DRAMMATURGIA: Mare di Francesca Pica

Mare è un testo scritto da Francesca Pica, con la supervisione di Elena Bucci, liberamente tratto da “Donne di mare”, “La danza delle streghe” e “I confini irreali delle Eolie” di Macrina Marilena Maffei.

Una donna fa un sogno, inizia a parlarne e scivola in una notte nera, in una piccola isola, in una piccola spiaggia di sassi, dove una donna incinta aspetta che il marito la raggiunga per poter tirare la rete a terra e recuperare il pescato. Nell’attesa il tempo e lo spazio si dilatano, realtà e fantasia si confondono. Visioni, incontri inaspettati, viaggi e ricordi aprono la possibilità a cose impossibili. Miti, simboli e figure arcaiche, ora amichevoli ora minacciose, svelano le isole Eolie e la loro feroce bellezza, tra storie di majare, pescatrici e serpi con i capelli. Il parto irrompe all’improvviso assottigliando irrimediabilmente il confine tra l’ordinario e lo straordinario, fino a fonderli. Mare è un gioco di scatole cinesi in cui vita e morte vegliano l’una sull’altra tra le onde, in un eterno presente che muta ogni cosa e la lascia com’è.

Introduzione al testo. Di Francesca Pica:

Ho passato un anno intero a cercare di scrivere senza riuscirci, poi durante un laboratorio teatrale diretto da Elena Bucci, tutto il materiale sedimentato ha cominciato a trovare una sua direzione apparentemente in maniera del tutto autonoma dalla mia volontà. Nei laboratori di Elena i piani di lavoro si moltiplicano e si intrecciano in maniera indissolubile, si genera un’energia che stimola una grande creatività, individuale e collettiva. Ogni attore è chiamato ad essere anche autore, ognuno secondo le proprie volontà, necessità, capacità ed è indirizzato a lavorare sui materiali in maniera viva, improvvisando, smontando, cucendo assieme elementi di provenienza diversa e poi fissando quello che funziona, scrivendo. Nella mia valigia c’erano: l’Odissea, Cassandra di Christa Wolf e i racconti delle Eolie, salvati dall’oblio dall’antropologa Macrina Marilena Maffei. In particolare mi aveva colpito la storia di una pescatrice incinta che si era trovata in mare aperto durante una tempesta ed essendo sopraggiunto il momento del parto era riuscita con grande difficoltà a raggiungere la spiaggia e lì aveva dato alla luce il figlio. Durante le improvvisazioni guidate i materiali si andavano intessendo gli uni con gli altri e lavorandoli sono giunta ad un breve testo che ad oggi, con qualche modifica, è l’incipit di Mare. Questa modalità ha dato il via a tutto il processo di scrittura e contestualmente di messa in scena. Elena mi ha insegnato che si può essere liberi anche nel più grande rigore e che non bisogna avere paura ad aprire nuovi spiragli, come riassunto nelle sue parole: “l’autenticità la troviamo nella fiducia a buttarci in un flusso. Sono io e non più io”.

Nel Mare. Di Elena Bucci:

La prima volta che ho incontrato Francesca sono stata colpita dalla chiarezza e dalla purezza dei suoi intenti e dalla sua rispettosa e gentile tenacia: mi chiese, come se facesse un salto da una rupe altissima, di aiutarla a creare uno spettacolo al quale pensava da tempo. Stava partecipando ad un mio laboratorio e avevo già notato come fosse coraggiosa e originale, ricca di intuizione e immaginazione supportate da una cura paziente per la tecnica. Nonostante le difficoltà di tempo, spazio, occasioni, non esitai ad accettare, cosa che capita assai di rado. Francesca da parte sua mi ha inseguito ovunque, partecipando a tutti i laboratori con dedizione, tenendo un diario del lavoro collettivo e approfittando di ogni spazio per proporre nuovi brani del testo e per confrontarsi con me al riguardo. Abbiamo lavorato in teatri, sale, Festival, primae dopo le mie repliche, dal vivo, via mail, via telefono, sotto un grande albero nel giardino di casa mia. Ho conosciuto Domenico, con il quale abbiamo scambiato profonde riflessioni su scene, costumi, luci, spazio che spero abbiano arricchito entrambi. Sono molto fiera del lavoro di Francesca, che riporta con rigore al cuore e alla memoria storie di donne forti e dimenticate – e ritrovate grazie agli importantissimi studi di Macrina Marilena Maffei – e che riesce a muoversi in un equilibrio sottile ed emozionante tra sogno, fantasia e autenticità. Si è creato con lei un rapporto di vicinanza molto naturale che mi ha permesso di starle accanto con tutta l’attenzione possibile e con una sincerità affettuosa al limite della spietatezza, sempre cercando di lasciare che tentasse, sbagliasse, cadesse, ritrovasse, anche da sola. Credo che tentare salti nel vuoto con la complicità di chi ha più esperienza sia una possibile via per imparare questa difficile e meravigliosa arte che è il teatro, che, non dimentichiamolo, non si impara mai.

> Leggi “Tre estratti da Mare, di Francesca Pica”

Biografia di Francesca Pica:

Francesca Pica è attrice e musicista. Nel 2001 comincia il percorso di formazione attoriale studiando recitazione presso l’Accademia dello Spettacolo diretta da Antonio Casagrande. Importanti le esperienze con Jiulia Varley, Gennadi Bogdanov, Giancarlo Sepe, Mimmo Borrelli, Elena Bucci, Margarete Assmut. Riceve la menzione speciale alla recitazione, DOIT Festival 2018, con lo spettacolo “Tàlia si è addormentata”. Tra le esperienze lavorative più significative quelle con Vincenzo Pirrotta in “All’ombra della collina” con cui debutta nel 2003, con Ruggero Cappuccio in un adattamento speciale di “Shakespea re di Napoli” per il festival Benevento Città Spettacolo nel 2006, con la compagnia Theatre en vol con cui comincia una collaborazione dal 2015, con la compagnia Le Belle Bandiere ne “L’anima buona del Sezuan” 2018. Nel 2013 fonda la Compagnia PolisPapin. Il primo lavoro, “Indubitabili Celesti Segnali”, vince il Premio del pubblico al Roma Fringe Festival 2015 mentre lo spettacolo “Tàlia si è addormentata” vince il Premio miglior spettacolo al DOIT Festival 2018. Dal 2016 comincia a lavorare ad un proprio progetto teatrale: MARE. Lo spettacolo debutta ad agosto 2018, è tutorato da Le Belle Bandiere con la supervisione di Elena Bucci.

Condividi:

Il teatro è un antidepressivo culturale: lo studio del British Journal of Psychiatry

Secondo un nuovo studio pubblicato sul British Journal of Psychiatry, un “impegno culturale” assiduo potrebbe contribuire a diminuire il rischio di insorgenza di disturbi mentali in età avanzata.

Basandosi sui dati ottenuti da più di 2000 adulti con più di 50 anni partecipanti all’English Longitudinal Study of Ageing (ELSA), i ricercatori hanno scoperto che i soggetti che avevano partecipato a mostre, visto film o spettacoli teatrali almeno una volta al mese o più avevano il 48% di possibilità in meno di sviluppare disturbi depressivi. Lo studio ELSA contiene dati sulla salute e il benessere sociale e mentale degli anziani in Inghilterra su un periodo di dieci anni. Include informazioni sulla frequenza con cui si recano all’opera, al cinema, a mostre, musei e rivela quali partecipanti hanno una diagnosi di depressione. Anche dopo che i risultati erano stati adeguati per considerare altri fattori che potrebbero influire sulla propensione dell’individuo alla depressione (come età, sesso, salute ed esercizio fisico), i ricercatori hanno scoperto che le attività culturali continuavano a costituire un vantaggio rilevante per il mantenimento del benessere mentale di un individuo.

“In generale, le persone conoscono i benefici del mangiare frutta e verdura ogni giorno e del fare esercizio fisico e mentale, ma ancora in pochi sanno che le attività culturali presentano benefici simili”, ha affermato Daisy Fancourt della UCL. Fancourt ha spiegato che i benefici derivanti dalle attività culturali sono legati agli stimoli mentali, all’interazione sociale e alla creatività che queste incoraggiano.

> SCOPRI I SERVIZI PER LO SPETTACOLO DAL VIVO DI THEATRON 2.0

Per vedere i primi risultati non occorre aspettare anni: gli effetti sono tangibili già dopo una singola esperienza di poche ore, come dimostra l’esperimento condotto in Italia su 100 volontari (tra i 19 e gli 81 anni) portati con tanto di imbragature fino a 63 metri di altezza per visitare gli affreschi della cupola ellittica più grande del mondo, quella del santuario di Vicoforte nel cuneese.
«L’esposizione alla bellezza ha determinato effetti benefici immediati, che abbiamo potuto misurare in modo rigoroso», spiega il coordinatore dello studio Enzo Grossi, direttore scientifico della Fondazione villa Santa Maria, da anni impegnato nello studio del rapporto fra arte e salute. «La visita alla cupola ha fatto aumentare il benessere percepito dai partecipanti, riducendo del 60% la concentrazione di cortisolo, l’ormone dello stress misurato nella saliva. Un risultato molto significativo, se pensiamo che elevati livelli di cortisolo protratti nel tempo danneggiano il cervello, aprendo la strada a depressione e Alzheimer».

Ci sono volute le più sofisticate tecniche di neuroimaging per svelare il meccanismo con cui il “farmaco” cultura agisce sul nostro cervello. «Si accendono specifici neuroni della corteccia orbitofrontale», precisa il dottor Grossi. «Una volta attivato, questo centro cerebrale della bellezza produce molecole segnale come le endorfine, che danno felicità, la dopamina, che provoca piacere, e l’ossitocina, l’ormone dell’amore. Questi neurotrasmettitori vanno ad agire sui centri più ancestrali del nostro cervello, quelli che regolano funzioni vitali come il respiro e il battito cardiaco, riducendo lo stress e il rischio cardiovascolare. Inoltre, attraverso la rete linfatica che collega l’encefalo al sistema immunitario, la cultura arriva anche a rinforzare le difese contro le minacce esterne, come virus e batteri, ma anche quelle interne, come i tumori e le malattie degenerative».

Condividi:

Presentata a Salerno la V edizione di Mutaverso Teatro

Sono stati presentati a Salerno, nella Sala del Gonfalone di Palazzo di Città, il programma completo della V edizione di Mutaverso Teatro e il focus sulla Compagnia Teatrino Giullare di Sasso Marconi (BO), che già mercoledì 22 e giovedì 23 gennaio, alle ore 21 presso il Teatro Ghirelli, inaugura ufficialmente la Stagione ideata e diretta da Vincenzo Albano con un “Finale di partita” di Beckett «da antologia» e un «avvincente» allestimento di “Alla meta” di Thomas Bernhard.

Il Comune di Salerno rinnova il sostegno a un progetto che «arricchisce ulteriormente l’immagine della nostra Città e la nostra offerta culturale», come afferma l’Assessore alla Cultura Antonia Willburger, che ha preso parte alla conferenza stampa insieme al Presidente della Commissione Cultura Ermanno Guerra, al consigliere Rocco Galdi, Vice Presidente della Commissione Cultura, e allo stesso Vincenzo Albano.

> SCOPRI I SERVIZIO PER LO SPETTACOLO DAL VIVO DI THEATRON 2.0

Cinque i mesi di programmazione, cinque gli spazi coinvolti, ventitre gli appuntamenti per un totale di venti compagnie attive sul territorio nazionale e internazionale, in arrivo a Salerno per festeggiare i primi cinque anni della Stagione Mutaverso Teatro, che dal 22 gennaio al 24 maggio si presenta varia rispetto alle precedenti edizioni, per generi e luoghi di spettacolo, anche non convenzionalmente deputati al teatro, ma che al teatro possono restituire attenzione attraverso momenti di partecipazione sociale e di relazione con gli artisti. In quest’ottica è attiva la sinergia con il collettivo “Blam”, per l’ex Chiesa dei Morticelli, e con l’Associazione onlus “A Casa di Andrea”, che metterà a disposizione la propria sede. Sette appuntamenti saranno inoltre ospitati al Teatro Antonio Ghirelli grazie alla disponibilità di “Casa del Contemporaneo”; quattro al Piccolo Teatro del Giullare; cinque all’Auditorium del Centro Sociale del quartiere Pastena.

«Pur in forma non ancora compiuta e strutturata – spiega Vincenzo Albano – ho iniziato a pensare alle possibili evoluzioni di Mutaverso Teatro, a ciò che vorrei diventasse: un progetto artistico permanente, “culturale” nel più ampio senso dei linguaggi artistici e delle relazioni umane e creative. Era necessario affrontare una nuova sfida e dar vita non a una mera estensione numerica degli spettacoli, ma a un’ipotesi progettuale di maggior respiro e tenitura. Mutaverso Teatro ha superato al momento ogni prova di resistenza e ha dimostrato di avere solide basi».

>IL PROGRAMMA COMPLETO

Condividi:

Festa di Roma 2020: ecco il programma completo delle 24 ore con 1000 artisti

Si svolgerà dalla sera del 31 dicembre alla sera dell’1 gennaio la quarta edizione de La Festa di Roma 2020, la grande manifestazione ad ingresso libero promossa, in occasione del Capodanno, da Roma Capitale con la collaborazione del Tavolo tecnico per la produzione culturale contemporanea coordinato dal Dipartimento Attività Culturali di cui fanno parte: l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, l’Associazione Teatro di Roma, l’Azienda Speciale Palaexpo, la Casa del Cinema, la Fondazione Cinema per Roma, la Fondazione Musica per Roma, la Fondazione Romaeuropa, la Fondazione Teatro dell’Opera, l’Istituzione Biblioteche di Roma e il coordinamento organizzativo di Zètema Progetto Cultura. Quest’anno la regia e il coordinamento artistico della Festa di Roma 2020 sono a cura di Fabrizio Arcuri, Claudia Sorace e Francesca Macrì.

La Festa di Roma 2020 è dedicata al tema della Terra e alla relazione fra uomo e Natura. Un’ode alla straordinaria bellezza, vitalità e grandiosità della Natura, che partirà la sera del 31 dicembre al Circo Massimo e proseguirà per 24 ore, come il ciclo di una giornata e come il tempo di una rotazione del nostro pianeta. Una festa pensata come un viaggio nella Natura, all’interno degli ecosistemi terrestri e delle loro biodiversità, interpretato poeticamente nella giornata dell’1 gennaio come un percorso attraverso cinque ambienti immersivi. Questi cinque ecosistemi, coesisteranno e si contamineranno nella vasta area a disposizione della festa (compresa tra Piazza dell’Emporio, Ponte Fabricio, Giardino degli Aranci e Piazza Bocca delle Verità): il mondo del ghiaccio e dell’acqua dolce / il mondo colorato dei pascoli e delle praterie / il mondo dei deserti / il mondo delle giungle, delle foreste e dei boschi / il mondo del mare. Ogni ambiente, che il pubblico potrà attraversare a proprio piacimento, sarà animato da performance artistiche sorprendenti, scenari visionari e installazioni a tema realizzate appositamente, site specific, da importanti artisti internazionali. Gli spettatori diverranno così i protagonisti di un viaggio spettacolare dentro e intorno alla Terra, una Terra senza confini e barriere che fa della diversità il suo valore.

Saranno parte integrante del viaggio anche gli elementi della natura che dialogano con l’architettura della città: il fiume, in primo luogo, che rappresenta la grande arteria che accompagna il percorso, con gli alberi che incorniciano il tratto, i giardini e le altre aree verdi che, colorando il cammino, ci ricordano che la natura è ovunque fra di noi, è la casa che condividiamo con tutti gli esseri viventi, dentro cui abbiamo il privilegio di vivere, e di cui tutti dovremmo prenderci cura.

L’immagine di quest’anno, realizzata dall’illustratrice Chiara Fazi, è stata cucita sul tema dell’evento: la Madre Terra. L’artwork, interamente dipinto a mano e animato digitalmente, racconta la festa visionaria coinvolgendo lo spettatore attraverso tanti sipari che celano altrettanto mondi: un grande collage, un festival di dimensioni surreali e universi naturali.

In occasione de La Festa di Roma, il 1° gennaio saranno eccezionalmente aperti dalle 14 alle 20 i Musei Capitolini, i Mercati di Traiano, il Museo dell’Ara Pacis e il Museo di Roma Palazzo Braschi con biglietto di ingresso a tariffazione ordinaria. L’ingresso sarà invece completamente gratuito per i possessori della MIC, ad esclusione delle mostre “C’era una volta Sergio Leone” al Museo dell’Ara Pacis, e “Canova. Eterna bellezza” al Museo di Roma Palazzo Braschi, per le quali i possessori della MIC Card potranno beneficiare del biglietto ridotto.

Ecco il programma completo della Festa > http://www.lafestadiroma.it/programma-2020/

Condividi:

Premio Riccione per il Teatro: ecco i vincitori

Domenica 3 novembre, allo Spazio Tondelli di Riccione, si è celebrata la 55a edizione del Premio Riccione per il Teatro, il più longevo concorso italiano di drammaturgia. Alla serata, culminata con la premiazione dei vincitori del concorso, ha partecipato anche la giuria, presieduta da Fausto Paravidino e composta da Renata M. Molinari, Isabella Ragonese, Graziano Graziani e Claudio Longhi.

Assegnato con cadenza biennale all’autore di un testo teatrale italiano ancora non rappresentato in pubblico, il Premio Riccione per il Teatro (5000 euro) è andato a Tatjana Motta, che con Notte bianca ha superato gli altri finalisti dell’edizione 2019: Emanuele Aldrovandi (La morte non esiste più)Elvira Frosini-Daniele Timpano (Ottantanove), Christian Gallucci (La vita delle piante) e Renato Sarti (Il rumore del silenzio). Tutti i finalisti restano comunque in gara per un premio di produzione da 15.000 euro, assegnato per favorire la rappresentazione dell’opera presentata in concorso.

Come accade da molti anni, il concorso – organizzato da Riccione Teatro con il sostegno del Ministero per i beni e le attività culturali, della Regione Emilia-Romagna e del Comune di Riccione – riserva un riconoscimento a sé agli autori under 30, il prestigioso Premio Riccione “Pier Vittorio Tondelli” (3000 euro). In questa categoria Tommaso Fermariello, con Fantasmi, ha avuto la meglio su Stefano Fortin (George II), Valeria Patota (Minotauropatia), Pablo Solari (Woody è morto) e Luca Tazzari (Il gallo del mal di testa). I finalisti partecipano anche in questo caso all’assegnazione di un premio di produzione (10.000 euro).

Come accade in ogni edizione dal 2011, per ricordare una delle figure storiche del Premio Riccione, tra tutti i finalisti delle due categorie è stato selezionato anche il vincitore della menzione speciale “Franco Quadri” (1000 euro). Riservata al testo che meglio coniuga scrittura teatrale e ricerca letteraria, la menzione è andata al duo Elvira Frosini-Daniele Timpano per Ottantanove.

Durante la cerimonia è stato ufficialmente consegnato anche il Premio speciale per l’innovazione drammaturgica, attribuito fuori concorso a personalità capaci di aprire nuove prospettive al mondo del teatro. A decidere i vincitori, che saranno protagonisti di una retrospettiva al Riccione TTV Festival 2020, è stato un comitato scientifico ad hoc formato da critici delle riviste StratagemmiTeatro e CriticaAltre VelocitàDoppiozero e Il Tamburo di Kattrin. Il premio, già definito nelle settimane scorse, è stato assegnato a Daria Deflorian Antonio Tagliarini “per il loro sguardo acuto sulla realtà e sull’arte, per la capacità di raccontare la febbre di un tempo stanco ma ancora carico di desiderio, attraverso drammaturgie originali che dai dettagli minuti di vite singolari fanno fiorire la sostanza più autentica del presente”. 

Condividi:
Piccoli comuni incontrano la cultura: il nuovo progetto di valorizzazione del territorio della Regione Lazio e di ATCL

Il terzo week-end di “Piccoli comuni incontrano la cultura” tra musica e teatro

La chitarra tra sogno e gioia - Conservatorio Santa Cecilia di Roma
La chitarra tra sogno e gioia – Conservatorio Santa Cecilia di Roma

Per il terzo week-end di programmazione della Rassegna Piccoli comuni incontrano la cultura, Atcl Lazio e Regione Lazio, invitano a visitare le province di Roma e Viterbo per due imperdibili serate di musica e teatro.

La chitarra tra sogno e gioia a Poli (RM)

Si inizierà venerdì 18 ottobre alle ore 21:00, presso la Chiesa di San Pietro Apostolo a Poli (RM), con La chitarra tra sogno e gioia: gli studenti laureandi presso il Conservatorio di Santa Cecilia di Roma, ci condurranno in un percorso onirico e gioioso, proponendo brani di Bach, Haendel, Pachelbel, Vivaldi, Giuliani, in un tripudio di energia benefica. Sognare e gioire della Musica, suonata in quest’occasione da quattro dolcissime chitarre può aiutare a vivere un’esperienza meravigliosa, rilassante e rigenerante.

Requiem for Pinocchio a Vallerano (VT)

Requiem for Pinocchio - Leviedelfool

Sabato 19 ottobre, alle ore 19:00, presso la Sala Otello Benedetti di Vallerano (VT), si terrà lo spettacolo Requiem for Pinocchio della compagnia Leviedelfool. Simone Perinelli, attore e regista, racconta l’attualità attraverso la favola per bambini più famosa del mondo:

Nel dare voce al famoso burattino, abbiamo lavorato cercando di immaginare un possibile percorso che desse un seguito alla favola stessa raccontando la vita che Pinocchio “vivrà” nel mondo reale. Pinocchio diventa così un pretesto, uno sguardo preso in prestito dal quale osservare con occhio limpido, infantile e ribelle il mondo che ci circonda e la vita che affrontiamo quotidianamente.

Così ci siamo concessi questa chiave di lettura per andare più a fondo nell’affrontare le tematiche del lavoro totalizzante e precario, dell’emancipazione, della mercificazione del tempo e dell’essere, dell’anestesia dei sogni e del consumismo di ennesima generazione per operare un’analisi attenta e reattiva rispetto ad un quesito significativo della vita: cosa significhi essere umano. Il burattino diventato umano suo malgrado si stacca dalla classica messa in scena del testo di Collodi, per destreggiarsi nel nostro mondo dove la favola non è che un lontano ricordo, una delle tante versioni dei fatti.

Condividi:

Premio Rete Critica 2019. Le segnalazioni di Theatron 2.0

A partire da quest’anno la Webzine di Theatron 2.0 partecipa al premio Rete Critica ideato nel 2011 per raccogliere “in una struttura informale i siti e i blog di informazione e di critica teatrale”. La fase finale si svolgerà al Teatro Verdi di Padova, con votazione della giuria ,a dicembre: in quell’occasione sarà possibile assistere agli spettacoli delle compagnie finaliste e alle presentazioni dei progetti organizzativi e dei progetti di comunicazione selezionati per la fase conclusiva. Qui potete trovare i voti e le motivazioni espressi dalla nostra redazione.

SpettacoloCompagnia:

C&C company

Per la capacità di sviluppare un linguaggio artistico indirizzato all’indagine fisica e drammaturgica, atto a trasmettere energie e creatività in modo diretto, limpido e reale e in stretta relazione con le urgenti tematiche sociali contemporanee. 

Organizzazione:

Dominio Pubblico

Per il crescente impegno nella formazione del pubblico under 25 attraverso un progetto teso alla sperimentazione di percorsi di visione partecipata e allo sviluppo di nuove competenze nell’ambito della produzione, promozione e organizzazione di un festival multidisciplinare.

Nest (progetto Giovani O’Nest) 

Per aver fatto del teatro e della cultura un metodo per restituire dignità, speranza e lavoro, attraverso un difficile quanto indispensabile percorso di avvicinamento al mondo delle arti performative. 

Comunicazione:

La nave degli incanti (Gommalacca Teatro)

Per aver fatto del teatro viaggiante uno strumento di rigenerazione urbana attraverso una macchina spettacolare di strada che ha messo in circolo i concetti d’identità e mutamento del territorio lucano e dei suoi abitanti contemporanei.

Regolamento e segnalazioni delle altre testate giornalistiche > https://retecritica.wordpress.com

Condividi:

Fuori Programma. Festival internazionale di danza contemporanea a Roma

Fuori Programma, con la direzione artistica di Valentina Marini, alla sua quarta edizione torna in scena nell’estate 2019 appunto con un “Fuori Programma” tracciando un itinerario di spettacoli e laboratori diffusi per la città. Dalla precedente sede del Teatro Vascello a Monteverde si sposta per abitare gli spazi del Teatro India, Teatro Biblioteca Quarticciolo, Daf Dance Arts Faculty. Dieci artisti provenienti dall’Italia, Germania, Francia, Spagna condividono con il pubblico visioni e creazioni che ci accompagnano dal 27 giugno al 7 settembre. Il Festival è prodotto da European Dance Alliance/Valentina Marini Management con il contributo di Regione Lazio – Assessorato alla Cultura e Politiche Giovanili , con il sostegno di Teatro di Roma, Teatro Biblioteca Quarticciolo e CrAnPi.

Derivazioni di Salvo Lombardo
Derivazioni di Salvo Lombardo

Il Festival apre il 27 giugno alle ore 19.30 con il percorso urbano Derivazioni (Teatro Biblioteca Quarticciolo) a firma di Salvo Lombardo (IT) per Chiasma, parte di un ciclo di performance urbane numerate progressivamente e realizzate in diverse città italiane. I temi principali del lavoro nascono da un’indagine che Salvo Lombardo sta conducendo negli ultimi anni sulla percezione e la memoria del gesto in rapporto all’idea di spazio pubblico. L’1 luglio alle ore 21.00, Thomas Noone (ES) in After the party (Teatro Biblioteca Quarticciolo), debutto assoluto della sua nuova creazione, co-prodotta dal Festival in cordata con le principali istituzioni spagnole: è una creazione che, oltre a segnare una breve pausa di creazione per la sua compagnia, è anche un’inflessione nella sua carriera di performer che si misura con il teatro di figura. Il 2 luglio alle ore 19.30, Noone è protagonista della pièce site specific As if I (Daf Dance Arts Faculty). È ancora lo spazio urbano del quartiere Quarticciolo e il palco dell’omonimo teatro a ospitare l’8 luglio alle ore 20.30 e 21.30 Variation n.1 a firma di Camilla Monga (IT), parte dello spettacolo Golden Variations -pièce per un trombettista e due performer -e creata appositamente per Fuori Programma Festival in attesa del debutto in versione completa a Bolzano Danza. Dal 10 luglio si apre la sezione Festival ubicata al Teatro India che ospita in apertura l’anteprima del nuovo atteso progetto di e con Michela Lucenti Concerto Fisico,uno spettacolo che celebra i 15 anni della ricerca artistica del collettivo Balletto Civile (IT); a seguire il 21 luglio alle ore 21.00, un altro appuntamento importante, Erectus di Abbondanza/Bertoni (IT), secondo capitolo del progetto Poiesis di cui abbiamo ospitato lo scorso anno, con risultati straordinari, il primo lavoro, La Morte e la Fanciulla. Il 24 luglio segue una serata doppia, pensata per gli spazi di India e dedicata alla prima nazionale di Equal Elevations (ore 21.00) del visionario Marcos Morau e il suo gruppo La Veronal (ES) seguito da un Inedito (ore 21.45) in esclusiva per Fuori Programma a firma di Mauro Astolfi per Spellbound Contemporary Ballet (IT). Il 27 luglio alle ore 21.00 è in calendario il quarto e ultimo spettacolo a India, che vede in scena per la prima volta a Roma e in esclusiva italiana la Sita Ostheimer Company (DE) in Us-Two, progetto nato per spazi industriali e perfetto per l’ambiente urbano del Teatro India; lo spettacolo che fa tappa a fine luglio a Bolzano Danza. Ancora un progetto vicino ai processi e alle stesure laboratoriali, le restituzioni, il 31 luglio ore 19.00 negli spazi del Daf, del risultato creativo del Summer Intensive dell’acclamato autore Emanuel Gat (FR). La chiusura del programma riporta il pubblico il 6 e 7 settembre ore 18.00 e 21.00 negli spazi del Teatro Biblioteca Quarticciolo per le quattro recite di Anima di Emanuele Soavi In Company (DE), una performance site specific di danza e video arte già nominata al Premio Danza Volonia 2017.

Fuori programma  propone dunque uno sguardo sul vasto paesaggio della scena internazionale, raccogliendo una gamma di creazioni espressione di linguaggi differenti, legate a una geografia altrettanto variegata per portare in scena negli appuntamenti del Festival, una sintesi delle più interessanti e recenti produzioni coreografiche. L’approccio alla danza contemporanea diventa quindi un atto di fiducia per rinnovare i propri interessi, per ridisegnare la poetica e il senso estetico che appartiene alla nostra civiltà, e si pone come dispositivo per riscoprire, attraverso l’uso del corpo e la musica, una sensibilità volta alla pluralità e alle differenze.” La scelta, non facile, di collocare la programmazione durante il periodo estivo, nasce dalla volontà di creare una continuità nell’offerta culturale cittadina e non condizionare l’immaginario dei mesi estivi alle sole proposte pop en plen air ma permettere ai tantissimi romani che ancora in estate risiedono in città, così come ai turisti che affollano la nostra meravigliosa Roma, di usufruire di una proposta artistica che che guardi all’Europa riuscendo a fare da ponte tra questa e gli altri Festival estivi nazionali.

Fuori Programma rinnova anche quest’anno la collaborazione con Casa dello Spettatore che curerà INCONTRO ALLA DANZA_fuori programma. Tre appuntamenti con il pubblico l’1, 21 e 27 luglio, per percorrere insieme un cammino condiviso dentro gli angoli di un’arte antica, costantemente elaborata e ripensata. Gli incontri si terranno a partire dalle ore 19.00 al Teatro Biblioteca Quarticciolo l’1 luglio e Teatro India il 21 e 27 e sono a ingresso gratuito. Per partecipare e richiedere informazioni è possibile scrivere a info@casadellospettatore.it.

Condividi:
Duccio Camerini

La Recherche, Alla ricerca del tempo perduto: Il Marcel di Proust secondo Duccio Camerini

È stato presentato all’Off/Off Theatre di Roma, dal 12 al 14 aprile, l’adattamento teatrale dell’intera opera di Marcel Proust Alla ricerca del tempo perduto, À la recherche du temps perdu, una co-produzione del Teatro Potlach e della Casa dei Racconti. Duccio Camerini, regista e attore poliedrico di cinema e teatro, ha interpretato da solo tutti i personaggi e le fasi evolutive dell’autore francese. Marcel il bambino fragile e malaticcio, dipendente dalla madre e dalla nonna. L’adolescente suscettibile alle prese con i fallimenti dei suoi primi amori. L’uomo e la sua aspirazione di diventare scrittore, scoraggiato dal mondo esterno, alterato dall’ amore ossessivo per Albertine, sconvolto al punto da renderla prigioniera nel suo appartamento.

Duccio Camerini
Duccio Camerini

Duccio Camerini è riuscito nella non facile impresa di condensare in poco più di un’ora i sette volumi che compongono l’opera di Proust: La strada di Swann, All’ombra delle fanciulle in fiore, I Guermantes, Sodoma e Gomorra, La prigioniera, La fuggitiva, Il tempo ritrovato. Non è stato facile selezionare i momenti fondamentali trasformandoli in un unicum, una drammaturgia di alto livello che conservasse lo spirito del libro, anzi dei sette libri di Proust. Basti pensare che a teatro ci sono stati allestimenti a puntate, trilogie, estrapolazioni, letture o mise en éspace.

Con le trasposizioni cinematografiche è successa una cosa più o meno simile; adattamenti del primo, del quinto o dell’ultimo volume e due celebri rinunce per diversi motivi. Il primo fu quello di Luchino Visconti il quale, volendo creare un film sulla Recherche, scrisse il testo con Suso Cecchi D’Amico la quale dichiarò in un’intervista che si trattava di una sceneggiatura di 363 pagine per oltre tre ore di proiezione”. Problemi di finanziamenti prima e di salute del regista dopo, ne impedirono la realizzazione.

Archiviato il progetto di Visconti, fu la volta di Joseph Losey, il quale chiese a Harold Pinter di scrivere la sceneggiatura. Ancora una volta, la mancanza di capitali impedì il film sulla Recherche.  Suso Cecchi D’Amico definì quello di Pinter untesto d’autore. Le due sceneggiature si chiudono con la frase “Je m’endors” – Mi addormento, pronunciata dal Narratore.

Lo sforzo di Camerini è quindi encomiabile, sia per quanto concerne la scrittura sia per la prova d’attore. Più di un’ora di monologo incalzante passando da un personaggio all’altro, da quelli maschili a quelli femminili, che si rincorrono in successione. La regia di Pino Di Buduo asseconda questo ritmo narrativo grazie alla scelta di una scenografia digitale, curata da Stefano Di Buduo, che riproduce pitture ottocentesche e immagini monocromatiche o a più motivi. La loro sfida era quella di rendere raggiungibile, attraverso il teatro, una delle più complesse opere della letteratura del Novecento. Duccio Camerini lo sostiene, tra le tante altre cose, nell’intervista che segue.

Qual è la sua personale considerazione su questa operazione proustiana?

Il mio principale obiettivo era quello di avvicinare una materia letteraria a più personeProust è uno dei giganti della letteratura di tutti i tempi eppure non è noto abbastanza, al contrario di altri grandi. Per esempio penso a Dostoevskij, il quale è più conosciuto per due considerazioni almeno. La prima è tecnica: ha scritto dei romanzi più brevi.

Il giocatore è un bellissimo libro ed è relativamente contenuto, come anche I fratelli Karamazov che straborda un po’. I demoni, per quanto sia un libro articolato, è più corto di un libro di Proust scritto in 3-4000 pagine.

La seconda considerazione è che mentre Dostoevskij si è ritagliato una vicinanza sperimentale con l’arte e la filosofia del 900, Proust è stato sempre confinato a quella Belle Époque, a quel mondo fatuo, a quella mondanità che lui sa descrivere benissimo.

Molto spesso si pensa a Proust come a un autore borghese. Una cosa è dire che quella è la sua provenienza, un’altra è che il tema della sua opera sia solo la borghesia.

Egli parte dalle sue origini perché era un borghese, figlio di un addetto del Ministero degli Esteri. Lui riesce però a creare un’architettura mentale, che poi diventerà letteraria, assolutamente straordinaria, ancora in profondo contatto con i nostri tempi.

Le ossessioni di Proust, i caratteri dei personaggi nella narrazione dello spettacolo contribuiscono a evidenziare il legame con la nostra epoca, con il nostro tempo presente?

Assolutamente sì: il legame c’è nella forma delle ambiguità, nella ferocia sociale. La società è sempre vista da Proust con una superiorità, una bonomia, una irrisione in un modo in cui lui è straordinario a esprimere.

Lui sa molto bene che quella è un’arena dei leoni, dove molti sono caduti e tante persone cadono, quindi non è un gioco. Prendendo in giro, probabilmente esorcizza e non si fa bloccare dal terrore che invece limita molti nel rapporto con la collettività. Ecco mi sembra che la nostra società, quella del 2019, così violenta, così profondamente ingiusta, così sciatta e ambigua – mi vengono alla mente questi aggettivi come primi – presenti solo differenze esterne con quella di Proust. Gli uomini non portano più la tuba, le principesse non vanno più in carrozza, ma al di là di questo io non vedo altre difformità.

Io non so se la ragione per cui Proust sia così in contatto con noi oggi derivi dal fatto che sia uno scrittore straordinario – per me ovviamente è così – oppure perché la nostra epoca è ferma ai primi del ‘900. Non sono in grado io di dirlo ma lo diranno i posteri.

La violenza e la sua rappresentazione sono il mezzo o il fine di questa esplorazione?

La violenza, il dolore, la tragedia dell’io sono dei passaggi. Il personaggio di Marcel attraversandoli crede di soccombere. In realtà questi percorsi risulteranno salvifici. Sono delle forche caudine da cui lui pensava di non uscirne vivo.

Proust pensava che l’arte fosse l’unica possibilità, l’unica chiave per poter vivere una vita piena, perché altrimenti si è costretti a vivere un’esistenza piena di compromessi e di violenze subite. Mettendosi in quell’imbuto arriverà ad una salvazione nel finale e questo è così anche nel mio spettacolo. Tengo a dire che la Recherche è un grandissimo supermercato di sensi, di storie e di personaggi. Era impossibile poter mettere in scena quello che viene proposto nelle quasi 4000 pagine dell’opera. Si è scelto il binario dell’amore, del rapporto malato tra il protagonista e una donna, Albertine, che gli sconvolgerà la vita. Non c’è dubbio che questa sia l’ossatura di buona parte della Recherche. Con molto dispiacere ho dovuto rinunciare a qualcosa, ma era chiaro che la strada che bisognava compiere fosse questa.

Cosa significa, in termini di difficoltà, la prova di attore nell’affrontare 24 personaggi? Quali sono state le opportunità di questa sfida?

Sul palcoscenico ci sono io, la rete metallica di un letto vecchio, un foglio di carta e le pareti di una stanza della tortura, in cui si trova questo personaggio. Superfici che si animano a seconda dei suoi stati d’animo, dei suoi pensieri, ci sono delle immagini che scorrono su di esse.  

Questi 24 personaggi sono anzitutto ricordati da questo uomo di mezza età, che ormai ripensa alla sua vita, come è stata prima, ripensa alla sua infanzia, alla sua adolescenza al primo amore. I personaggi sono messi in scena attraverso l’interpretazione e la deformazione della memoria, questo è il senso del lavoro che è stato fatto. Certo c’era la voglia, dato che mi trovo in un teatro a raccontare una storia, di differenziarli bene, di rendere chiara l’alternativa dell’uno e dell’altro. Tutti visti però attraverso Marcel.

Il concetto dell’io in questo spettacolo è molto importante. C’è un punto bellissimo quando a lui succede una cosa particolare, Albertine scappa dalla casa dove lui ha provato in tutti i modi a tenerla sentimentalmente prigioniera e lui dice: «È necessario informare tutti gli esseri dentro di me, tutti gli innumerevoli io che mi formano, perché alcuni di loro qui dentro ancora non sanno che Albertine se n’è andata.»

In questo tipo di letteratura Proust è vicinissimo a Joyce, un altro gigante che nel ‘900 lo abbiamo sentito molto vicino perché ha cambiato la cultura letteraria. Sicuramente molto più libero da certe origini benestanti, figlio di una famiglia profondamente cattolica, suo padre era un doganiere e un attivista del partito autonomista irlandese. Insisto ancora sul fatto che Proust viene sempre visto come un figlio della borghesia che parla di problemi borghesi, ma non è assolutamente così

Come, dove e quando è iniziata questa operazione?

Verso i miei 30 anni, avevo 28-29 anni e ho cominciato a leggere il primo volume di Proust. Mi ricordo che ero a Trieste. Guarda caso è una città che ritorna nella Recherche e mi sono immediatamente agganciato a questo mondo e a questo modo di scrivere. Da lettore ne ero succube totalmente. Ho impiegato tanti anni a leggerlo, ho finito 4 anni fa. Perché sono tanti libri, ma anche perché quando leggo una cosa mi piace andare lento e spero che non finisca mai. Mi è successo così per i libri di Gabriel Garcia Marquez.

Proust mi ha accompagnato in questo lungo periodo, ci sono voluti una ventina d’anni con i miei ritmi. Ogni tanto facevo finta di essermi dimenticato a che punto ero arrivato e ritornavo indietro. Mi è ricapitato recentemente tra le mani il testo La prigioniera, uno degli ultimi libri della Recherche, uno di quei libri pubblicati postumi che lui non ha potuto rivedere fino in fondo, senza aggiungere altro ancora, così come aveva fatto con i precedenti.

Gli ultimi libri sono più smilzi poiché lui era già morto. Tutte le volte che Proust correggeva le bozze le farciva, di ancora più annotazioni, personaggi, ancora più filosofia e idee: era il suo modo di essere. Mi è capitato questo libro dove il tassello centrale è il rapporto tra Albertine e Marcel e da lì è venuta fuori l’idea di provare a vedere il racconto dal punto di vista di Marcel con tutti questi personaggi che lo vengono a visitare nella sua memoria.

Questa operazione è stata articolata con tre anteprime che noi abbiamo fatto per rappresentare il progetto presentando agli operatori culturali. Adesso vediamo che cosa succede, mi sembra che sia andato bene e siamo molto contenti di queste tre giornate all’Off-Off, sono state forti. Abbiamo sentito molto interesse e anche molto calore dal pubblico e devo dire che questa cosa ovviamente ci conforta. È ancora una grandissima sfida però mi sembra che ci stiamo avvicinando a vincerla.

Condividi: