festival Dominio Pubblico che da anni persegue una volontà di formazione del pubblico e di nuove figure professionali attive in ambito culturale. 

Si tratta di un atto politico che, scevro da colori di bandiera, porta avanti il solo stendardo dell’arte in un contesto che diventa, per l’alto numero di spettatori raggiunto e per la vasta quantità di soggetti, organizzazioni e compagnie coinvolte, strumento d’analisi prezioso per indagare lo stato dell’arte nella società contemporanea

Scesi dal palcoscenico, gli artisti sono stati invitati a più riprese a incontrarsi, a scambiarsi impressioni e informazioni, a condividere difficoltà e proposte. 

In quest’ottica, fondamentale è stata la giornata del Festival dedicata al Network Risonanze! pensato per la diffusione e la tutela del teatro under 30.  Diffusione e tutela del teatro che risultano possibili a una sola condizione: creare partenariato. Una collaborazione questa che ha fatto sì che Dominio Pubblico, insieme alle direzioni artistiche under 30 del Festival 20 30 di Bologna e del festival Direction Under 30 del Teatro Sociale di Gualtieri, desse vita a una rete nazionale in cui far circolare esperienze e attraverso cui creare un’intelligenza collettiva.

Direzione partecipata, diffusione dei prodotti culturali e Audience Development sono stati il motore propulsore di questa cooperazione, cui circa 60 operatori, provenienti da oltre 20 città d’Italia hanno dato il proprio contributo esperienziale. Attivazione territoriale e attivazione generazionale sono due concetti che hanno costituito un importante momento della trattazione. I giovani che nelle direzioni partecipate di molte pregevoli iniziative festivaliere, s’adoperano per risollevare la vita artistica, turistica e culturale di piccole cittadine poco conosciute o quasi dimenticate, sono gli stessi che per le poche opportunità professionali e di formazione offerte, rischiano di sottoporre la propria terra alla desertificazione. Delocalizzare i processi culturali è divenuta allora una risposta condivisa dalla collettività, per riattivare il territorio nazionale, arricchendolo e liberandolo dai lacci dell’annichilimento. 

Cosa è emerso da questo meeting?

L’urgenza, per un movimento culturale fervido, com’è quello dei giovani teatranti italiani, di autodefinirsi. Non etichettarsi – autoescludersi per introdursi in generiche, molto spesso, asfissianti categorie – ma riconoscersi. Un riconoscimento che preme a tutti, artisticamente e socialmente: seppur frequenti, le iniziative di sostegno pubblico non sono in grado di contenere il dato emergenziale sollevatosi circa il senso di abbandono da parte delle istituzioni, che troppi artisti e operatori vivono quando professionalmente si approcciano al mondo del teatro.

Ancora una volta si è riusciti, insieme, a trovare una proposta collettiva, dal basso: creare alleanze, unirsi in nome di un bene comune inquantificabile, qual è la creazione culturale, per sostenersi e difendere l’operato e i diritti umani e salariali di tutti coloro che dell’arte, spinti dal movente passionale, hanno fatto una professione oltre che una missione di vita.

Dominio Pubblico, il Teatro di Roma e la Middlesex University di Londra

Il Festival Dominio Pubblico ha alzato quest’anno l’asticella, gettandosi ben oltre i confini nazionali, inserendo nel programma di questa VI edizione, due performances provenienti rispettivamente dalla Lituania e dalla Bulgaria e uno spettacolo creato dagli studenti e dalle studentesse della Middlesex University che si sono inoltre impegnati in una Masterclass internazionale, in collaborazione con il Teatro di Roma.

Simone Giustinelli è un regista, attivo come artista e organizzatore tra le fila di Dominio Pubblico, che dallo scorso anno grazie a “Torno Subito”, progetto di formazione promosso dalla Regione Lazio, ha avviato una partnership tra Dominio Pubblico e la Middlesex University di Londra. Nella capitale anglosassone, si è venuta così a creare una modalità di lavoro speculare a quella di Dominio Pubblico, in cui alcuni under 25 sono stati messi in condizione di  impegnarsi, con finalità spettacolari, in una produzione totalmente pensata dagli studenti e dalle studentesse. Attraverso quest’esperienza, è andata intrecciandosi una rete di rapporti con partner internazionali, tale da innescare un processo di europeizzazione del Festival romano. 

Questo disegno organizzativo ha il mirabile scopo di sviluppare e incoraggiare la creatività under 25, facendo di Roma il baricentro della progettualità spettacolare europea rivolta a giovani artisti.

Festival Dominio Pubblico: il futuro del teatro italiano in scena al Teatro India di Roma. Teatro, danza, musica, circo, cinema, arte figurativa, workshop.

Dei sorrisi, delle scoperte artistiche e dei percorsi gloriosi tracciati nei due week-end trascorsi presso il Teatro India di Roma, restano i riflessi sulle pareti ariose delle mongolfiere disegnate da Alessandra Carloni per rappresentare le migrazioni di bellezza avvenute in questo evento di trasversale operosità. Con esse, i giovani artisti che hanno intrattenuto e commosso attente e corpose platee, si sono sollevati leggeri sulla vita culturale della città, liberi dalla zavorra del fallimento

Perché il fine ultimo e il merito primo del Festival Dominio Pubblico è di essere un caldo ventre di madre in cui abbandonarsi dopo essersi messi alla prova. Fallire, per crescere come uomini e donne, oltre che come artisti, consapevoli di poter osare in un contenitore spettacolare che con coloro che ospita si rialza e si rinnova, in attesa di un futuro più solido e dalla eco sempre più risonante. 

Festival Dominio Pubblico: il futuro del teatro italiano in scena al Teatro India di Roma. Teatro, danza, musica, circo, cinema, arte figurativa, workshop.


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#OVER - Emergenze teatrali ⚠️ rassegna di giovani talenti + 25

Over – Emergenze teatrali al Teatro Argot. Intervista a Tiziano Panici

Se le speranze di un sistema economico più equo e rispettoso dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici sembrano ormai tramontate e se le lotte per un sistema politico che sappia creare le condizioni necessarie per rilanciare un settore in perenne crisi, andando a valorizzare le relazioni umane attraverso l’arte e la cultura piuttosto che distruggere l’umanità degli artisti che cercano di opporsi a questo status quo, sembrano essere sempre più lontane, qualcosa a Roma, più precisamente al Teatro Argot Studio, si muove.

Visioni illuminate che portano a percorsi che, a loro volta, liberano creatività e desideri comunardi di rigenerazione socio-culturale di un gruppo di giovani, che, rilanciando il protagonismo cittadino, hanno cercato di rivoluzionare un sistema antropofago e disumanizzante qual è quello dello Spettacolo dal vivo in Italia. Un gruppo di bell* e ribell* che, da anni anima l’amorfa Roma attraverso l’organizzazione di Dominio Pubblico, Festival under 25, è riuscito anche a riversare tutto il proprio entusiasmo nelle numerose attività proposte nel teatro trasteverino di Via Natale del Grande.

L’ultima, in ordine temporale, è #OVER – Emergenze teatrali. Rassegna di giovani talenti + 25, kermesse teatrale dedicata alle nuove generazioni artistiche del panorama romano e nazionale, che tesaurizza le forti connessioni del network creato con cura da diversi anni fra diverse realtà che lavorano nel settore: compagnie, festival, operatori e pubblico, i quali diventano protagonisti di un’esperienza di cambiamento necessaria quanto vitale. Un’operazione guidata dal direttore artistico Tiziano Panici, con cui, in questa sede, continuiamo a dialogare circa le destinazioni possibili di questo folle volo.

#OVER - Emergenze teatrali ⚠️ rassegna di giovani talenti + 25
#OVER – Emergenze teatrali ⚠️ rassegna di giovani talenti + 25

La rassegna #OVER – Emergenze teatrali. Rassegna di giovani talenti + 25 presenta come slogan: “L’artista è una specie rara da proteggere”. Come nasce la rassegna e quali sono gli obiettivi prefissati?

Negli ultimi anni abbiamo dedicato molte energie e attenzione alle giovanissime generazioni attraverso il progetto Dominio Pubblico. Nel 2015, in collaborazione con Teatro dell’Orologio e Kilowatt, Argot programmava Dominio Pubblico Officine, riuscendo anche a garantire un premio di produzione a progetti in via di sviluppo. Poi con la chiusura dell’Orologio il progetto Dominio Pubblico si è progressivamente trasferito al Teatro India e oggi è un evento unico nel suo genere dedicato a progetti di artisti con meno di 25 anni. Come Argot ci siamo di nuovo posti il problema di come però deve essere affrontata la crescita e lo sviluppo delle giovani compagnie una volta che sono “emerse”. Crediamo che oggi il compito di una casa di Produzione come Argot sia di fungere da incubatore per nuove realtà che hanno il bisogno di crescere e diventare adulte. Spazi come il nostro devono poter incoraggiare e tutelare questa crescita mettendo a disposizione quello che è nelle nostre possibilità: offrire spazi di residenza, visibilità e accompagnamento produttivo.

Tanti nomi di compagnie “giovani” ma con alle spalle debutti e repliche in festival e teatri importanti: quali sono stati i parametri artistici perseguiti nella selezione degli spettacoli?

Ancora una volta è stato importante il connubio con Dominio Pubblico che ci ha permesso di venire in contatto con moltissime realtà ancora poco conosciute ma con grande potenziale. È il caso di Alessandro Blasioli, attivissimo autore e interprete che è stato ospite nel Festival per ben due edizioni e che da quest’anno inizia a collaborare con Argot Produzioni, dopo essere stato notato e premiato in contesti nazionali come il Festival della Resistenza del Museo Cervi o Direction Under 30 del Teatro Sociale di Gualtieri, realtà con cui collaboriamo attivamente ormai da tre anni.

A Gualtieri abbiamo conosciuto anche Anonima Sette e la sensibilissima drammaturgia di Giacomo Sette. Abbiamo poi amplificato le relazioni con il Matuta Teatro di Sezze, alla cui rassegna Pollini ci siamo legati fin dalla prima edizione. Ma lo stesso Argot in questi anni è rimasto spazio aperto che si è fatto attraversare da compagnie contemporanee più affermate, come quella di Licia Lanera che ha iniziato a produrre giovani scommesse tra cui Danilo Giuva.

Tra i protagonisti di OVER anche Valerio Peroni e Alice Occhiali, nuova generazione cresciuta sotto l’ala dell’Odin Teatret, che gira il mondo proprio come le ragazze di Unterwasser che, con il loro OUT, sono approdate lo scorso autunno al REF dopo centinaia di date internazionali. Non manca la ricerca sulla drammaturgia, da sempre cara a casa Argot: la freschissima scrittura di Paolo Tommaso Tambasco e quella di Sandra Lucentini a servizio della cura scenica di Lucrezia Coletti. Ad aprire le danze di OVER, il 2 maggio, sarà un progetto che proviene da una delle fucine più interessanti del panorama nazionale: il NEST di Napoli. Lo spettacolo, ospitato in residenza in questi giorni all’Argot, è firmato da Adriano Pantaleo e Giovanni Spezzano.

#OVER - Emergenze teatrali ⚠️ rassegna di giovani talenti + 25
#OVER – Emergenze teatrali ⚠️ rassegna di giovani talenti + 25

Se volessimo scattare un’istantanea della situazione teatrale romana e nazionale attuale, cosa emergerebbe dall’analisi delle nuove generazioni teatrali? Quali sono le ricerche artistiche e quali le specifiche sperimentali rispetto ai movimenti delle generazioni precedenti?

Mi sembra che nel suo piccolo OVER abbia proprio questa ambizione: cercare attraverso queste nove realtà artistiche di scattare una fotografia, sicuramente parziale ma molto eterogenea, di una nuova generazione teatrale e non solo. Se osserviamo il lavoro di questi artisti troviamo dei percorsi e delle ricerche davvero uniche e per nulla ripetitive. Sono opere diverse nel linguaggio, nella scrittura, nella ricerca visiva e sonora. Ma, allo stesso tempo, se guardiamo il quadro generale, questi giovani artisti sono tutti legati da un filo sottile che li tiene insieme: una rete di rapporti e di sostegno che da più parti d’Italia si è impegnata a garantire supporto alle nuove voci della scena.

Mi sembra che rispetto alle generazioni precedenti oggi ci sia anche un gruppo di programmatori che sta cercando di rinnovare l’impegno nei confronti della ricerca e della sperimentazione contemporanea, atteggiamento che forse si era un po’ perduto e che si mantiene solo con il grandissimo sforzo di mettersi insieme.

La rassegna #OVER – Emergenze teatrali sembra essere un momento di collegamento fra la stagione artistica del Teatro Argot Studio e la prossima edizione di Dominio Pubblico che si terrà a Giugno: c’è un filo rosso che attraversa queste esperienze?

Ho sottolineato la forza di questa congiunzione fin dall’inizio. Posso solo aggiungere che, in merito a quanto appena detto, Dominio Pubblico vorrebbe diventare sempre di più un connettore di esperienze di scouting e di programmazione per giovani generazioni, ma per crescere, diventare adulti e poter vivere del proprio lavoro ci devono essere realtà come Argot Produzioni, attente e sensibili al rinnovamento e pronte a prendere in custodia progetti che hanno bisogno di cura per riuscire a circuitare e diventare progetti sostenibili.

#OVER - Emergenze teatrali ⚠️ rassegna di giovani talenti + 25
#OVER – Emergenze teatrali ⚠️ rassegna di giovani talenti + 25

Ci sarà una futura collaborazione che permetta in futuro l’inserimento delle compagnie all’interno della programmazione stagionale di Teatro Argot Studio?

OVER è uno dei progetti che Argot Produzioni ha inserito quest’anno nelle sue sfide per il futuro e sicuramente avrà una seconda edizione che è già in via di sviluppo. Quest’anno con i nuovi bandi SIAE abbiamo partecipato nella categoria per le residenze pensando a una fase due del progetto. Immaginiamo le prossime stagioni di Argot Studio sempre meno focalizzate sulla programmazione e l’ospitalità di compagnie e sempre più incentrate su un’idea di spazio produttivo dove si scelgono progetti da testare e far crescere. Ci auguriamo anche di riuscire a rafforzare la dimensione distributiva di questi lavori perché al momento è il vero anello debole di tutta la produzione italiana, quindi deve necessariamente essere adeguata all’enorme capacità creativa degli artisti nostrani, altrimenti destinati a non avere uno sbocco.

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Ceci n’est pas un Theatre: presentazione della stagione di Teatro Argot Studio

Il 23 gennaio si è tenuta la presentazione presso il Teatro Argot Studio della seconda parte della stagione teatrale Ceci n’est pas un Theatre, quella che inaugura il 2019 e proseguirà con spettacoli, workshop e conferenze dalla fine di gennaio fino a tutta la prima metà di maggio.

Teatro Argot Studio – Ceci n’est pas un Theatre

Presenti nella conferenza, oltre ai due direttori artistici Francesco Frangipane e Tiziano Panici, anche l’Assessore alle Politiche e Beni Culturali Cinzia Guido, che da anni segue il teatro e il suo operato con grande interesse, e Serena Grandicelli, la madre dietro a tutto il progetto Argot. Entrambe hanno sottolineato l’importanza di questa esperienza teatrale, non solamente all’interno del Primo Municipio come realtà culturale, ma anche come avanguardia teatrale promotrice di piccole e grandi realtà, indipendenti e contemporanee, che si pongano come obiettivo l’esplorazione e la sperimentazione.

A questo punto Tiziano Panici ha lasciato lo spazio, a seguito di un’introduzione al pubblico, agli artisti più o meno presenti per introdurre i propri lavori presentati nello spazio dell’Argot.

Dal 31 Gennaio al 3 Febbraio, Margine Operativo, su ideazione e frutto della collaborazione tra Pako Graziani e Alessandra Ferraro, presenta tre performance, Vita d’Artisti, Beautiful Borders, Odissea Furiosa ed una anteprima, La Frontiera, parlando della condizione dei lavoratori dello spettacolo e proponendo lavori che si muovono attraverso campi e contaminazioni diverse.

Dall’8 al 10 Febbraio, va in scena Peppa Pig prende coscienza di essere un suino + Performance uno spettacolo di Davide Carnevali con Fabrizio Martorelli, un viaggio e una satira sulle gioie e i dolori dell’educazione infantile e sui piccoli piaceri contemporanei nella nostra società.

Peppa Pig prende coscienza di essere un suino - extended
Peppa Pig prende coscienza di essere un suino – extended

Fabiana Iacozzilli, reduce del successo di Romaeuropa Festival 2018, sarà in scena, dal 12 al 17 di Febbraio, per poi tornare dal 22 al 24, con La classe – un docupuppets per marionette e uomini, che, partendo da un dato autobiografico, affronta il rapporto tra l’infanzia e il diventare adulti riflettendo sul senso profondo del ricordo.

Dal 16 al 21, con la speciale collaborazione dell’Odin Teatret, vedrà l’Argot ospitare un ciclo di incontri, riflessioni e spettacoli sull’esperienza teatrale, con Da Amagaki a Shibugaki, geografia di un apprendistato, dimostrazione spettacolo con Carolina Pizarro.

Dal 27 Febbraio al 2 Marzo, due messe in scena della compagnia Menoventi, prima con Invisibilmente regia di Gianni Farina e con (autori del testo assieme al regista), e a seguire con Perdere La Faccia, regia di Daniele Cipri e con Consuelo Battiston, Alessandro Miele e Rita Felicetti.

Dall’8 al 10 marzo Kronoteatro giunge all’Argot con Cannibali, di Fiammetta Carena e con Tommaso Bianco, Alex Nesti e Maurizio Sguotti un lavoro che ragiona sul potere attraverso due differenti abitudini e prospettive di praticarlo e percepirlo.

Si va avanti così nel mese di marzo, dal 12 al 17 con Itaca per sempre di TrentoSpettacoli, con Woody Neri e Maura Pettorruso, per la regia di Andrea Baracco ed il testo di Maria Teresa Berardelli, che ribalta e umanizza, come l’omonimo romanzo di Luigi Malerba da cui è tratto, il mito di Ulisse e Penelope.

Dal 26 al 31 marzo The Dead Dogs, da un testo di Jon Fosse, grazie alla traduzione di Thea Dellavalle, portato in scena dalla compagnia DELLAVALLE/PETRIS per la produzione de La Corte Ospitale – Teatro Herberia: un giovane uomo uccide il suo vicino di casa perché quest’ultimo ha ucciso il suo cane, una violenza cieca che esplode nel quotidiano e che finisce per sembrare così vicina a noi. Nel cast Alessandro Bay Rossi, Giusto Cucchiarini, Federica Fabiani, Luca Mammoli, Irene Petris.

The Dead Dogs
The Dead Dogs

Dal 3 al 7 aprile, è in scena Stranieri per la compagnia Andrea Schiavo/H501 srl, di Antonio Tarantino, regia di Gianluca Merolli e con Paola Sambo. Un uomo, barricato nella sua casa d’orata, è pronto a difendersi da chiunque, persino dalla moglie e dal figlio, cittadini, ormai, del regno dei morti.

A terminare aprile, dal 12 al 14, L’ospite: una questione privata di Oscar De Summa, per la regia di Ciro Masella, a sua volta attore affiancato da Aleksandros Memetaj. Uno spettacolo intento a scoprire i limiti e i confini della giustizia e della libertà personale, quindi i comportamenti umani e il loro sconfinamento nell’inumano.

A chiudere la stagione, dal 2 al 12 Maggio, OVER – rassegna di teatro emergente, targata Argot Produzioni e Dominio Pubblico, un progetto quest’ultimo di audience development, nato tra le pareti di questa casa e di quelle del Teatro dell’Orologio.

Si animeranno sul palco del Teatro Argot Studio: Non plus ultras di Adriano Pantaleo in anteprima e Gianni Spezzano, in anteprima; Matutateatro Young con Duecento Decibel; Mamma produzione della Compagnia Licia Lanera con Danilo Giuva; Valerio Peroni e Alice Occhiali in scena con Lunghe Notti; il Controcanto Collettivo in anteprima con Settanta volte Sette; Alessandro Blasioli con Questa è casa mia; Anonima Sette con Il Pianeta; Paolo Tommaso Tambasco con Due amiche e infine Lucrezia Coletti con Di Mostri Benedetti.

Per l’Argot si chiude una stagione e se ne apre un’altra ricca di appuntamenti stimolanti che ricordano come il teatro non sia solo un palcoscenico ma anche un luogo in cui formarsi, sperimentare e crescere, prima come persone e poi come artisti.

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L’Elogio della Follia ai tempi dello Star System. Intervista al regista Tiziano Panici

Scritto e interpretato da Aleksandros Memetaj, con le coreografie e i movimenti scenici del danzatore e attore Yoris Petrillo e le musiche di Giovanni Di Giandomenico, lo spettacolo Elogio della Follia – #ilikedopamina, diretto dal regista Tiziano Panici, ricostruisce un ritratto distopico della società di oggi, dove il fenomeno dei social media, della visualizzazione spasmodica e dello Star-System assumono rilevanza fondamentale tale da dividere il mondo in due classi: classe A e classe C.

Liberamente ispirata all’omonimo saggio di Erasmo da Rotterdam e fortemente legata alle intuizioni di George Orwell, l’opera indaga le complesse dinamiche socio-culturali causate dalla rivoluzione digitale, interrogandosi su come l’utilizzo dei social media abbia influenzato la vita e i comportamenti degli individui fino a diventare una vera e propria sindrome di inizio millennio. Un fenomeno in rapida espansione, in termini di persone coinvolte e di effetti indotti, così invasivo e persistente da determinare una progressiva trasformazione antropologica e biologica dell’essere umano.

Infatti, come dimostrano numerosi studi sulle neuroscienze applicati alla comunicazione digitale, la ricezione di un feedback positivo sui social media comporterebbe una scarica nell’organismo di dopamina, il neurotrasmettitore alla base dei fenomeni di dipendenza. Dal punto di vista neurologico, l’assuefazione dai social network funziona quindi esattamente come qualsiasi dipendenza da droga. In questo senso, anche i protagonisti dello spettacolo, asserviti al volere di una nuova Dea  Follia, sono costretti a esibirsi per milioni di occhi e a visualizzare video dall’interno di stanze circondate da telecamere, per piacere o per disperazione.

Questo progetto nasce con la profonda esigenza di portare avanti una ricerca artistica che vede coinvolti quattro autori under 35 che si esprimono artisticamente attraverso linguaggi e strumenti differenti.Ora la ricerca è finita e il risultato è una storia contemporanea, distopica, dalle tinte oscure che fa emergere l’inquietudine di una nuova generazione di uomini dal futuro incerto, che però hanno un’estrema esigenza di esprimersi e di chiedersi: chi sono io?

Così scrive in una nota Tiziano Panici, regista e direttore artistico di Teatro Argot Studio che abbiamo intervistato al fine di tracciare la parabola di creazione artistica dell’opera.

 

Genesi produttiva dell’opera

La difficoltà principale delle messinscena contemporanea riguarda il tema dell’estetica, cioè delle scelte registiche che si possono fare anche in base al contesto produttivo. Perché faccio questa premessa?

Il progetto “Elogio della Follia” è figlio di un percorso di sperimentazione, produzione e di residenze avviato con Argot Produzioni in collaborazione con Twain, due anni fa ormai. Le residenze artistiche sono ancora un oggetto particolare, che inizia a essere adesso frequentato in Italia; all’Estero già è frequentato da molto tempo. C’è una grande diatriba rispetto alle residenze, cioè se queste rappresentino una forma di processo produttivo o no. A mio modesto avviso lo sono, e sono anche necessarie alla maggior parte delle compagnie che si formano in maniera indipendente.

Il primo progetto di sperimentazione sonora e visiva, Le Città Invisibili, è stato fatto con il sostegno produttivo da parte di Argot e Cie Twain.La scelta di fare un percorso di residenza è stata nostra e quindi abbiamo dovuto provvedere a far in modo che i costi di residenza fossero sempre coperti e garantiti mentre le due produzioni hanno provveduto a fare in modo che non rimanessimo mai scoperti e che l’ufficio di produzione seguisse i nostri spostamenti garantendoci sempre l’appoggio logistico e amministrativo delle due strutture. In scena, lo spettacolo vedeva me, Yoris Petrillo e Giovanni Giandomenico che poi ha composto le musiche di Elogio della Follia. Più o meno la squadra di oggi era la stessa.

È stato un progetto che abbiamo portato in tutta Italia attraverso le residenze ma che, paradossalmente, non è mai diventato uno spettacolo. Abbiamo fatto quasi dieci tappe di residenza, rimodulato il progetto, smontato, presentato in contesti diversissimi: dai Musei Capitolini al Campidoglio di Roma a Gorizia, in un festival multimediale internazionale ma non l’ho mai fatto debuttare in sala, tranne al Festival di Attraversamenti Multipli, a cui dovevano seguire alcune repliche al Teatro Argot. Queste repliche non ci sono mai state perché da regista non accettavo il fatto che avevo bisogno di alcune condizioni tecniche minime per andare in scena, e di fatto non c’erano i soldi per poterle garantire.

Quel progetto, terminato all’interno del percorso di residenza, è stato un progetto di sperimentazione. Da lì abbiamo incrociato la strada di Aleksandros Memetaj, autore e attore del monologo “Albania Casa Mia” prodotto da Argot, che ha avuto la fortuna di fare più di 100 repliche. Mi ha proposto diversi soggetti che aveva in mente tra cui quello dell’Elogio che ha solleticato subito la mia curiosità. Così l’ho proposto a Yoris Petrillo, compagno importante di questo percorso. Lui stesso mi ha chiesto di unire il nostro percorso con un testo di Aleksandros.

Così nasce un secondo progetto di residenza, monitorato da Twain ed Argot Produzioni che hanno messo a disposizione i loro spazi per farci provare e allestire ma anche per garantirci di poter riuscire a portare nuovamente in giro un progetto che stavolta sarebbe diventato uno spettacolo. Così Elogio della Follia diventa un percorso di ricerca, durato un anno. Ci siamo dati il primo appuntamento a Trasparenze, eravamo solo io e Aleksandros. È stato messo il primo semino del testo, nato dall’idea di voler evocare la Dea Follia sulla Terra ben seicento anni dopo che l’aveva immaginata ed evocata Erasmo da Rotterdam. A seguire abbiamo fatto altre residenze presso Arcene, in provincia di Bergamo nella residenza “Qui e Ora”, a Matera al centro IAC e anche a Kilowatt con le residenze annuali, Teatro Argot, il Supercinema di Tuscania e il Centro Danza di Ladispoli, questi ultimi due centri gestiti da Twain. Sono sei appuntamenti sparsi lungo tutto il 2017 che ci hanno portato fino al debutto dello spettacolo di oggi.

Queste precisazioni sono necessarie per spiegare che Argot e Twain, due enti di produzione che fanno benissimo il loro lavoro e di cui tra l’altro io e Yoris siamo anche in parte responsabili in quanto figli d’arte – Yoris Petrillo è il figlio di Loredana Parrella, direttrice di Twain e io di Maurizio Panici, direttore di Argot – hanno cercato di sostenere come potevano il nostro progetto di ricerca, scommettendo con noi sulla sperimentazione di un percorso di residenza e avendo dovuto negli anni modificare molto il loro percorso di enti di produzione, tutelando in primis gli altri artisti, autori, coreografi e registi che vengono ogni anno scelti e sostenuti da queste strutture.

Ho cercato di creare uno spettacolo che potesse entrare in una station wagon e che avesse un fortissimo impatto di ricerca soprattutto sonora e quindi evocativa. Abbiamo creato un vero progetto di architettura sonora che è stato triangolato da me, Giovanni di Giandomenico e Cristian Bocchi, sound designer, che ha curato tutta la parte più strutturale.

L’architettura sonora è invisibile e immersiva però ha le stesse difficoltà tecniche di un’architettura reale. L’uso dei software e dei microfoni, lo sviluppo di un’ambientazione sonora e la produzione delle musiche richiedono la stessa lavorazione di un impianto scenografico con la differenza che al contrario di una scenografia sono trasportabili ovunque. Questo facilita moltissimo.

L’altra scelta riguarda il disegno luci. Questo spettacolo rappresenta la ventesima regia che firmo in dieci anni di produzione teatrale. Ormai amo anche farmi da solo i disegni luce e li faccio diventare parte essenziale dello spettacolo. Tutte queste condizioni mi hanno permesso di lavorare sulla strutturazione di un testo e sul lavoro d’attore che doveva reggere botta anche senza nessun tipo di elemento esterno apparentemente scenografico che potesse sostenerlo. Questo significa che se riesci a evocare la fantascienza e a immaginarla, la puoi fare anche senza avere un apparato scenografico che ovviamente ti comporta dei costi di trasporto molto elevati. Molto spesso i registi e gli artisti si affidano completamente a strutture esterne che garantiscono il loro lavoro, ma la maggior parte degli indipendenti non riesce a portare gli spettacoli fuori di casa perché non considera tutti questi aspetti fondamentali per confrontarsi con il mercato dello spettacolo.

Creazione artistica in sinergia

In scena ci sono quattro autori. Quando parlo di lavoro autoriale mi riferisco alla scrittura di Aleksandros , anche interprete dello spettacolo, parlo del lavoro coreografico di Yoris Petrillo, anche lui interprete, della partitura musicale di Giovanni di Giandomenico e parlo di me, regista e interprete che applica una scrittura di scena scegliendo determinati segni per poter raccontare la storia.

Questo vuol dire che in questo percorso siamo tutti creatori e complici di ciò che abbiamo scritto, poi ognuno di noi ha sviluppato, a seconda delle sue funzioni, la propria specificità artistica. Portandomi fuori con lo sguardo anche se la mia voce è presente nello spettacolo, l’indirizzo che ho dato alla scrittura di Aleksandros per i personaggi fa riferimento a un mondo immaginato diviso in classi così come ha scritto Orwell in 1984 dove parla di tre classi sociali: i bassi, i medi e gli alti che non fanno altro che tentare di salire di grado. Gli unici che rimangono fregati sono i bassi, ovvero i classe C.

La nostra storia racconta questa dinamica a partire dall’idea drammaturgica di Aleksandros che descrive come funziona la società di oggi: ci sono i classe A, cioè i leader, i classe C, i follower, che cercano di emulare risultando dei “falliti” e poi ci sono i medi, i classe B, che qualcuno si sarà chiesto, guardando lo spettacolo, chi siano. Questi ultimi sono coloro che stanno a guardare. In questo senso, la nostra è una società completamente voyeuristica, quindi, chi non ha una parte attiva in questo gioco è quello che in qualche modo si beve tutto quello che poi viene prodotto. L’unica cosa veramente molto cambiata dai tempi di Orwell è che grazie a internet, oggi, il gioco delle classi può essere ribaltato: il leader può diventare da un giorno all’altra un perdente e viceversa.

Questo è il motivo per cui la caratterizzazione dei personaggi doveva raccontare questa possibilità di scambio e quindi immettere gli attori in entrambe le categorie dell’essere umano.

Le tematiche distopiche trattate nell’opera

Avendo la fortuna e l’esperienza di Dominio Pubblico, ho visto tanto teatro giovane in questi ultimi sei anni. Tante proposte e tanta voglia di raccontare il mondo che ci sta intorno. Il primo compito del teatro è di riuscire a leggere la realtà e mostrarla agli altri attraverso la finzione. Quello che noto è che molti di questi giovani artisti che hanno attraversato Dominio Pubblico stanno lavorando su temi simili: It’s app to you dei Bahamut o Aplod dei Fartagnan Teatro, ospiti della nostra ultima edizione, programmati per Outis – Nuove Trame d’Autore.Esempi eccellenti di spettacoli incentrati su tematiche simili alla nostra, trattate scenicamente in maniera differente.

Entrambi sono vere e proprie science fiction. Il nostro spettacolo ha voluto mantenere una forte radice con la letteratura a partire dal rapporto fra Erasmo e Tommaso Moro. Nonostante nel nostro lavoro ci siano sotto certe sfumature inquietanti e distorte verso il baratro, il pubblico si diverte molto: va bene farsi delle domande ma bisogna essere consapevoli di essere figli del nostro tempo. Per me fare uno spettacolo del genere è un atto di denuncia, ma non credo che sia tutto negativo nella tecnologia e nel mondo che ci stiamo costruendo intorno.

Gli uomini tendono sempre ad abusare di ciò che piace loro: la distopia si utilizza per far vedere quali sono i rischi di una degenerazione. Quando passi da una società sociale in cui i problemi venivano discussi in piazza a una società social dove la piazza è sul web, è chiaro che cambia il modo di stare al mondo, di comportarsi e di relazionarsi agli altri. Questo non vuol dire che è per forza il male, però sicuramente bisogna fare attenzione. Il nostro teatro voleva fare questa denuncia mettendo insieme la leggerezza del ridicolo alla serietà dell’inquietudine umana, precipitate nella scrittura di Aleksandros che ha conservato tutta la gamma di colori per raccontare questa storia.

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Al Teatro Argot Studio si apre la rassegna DPBLACKMIRROR – Intervista a Chiara Preziosa

Come diretta conseguenza dell’esperienza virtuosa di Dominio Pubblico, che ogni anno vede coinvolti decine di ragazzi e di ragazze nell’organizzazione di un Festival interamente dedicato a realtà artistiche under 25, si è sviluppato quest’anno al Teatro Argot Studio il progetto DPBLACKMIRROR, rassegna a cura degli stessi ragazzi di Dominio Pubblico in parallelo alla stagione teatrale Home Sweet Home dello spazio nel cuore di Trastevere, per rendere continuativo e maggiormente militante sul territorio romano il prezioso lavoro svolto in questi anni sotto la direzione artistica di Tiziano Panici, Francesco Frangipane e Fabio Morgan. Ne abbiamo parlato con Chiara Preziosa, coordinatrice del progetto, per conoscere meglio il lato oscuro di questa originale ed entusiasmante rassegna che prevede all’interno della programmazione spettacoli di alta qualità dedicati alle arti contemporanee, dalla nuova drammaturgia alla danza d’autore, al via il 24 Ottobre con “Rosmersholm-il gioco della confessione” con Luca Micheletti e Federica Fracassi.

Come e sotto quali auspici nasce l’idea di una rassegna curata interamente da un gruppo di
ragazze e ragazzi under 25?

La rassegna DPBLACKMIRROR nasce dalla volontà del Teatro Argot Studio, in particolare nella persona di Tiziano Panici – che ne cura la direzione artistica insieme a Francesco Frangipane dal 2009 – di ospitare per un anno intero, da settembre a maggio, una parte del gruppo di “spettatori attivi” Under 25, componenti della direzione artistica e organizzativa della quarta edizione del festival multidisciplinare Dominio Pubblico_la città agli Under 25, svoltosi dal 30 maggio al 4 giugno negli spazi del Teatro India e di cui attualmente lo stesso Tiziano Panici è direttore artistico. Volontà che nasce tuttavia da una mancanza, o meglio da una perdita che il progetto Dominio Pubblico ha subito. Mi riferisco alla chiusura del Teatro Orologio, avvenuta lo scorso 17 febbraio, diretto negli ultimi anni (dal 2012) da Fabio Morgan il quale è stato uno degli ideatori e creatori del progetto. A seguito di questo evento l’Argot è diventato per noi una casa oltre che la base operativa, in cui fare incontri e riunioni volte all’organizzazione del Festival.
Per questo la rassegna nasce come una sorta di laboratorio permanente con il quale proseguire il percorso di promozione e formazione del pubblico, nel quale il progetto Dominio Pubblico è impegnato. Il nostro auspicio, attraverso la rassegna DPBLACKMIRROR, è quello di imparare a prenderci cura di uno spazio teatrale: accogliere le compagnie e gli artisti, seguirli in tutti gli aspetti del loro lavoro, a cominciare dalla questione promozionale alle esigenze più strettamente tecniche. Tutto questo senza dimenticare che prima di tutto siamo degli spettatori. Uno degli aspetti fondamentali del progetto è creare una zona di incontro con gli artisti che ci permetta di conoscerne meglio la storia, il loro percorso artistico e professionale, e che ci permetta di condividerlo con il pubblico in sala.

In questo senso quanto e in che modo è stata determinante l’esperienza di Dominio Pubblico in termini di esperienza e conoscenza delle dinamiche organizzative in campo teatrale?

L’esperienza di Dominio Pubblico è stata per noi un’occasione fondamentale per acquisire e sviluppare il senso di responsabilità nei confronti del territorio romano che abitiamo. Per cogliere la necessità di un nostro intervento attivo all’interno della società, in particolare in quanto componenti di una generazione lasciata ai margini, e nei quali probabilmente troppo spesso vi rimane senza il desiderio di uscirne. Sotto questo punto di vista possiamo di certo affermare che Dominio Pubblico sia prima di tutto un progetto che si occupa di politica, cioè rivolto alla città e al cittadino. Per quanto riguarda gli aspetti inerenti alla gestione e programmazione del Festival, il progetto di Dominio Pubblico ci ha permesso di comprendere le motivazioni che conducono a determinate scelte organizzative, di sviluppare una capacità di ascolto nei confronti delle eventuali difficoltà tecniche ed economiche degli artisti, dalle quali ripartire per trovare con loro un punto di incontro, e di cogliere gli elementi di forza su cui concentrare la promozione. Tutti punti che in precedenza molti di noi ignoravano. Tuttavia nel corso della preparazione del festival ciascuno di noi si è occupato di aspetti differenti, anche se non troppo distanti l’uno dall’altro. Chi era più impegnato nella gestione e accoglienza delle compagnie Under 25, chi invece gestiva insieme ad altri i canali social e la promozione, o ancora chi si è interessato alla gestione dei contratti e delle agibilità. Competenze che ora contiamo di approfondire senza chiuderci in un ruolo ben definito ma contaminandoci l’un l’altro, in modo tale da avere un quadro completo delle figure coinvolte nella gestione di uno spazio teatrale e in aggiunta cercare di dare il nostro supporto e contributo attivo allo staff dell’Argot. Ma ciò che ha legato il lavoro di ciascuno di noi è stata di sicuro la possibilità di avere durante l’anno dei momenti di incontro e confronto a tu per tu con compagnie teatrali di professionisti, i cui spettacoli erano inseriti nel percorso di visione previsto nel progetto, grazie ai quali abbiamo potuto conoscere il panorama e il sistema teatrale contemporaneo.

Cosa si cela dietro la scelta del titolo “Black Mirror”?

Penso che uno degli aspetti allo stesso tempo più difficile e divertente dell’organizzare una rassegna teatrale sia proprio scegliere un titolo che la possa rendere immediatamente riconoscibile, che non sia criptico per il pubblico e che dia invece una percezione o intuizione immediata dell’oggetto. Suggestionati dalle riflessioni di Tiziano Panici e dagli spettacoli che fanno parte della nostra rassegna, abbiamo riflettuto sul concetto di PERTURBANTE, come di qualcosa di già noto e che per lungo tempo è stato familiare fino a quando ad un tratto assume connotazioni diverse che generano angoscia ed un senso di estraneità. Tante le ipotesi a riguardo ma l’elemento che ha diretto la nostra scelta verso il titolo BlackMirror è stata la scoperta di un dispositivo di visualizzazione del paesaggio noto come “Specchio Claude”, definito anche “Black mirror”e molto popolare nel XVIII, con il quale gli artisti potevano visualizzare una prospettiva distorta e la saturazione dei colori. Allo stesso modo abbiamo immaginato che gli spettacoli della programmazione DPBLACKMIRROR esattamente come uno specchio nero, mostrino la realtà con una diversa prospettiva, ribaltandola in negativo, nel suo lato oscuro. Ci condurranno infatti in mondi vicini e lontani, passati e presenti, reali e favolistici, abitati da uomini, ma soprattutto da donne, capaci di turbare, di smuovere l’animo e il pensiero oltre le apparenze.

Quali sono le direttive perseguite nella selezione delle compagnie/realtà artistiche in programmazione?

La sfida più grande dell’opportunità offertaci dal Teatro Argot Studio e da Tiziano Panici è di sicuro il dover imparare a rapportarsi con compagnie professioniste, ben diverse per esperienze e necessità rispetto agli Under 25 del festival. Per quel che riguarda la selezione degli spettacoli in programmazione DPBLACKMIRROR è stato fondamentale il fatto che le compagnie accettassero la realtà del progetto Dominio Pubblico, da cui la rassegna nasce e nella quale il loro lavoro andava ad inserirsi. Gli spettacoli e gli artisti ospiti di questa parte del programma Argot Studio targata Dominio Pubblico, portano avanti un percorso iniziato nel 2013 quando in uno scenario culturale metropolitano piuttosto sminuito e limitato, le forze congiunte del Teatro dell’Orologio e del Teatro Argot Studio tentavano di disegnare un’offerta culturale diversa, cercando di non subire ancora le distrazioni della politica e la totale assenza di contributi.
La nostra rassegna è dedicata alle arti contemporanee: dalla nuova drammaturgia alla danza d’autore. Siamo mossi dalla volontà di ricercare nuove forme espressive che raccontino la voce del nostro tempo. Un aspetto molto forte che contraddistingue la rassegna è la grande presenza sul palco di voci e i corpi di interpreti femminili indiscutibilmente vitali ed energiche come quelle di Licia Lanera, Federica Fracassi, Roberta Caronia, Michela Atzeni e Maria Grazia Sughi, Loredana Parrella, Tamara Balducci e Linda Gennari, sostenute dalla firma di importanti autori e protagonisti della scena contemporanea teatrale: Walter Malosti, César Brie, Davide Iodice e Lucia Calamaro, Luca Micheletti. A fianco a loro gli esperimenti drammaturgici di Lorenzo De Liberato con Marco Quaglia e Stefano Patti, la giovane danza d’autore di Twain e il coinvolgimento sul palco degli ‘experts of everyday life’ da parte del collettivo Kepler452. Insieme a loro e alle forze degli Under 25 di Dominio Pubblico saremo coinvolti in un nuovo cammino diretto verso la quinta edizione di un festival che cresce ogni anno sempre di più. Questa rassegna ne è la testimonianza attiva: il nostro obbiettivo è far sì che la nostra generazione, sempre così sminuita dalla società, si prenda le proprie responsabilità e abbia il coraggio di rischiare, di operare delle scelte, contribuendo alla crescita culturale della nostra città. Ma non si è mai abbastanza in questa missione. Infatti, abbiamo da poco rilanciato la Call per i nuovi Under 25 e fino al 13 dicembre sarà possibile iscriversi per far parte della direzione artistica e organizzativa del festival Dominio Pubblico. Intanto vi aspettiamo qui al Teatro Argot Studio per sentirvi anche voi un po’ a casa. E vi invitiamo a venire a trovarci dal 24 Ottobre per “Rosmersholm-il gioco della confessione” con Luca Micheletti e Federica Fracassi, spettacolo con cui diamo ufficialmente inizio alla rassegna DPBLACKMIRROR.

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Intervista a Luca Ricci e Tiziano Panici ideatori di Dominio Pubblico

Martedì 30 maggio inaugura la quarta edizione di Dominio Pubblico_la città agli Under 25. ( > Scopri il programma della prima giornata ). Quest’anno il Festival multidisciplinare ha incrementato notevolmente la propria rete di partnership anche a livello nazionale, dalla collaborazione con il progetto Migrarti, al riconoscimento del bando Siae/SiIllumina, al patrocinio del V Municipio di Roma, permettendo il coinvolgimento di artisti di rilievo del panorama artistico italiano e l’attivazione di progetti interculturali nelle periferie urbane di Roma attraversando luoghi come MONK, Teatro Quarticciolo e Cinema Aquila al Pigneto.

Giulia Caroletti ha intervistato Luca Ricci e Tiziano Panici, curatori del progetto.

 

Intervista a Luca Ricci. La mente da cui e nata l’idea:

Cos’è Dominio Pubblico e come è nata l’idea del progetto under 25?

Il progetto è nato da una sfida, a dire la verità. Ero stato chiamato dal teatro di Tiziano, l’Argot, a fare un mio spettacolo, ma c’era un fisso da pagare per poter portare in scena lo spettacolo. Mi arrabbiai con Tiziano, pensai che fosse davvero assurdo, una cosa folle. Tiziano mi spiegò che un teatro di cosi piccole dimensioni, che ha 3.000 euro al mese di affitto da pagare non è una cosa facile da gestire ed io, allora, gli dissi che il problema stava nel fatto che, molto probabilmente, ancora non si erano trovati i progetti giusti su cui investire. Cosi, parlando con Tiziano, mi venne in mente l’idea di un progetto sui giovanissimi, una fascia su cui nessuno investe. L’idea, dunque, è nata cosi, da una sfida. Nello stesso periodo, inoltre, ho avuto modo di conoscere anche Fabio Morgan che aveva da poco preso la direzione dell’Orologio e aveva bisogno di dare un’identità nuova a quel luogo, dopo che l’aveva completamente persa diventando una sorta di affitta camere. Anche Morgan era alla ricerca di un’idea e allora pensai di proporgli di lavorare sul progetto, già esposto a Tiziano, che comportava fare un investimento su una generazione completamente sconosciuta.

Cosi è nato Dominio Pubblico. Questo, nel suo esordio, era costituito da due parti: da un lato, c’era la programmazione, dall’altro lato, il progetto sugli under 25. L’idea di fare una programmazione venne allo scopo di permettere ai ragazzi di vedere degli artisti contemporanei che a Roma non circuitavano più moltissimo. Tra l’altro, quattro anni fa, era anche chiuso l’India e la città viveva una fase particolare della sua esistenza che, senza dubbio, giocò a nostro favore. Con l’idea, incentrata sugli under 25, invece, si voleva mettere i ragazzi nella condizione di sperimentarsi su una cosa che veniva messa effettivamente nelle loro mani.

Come in molti già sanno, a San Sepolcro, con I Visionari, lavoro già ad un progetto che vede un gruppo di spettatori scegliere un pezzo della programmazione del festival. Facendo una cosa del genere con degli under 25 ho pensato che ci si potesse spingere anche oltre. Cosi ho pensato che, invece di limitarsi a far scegliere loro gli spettacoli, sarebbe stato interessante dare ai ragazzi tutte le chiavi della macchina, di tutto il processo che porta alla creazione di un evento. Questo era Dominio Pubblico nella sua prima formula. Ricordo che, il primo anno, con la programmazione di durata annuale a cavallo tra i due spazi, abbiamo portato a Roma soggetti che non venivano da cinque o sei anni. Adesso sono convinto del fatto che, sia a causa della nuova direzione del Teatro di Roma sia per la nascita di nuovi spazi e sia per il fatto che l’Argot e l’Orologio si sono presi la funzione che originariamente era della programmazione, di quel pezzo del progetto non ci sia più bisogno in realtà.

La formazione e lo sviluppo del pubblico è oggi al centro delle politiche culturali europee. Cosa distingue il festival under 25 di Dominio Pubblico dalle tante iniziative basate sul concetto di spettatore attivo?

Non credo che bisogna fare eccessiva retorica su questo tema del ruolo attivo dello spettatore. Riconosco sia strano che a dirlo sia proprio io, tra i primi a portare nel nostro Paese questo tema, ad immaginare la possibilità di un ribaltamento di prospettiva che si verifica quando si pensa un progetto dai suoi destinatari prima ancora che dalle esigenze dell’organizzazione o degli artisti.

Io credo fortemente nell’idea che il teatro sia una costruzione sociale. Occorre, dunque, che recuperi questo ruolo. Può essere fatto molto di più affinché il teatro incida nella vita sociale del nostro tempo più di quanto non accada adesso. Penso che il teatro possa recuperare la sua funzione sociale solo attraverso dei processi in cui il pubblico non è considerato come un vaso da riempire, ma come un soggetto pensante, sensibile, capace di avere una visione delle cose, un proprio punto di vista. Questo processo che porta al rafforzamento della fiducia e delle competenze del pubblico, tra l’altro, non deve avvenire in maniere cattedratica, ma grazie ad uno sporcarsi le mani insieme. È questo elemento dello sporcarsi le mani che riconosco come la caratteristica più specifica dei progetti che mi interessano, di cui anche Dominio Pubblico è un esempio.

Inizialmente, Dominio Pubblico era il progetto principale e il festival l’iniziativa secondaria. È cambiato qualcosa nel tempo?

Si, lo schema al momento è totalmente invertito. Comunque, a dire la verità, non sono del tutto convinto che fosse secondario il progetto del festival. Diciamo che, al momento della sua nascita, non avevamo ancora fotografato alla perfezione il potenziale di quell’evento finale realizzato dai ragazzi. È vero, senz’altro, che il progetto è nato con una forte enfasi sulla parte della programmazione per varie motivazioni: la questione dell’identità dell’Orologio da ridefinire, la sfida nata con Tiziano, la quale intendeva provare il fatto che se si fosse lavorato su una programmazione forte si sarebbe potuto intercettare sia spettatori paganti che potessero, quindi, costituire una piccola economia sia finanziamenti pubblici che potessero comprendere il valore di quello che si stava facendo. Tuttavia, devo ammettere, che non avrei mai dedicato energie al progetto se non ci fosse stata la parte degli under 25. Per me è sempre stato chiarissimo, come per tutti noi, che quel pezzo li era il potenziale più originale del progetto. Avevamo bisogno, semplicemente, di tempo per capirlo, testarlo. Non sapevamo che tipo di risposta ci sarebbe stata o che tipo di materiale sarebbe arrivato dai giovani artisti, di che qualità questo fosse stato.

Con la prima edizione del festival abbiamo capito, ad esempio, che occorreva cambiare strategia per il lancio del bando, allo scopo di aumentare la qualità del materiale e dare ai ragazzi la possibilità di selezionare all’interno di un corpus di materiali più interessanti le opere da programmare. Sono stati necessari questi esperimenti per capire il reale potenziale del progetto. Quello che si è andato a verificare non è un ribaltamento, ma semmai un consolidamento. Quel pezzo del progetto, destinato agli under 25, ha trovato col tempo la propria pienezza. Ritengo, inoltre, che il concept sia molto netto, chiaro, leggibile e che abbia dei margini di crescita ancora molto forti. Con qualche economia in più per potenziare il risultato può solo crescere. Riguardo l’altra parte del progetto, quella della programmazione, penso invece che, al momento della sua nascita, questa provasse a rispondere ad un’esigenza dei luoghi che oggi appare superata e tentasse di risolvere una necessità della città che, passata la difficile fase storica che ha attraversato, ora può dirsi finalmente passata.

Come è evoluta la risposta delle istituzioni al festival?

Il contesto romano e laziale è davvero un contesto delirante, partiamo da questo assunto. Conosco molto bene il contesto toscano per il fatto che ho un progetto li, quello umbro e molti altri a causa del fatto che, all’interno di C.Re.S.Co, mi sono occupato per tre anni di coordinare il tavolo dei finanziamenti. Dunque, qualche idea a proposito ho avuto modo di farmela. Devo dire che la situazione del Lazio è una delle più folli d’Italia. È folle perché i tempi di pagamento sono stati per anni in super ritardo e se adesso hanno leggermente recuperato, si è comunque molto indietro. I tempi di deliberazione, cioè quando tu sai quando il contributo ti viene concesso e in che entità, sono ancora più imbarazzanti. Nello stato attuale delle cose si è ben lontani dal permettere a chi lavora in questo settore di essere nelle condizioni di fare realmente una programmazione. Non si può fare una programmazione con dei risultati che escono ad ottobre. Un altro esempio della follia del sistema viene dal bando del Comune di Roma che, quest’anno, prevede di finanziare tutti gli eventi dopo il 30 giugno e quindi escludere chiunque faccia un’attività di festival prima del 29 giugno. Questo che senso ha? Si crea, cosi, una conseguente stupidissima inflazione dell’offerta nella seconda parte dell’anno, tanto è vero che a settembre si accavalleranno decide e decine di festival tutti insieme. Anche tanti festival storicamente collocati ad aprile o maggio saranno spostati verso la fine dell’anno. Dominio Pubblico, il festival finale dei ragazzi, ha subito proprio questa cosa. Non abbiamo avuto il contributo del Comune di Roma perché l’evento ha luogo prima della fine di giugno. Non abbiamo neanche presentato la domanda, non aveva alcun senso.

Un’altra cosa folle è che non si finanzia nulla che non sia un evento, non vengono concessi contributi a qualcosa come la strutturazione durante l’anno di un progetto. Non esiste più la programmazione di Dominio Pubblico perché, oltre al fatto che, come ho già spiegato, di quella parte del progetto non c’è più bisogno, il Comune e la Regione finanziano solo l’eventismo dei festival e difficilmente una programmazione distribuita durante tutto l’anno. Nonostante tutto ciò premesso, occorre riconoscere il fatto che Dominio Pubblico, per essere un progetto abbastanza giovane, ha subito ottenuto un’attenzione positiva da parte degli enti pubblici di una città affollata di proposte come Roma. Sicuramente abbiamo fatto un buon lavoro nel raccontare le specificità del progetto e, senza alcun dubbio, c’è stata una disponibilità da parte degli enti pubblici nel voler capire cosa effettivamente si stata muovendo.

Quali crede che siano i punti di forza e gli argomenti del progetto sui quali maggiormente investire per coinvolgere partner, istituzioni e per fare in modo che il festival diventi una realtà ancora più grande?

Secondo me, sono i temi dell’accessibilità. Dominio Pubblico è un progetto che favorisce l’abbattimento della percezione del non è per me perché questa cosa io non la so fare, non la posso capire, non so come si fa. L’altro tema è quello della partecipazione, una tematica molto forte nel dibattito sociale di questi tempi, non solo nell’ambito delle performing arts e della cultura, ma in senso generale. Si pensi alle esperienze politiche di partecipazione democratica per cui i cittadini possono scegliere, ad esempio, come fare la statua di un giardino oppure, in ambito agricolo, agli orti solidali. Il terzo tema è difficile da condensare in una sola parola, ha a che fare con il rispetto dei ruoli. Credo che il punto forte del progetto stia nel fatto che ci sia un lavoro vero, e soprattutto non episodico, che viene richiesto a delle persone e in particolare a degli under 25. Siamo in un’epoca in cui tutti possono mettersi a fare i giudici di qualcosa. Occorre, invece, recuperare il rispetto per chi ha fatto un atto artistico e, quindi, dobbiamo imparare a metterci di fronte a quell’atto artistico con il tempo e il rispetto che quel lavoro richiede. I ragazzi si guadagnano il proprio ruolo facendo un lavoro concreto, vero, di attenzione, di sensibilità e di sguardo aperto verso tutto ciò che gli artisti propongono. Non mi interessa il potere agli spettatori per il potere. Cosa vuol dire questo? Che tutti possono improvvisarsi a far qualcosa senza competenze. Io credo nel lavoro, nel fatto che le persone si prendano un impegno e lo portino a termine con la serietà che merita. L’impianto del progetto under 25 è tale per cui i ragazzi, in maniera responsabile, abbiano la possibilità di capire di stare a prendersi un impegno serio. A me interessa formare persone che riescano a comprendere che dietro l’atto artistico ci sia tutto un processo che occorre rispettare. È dal rispetto che nasce l’amore per le cose.

 

Intervista a Tiziano Panici. Il direttore artistico:

Si sono già concluse tre edizioni del festival. Dal primo anno all’ultimo è stata riscontrata una crescita in termini di partecipazione da parte del pubblico all’iniziativa?

Il terzo anno, indubbiamente, è stato l’anno più forte a proposito, nel quale è stata registrata una notevole crescita di pubblico in percentuale. Sono stati programmati trenta eventi in quattro spazi: l’Orologio ha investito una sala di cento posti, l’Argot una sala da sessanta posti e l’India una in grado di contenere fino a duecento posti. Tre giorni sono stati programmati all’India e due giorni tra l’Orologio e l’Argot. Quasi tutte le serata sono state sold out, quindi facendo una media sommaria siamo arrivati a coinvolgere più di duemila spettatori. Anche il secondo anno ha goduto di una buona partecipazione. É stato il primo anno quello più debole da questo punto di vista, anche se c’erano i musei di mezzo, spazi molto attraversati e per di più ad accesso gratuito, per cui è difficile fare calcoli veramente precisi.

Va considerato, inoltre, anche l’audience development, secondo me fondamentale, che passa attraverso la formazione dei ragazzi come spettatori. Ogni anno, la call pubblica ha raccolto almeno cinquanta ragazzi, questo vuol dire che, in tre anni, siamo arrivati a parlare con una comunità di centocinquanta, duecento ragazzi all’incirca. Quasi tutti hanno seguito la parte legata alla visione degli spettacoli e dopo aver vissuto l’esperienza del festival molti sono rimasti anche spettatori fedeli. Si è andata, dunque, a creare una piccola comunità di spettatori che parlano lo stesso linguaggio e che sanno a che tipo di programmazione voglio assistere e vanno a ricercarla all’interno di Roma. Se prima di Dominio Pubblico non conoscevano alcuni spazi teatrali come Carrozzerie n.o.t. o eventi come il Romaeuropa Festival, ora seguono con molto interesse anche tutte le varie attività culturali del territorio, consapevoli di poter sfruttare la loro giovane età per accedere a prezzi vantaggiosi. Sommando questa comunità di nuovi giovani spettatori a tutte le persone che sono state coinvolte nel progetto di Dominio Pubblico, anche indirettamente, arriviamo a contare un totale di quasi trecento nuovi spettatori.

In queste tre edizioni, quanti progetti artistici hanno avuto la possibilità di entrare a far parte dell’offerta artistica del festival?

Abbiamo avuto sempre una media di un centinaio di proposte l’anno, divise tra le varie discipline artistiche: musica, teatro, arti visive, danza. Quest’ultima disciplina, a cui teniamo molto, risulta sempre essere la più debole. È per questo che nel progetto regionale abbiamo anche inserito una formazione di danza contemporanea come Cie Twain, la quale collaborerà con Dominio Pubblico per incrementare la ricerca di spettacoli, della fascia d’età richiesta, che possano essere interessanti.

Al festival, poi, arrivano una media di trenta progetti artistici, programmati ogni anno tra le varie discipline. Il terzo anno sono stati scelti sette spettacoli di teatro sui quaranta circa che ne erano arrivati, cinque opere d’arte visiva sulle venti che erano state mandate, uno spettacolo di danza su sette, sette spettacoli musicali su venti e altri sette audiovisivi sulle venticinque proposte dei giovani registi che avevano risposto al bando.

Alla direzione artistica under 25 spetta il compito di selezionare i giovani artisti che rappresenteranno, con le loro opere e performance, l’offerta artistica complessiva del festival. Quali linee di indirizzo consiglia ai ragazzi di seguire per guidarli nella selezione?

Il compito della selezione degli artisti è la prima grande responsabilità di fronte la quale si trova il gruppo. I ragazzi arrivano a questo momento dopo un percorso di visione che è fondamentale per il fatto che riuscire a formare un senso dell’estetica, acquisire un certo linguaggio e un certo tipo di sensibilità non è facile, ma è una cosa necessaria. Il percorso di visione è funzionale proprio a questo, a sviluppare quella sensibilità. È un’attività che accompagna i ragazzi e non deve essere abbandonata se è loro l’intenzione fare questo lavoro. Il teatro va visto e va vissuto. Di solito, durante la selezione, va tutto molto bene, ma credo sia anche molto importante che ci si pongano determinate difficoltà, che si consideri, ad esempio, il fatto che il gusto non corrisponda sempre al gusto personale. Vanno considerate, inoltre, tutte le questioni che derivano dalla necessità di programmare in più spazi. Un conto è programmare all’interno dell’Argot o dell’Orologio, spazi off che hanno determinate caratteristiche, un contro è programmare in una sala come quella dell’India, con esigenze e caratteristiche completamente diverse. È importante, quindi, saper discernere i vari livelli di spettacolo e, entrando nel merito delle cose, arrivare ad una scelta sia considerando le qualità artistiche del progetto sia la natura produttiva di quest’ultimo, altrettanto fondamentale.

Il festival rappresenta un trampolino di lancio per molti giovani artisti under 25. A quanti ragazzi la partecipazione a Dominio Pubblico ha aperto le porte di altre opportunità?

Il festiva ha avuto un adesione artistica molto forte già dal primo anno. Sono stati programmati molti spettacoli interessanti. Alcuni artisti della prima edizione, dopo l’esperienza di Dominio Pubblico, hanno continuato a collaborare con noi, anche al di fuori del festival, come Giovanni di Giandomenico, pianista e compositore giovanissimo che poi ha prodotto alcuni lavori con l’Argot, ha partecipato al Kilowatt Festival ed altre manifestazioni suonando spesso in contesti di piazza, comunque molto aperti. Ha, inoltre, composto le musiche per uno spettacolo di Luca Ricci e iniziato a lavorare con me ad un progetto su Le città invisibili di Calvino. Tra gli spettacoli teatrali che hanno ottenuto un maggior successo dopo l’esperienza di Dominio Pubblico possiamo poi parlare di Diario di una casalinga serba di Ksenija Martinovic che è volato a New York ed è stato preso in produzione dallo stabile CSS di Udine, un’istituzione molto importante, e Albania casa mia di Aleksandros Memetaj, uno spettacolo che, dopo il festival, è esploso, iniziando ad essere selezionato in grandi programmazione, come quella del Franco Parenti di Milano, e vincendo il bando 20 30 e il Premio Museo Cervi – Teatro per la Memoria 2016.

Il festival under 25 comporta, ogni anno, la gestione di un gruppo composito di giovani e giovanissimi. Che tipo di sfida rappresenta per lei la gestione di un progetto con questo genere di caratteristiche in termini di fattore umano?

Sicuramente non è una cosa facile. È difficile stare dietro ad un gruppo soprattutto molto esteso di persone. Ti insegna che non si può lavorare da soli. In quanto responsabile di un gruppo sono responsabile di tante cose, anche del fatto, per esempio, di non essere sempre amato. Ho un ruolo difficile, quello di dire cosa non va e cosa va fatto in un altro modo. Non sono un genitore, una figura paterna nei confronti dei ragazzi e neanche un maestro, sono solo una persona che già vive di questo mestiere quindi le mie indicazioni devono aiutare e servire a rendere più funzionali e precisi gli strumenti dei ragazzi. Come direttore artistico del progetto, invece, devo saper mantenere una visione orizzontale e aperta su tutto il processo, se mi focalizzassi solo sulla comunicazione o solo sulla promozione non sarei di alcun aiuto. Tuttavia, aldilà della difficoltà, è anche molto stimolante lavorare al progetto. È un’esperienza che ha accresciuto le nostre, le mie capacità personali. In questi anni mi ha dato la possibilità di imparare ad usare diversi linguaggi e di imparare a modificare il mio linguaggio a seconda delle occasioni. Se parlassi con i ragazzi come un vecchio professore probabilmente non riuscirei a raggiungere risultati. Il nostro è un lavoro che, alla base, si compone di rapporti. Questa è una caratteristica propria del lavoro a teatro, il quale si costruisce attraverso l’incontro e il dialogo. Se questo non c’è non si può avere la possibilità di arrivare a costruire qualcosa insieme.

“Dominio Pubblico – la città agli under 25” è un modello unico in Italia?

Attualmente si. In questo momento, visto che chiaramente sia l’Europa sia l’Italia ci chiedono di investire sui giovani, stanno nascendo in diversi Paesi europei e italiani dei progetti che hanno sicuramente delle forti analogie con Dominio. Alcuni esempi in Italia sono la Consulta under 25 del festival Trasparenze di Modena, la giuria under 30 del Teatro Sociale Gualtieri, i festival di cittadinanza coinvolta non necessariamente under 25 e il festival 20 30 di Bologna. In nessuno di questi casi vediamo un festival interamente gestito e organizzato da ragazzi di questa età, quindi si, Dominio Pubblico è il primo, l’unico in Italia.

 

Intervista di Giulia Caroletti

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