Dominio Pubblico, il Festival under 25 al Teatro India

Sono giovani, creativi e ribelli. Sfidano l’assopimento culturale, riempiono spazi cittadini dimenticati e inondano la capitale con fiumi d’arte e d’intrattenimento. Sono le ragazze e i ragazzi di Dominio Pubblico, il Festival under 25 che al grido di “Tu, solamente sollevati” prenderà avvio il 14 giugno, presso il Teatro India – Teatro di Roma.

Una missione culturale dal respiro internazionale, giunta al suo sesto anno di vita, che fino al 23 giugno vedrà il susseguirsi di circa 50 eventi.

Teatro, danza, musica, circo, cinema e arti visive saranno protagoniste: una multidisciplinarietà capace di soddisfare ogni tipo di fame artistica e di far dialogare appassionati e curiosi di ogni età.

Dominio Pubblico, il Festival under 25
Dominio Pubblico, il Festival under 25

Dominio Pubblico è un festival pensato dai giovani, per tutti.

Guidato dalla direzione artistica di Tiziano Panici, un folto gruppo di under 25 ha lavorato per un intero anno per selezionare gli artisti inseriti nella programmazione, occupandosi dell’organizzazione del Festival nella sua totalità.

La collaborazione con molti partner nazionali, fa di questa manifestazione un importante momento di aggregazione tra realtà culturali di diversa natura, volto a creare un circuito nel quale immettere le proposte teatrali provenienti da giovani artisti e con cui tutelare il patrimonio rappresentato dal teatro under 25.

In questa sesta edizione di Dominio Pubblico molto spazio sarà riservato a meeting, progetti di formazione e workshop. Proprio la formazione di nuovi spettatori è stato il punto di partenza di quest’impresa che oggi si nutre dell’energia dei ragazzi che la rinvigoriscono e del sostegno di molte realtà indipendenti che in questa rete di condivisione si solidificano e si espandono.

In collaborazione con la Middlesex University of London, Dominio Pubblico ospiterà un meeting network internazionale con cui gettare le basi per future partecipazioni ai bandi di finanziamento di Creative Europe e una residenza artistica di 5 giorni riservata a 20 studenti della Scuola di Formazione del Teatro di Roma, che nel corso del Festival proporranno in site specific i propri esiti spettacolari.

Nell’ambito delle partnership internazionali, Lukas Karvelis e Theatre Laboratory Sfumato rispettivamente dalla Lituania e dalla Bulgaria, presenteranno una performance di danza e un progetto multimediale.

Come la ragazza dai rossi capelli che domina la mongolfiera simbolo di questa edizione del Festival Dominio Pubblico, realizzata dall’illustratrice Alessandra Carloni, così i giovani organizzatori sono pronti a elevarsi, a ribellarsi e a fare del Teatro India un faro teatrale per l’intera città di Roma.

Dominio Pubblico sta per iniziare. Noi, solamente solleviamoci!

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Glitters in my tears - Agamennone

Pathei Mathos, soffrire per comprendere. Enzo Cosimi e il Mito nel XXI secolo

Che valore diamo alla parola eroe e quale significato assume la sua morte per la società contemporanea? Tracce di καλὸς καὶ ἀγαθός (kalós kaì agathós) di quello che per i greci era il bello e il buono nell’essere umano, sono ancora le virtù dei nostri tempi per la società e per le élites del sapere del XXI secolo?

“Welcome to my world” potremmo così parafrasare, con il titolo di una delle sue creazioni del 2012, una sezione del mondo e delle visioni di Enzo Cosimi, nelle prospettive che delineano una visuale originale. Roma, la sua città, ha ospitato l’ultima delle sue creazioni Glitters in my tears – Agamennone, andata in scena al Teatro India l’8 e il 9 maggio, nell’ambito della rassegna di danza contemporanea Grandi Pianure, per il Teatro di Roma, curata da Michele Di Stefano, coreografo performer e direttore artistico.

È stato un debutto atteso e partecipato quello di Glitters in my tears – Agamennone.
Un pubblico eterogeneo, costituito da addetti ai lavori e da estimatori della danza contemporanea, ha accolto con calore e con un lungo applauso finale la nuova creazione del coreografo-regista Enzo Cosimi. Due le repliche di quella che vuole essere una Trilogia della vendetta, liberamente ispirata all’Orestea di Eschilo.

Un’opera-archetipo del teatro greco classico costituita da tre tragedie: Agamennone, Le Coefore, Le Eumenidi. L’evoluzione di quel racconto avviene mediante tre azioni. L’uccisione del re acheo Agamennone ordita dalla moglie Clitennestra. La vendetta del figlio Oreste che compirà il matricidio. La sua persecuzione, messa in atto dalle Erinni, e l’assoluzione nel tribunale dell’Areopago.

Una prima considerazione da fare sull’Agamennone di Cosimi riguarda il senso di completezza che caratterizza la sua dimensione artistica, la complementarietà di una molteplicità di linguaggi e di simboli in esso contenuti. Un dettaglio tecnico, sicuramente. Non è scontato però riuscire a compiere una narrazione complessa e senza sbavature, mediante i tormenti e le evoluzioni di tre artisti polimorfi che contribuiscono a realizzare una sinergia tra apporti drammaturgici e performativi, tra poetiche ed estetiche.

Glitters in my tears - Agamennone
Glitters in my tears – Agamennone

Giulio Santolini, Alice Raffaelli e Matteo De Blasio hanno interpretato rispettivamente Agamennone, Clitennestra ed Egisto. Attori e danzatori, nella neutralità cromatica di una scena total white. Bianca come l’intimo indossato, l’uniforme del performer. Corpo, voce e parola risultano essenziali per il concretarsi di un’idea in ogni figura simbolica. L’elemento costitutivo dell’esistenza umana, il vettore delle nostre relazioni è il corpo. Ognuno nasce e vive in un guscio materico che è il mezzo per inserirsi nel mondo e incontrare tutti gli altri. Ognuno, morendo, abbandona la corazza della propria struttura fisica.

Agamennone ( “colui che comanda” ), Clitennestra ( “colei che decide” ) ed Egisto ( “colui che è forte” ) si muovono disegnando linee geometriche di potere. Attraversano lo spazio, lo invadono e lo conquistano. Congiungendosi carnalmente tra di loro, diventano forieri di Eros e Thanatos, di epiche battaglie e vendette di famiglia. Si contaminano con il nero delle maschere, degli oggetti o con il trucco degli occhi. Il condottiero subirà la sorte fatale, uguale a quella lasciata in testimonianza dagli arti disseminati di eroi smembrati sul campo di battaglia.

Agamennone verrà ucciso in una congiura domestica, prima gli verrà strappato, tolto l’indumento bianco. L’eroe squartato rimarrà nudo, coperto di sangue, disteso in una pianura di pezzi umani, di altrettanti eroi uccisi in guerra. L’immagine finale non sarà conclusiva perché Agamennone, dirigendosi verso un’altra dimensione, lascerà la scena, ma è facile immaginare che si delineeranno possibili sviluppi all’orizzonte.

Nel lavoro sul corpo, Enzo Cosimi si sofferma sulla sessualità che, come la parola, è un linguaggio dell’essere umano. Nella costruzione di una partitura coreografica e drammaturgica, il sesso stabilisce una possibilità e una necessità di relazione. È una finestra che si apre su altri mondi. Una delle tante modalità di essere e di comunicare la propria energia, dall’io al tu.

Come ogni linguaggio anche quello sessuale è caratterizzato da ambivalenze. Svela o nasconde, tace o esprime. È un tema molto attuale, peculiare della nostra società “Social friendly”. Così poco socializzante, così tanto disgregante. Il linguaggio sessuale può diventare la falsificazione della verità. Trasformarsi in oppressione dell’altro. Questo esercizio di potere delinea uno scenario in cui prolifera la supremazia degli oggetti sui soggetti. Un trionfo crescente di ipersessualizzazione e auto-oggettivazione che realizzano l’estasi e l’inerzia di cui parlava il teorico francese Jean Baudrillard.

In Glitter in my tears c’è una dimensione a tre dove le strutture di potere e i ruoli di genere si moltiplicano e si dilatano. Le descrizioni “al maschile” di Clitennestra, sopravvissute al logorio dei millenni, sono quelle della drammaturgia greca, contenute nelle opere di Omero, di Eschilo e di Euripide. La trasformazione che la donna compie, da vittima a carnefice, è notevole. Dapprima viene perseguitata dalla maledizione di Afrodite che l’aveva condannata a essere adultera. Successivamente viene costretta a unirsi in matrimonio con l’assassino del suo primo marito Tantalo. Il dolore imposto da Agamennone con il sacrificio della loro figlia Ifigenia, immolata per la vittoria in guerra, aggiungerà tormento nel cuore e nella mente della donna. Quel dolore che è la fonte della conoscenza (Pathei Mathos) come Eschilo proclama: “Soffrire per comprendere, comprendere soffrendo”.

Enzo Cosimi pone la sua Clitennestra in una posizione mediana di una linea astratta. Dove il maschile, il femminile, il potere, la sottomissione e, di conseguenza, il bene e il male se non sono equidistanti, sono contigui. Clitennestra è prima tra i pari, tra Agamennone ed Egisto. Non è Penelope, né una guerriera amazzone. La sua metamorfosi muove dalla sua guerra personale, dal voler vendicare la figlia Ifigenia. Eroe o non-eroe, deciderà le sorti di altre persone. Come un condottiero nel suo campo di battaglia.

Dominatrice che non si sottometterà al desiderio e alla volontà altrui, come non lo faranno Antigone o Medea, vale a dire altre donne della letteratura greca con uno status tragico. Anche lei come Agamennone, però, commetterà degli errori nell’esercizio del potere della sua strategia. Sarà interessante vedere, nella prosecuzione di Cosimi, il momento successivo all’uxoricidio, la crudeltà politica di una tragedia dell’oikos, di una famiglia oltraggiata e allargata. In quella circostanza Clitennestra compirà un atto di ribellione contro il potere precostituito dell’uomo e delle divinità. Subirà successivamente le conseguenze della sovversione dell’ordine, di quel conflitto che da privato diventerà pubblico.

L’opera di Cosimi ancor più di (pre)occuparsi di una catarsi, così come avveniva nel mondo classico, rimanda a quello che Baudrillard indicò come “un’estetizzazione indifferenziata di tutto – ovvero la sua spettacolarizzazione cosmopolita, la sua trasformazione in immagini, la sua organizzazione semiologica”. Questa è probabilmente la connessione temporale di un classico della letteratura tragica greca con l’attualità e il nostro secolo. Quasi senza un rapporto di subalternità tra passato e presente, in quanto l’uno può essere interpretato con le chiavi di lettura dell’altro, ma non completamente determinato o dominato.

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Scritture. Nuove voci della drammaturgia Italiana al Teatro India

Spazio alle nuove narrazioni del presente e alle giovani voci della scrittura contemporanea. Il Teatro India apre il suo palcoscenico a sei giovani autori-autrici in scena con i loro testi per Scritture, un progetto artistico della drammaturga e regista Premio Hystrio 2019 alla drammaturgia, Lucia Calamaro, con la consulenza alla drammaturgia di Graziano Graziani. Sei autori-autrici – Marco Ceccotti, Mariagiulia Colace, Mariasilvia Greco, Luca Oldani, Costanza Pannacci, Sara Parziani – portando sul palco urgenze generazionali e punti di vista sul mondo attraverso sei testi attorno ai temi dell’autobiografia, della famiglia, della crescita. Un progetto inedito prodotto da Teatro di Roma che, in collaborazione con Fivizzano27 e Carrozzerie|n.o.t, sostiene le realtà artistiche emergenti per dare spazio a idee, temi, capacità e potenzialità del mondo contemporaneo.

Scritture si articola in una rassegna di sei giorni – 11 e 12 maggio e dal 16 al 19 maggio (ore 18.30 e 20.30) – che vede alternarsi sei testi – primi studi, spettacoli o mise en espace, in doppia replica – così da comporre una “piccola epica drammaturgica”. Il progetto nasce dalla pratica laboratoriale immersiva svolta dai sei giovani allievi durante il “Campus” al Teatro India – un vero e proprio vivaio di artisti tutorati e seguiti dalla stessa Calamaro – per offrire spazio e possibilità di crescita a nuove voci attivando una rete di formazione e slancio produttivo a sostegno delle nuove creatività. «Siamo convinti che anche in quest’epoca che ci scappa tra le mani, ci sia un gran bisogno di parole – racconta Lucia Calamaro – Parole buone a dire la vita, meglio di quanto si riesca normalmente a capirla. Speriamo davvero che qui, ne troverete alcune».

Si inizia con ASSENZA SPARSA. Appunti scenici per qualche domanda sull’amicizia (11 maggio ore 18.30 e 12 maggio ore 20.30) di e con Luca Oldani, che ci porta accanto ad un letto, in rianimazione, nella stanza 780.01 di un ospedale, dove un ragazzo di ventisette anni, un attore, è in coma. Perché sia lì e come ci sia arrivato non è dato saperlo, c’entra il teatro. Una storia di amicizia, di coma, di morte.

QUESTA SPLENDIDA NON BELLIGERANZA. Una storia così, poi così e infine così (11 maggio ore 20.30 e 12 maggio ore 18.30) di Marco Ceccotti, con Giordano Domenico Agrusta, Luca Di Capua e Simona Oppedisano. Un padre, pacifista emotivo, si guadagna da vivere decorando sanitari per dittatori lontani, per lo più abbastanza sanguinari. Una madre, ironizzatrice cronica, cerca la felicità nei libri horror. Un figlio, ossessionato dalla morte, racconta finali di libri e di film a persone che sono agli sgoccioli, e non avranno il tempo di saperli. Un sequestro che nessuno si aspettava fa da motore a questo ritratto di famiglia.

ANCHE I CORI RUSSI MI CONSOLANO. Ode a un padre militante (16 maggio ore 18.30 e 17 maggio ore 20.30) di Mariagiulia Colace, con Alessandro Cosentini, Mariagiulia Colace e Mariasilvia Greco, il racconto di un uomo che passa il suo tempo seduto a una scrivania. Vuole servire a qualcosa: firma petizioni, sogna la Camera, il Campidoglio. Ascolta Maria Callas e i Cori dell’armata Russa. Sogna un ruolo che sia di esempio ai cittadini, ai capi di stato, ai condomini, alle sue figlie. Non gli resta molto tempo, eppure gli basterebbero un paio d’ore per cambiare il mondo.

IL MONDO CIECO. Indagine su un gruppo di genitori scomparsi sotto gli occhi dei figli assenti (16 maggio ore 20.30 e 17 maggio ore 18.30) di Costanza Pannacci, con Carolina Balucani, Alessandro Pezzali e Emilia Verginelli (che ne cura anche l’adattamento). Nel mondo cieco, Carlotta rievoca un passato infantile fatto di solitudine e assenze. Mentre si interroga su cosa le impedisce di progredire nel presente si imbatte nei Duchi del Lussemburgo, due figure immaginarie che dichiarano di abitare la casa da quando è nata e di aver assistito agli eventi come due testimoni silenziosi. I Duchi accompagnano il percorso di rievocazioni e deduzioni di Carlotta a volte ostacolandolo e altre favorendolo, fino a indicare una possibile via di uscita per lasciarsi la casa e il passato alle spalle.

ROMANZO DI UN’ANAMNESI (18 maggio ore 18.30 e 19 maggio ore 20.30) di e con Sara Parziani nella storia di una bambina, del suo mondo esteriore popolato da genitori, medici, insegnanti e del suo mondo interiore popolato da personaggi fantastici. Una bambina che porta con sé problematiche fisiche che con il tempo spariscono, cambiano, si ripresentano. In una lotta interiore tra il volere essere come gli altri e il diventare se stessa, cresce e si confronta con un’idea di differenza che ci rende tutti uguali.

AMO I PARAGRAFI CORTI. Lezioni introduttive sulla solitudine (18 maggio 2019 ore 20.30 e 19 maggio ore 18.30) di Maria Silvia Greco, con Mariagiulia Colace, Francesco Aiello e Emilia Brandi. Silvia ha un suo metodo infallibile per studiare: ha le cuffie antirumore per non distrarsi. Deve laurearsi, non può perdere tempo ma passano i mesi, le sessioni e un malessere non più gestibile la agita. I genitori la osservano preoccupati, accudenti, colpevolizzanti, onnipresenti, disarmati.

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Immacolata Concezione - Vucciria Teatro

L’Umanità desolata in Immacolata Concezione. Intervista a Vucciria Teatro

Attraversando il corridoio laterale e la zona del backstage del Teatro India, si arriva direttamente al foyer con i divani rossi, dove abbiamo incontrato Enrico Sortino, Joele Anastasi e Federica Carruba Toscano. Il cuore di Vucciria Teatro, la mente della compagnia o, forse, entrambe le cose. Ci viene espressamente chiesto di non fare rumore, per non disturbare lo spettacolo nell’altra sala. Una lieve ironia della sorte quell’invito al silenzio, dal momento che Vucciria in palermitano significa “confusione”.

Tre voci, le loro, che si mescolano senza “abbanniari”, senza gridare, ma il pensiero rievoca gli odori, le influenze, le suggestioni metafisiche di un mercato che può ricrearsi ovunque. Le voci di Enrico, Joele e Federica si inseriscono l’una negli spazi dell’altra intrecciandosi, completando i discorsi e i ricordi. Parlano anche i loro occhi e i loro corpi. I gesti sono spontanei e impercettibili, sono piccole carezze. Mani che cercano un contatto fisico che si manifesterà fin da subito come la quarta presenza in una compagnia che del linguaggio corporeo ha fatto una peculiarità.

Immacolata Concezione - Vucciria Teatro
Immacolata Concezione – Vucciria Teatro

Nati, per caso, grazie al pubblico

Siamo nati dal pubblico è la considerazione di Enrico Sortino, il quale ricorda che: la compagnia è nata un bel giorno per caso. Alessandro Lui, l’attore che interpreta Turi in Immacolata Concezione, aveva invitato Joele Anastasi. C’era un concorso presso il Teatro Ambra alla Garbatella, a Roma per presentare dei monologhi.

Joele aveva scritto altre cose, in quel periodo voleva fare giornalismo; espresse l’intenzione di volere partecipare con un monologo scritto da lui. Un giorno, mi chiese di leggere un suo testo e io, che ho un po’ di fiuto, riesco a percepire se una cosa funziona o meno, ho notato che era perfetto a livello drammaturgico, dall’inizio alla fine, senza che ci fosse un solo errore. Prendeva vita nel momento in cui lo si leggeva. Ho detto che avremmo sicuramente vinto. A lui che ha una natura autocritica ho chiesto espressamente di andare fino in fondo.

Quel monologo vinse una marea di premi. Era l’origine del nostro progetto “Io niente mai con nessuno avevo fatto”, realizzato grazie a un altro concorso al Teatro Lo spazio che dava la possibilità di creare un intero spettacolo. Abbiamo scelto di affittare un teatro e di invitare le persone per far conoscere il nostro lavoro allestito in 21 giorni, autoprodotto, autofinanziato, abbiamo rischiato. Il pubblico ha invitato altro pubblico, abbiamo aggiunto altre e lo spettacolo ha vinto diversi premi.

Abbiamo trovato una piccola distribuzione grazie alla quale abbiamo partecipato al Roma Fringe Festival. Oggi vogliamo dire grazie a Razmataz, i primi che hanno creduto in noi e ci hanno lanciati. Daria Botte, Alessandra Cotogno, Ileana Nastasi sono state le prime che ci hanno aiutato a lavorare in maniera pragmatica e rapida. Il Fringe ci ha assegnato il premio come miglior spettacolo; Joele ha vinto come migliore drammaturgia ed io quello di miglior attore. La compagnia esplose, andammo in America al San Diego Fringe Festival.

Presentando uno spettacolo in dialetto, con i sopratitoli che gli americani non hanno più letto. Era forte il messaggio fisico. Lì abbiamo vinto il premio come Best Show. Questo spettacolo è ancora in tournée dal 2013. Da lì poi sono nati gli altri nostri progetti e tutti quelli della nuova generazione, diciamo “Vucciria 2.0”, mi verrebbe da chiamarla così e tutta l’azione performativa. We are not Penelope, Nel nome di questo nostro sacro corpo… nei nostri spettacoli ci piace utilizzare il materiale umano. L’ultimo spettacolo era in sardo, in tedesco, in italiano. Nel nome di questo nostro sacro corpo è nato dal frutto di un laboratorio organizzato dal museo della follia. È stato fatto un primo studio e rappresenta anche l’incontro con il Teatro Bellini di Napoli che ci ha abbracciati, ci ha scelti e ci produce interamente.

Immacolata Concezione - Vucciria Teatro
Immacolata Concezione – Vucciria Teatro

Da un altro monologo è nato anche Immacolata Concezione, lo spettacolo che dal 19 al 24 febbraio è andato in scena al Teatro India di Roma e dal 7 al 9 marzo a Firenze, al Teatro Di Rifredi

Ad avere avuto l’idea è stata Federica Carruba Toscano: è nata da me, tanti anni fa. Alcune cose sono autobiografiche, altre riguardano il mio immaginario personale. Inizialmente ne avevo parlato con Alessandro Lui perché volevamo lavorare insieme per farne un soggetto cinematografico. Successivamente ho condiviso con Joele quella storia, come tutte le cose, nella speranza che qualcuno riuscisse a raccontarla come la vedevo io e lui è riuscito a fare anche oltre. Non potevo scriverla io, riguardandomi da vicino. Consegnare un’idea a qualcuno che ami e di cui ti fidi ciecamente è un atto di fiducia. Può essere fatto con il drammaturgo, il regista, così come con lo spettatore. Avendo i personaggi dei precisi riferimenti a persone della mia vita, probabilmente avrei impoverito o tolto quelle sfumature che Joele, Enrico, Alessandro o Ivano hanno aggiunto.

Stavamo prendendo il caffè a casaprecisa Joele Anastasiera una chiacchierata, una condivisione tra amici anche se era così evocativa. Ho detto a Federica che mi piaceva moltissimo l’idea di quel personaggio e che sarebbe stata una storia cinematografica davvero interessante. Il nostro terreno di incontro è teatrale e ho iniziato a immaginare come quella storia potesse essere raccontata a teatro. Dopo qualche mese, in aereo, di ritorno da Avignone, ho scritto il monologo finale che per me è il cuore dello spettacolo Immacolata Concezione. Sceso dall’aereo ho chiamato Federica dicendole che forse c’era un modo per raccontare quella storia a teatro.

Da lì è iniziato tutto il lavoro sulla drammaturgia è stato un lavoro di squadra. Nel frattempo Federica aveva sviluppato le altre idee con Alessandro. Abbiamo cominciato a creare una struttura, una serie di eventi che volevamo raccontare. Si è delineata la prima bozza: abbiamo fatto una prima sessione di prove in Sicilia, a Catania. Una settimana, full immersion, di lavoro sui personaggi.

Nel frattempo abbiamo partecipato alle selezioni di Teatri del Sacro arrivando fra i finalisti poi abbiamo vinto il premio di produzione della quinta edizione del Festival. Siamo andati verso l’anteprima di Ascoli Piceno con una versione di Immacolata Concezione più lunga di quaranta minuti. Lo spettacolo, nella prima versione, durava due ore e venti minuti, senza interruzione. È stato ed è interessante lavorare sullo spettacolo, continuiamo a farlo, a sintetizzare delle cose, ad aggiungere o a precisarne altre. È il modo in cui ci piace lavorare, il modo in cui siamo abituati a farlo. E anche la fortuna di essere una squadra creativa ci permette di essere allineati su tutto.

Immacolata Concezione - Vucciria Teatro
Immacolata Concezione – Vucciria Teatro

In Immacolata Concezione viene descritta la Sicilia nel periodo storico che va dal Fascismo alla Seconda Guerra Mondiale

C’è anche qualcosa di molto più antico e universale, come racconta Joele Anastasi: l’elemento della coralità che si ispira alla tragedia greca continua a essere presente nello spettacolo, in quanto costituisce uno dei suoi pilastri. Abbiamo scelto di mantenere sullo sfondo le vicende del Fascismo, che nella prima versione erano più manifeste. Il corpo di Concetta è diventato un simbolo di come la società è stata dilaniata dagli eventi, da un’energia oscura che l’uomo ha. Quello che il teatro ha la potenza di fare – aggiunge Federica Carruba Toscano – è di evocare, con un’unica azione, tante cose, penso sia stato giusto togliere una fetta di eventi perché rimanendo sullo sfondo, ci sono lo stesso anche se sembra non ci siano.

Non è stato difficile togliere delle partisecondo Enrico Sortinoquando si lavora sappiamo sacrificare il sacrificabile perché, come ha detto Federica, viene stratificato in un’unica azione. Bisogna sempre pensare anche all’atto scenico, al fine di renderlo fruibile, immediato o violento se necessario. Anche perché si potrebbe correre il rischio di imporre un pensiero unico mentre il messaggio artistico non può essere univoco: è legato a un bagaglio personale che ognuno di noi ha e che è differente. Nella fase delle prove tutto ciò che è nato dall’immediatezza delle sensazioni, dalle camminate fatte nello spazio mentre ci guardavamo, ha delineato i quadri dello spettacolo.

In fase di creazione dello spettacolo, Joele Anastasi ricorda: abbiamo passato ore e ore a camminare, a capire come si muovevano i personaggi. Nella fase di training ci siamo resi conto che iniziavano a crearsi delle dinamiche molto interessanti tra i personaggi che raccontavano più delle parole. Abbiamo deciso di lasciare quegli interventi che sono diventati la separazione tra quello che si può dire sia un atto e l’altro dello spettacolo. Anche se Immacolata Concezione è un atto unico in realtà dentro ci sono dei passaggi drammaturgici.

Tre sono le prospettive che si manifestano nella ricerca di un collegamento tra Immacolata Concezione e l’attualità. Nelle differenze dei pensieri che emergono si realizza anche una complementarietà tra questi

Dove è arrivato l’uomo negli anni del Fascismo e del Nazismo è un picco veramente basso di assenza di umanitàafferma Joele Anastasi – raccontare questo è un po’ il link con tutto quello che continua ad avvenire oggi. L’uomo ha dimostrato quanto è capace di reificare Il corpo di un altro uomo disumanizzandolo. È così distante da noi oggi o continuiamo a farlo anche nelle azioni, nella nostra vita quotidiana?

È come se rappresentasse l’assenza di quella capacità che Concetta ha, ovvero regalare un momento di semplice relazione, di purezza. La capacità di stare in uno spazio, piccolo o grande che sia, e riuscire a guardare l’altro negli occhi, non avendo in questo nessuna maschera, nessun filtro. È fare l’amore come lo fa Concetta, che non è nulla di carnale, ma è riuscire a incontrare un altro uomo, riuscire a essere energia creatrice. Gli eventi dimostrano come, nel tempo, si sia andata a sfaldare la sacralità delle relazioni.

Il punto di vista di Enrico Sortino si condensa in alcune battute: l’atto teatrale, l’atto artistico è immortale e atemporale. Noi raccontiamo una storia che abbiamo datato in quel periodo eppure noi stiamo parlando del lato oscuro dell’essere umano e dell’amore che vince su tutto, anche sulla morte stessa. Un amore aulico, inteso come sentimento che disarma l’essere umano, il quale è capace di provare tutto questo ma anche il suo contrario. Il contemporaneo sta già nell’atto emotivo, dentro quell’emozione.

Federica Carruba Toscano offre un contributo originale collegando due poli, in un unico passaggio: ho immaginato Immacolata Concezione in quel periodo storico anzitutto perché credo che la legge Merlin, l’abolizione delle case chiuse, sia stato un errore enorme che ancora paghiamo per tanti aspetti che riguardano varie fasce della società. Questo non è autobiografico, ma credo che accettare tutte le oscurità dell’uomo sia un passo importante che non è stato fatto e di cui è responsabile la Chiesa.

 

La Seconda Guerra Mondiale, inoltre, è stato uno spartiacque tra ieri e oggi per un motivo specifico: la capacità di pigiare un bottone per far esplodere un ordigno dalla parte opposta del mondo. Fino al momento in cui la guerra avveniva corpo a corpo o con una distanza relativa che permetteva di vedere il nemico negli occhi o, come nel caso di Concetta, fin quando le relazioni erano in una stanza per me il mondo aveva una speranza. Adesso è molto ridotta rispetto a prima. La capacità di ripulire la propria immagine e di sporcare tutto il resto oggi è centuplicata, noi puliamo solo l’immagine ormai, ci sono false identità, storie fake. Se uno voleva andare da Concetta doveva andare nella casa chiusa e questo rappresentava un atto di coraggio perché ci si dichiarava.

Oggi pubblichiamo tutto quello che è bello, appetibile, consumabile, in maniera veloce e istantaneaaggiunge Joele Anastasi. Si consuma un’immagine ripulita non c’è tempo per mostrare le crepe o i graffi. La cellulite e i seni cadenti. Non c’è tempo per mostrare il lato brutto, consumare lo sporco. Questa è la reazione di una contemporaneità che fin troppo si sta preoccupando dell’immagine istantanea.

La sintesi del Teatro secondo Vuccirìa Teatro

In teatro la bellezza non esiste in un senso assoluto – secondo Federica Carruba Toscano – esiste il fatto che qualunque azione portata fino in fondo è bella. Quello che raccontiamo con il simbolo del mandarino è una cosa che può essere tanto bella se è carica di significato quanto inutile se vuota, può essere sacro o inutile nella stessa maniera. E questa è la cosa più contemporanea; oggi la sacralità è completamente dimenticata.

Siamo cultori del bello in senso poeticoaggiunge Enrico Sortino: la scena finale, credo che sia anche molto contemporanea: l’uomo diventa bestia e divora l’estetica della bellezza, rappresentata dal mandarino. Divora l’amore, l’unica speranza che gli rimaneva di esistere. Ritorna ad essere nudo, infatti, della stessa nudità di quella donna che entra in scena, mercificata dall’uomo. Con la differenza che all’inizio c’è una bellezza ingenua, mentre alla fine viene fuori una voracità negativa, oscura.

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Posso lasciare il mio spazzolino da te?

Febbraio d’ossessioni e dipendenze. La gelosia, l’amore e gli istinti da Shakespeare agli anni ‘70 Report teatrale degli spettacoli Il racconto d'inverno, 12 baci sulla bocca, L'operazione e Posso lasciare il mio spazzolino da te?

Con un salto indietro nel passato, raccontando le storie di re, regine e cortigiani, i destini segnati dagli oracoli del dio Apollo, le stragi degli anni di piombo, le cellule terroristiche, i rapimenti di persona, lo sfondo nero dell’omicidio di Pasolini, si possono descrivere e interpretare il presente e l’attualità. Altrimenti si può rimanere tra le storie dei giorni nostri, in mezzo alle inquietudini di ragazzi quasi adulti.

M.C. Escher
M.C. Escher

Da sempre l’uomo si è chiesto il senso di un eterno fluire, di una cronologia che potrebbe sembrare un insieme casuale di eventi, tra i decenni e i secoli. È uno studio continuo, una lezione: tutto ha un inizio e una fine. Questo vale per le cose, le persone, gli animali. La vita inizia e termina, il resto è solo transitorio. José Mujica scrisse che: “La vita è questo, un minuto e se ne va. Abbiamo a disposizione l’eternità per non essere e solo un minuto per essere”.

Un concetto simile lo aveva espresso William Shakespeare, molto tempo prima dell’ex Presidente dell’Uruguay, nel celebre monologo di Amleto. Il racconto d’inverno di Shakespeare, andato in scena al Teatro India dal 7 al 10 febbraio, con la Compagnia dei Giovani del Teatro dell’Umbria, è una delle sue opere più complesse dal punto di vista narrativo, fa parte delle cosiddette “Romances”.

Scritta intorno al 1610, debuttò il 15 maggio 1611 al Lobe Theatre di Londra. Rappresenta l’ultima fase della produzione shakespeariana insieme a Pericle, Cimbellino e La Tempesta. Gli studiosi del Bardo ascrivono The winter’s tale – Il racconto d’inverno a un “tardo romanticismo” ma forse l’uomo, non il celebre drammaturgo di Stratford-upon-Avon, era sofferente. Shakespeare aveva pianto la morte del figlio Hamnet, avvenuta a soli 11 anni e questo è difficile non sentirlo vibrare ancora oggi.

Andrea Baracco ha curato l’allestimento, insieme a Maria Teresa Berardelli, e ha firmato la regia dell’opera che egli stesso definisce come una “favola nera” che inizia con “C’era una volta un uomo che abitava vicino a un cimitero”.

La storia ha per protagonista Leonte, re di Sicilia, grande amico del re di Boemia Polissene. Due fratelli, senza legame di sangue, definiti “agnelli gemelli”. Un’ossessione cieca, la gelosia, li dividerà per sempre. Sospettando una relazione tra l’amico e la moglie, la regina Ermione, Leonte distruggerà tutto ciò che ha di più caro. Perderà la moglie, vittima di un ingiusto processo e a nulla servirà il coraggioso appello della dama Paulina. La sposa innocente morirà in prigione, dopo aver partorito la loro figlia Perdita, la quale, ritenuta dal padre sovrano come il frutto di un adulterio, verrà scacciata, abbandonata nei boschi.

Morirà Mamilio, il figlio maschio, l’erede. La bambina si salverà e si innamorerà di Florizel, figlio di Polissene. L’epilogo avverrà in Sicilia tra melodramma e magia. Ermione, conservata come statua viene riportata in vita da Paulina, custode della sua memoria, si ricongiungerà con la figlia e il marito. Il peso dello spettacolo si regge su un gruppo coeso di attori: Mariasofia Alleva, Luisa Borini, Edoardo Chiabolotti, Jacopo Costantini, Carlo Dalla Costa, Giorgia Filippucci, Silvio Impegnoso, Daphne Morelli, Ludovico Röhl.

IL RACCONTO D’INVERNO di William Shakespeare, regia di Andrea Baracco
IL RACCONTO D’INVERNO di William Shakespeare, regia di Andrea Baracco

12 baci sono lunghi come 12 mesi, un anno immaginato e vissuto tra il 1974 e il 1975

Il tempo e gli eventi possono usurare gli affetti, le passioni, le relazioni. In un gorgo di sentimenti non sempre limpidi. È sempre possibile redimersi, rimediare ai propri errori, alla brutalità, anche quando non c’è rimedio? C’erano due fratelli, il loro legame era di sangue in questo caso. Vivevano in provincia, a Napoli, città che un tempo fu la capitale del Regno delle Due Sicilie. Erano gli anni ’70, periodo di disordini, di conflitti sociali e politici. Il 14 novembre 1974, il Corriere della sera pubblicava l’editoriale con il titolo “Che cos’è questo golpe?”. Un forte j’accuse, scritto da Pier Paolo Pasolini quel testo convergerà in Scritti corsari, pubblicato successivamente nel 1975

12 baci sulla bocca è lo spettacolo scritto da Mario Gelardi, con la regia di Giuseppe Miale di Mauro. È il secondo appuntamento, dopo “Gli Onesti Della Banda”, che il Teatro di Roma ha riservato alla Compagnia NEST di Napoli al Teatro India. Massimo (Andrea Vellotti) sta per prendere in sposa l’unica donna che ha avuto nella sua vita. Dovrebbe essere felice, invece sembra non esserci conforto al suo malessere interiore. Suo fratello Antonio (Stefano Meglio) è un uomo che sa stare in quel mondo, con un ruolo a metà tra il giustiziere e il criminale, un picchiatore fascista.

Tra i due fratelli si inserisce Emilio (Francesco Di Leva). Un giovane lavapiatti con l’obiettivo di essere promosso in sala, in quel ristorante a conduzione familiare, e il sogno di andare a vivere a Londra. La sua “colpa”, se così potrebbe definirsi, è di aver fatto emergere una passione latente, quella di Massimo nei suoi confronti. La loro è inizialmente un’attrazione fisica, una lotta erotica.

Successivamente inizia a diventare qualcosa di diverso, che è intrinsecamente eversivo, un atto rivoluzionario contro l’ordine eterosessuale e patriarcale. Andrà punito con la stessa condanna barbara che verrà emessa contro Pasolini. Un atto di verità il sentimento di Emilio, cancellato con il suo sangue, perché nessuno osi turbare gli equilibri di una società. E di due fratelli maschi che hanno fin dalla nascita il vincolo precostituito alla riproduzione della specie. L’amore può avere una forte connotazione politica quando implica il coraggio di una scelta, tra sapere e tacere, essere e non essere. L’emancipazione dalla sottomissione e dalla dipendenza.

E quel sangue deve essere mostrato ed esibito. È una traccia di memoria, una prova del delitto e di un candore che è andato perso. Di un silenzio che è complice e carnefice. C’è il dramma in 12 baci sulla bocca, passa attraverso la violenza, così come avviene nella fabbrica shakespeariana. C’è il senso della tragedia dell’animo umano, in una battuta finale di 12 baci sulla bocca: “Tutti tenimm’ dint’ nu mariuolo, nu fetente” (Teniamo tutti una carogna, un fetente dentro).

12 baci sulla bocca
12 baci sulla bocca

L’Operazione – lo spettacolo da vedere per forza!

C’è un gruppo, anzi, un collettivo di quattro attori di oggi. È come se vivessero e si ispirassero agli anni ’70. Quello scantinato dove provano e si confrontano, quello spazio sotterraneo è come se fosse una bolla spazio-temporale. Uno di loro è l’autore del testo che porteranno in scena e che ha come protagonisti una cellula di terroristi negli anni di piombo, ma c’è un’altra storia che si sviluppa parallelamente.

In scena fino al 3 marzo allo Spazio Diamante di Roma, lo spettacolo L’Operazione è stato scritto da Rosario Lisma ( potete ascoltare qui l’intervista radiofonica a Clusteradio ) il quale lo interpreta con Fabrizio Lombardo, Andrea Narsi, Alessio Piazza e con la partecipazione di Gianni Quillico. La produzione è a cura del Teatro Franco Parenti, con la collaborazione di Jacovacci e Busacca.

Parla di quel lavoro che gli uomini non nobilitano, soprattutto quando le tutele vengono a mancare. Racconta di quanta incertezza ci sia in un paese come l’Italia, dove “si è giovani finché non si svolta”. Anche fino ai quarant’anni. “E se non si è svoltato, si passa dall’essere giovani all’essere falliti”, come recitano i protagonisti in scena. Intrappolati nella morsa di un precariato permanente, in un sistema che non è fondato sulla meritocrazia. Dove gli attori dipendono dal giudizio di un critico teatrale che può determinare, con il suo potere, la felicità o l’oblio, la buona o la cattiva sorte. Una figura quella di Mezzasala che viene continuamente evocata e ricercata in modo ossessivo dai quattro personaggi-attori.

La riflessione contenuta tra i quadri de L’Operazione è un approfondimento, un’analisi, senza la presunzione dell’assolutezza, sulla tendenza a ricercare nuove forme espressive. Una corsa a volte audace, a volte sregolata. Sperimentare e reinventare l’arte rischia di trasformarsi così in un’ossessione. E tra una frenesia e l’altra, una celebre citazione di Eduardo De Filippo: “Chi cerca lo stile trova la morte, chi cerca la vita trova lo stile”, finisce nei dialoghi dei quattro protagonisti.

Alla fine della storia cercheranno di trasformarsi in brigatisti, nel disperato tentativo di recuperare un po’ di dignità, ma il loro atto finale durerà il tempo di un’improvvisazione teatrale. C’è bisogno di tanto carattere, non solo di studio dei personaggi, sembra che suggerisca questo Rosario Lisma, come autore del testo e come regista, affinché possa essere messo in atto fino in fondo un progetto sovvertitore dell’ordine delle cose. L’Operazione parla molto di questi nostri tempi in cui l’assuefazione è forte al punto che tutto sembra iniziare e finire nello stesso momento, come una storia di Instagram.

L'Operazione di Rosario Lisma
L’Operazione di Rosario Lisma

“Posso lasciare il mio spazzolino da te?”

È ancora la vita, con le sue difficoltà e con le sue due metà di tragedia e commedia che ispira l’ultima proposta teatrale che abbiamo inserito nel nostro piccolo racconto di febbraio. Il suo titolo è un riflesso di una quotidianità, mediante una semplice domanda che contiene una richiesta sottintesa. Di quelle che una ragazza qualunque può rivolgere al suo fidanzato: “Posso lasciare il mio spazzolino da te?”. In altri termini significa: possiamo dare una svolta al nostro rapporto?

Massimo Odierna è l’autore del testo Posso lasciare il mio spazzolino da te? e il regista dello spettacolo che dal 18 al 20 febbraio è andato in scena al Teatro de’ Servi di Roma e al Nuovo Teatro Sanità di Napoli, dal 23 al 24 febbraio. Il cast che ha interpretato quella che viene definita come una “black comedy” è costituito da Martina Galletta, Luca Mascolo, Alessandro Meringolo e Luca Pastore.

Tre ragazzi sono i protagonisti: “Lei”, una ragazza in cerca della giusta occasione come attrice che costringe “Lui” , il suo fidanzato un po’ succube, a giocare alle storie inventate da “Lei”. C’è anche “L’amico” cinico, il coinquilino che abusa di alcool e sostanze di vario genere. Storie di insoddisfazione, di frustrazione e di inquietudine. C’è, infine, una quarta presenza, la figura inquietante dello speziale. Il medico della peste, con il becco di uccello e un lungo pastrano nero, appare e svanisce di tanto in tanto. Quella maschera è come un segnale di pericolo che quando si accende indica un’istanza nascosta.

Bisogna correre il rischio, osare, è il messaggio che ci lascia Massimo Odierna. È necessario continuare a raccontare, a condividere le storie, i nostri sogni.

Posso lasciare il mio spazzolino da te?
Posso lasciare il mio spazzolino da te?

E allora ecco che tutta l’eternità che spendiamo per “non essere” davanti a un breve, intenso minuto di “essere” comporta la scelta tra vivere da morti o morire da vivi. Raymond Chandler ne “Il grande sonno” si chiede:

“Che importa dove si giace quando si è morti? In fondo a uno stagno melmoso o in un mausoleo di marmo alla sommità di una collina? (…) Si dorme il grande sonno senza preoccuparsi di essere morti male, di essere caduti nel letame”.

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Dittico Manfredini, dal 26 febbraio al 3 marzo al Teatro India

Dal 26 febbraio al 3 marzo il Teatro di Roma – Teatro Nazionale dedica il palcoscenico del Teatro India al Dittico Manfredini, composto dai due spettacoli Luciano (dal 26 al 28 febbraio) e Al presente (dall’1 al 3 marzo), ideati e diretti da Danio Manfredini, una delle voci più intense del teatro contemporaneo che, con la sua arte d’attore e regista, sfiora stazioni umane intrise di ironica malinconia, solitudini e marginalità, decadenza e rassegnazione, attraverso il personalissimo percorso creativo che ha intrapreso tra spazi occupati, laboratori con i disabili psichici e radicalità artistica. Autore e interprete di capolavori come Miracolo della rosa (Premio Ubu 1989), Tre studi per una crocifissione e Al presente (Premio Ubu come miglior attore), lavori più corali come Cinema Cielo (Premio Ubu come miglior regista) e Il sacro segno dei mostri. Nel 2010 si confronta con il repertorio e debutta nel 2012 con lo spettacolo Il Principe Amleto dall’Amleto di Shakespeare, una produzione italo-francese (La Corte Ospitale, Danio Manfredini, Expace Malraux- Chambery, Aix en Provence). Nel 2013 riceve il Premio Lo Straniero come «maestro di tanti pur restando pervicacemente ai margini dei grandi circuiti e refrattario alle tentazioni del successo mediatico». Sempre nel 2013 riceve anche il Premio Speciale Ubu. Dal 2013 al 2016 è direttore dell’Accademia d’Arte Drammatica del teatro Bellini di Napoli. Nel 2014 debutta a Santarcangelo con Vocazione. Dal 2010 collabora con continuità con La Corte Ospitale dove dal 2012 prendono forma e vita le sue creazioni.

Luciano, primo spettacolo del dittico, in scena dal 26 al 28 febbraio, è il delirio di un folle tra pensieri, stati d’animo, suoni, visioni, voci lontane e presenze che rompono il silenzio e la solitudine. Dai corridoi della psichiatria, Luciano entra nel teatro della sua mente, intorno a lui si materializzano oggetti e presenze dell’immaginario. La spinta del desiderio lo conduce all’evasione verso luoghi abitati da chi vive ai margini. Un popolo di fantasmi torna a visitarlo in certe notti e nelle giornate senza speranza. Con aneddoti e versi poetici illumina le sue visioni. Con uno sguardo intriso di saggezza, apre spiragli di pensiero fuori da un ordinario modo di vedere. Come un visitatore che appartiene ad un altro pianeta, guarda, patisce, attraversa ciò che incontra, nel destino ineluttabile di veder passare le cose, le persone come fantasmi: apparizioni e sparizioni. «Con Luciano riattraverso i temi dell’omosessualità, della follia, della solitudine già trattati in Cinema cielo, come del resto anche nel Sacro segno dei mostri e in Tre studi per una crocifissione, per vedere come sono cambiati i tempi negli ultimi venti anni intorno a tematiche a me care – racconta Danio ManfrediniOggi osservo come il gioco si è fatto ancora più aspro e se la Samira di Cinema Cielo era più integrata in quel mondo e lo idealizzava, ora disegno una figura come Luciano che risulta un alieno anche in un mondo di marginalità. L’allucinazione di Luciano, ricreata con gli artifici del gioco teatrale, non è altro che la rivisitazione in scena di una realtà cruda, a tratti anche crudele, fatta di solitudine e di emarginazione, che è il mondo reale a cui attingo. Appunti presi dalla mia vita, disegni preparatori e dialoghi sono stati il materiale di partenza per addentrarci in questa avventura teatrale. I quadri emersi nelle prove chiedevano uno sguardo diverso dal mio per essere affrontati. Mi affido alla figura di Luciano, ritratto di un uomo del mio tempo colto in una solitudine invasa di presenze. La dimensione del tempo abbraccia la totalità di un’esistenza e rende tutto in un presente sulla scena».

Al presente, secondo spettacolo del dittico, in scena dal 1 al 3 marzo, è uno spaccato della mente e della sua inafferrabilità. In scena, un uomo e il suo doppio: una parte è immobile, assorta, riflessiva, una parte è inquieta e si identifica con i fantasmi che popolano la sua mente. Entra attraverso l’immaginazione in un flusso di associazioni inarrestabili che lo conducono in diversi spazi, in diversi tempi della sua vita. Nella solitudine rincorre i pensieri, quel dialogo interiore ininterrotto che lo accompagna, l’inquietudine provocata da ricordi, voci di persone care, immagini di un passato vago ma sempre presente e suggestioni dal mondo contemporaneo. Prende a prestito dalle patologie psichiatriche gli atteggiamenti fisici che esprimono tensioni, le amplifica attraverso quelle forme, porta alla luce le pulsioni più nascoste, cerca di dare ordine, forma, al caos della sua mente. «Il teatro è una modalità di esperienza che ti permette di vivere la vita in maniera anche più amplificata di quello che la vita stessa ti può offrire – sottolinea Manfredini – Nel tempo cresce un’affezione rispetto a questa capacità che il teatro ha di aprire delle porte, degli stati d’animo, delle condizioni mentali che molto spesso la vita non ti permette di esplorare. Nella vita, se le esplori, poi non hai più una via di ritorno. Invece nel teatro hai la possibilità di esplorarli e tornare indietro. Puoi esplorare l’assassinio senza per forza uccidere. Ti permette di ascoltare non solo la tua vita, ma anche le vite delle persone che abbiamo intorno, e di farne esperienza e capire che cosa significa avere quel tipo di destino. Però poi c’è il ritorno al sé. È un’opportunità di conoscenza straordinaria».

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Teatri di Vetro. Festival delle arti sceniche contemporanee

Teatri di Vetrofestival delle arti sceniche contemporanee per la direzione artistica di Roberta Nicolai, presenta il progetto Oscillazioni dal 13 al 19 dicembre al Teatro India di Roma, punto di arrivo di un percorso progettuale iniziato nel mese di settembre che compone e caratterizza la dodicesima edizione del festival. Oscillazioni nasce dal desiderio di indagare e ridefinire la relazione tra palcoscenico e platea con una particolare attenzione alla processualità della creazione scenica. È una proposta plurale. Cinque sezioni tematiche per dialogare con la creazione contemporanea e ingaggiare spazi e contesti territoriali. Oscillazioni è il senso del tutto, declinato e sotteso, che trova proprio al Teatro India, al termine di un lungo percorso, concretezza, azzardo e realizzazione.

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Per questa edizione il festival è stato suddiviso in blocchi progettuali: TDV12 ha inaugurato con la sezione Trasmissioni, realizzata a Tuscania (VT) dal 17 al 22 settembre, ha poi proseguito con il FYMMEC Focus Young Mediterranean And Middle East Choreographers 2018 che si è svolto all’Accademia Nazionale di Danza e all’Angelo Mai di Roma il 26 e 27 settembre. Con Composizioni ha realizzato al Teatro del Lido spettacoli che hanno coinvolto bambini, cittadini, rifugiati e con Elettrosuoni ha proposto una giornata di immersione nella musica elettronica sperimentale a Bisca/Circolo del Parco, per approdare infine a Oscillazioni al Teatro India.

41 rappresentazioni, 14 tra laboratori, seminari, stage rivolti a bambini, rifugiati, amatori, professionisti, cittadini. I 20 artisti di TDV2018: Fanny&Alexander/Chiara Lagani, Salvo Lombardo/Chiasma, Leviedelfool, Piccola Compagnia Dammacco, Dehors/Audela, Simona Bertozzi/Nexus, gruppo nanou, Opera bianco, Cie MF, Sonenalè/Riccardo Fusiello, Enea Tomei, Meno infinito, Franz Rosati, Simone Pappalardo/Alberto Popolla/Josè Angelino, Acre, Alessandra Cristiani, Giuseppe Muscarello, Synchromia, Mithkal Alzghair, Seifeddine Manai.

Ad aprire il festival il 13 dicembre è Salvo Lombardo_Chiasma con Opacity#2 – in replica il 14 dicembree a seguire la compagnia Fanny&Alexander/Chiara Lagani con I libri di Oz. Il 14 dicembre la compagnia Opera Bianco presenta il progetto Primi appunti coreografici per il progetto Jump!. Il 15 dicembre va in scena La buona educazione di Piccola Compagnia Dammacco con la collaborazione di Serena Balivo, nella stessa giornata si affianca a La buona educazione, in totale autonomia artistica, la creazione OASI Comizio sui valori di Enea Tomei. Sempre il 15 Opera bianco ingaggia una pluralità di soggetti – un performer, un critico, una matematica e un clown – nel dispositivo performativo che indaga la radice della ricerca della compagnia. Il 16 dicembre è ancora la volta di Piccola Compagnia Dammacco con Invisibile, si prosegue con la danzatrice e coreografa Simona Bertozzi che porta in scena due progetti: Urto e Flow on river infine Sonenalè presenta al pubblico Lo spazio delle relazioni. Il 17 dicembre si susseguono Opera Bianco con Grand Mother, Dehors/Audela con Tanto non ci prenderanno mai e gruppo nanou con Resa Alphabet. Il 18 dicembre ancora in scena Fanny Alexander con L’altro mondo, a seguire gruppo nanou con Relazione Alphabet; dalle ore 21.00 la compagnia Leviedelfool con Yorick un Amleto dal sottosuolo. La serata di chiusura del 19 dicembre vede coinvolti Salvo Lombardo, Levidelfool, gruppo nanou e Simona Bertozzi

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Dominio Pubblico: Giovedì 10 Ottobre OPEN DAY presso il Teatro India

Giunto alla sua sesta edizione, il progetto Dominio Pubblico cresce sempre di più ed è alla ricerca di giovani Under 25 desiderosi e curiosi di cimentarsi in un percorso da spettatori attivi, finalizzato alla produzione, promozione e organizzazione di un festival multidisciplinare. Giovedì 10 Ottobre ci sarà l’OPEN DAY alle ore 16.30, presso il Teatro India per presentare Dominio Pubblico – La città agli under 25 primo festival interamente dedicato alla creatività under 25, organizzato e realizzato da ragazzi che ogni anno formano la direzione artistica del festival che prenderà vita nel mese di giugno negli spazi del Teatro di Roma- Teatro Nazionale. L’intero processo di preparazione del festival rappresenta un’esperienza formativa, stimolante e inclusiva grazie alla quale i ragazzi, oltre che spettatori attivi, potranno anche cimentarsi nel ruolo di operatori culturali.

Perché tutto questo sia possibile, Dominio Pubblico è  alla ricerca di Under 25 che entrino a far parte della squadra. A questi giovani verrà data la possibilità di cimentarsi in un’operazione davvero stimolante e viva che li metta in contatto diretto con il terreno fertile e sempre incandescente dello spettacolo dal vivo.

Quest’anno il progetto Dominio Pubblico è stato riconfermato tra le 20 realtà finanziate dal MIBACT (Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo) per la promozione e la formazione del pubblico con un progetto triennale sviluppato in collaborazione con il Teatro di Roma – Teatro Nazionale, sotto la direzione di Antonio Calbi.

Tutto parte da un percorso di visione: dieci spettacoli selezionati all’interno della programmazione del Teatro di Roma – Teatro Nazionale, main partner del progetto, divisi tra Teatro Argentina, Teatro India e Villa Torlonia. Tra gli autori, interpreti e registi di rilievo che il progetto coinvolgerà quest’anno ci sono Ferdinando Bruni e Elio De Capitani, Marco Martinelli e Ermanna Montanari, Andrea De Rosa, Davide Enia, Eleonora Danco, Emma Dante.

I giovani che vogliono entrare a far parte della community degli Under 25 di Dominio Pubblico dovranno sottoscrivere un abbonamento al prezzo speciale di 60 euro, iniziando così un percorso di visione attiva che prevede una serie di incontri con gli artisti degli spettacoli: registi, autori e attori dell’opera. Il costo dell’abbonamento copre esclusivamente il biglietto degli spettacoli in programma. Tutte le attività di formazione dedicate ai partecipanti sono gratuite e accessibili a tutti i ragazzi nati dopo il ’94. I nuovi spettatori potranno sviluppare e affinare quel gusto critico e quello sguardo consapevole per poter poi selezionare come direzione artistica, gli eventi del festival che andranno a realizzare.

Follower, Leader e Pro

Sottoscrivono l’abbonamento come Follower gli spettatori che seguono il percorso di visione attiva ma non prenderanno parte alla creazione del festival. I Leader accetteranno la sfida di trasformarsi in direzione artistica. Da quest’anno una novità per chi vuole mettere in gioco le proprie competenze in materia di fotografia, video montaggi e grafica: un abbonamento Pro a 40 euro, che prevede il percorso di visione attiva e la partecipazione alla direzione artistica 2018/2019.

Dominio Pubblico – La città agli Under 25

Il festival che la giovane direzione artistica Under 25 andrà a realizzare ha una natura multidisciplinare, infatti negli spazi del Teatro India (le due sale, i foyer e l’arena esterna) prenderanno vita eventi di teatro, musica, cinema, danza e arti visive. L’ultima edizione di Dominio Pubblico – La città agli Under 25 si è conclusa con numeri davvero incoraggianti che hanno confermato il vivo interesse della città di Roma. Sono stati più di 4.000 gli spettatori che hanno seguito gli oltre 50 eventi in programma dal 29 maggio al 6 giugno 2018 rientrati, grazie al Comune di Roma e al patrocinio del Municipio Roma XI, nella programmazione dell’Estate Romana 2018.

SPETTACOLI IN ABBONAMENTO

 

TEATRO ARGENTINA

17 – 21 ottobre
AFGHANISTAN
il grande gioco / enduring freedom
traduzione Lucio De Capitani
regia Ferdinando Bruni e Elio De Capitani
incontro con i registi Ferdinando Bruni e Elio De Capitani

13 – 18 novembre
VA’ PENSIERO
di Marco Martinelli
ideazione e regia Marco Martinelli e Ermanna Montanari
incontro con i registi Marco Martinelli e Ermanna Montanari

22 gennaio – 3 febbraio
LA TRAGEDIA DEL VENDICATORE
di Thomas Middleton
drammaturgia e regia Declan Donnellan
versione italiana Stefano Massini
incontro con la compagnia

20 marzo- 28 maggio
UN NEMICO DEL POPOLO
di Henrik Ibsen
regia Massimo Popolizio
con Massimo Popolizio, Maria Paiato
incontro con Massimo Popolizio e Maria Paiato

7 – 12 maggio
GIULIO CESARE. UCCIDERE IL TIRANNO
riscrittura originale di Fabrizio Sinisi
regia Andrea De Rosa
incontro con il regista Andrea De Rosa

TITO
riscrittura originale di Michele Santeramo
regia Gabriele Russo
incontro con il regista Gabriele Russo

TEATRO INDIA

9 – 28 ottobre
L’ABISSO
tratto da Appunti per un naufragio ( Sellerio Ed. )
uno spettacolo di e con Davide Enia
incontro con il regista e attore Davide Enia

30 ottobre-11 novembre
LA SCORTECATA
liberamente tratto da Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile
testo e regia di Emma Dante
Incontro con la compagnia

27 novembre – 9 dicembre
dEVERSIVO
scritto diretto e interpretato da Eleonora Danco
incontro con l’attrice e regista Eleonora Danco

6 – 18 marzo
TANGO GLACIALE
progetto scene e regia Mario Martone
riallestimento a cura di Raffaele Di Florio e Anna Redi
incontro con la compagnia

Le riunioni settimanali di confronto e preparazione al festival si terranno tutti i lunedì dalle 17.00 alle 19.00, da novembre a maggio 2019.

INFO E ISCRIZIONI

Selene Ambrogi |+39 3387817787
www.dominiopubblicoteatro.it
info@dominiopubblicoteatro.it

DETTAGLI ABBONAMENTO

Follower (solo percorso di visione attiva) 60 euro
Leader (percorso di visione attiva e direzione artistica del festival 2019) 60 euro
Pro (percorso di visione attiva, direzione artistica e competenze tecniche) 40 euro

DOMINIO PUBBLICO

Direzione artistica: Tiziano Panici
Ideazione del progetto: Luca Ricci
Direzione generale: Fabio Morgan

Organizzazione e amministrazione: Alin Cristofori
Comunicazione e grafica: Caterina Occulto
Coordinamento comunicazione: E45 – Gianluca Cheli e Gianni Parrella

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Walking on the moon

Walking on the moon secondo Leonardo Ferrari Carissimi e Matteo Cirillo Intervista al regista Leonardo Ferrari Carissimi e all'attore Matteo Cirillo

Walking on the moon
Walking on the moon

 

L’incontro con Leonardo Ferrari Carissimi non è capitato per caso, il giorno dopo il debutto sold out di Walking on the moon. L’effetto del tutto esaurito è continuato per tutte le repliche, dal 3 al 6 maggio al Teatro India di Roma. Al mio arrivo in teatro, la compagnia è impegnata in quella che sembra essere la parte finale di una riunione all’aperto. Le voci, le risate e l’atmosfera rimandano ad un clima gioioso, mentre non molto lontano da lì ci sono ancora bambini che giocano sul prato e le loro mamme che li lasciano fare. Dentro il teatro sembra uno spazio immenso, come una chiesa vuota.

Si respira un’aria rarefatta ed è bello essere lì, in attesa di una chiamata, di un arrivo, tra i divani rossi. Dopo un po’ entra Leonardo Ferrari Carissimi, ma non è da solo. Carissimi è un regista romano che si è formato anche in Germania. Ha lavorato a Dublino come assistente per il corso di regia al Gate Theatre. Dal 2009 è Direttore artistico e regista del Teatro dellʼOrologio di Roma prima e, adesso, della sua compagnia stabile: CK teatro, di cui è socio fondatore. Nella scuola di recitazione dell’Orologio insegna Analisi testuale e recitazione. Il suo è un talento giovane, fresco, lucido riconosciuto con premi di rilievo come Young Filmmaker Prize (Rai – Prix Italia) per “A day in the future”, Bespectative per “Walking on the moon” e Mindfield film festival di Hollywood per il cortometraggio “La favola bella. Con lui c’è Matteo Cirillo, uno dei tre attori protagonisti di Walking on the moon. Una personalità carismatica la sua, con un background di formazione ed esperienze lavorative accanto ai nomi importanti del Teatro. Con i premi ricevuti, gli ultimi due sono quelli del Roma Fringe Festival 2017 per lo spettacolo “Aspettando una Chiamata”.

Lo spettacolo ha avuto un’origine abbastanza lontana, nasce più o meno nel 2014 da un’idea che è venuta a Leonardo Ferrari Carissimi e a Fabio Morgan, legata alla realtà virtuale. Il primo è il regista e l’autore di Walking on the moon, Morgan è autore e produttore per il progetto Goldstein. Carissimi precisa che il tema dell’allunaggio è nato per caso; lo spettacolo parla della vicenda tragicomica di Michael Collins, l’unico dei tre dell’equipaggio dell’Apollo 11 che non è sceso sulla luna perché era il pilota collaudatore dei motori di comando, il più preparato in quel momento, quello a cui era stato assegnato il compito di maggior responsabilità: mantenere l’orbita lunare durante il moon landing.

“Come sempre avviene delle mie produzioni, l’idea è quella di immaginare la situazione di quest’uomo che si è messo in lista d’attesa da giovanissimo per diventare astronauta, cosa che non è come diventare un avvocato o qualsiasi altra professione. Parte della vicenda è tratta dal libro Carrying the fire: An Astronaut’s Journeys, non tradotto in italiano. Collins dice che sulla luna l’uomo è andato grazie all’invenzione del fuoco. Il 20% dello spettacolo è realtà, mentre l’80% è fantasia, una parola quest’ultima che è il motto del nostro gruppo”.

Walking on the moon
Walking on the moon

Lo spettacolo è il risultato di un progetto di tre residenze europee, di 10 giorni ciascuna: la prima a Zagabria, la seconda a York, l’ultima a Budapest. “Cercando di capire il giusto modo di raccontare questa favola io mi sto sempre più orientando a fare gli spettacoli da 0 a 99 anni, dove tutti possono vedere delle cose e trovare un riferimento– dichiara Leonardo Carissimi – anche un bambino di 8 anni potrebbe vedere questo spettacolo che nasce dalla scuola del teatro dell’Orologio. I ragazzi del secondo anno che partecipano allo spettacolo sono avvezzi alla riscrittura di un testo e con loro facciamo un lavoro che è creativo, ai limiti delle difficoltà che comporta la libertà creativa perché, a volte, ti puoi perdere in essa”.

Ci lasciamo letteralmente trascinare come in una conversazione tra amici che hanno tante cose da raccontarsi, spaziando dalla libertà creativa, alle regole, all’importanza del testo. “Parto dal presupposto che ho sperimentato attraverso tutti i lavori che ho fatto. Io ringrazio tutti quei testi scritti con i buchi di sceneggiatura perché a me insegnano e hanno insegnato che cos’è il personaggio, come va raccontato, che cosa è il respiro di una storia, come si racconta una favola, una tragedia, una commedia. Ho capito grazie ad essi qual era l’errore e come fare le cose. Dedicherei un libro immaginario sul teatro a tutti i copioni imperfetti che ho rappresentato e che ho letto. Non è una polemica, ma è una cosa di mestiere. Voglio dire che quando leggi Shakespeare è talmente perfetto drammaturgicamente che hai poco da imparare come scrittore di scena, come regista. È come fare un’opera prima al cinema con il direttore della fotografia di Casinò di Scorsese. I testi con imperfezioni evidenti sono importantissimi. Per esempio, un testo strutturato a quadri con delle scene che si susseguono nell’evoluzione di un personaggio da A ad F, dove manca una scena, ti insegna la matematica della scena. Io penso che il testo è uno spartito di parole che, in quanto tale, è una cosa morta. Penso anche che il teatro non è rappresentazione, ma un evento di vita. Tra il testo e la scena c’è una differenza siderale, un buco incolmabile che solo una compagnia può colmare, una compagnia che affronta le cose con il presupposto che devi dare vita a qualcosa che non c’era prima. È un processo di resurrezione e per questo mi sono molto legato a Matteo Cirillo perché lui è una sorta di fuoco esagerato molto creativo che condivide con me la stessa visione. Una cosa che lui fa è quella di rendere inconcepibile una scena morta. Il Teatro è pieno di scene morte, dove non succede niente non a livello di storia, ma a livello di vita, di persone. Per me l’ideale è che il teatro sia come quando c’è un incidente stradale e tu passi con la macchina…quello è il massimo, la magia dell’ignoto. In questo sono un super romantico. Chi scrive lo spettacolo sono gli autori, ma anche gli attori sono degli scrittori con il loro lavoro in scena”.

Ascoltare il regista è piacevole perché riesce a coinvolgere e intrattenere mentre racconta e si racconta; un fiume in piena con tante battute, ricordi, riflessioni. Leonardo e Matteo giocano in modo naturale e spontaneo a fare il comico e la spalla, completando spesso le frasi l’uno dell’altro. Complici in una sintonia di pensiero che, come puntualizza Matteo Cirillo: “è una filosofia, quella del teatro dell’Orologio, che ho sposato. A vent’anni si è portati a cercare, tra tutte le scuole per diventare attori, il nome di prestigio. Ognuno deve trovare la sua scuola che è la scuola di vita e che deve portarti a stare meglio. I ragazzi della scuola del teatro dell’Orologio escono persone con anime. Non escono robot e nemmeno attori con lo stampino senza un’idea”.

I ragazzi del secondo anno che hanno fatto parte del cast dello spettacolo sono: Davide Antenucci, Susanna Laurenti, Benedetta Russo, Riccardo Viola, Pietro Virdis ed Enrico Torzillo, l’eclettico e indimenticabile Puck di Sogno di una notte di mezza estate. Walking on the moon è una favola sui sogni infranti. Racconta di tre solitudini: un giovane startupper dell’era digitale (Matteo Cirillo) che ha creato un’applicazione per smartphone che consente di camminare sulla luna, una giovane studentessa “topo di biblioteca” (Anna Favella) appassionata di poemi cavallereschi, in particolar modo dell’Orlando Furioso. E infine Michael Collins (Graziano Piazza), un uomo ormai settantenne, che vive un po’ più nei ricordi che nel presente che porta avanti la storia del suo sogno sbagliato. Sognare la luna e non realizzarla gli ha fatto capire tante cose. Lo spettacolo parla di sogni sbagliati, giusti, realizzati o infranti.

“Il testo era a 3 personaggi – dichiara Matteo Cirillo – successivamente è stato ampliato aggiungendone altri, facendo quasi una riscrittura, partendo da quello che Eugenio Barba definisce processo creativo. Una cosa che non si fa spesso in determinati tipi di Accademie, ma che invece è fondamentale, è la fase di ricerca in cui l’attore esplora quello che chiede il regista. In questo scambio reciproco, di bello c’è che tu fai delle cose che ti senti di fare, che muovono da dentro e il regista ti dice se sono più o meno interessanti e giuste per lo spettacolo. La ricerca è continua, all’inizio può essere veramente difficile perché attori e regista sono in fase di esplorazione. Ad un certo punto si deve stoppare il processo creativo, andare ad estrapolare la vera sostanza e lavorare su di essa. La cosa bella è che tu come attore sei libero. Filippo Timi in un’intervista ha detto “la vita non mi basta”. Io dico che la vita è bellissima, però forse ha ragione lui, la vita a volte non ti basta. Con il teatro ne puoi ricreare mille altre. Molte volte viene soppressa la libertà dell’attore e così rischi di diventare un artigiano a cui dicono di fare una sedia come mille altre, tutte uguali. Noi invece vogliamo fare la bottega curando il dettaglio e solo così ti senti a 360 gradi, passami il termine, un artista”.

Durante la conversazione Matteo Cirillo usa l’espressione “passami il termine” prima di pronunciare la parola “artista”. Contemporaneamente Leonardo Carissimi sottolinea con i tempi precisi di una battuta che solo in quel modo quel termine può essere utilizzato e detto. L’occasione gli suggerisce una metafora molto aderente. “Io penso che il problema del Teatro Italiano sia il professionismo, lo penso davvero perché ci sono passato, non perché lo vedo da fuori. Il professionismo è l’insegnante di sci in settimana bianca. Invece in teatro dobbiamo puntare a fare il grande slalom. Tenendo presente sempre che a grandi ambizioni, possono corrispondere grandi fallimenti. Noi abbiamo lavorato con gli Stabili, dove ci sono dei fenomeni come Graziano Piazza che abbiamo con noi. Lui è un attore eccezionale, un grande uomo. Quando io parlo di professionismo intendo la vocazione al professionismo che è una vocazione sbagliata”.

Gli occhi scuri e vivaci di Matteo Cirillo amplificano quel suo sorriso che nasce spontaneo, mentre ricorda l’entusiasmo “giovane” di Graziano Piazza durante le prove, diventato totalmente parte di quel processo creativo. Il clima di gruppo, bello e rotondo, si respira anche dall’esterno. Senza tutto questo, senza la confidenza, l’amore nei rapporti umani, senza lo scambio di energie non si riuscirebbe a lavorare bene. È come il segreto della felicità: la felicità la devi capire, la devi sentire. La strada da perseguire, secondo Leonardo Carissimi, è quella che si rivela quando l’universo comico diventa il rovescio della medaglia dell’universo poetico. “Il comico puro sa ridere della sciagura, è Buster Keaton. Ridere e piangere. Qualcosa che è forte sia a livello attoriale sia a livello autoriale”.

Ognuno di noi può ritrovare un pezzo di Michael Collins, l’inizio e la fine si incrociano nella dimensione del sogno e così Leonardo Carissimi rivela il suo, tra la visione onirica e la realtà virtuale: inaugurare ovunque le Olimpiadi con la Compagnia dell’Orologio. Perché come lui stesso dice “sarà il mio sogno ma è anche il sogno un po’ di tutti perché per dieci minuti, magari ti danno due milioni di euro”. Matteo Cirillo si abbandona al suo sogno di voler entrare nella storia dei libri con il Teatro dell’Orologio, perché il teatro è vita ed è una forma di arte che può risvegliare le menti degli uomini. “L’ultima volta che ho portato in scena il mio monologo, a Capena, la mamma di una ragazzina ha scritto sui social di portare i bambini a teatro perché sua figlia si era divertita e così ha avuto la possibilità di diventare una persona migliore”.

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Le ragazzine stanno perdendo il controllo. Creazione people-specific per ragazze under 18 e la loro comunità

ELEONORA PIPPO _ Le ragazzine stanno perdendo il controllo
ELEONORA PIPPO _ Le ragazzine stanno perdendo il controllo

Il festival Dominio Pubblico_la città agli under 25 ospita “Le ragazzine stanno perdendo il controllo. La società le teme. La fine è azzurra.”, il nuovo progetto teatrale people-specific ideato e diretto dalla regista Eleonora Pippo che indaga i sentimenti della crescita e dell’identità.

Il lavoro è ispirato all’omonimo teen drama a fumetti di Ratigher vincitore del prestigioso Premio Micheluzzi come Miglior Fumetto al Napoli COMICON 2015, che racconta la storia dell’amicizia di Motta e Castracani, due ragazzine delle medie con la passione per le analisi mediche.

Il progetto teatrale si fonda sulla formazione di compagnie locali temporanee composte da ragazze tra i 13 e i 18 anni, che nel tempo record di sette giorni lavorano insieme alla regista alla creazione di una performance originale. La rappresentazione è basata sulle peculiarità delle ragazzine coinvolte, si avvale della partecipazione attiva del pubblico e va in scena una sola volta. Ogni spettacolo è unico, diverso e imprevedibile, fortemente legato all’umanità delle giovani interpreti e della comunità alla quale appartengono.

La compagnia locale temporanea sarà composta da un numero massimo di 12 ragazze. La lavorazione per la preparazione dello spettacolo avverrà in sette giorni con incontri di tre ore al giorno in fascia pomeridiana, dal 26 maggio al 1 giugno 2018. Il 2 e il 3 giugno sarà necessario, invece, un lavoro intensivo per arrivare al meglio allo spettacolo finale, previsto lo stesso 3 giugno alle ore 21:45 nella sala B del Teatro India.

Per partecipare è necessario inviare il Modulo di partecipazione che si trova sul sito http://www.leragazzinestannoperdendoilcontrollo.com/ entro giovedì 17 maggio 2018 al seguente indirizzo: info@leragazzinestannoperdendoilcontrollo.com.

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