Tra teatro e scienza, la voce dell’immaginazione. Intervista a Manuela Cherubini

Tra teatro e scienza, la voce dell’immaginazione. Intervista a Manuela Cherubini

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La scienza e il teatro: siamo abituati a considerare queste due discipline come regioni del sapere ben distinte. Diverse le posture, i linguaggi, gli scopi. Ma forse queste distanze potrebbero ridursi se riuscissimo a tenere aperte delle porte, a riconoscere le radici comuni. Allora le leggi della scienza potrebbero essere uno strumento per ampliare la visione su quei dilemmi che anche il teatro ha da sempre indagato. 

Avvicinare i due mondi è lo scopo della serie di radiodrammi Scienza e fantascienza, un progetto di Giorgio Barberio Corsetti prodotto dal Teatro di Roma. Ogni giovedì fino al 6 maggio verranno pubblicati sul canale Spreaker dello stabile i podcast delle puntate dirette da Paola Rota, Manuela Cherubini, Lacasadargilla, Roberto Rustioni, Giacomo Bisordi, Francesco Villano, Duilio Paciello. I testi scelti per essere interpretati sono molto diversi tra loro, spaziando da opere di fantascienza a lavori di drammaturghi contemporanei. Una particolarità risiede nel fatto che ogni appuntamento termina con un intervento di uno scienziato o scienziata che mette a fuoco uno dei temi trattati nella puntata. 

Un connubio quindi tra la divulgazione e la prova artistica, per la quale la regista Manuela Cherubini non poteva essere persona più indicata. Interessata da sempre al rapporto tra arte e scienza, tra le opere che ha tradotto e messo in scena con la sua compagnia Psicopompo Teatro ci sono quelle di Rafael Spregelburd, fautore di un approccio antiriduzionista, interessato ad introdurre nella drammaturgia modelli provenienti dalla teoria del caos e dalla matematica frattale. 

I radiodrammi che Cherubini ha diretto per la rassegna si basano su tre testi di Elisa Casseri, ingegnere e scrittrice, riuniti sotto il nome di Trittico delle stanze. Tre episodi in cui i legami familiari vengono narrati e interpretati alla luce di altrettante teorie scientifiche — come Casseri aveva fatto anche nel suo ultimo romanzo, La botanica delle bugie, pubblicato per Fandangolibri

Il primo dei tre testi, intitolato La teoria dei giochi, sarà interpretato da Luisa Merloni e Aurora Peres (con il podcast scientifico del Prof. Porretta), seguirà L’orizzonte degli eventi che ha vinto il Premio Riccione per il Teatro e sarà interpretato da Ferruccio Ferrante, Aglaia Mora, Alessandro Riceci e Giulia Weber (con il podcast del Prof. Balbi), infine Il polo dell’inaccessibilità vedrà dietro al microfono Alessandra Di Lernia, Sylvia Milton, Laura Riccioli, Simonetta Solder e Gabriele Zecchiaroli (con il podcast della Dott.ssa Negri).

Abbiamo intervistato Manuela Cherubini per chiederle qualcosa in più su questa esperienza, di cui abbiamo scoperto anche un risvolto politico ed esistenziale: la regista era tra gli occupanti del Teatro Valle, luogo nel quale i podcast sono stati registrati.

È da tanto tempo che la scienza entra nella tua ricerca artistica. Quali sono gli stimoli maggiori che hai trovato nel pensiero scientifico per la pratica teatrale?

Gli stimoli artistici e scientifici nella mia vita sono arrivati insieme, vengo da una famiglia di musicisti e scienziati. La divisione tra questi due approcci cognitivi alla realtà, io non l’ho mai vissuta come tale. Sicuramente entrambi i linguaggi si sono autoalimentati nel corso della mia formazione e del mio sviluppo artistico.

La scienza può essere per il teatro una fonte di idee e di spunti che confluiscono in una drammaturgia, come nel caso dei radiodrammi, ma può anche costituire uno sfondo teorico che ha a che fare con il come si sta in scena.

Sì, in questa direzione vanno gli esercizi «sistemici» creati da José Sanchis Sinisterra, uno dei maestri più importanti che ho avuto che parte dallo strutturalismo per arrivare alla teoria della complessità. Io li uso come allenamento attoriale per esplorare le possibilità espressive sia del corpo che della voce, attraverso uno schema di ripetizione di unità minime di azione che si sviluppano con delle modulazioni o delle trasgressioni rispetto al sistema di partenza. 

Inoltre il gioco teatrale può essere visto come un dispositivo che si avvicina alla realtà, la annusa, la osserva, cerca di tradurla in un linguaggio scenico che sia visivo, uditivo e di respiro. Un vero e proprio sistema dove fluiscono moltissime energie legate alla nostra sensorialità e all’elaborazione che ne facciamo poi a livello intellettuale. Tutto questo è leggibile attraverso un dispositivo di tipo scientifico.

Con Elisa Casseri avevi già ideato la rassegna Co(n)scienza, trasmessa sui canali dell’Angelo Mai e appena ricominciata con un nuovo ciclo. Cosa si genera nell’incontro tra pensatori, scienziati da un lato e teatranti, artisti dall’altro?

È grazie al Centro Ricerche Musicali di Roma, guidato da Michelangelo Lupone e Laura Bianchini, che dal 2000 se non prima sono stata coinvolta nei convegni di Arte e Scienza e in quelli di Musica e Scienza. Da lì è partita l’ideazione di questa rassegna con Elisa Casseri e Giorgina Pi, in cui abbiamo proseguito a mettere l’uno di fronte all’altro artisti e scienziati per mostrare che questi mondi non sono così separati. 

Per fare un esempio, quando nel primo ciclo di incontri ho dialogato con Alessio Porretta che insegna Matematica all’Università di Tor Vergata, Elisa Casseri sottolineava quanto io usassi un linguaggio matematico e quanto Porretta uno artistico. Lo scopo di questi dialoghi è quello di avvicinare i due mondi e di fornire ad entrambi un pezzetto in più di visione. L’immaginazione è alla base di entrambe le discipline, quindi più viene nutrita questa strana natura che possediamo, più abbiamo possibilità di fare delle cose belle.

È molto interessante il riferimento all’immaginazione nei riguardi della scienza, di cui forse si ha un’idea un po’ imbalsamata a volte.

Senza l’immaginazione la scienza non va da nessuna parte, anzi forse è l’ambito dove è più sfrenata! In un prossimo incontro dialogherò con Paolo Tozzi, uno scienziato dell’osservatorio di Arcetri, che osserva le galassie a centinaia di migliaia di anni luce da noi. Bisogna avere parecchia immaginazione anche solo per concepire il desiderio raggiungere mete apparentemente così irraggiungibili. Così come il concetto di infinito, tu riesci ad immaginarlo? È una sfida immaginativa e l’immaginazione è un muscolo, lo dico sempre così agli attori, bisogna allenarlo in tutte le direzioni possibili.

Parliamo ora di Trittico delle stanze. Come è stato misurarti con un radiodramma?

Avevo già ideato e recitato in alcuni radiodrammi ma è la prima volta che mi sono confrontata con testi di impianto drammaturgico più classico come questi di Elisa Casseri, fatto salvo per il dispositivo che li guida che è di tipo scientifico. L’autrice penso sia una delle voci più originali e interessanti del panorama letterario italiano, ha la capacità di lavorare a tutto tondo sulla scrittura con questo sguardo di taglio scientifico ma sulle vicende più fortemente emotive.

Amo moltissimo la radio e la voce, penso che il teatro da ascoltare sia la modalità meno tarpante rispetto all’assenza del teatro in presenza, riesce a restituire di più rispetto ad altri media come il lo streaming in video. L’ascolto riesce a creare quella condizione di intimità e apertura della percezione che necessita il teatro. Ci ho lavorato creando degli ibridi, degli oggetti a cavallo tra il radiodramma e il radiofilm, insieme all’ingegnere del suono Graziano Lella abbiamo dato vita a dei paesaggi sonori emotivi che conducessero chi ascolta attraverso le azioni contenute nelle opere.

Nel Trittico alcune teorie scientifiche si mostrano nella vita quotidiana, prendendo forma nei legami familiari. Le consideri suggestioni immaginative oppure credi che in qualche modo ci sia un legame tra queste leggi universali e le nostre esistenze individuali?

Io penso che un legame ci sia, innanzitutto perché queste leggi universali le abbiamo scritte noi, che siamo esseri umani con carne ossa emozioni sentimenti e con un linguaggio, lo strumento attraverso il quale costruiamo teorie. Quante volte ci è difficile comunicare i nostri sentimenti attraverso la parola? La stessa difficoltà incontra la scienza a comunicare alcuni concetti con un determinato linguaggio. È lo stesso tipo di spinta, se io analizzo il rapporto tra me e mio fratello, ad esempio attraverso lo strumento della psicoanalisi o della letteratura, non vedo perché ciò non possa accadere anche attraverso il linguaggio e la visione di fenomeni scientifici che ci riguardano. 

Nel primo dei tre testi il cardine è la teoria dei giochi matematici, che nasce dal rapporto tra giocatori o gioc-attori, ovvero persone che agiscono. Come quando incontriamo una persona e proviamo ad immaginare tutte le probabilità, le sue possibili mosse…possiamo osservare questi comportamenti da un punto di vista analitico o scientifico.

Questi podcast sono stati registrati al Teatro Valle, un luogo che ha una storia particolare per la scena teatrale romana.

Ho partecipato all’occupazione del Valle, ero nel gruppo che è entrato per la prima volta il 14 giugno 2011, quindi per me quel luogo ha un significato importante. Tornarci a lavorare è stata un’esperienza fortissima. L’ultima volta che ci ero entrata era il 2014, nel momento in cui si è chiusa l’occupazione. Quando negli anni successivi ci sono stati piccoli eventi nel foyer organizzati dal Teatro di Roma, avevo difficoltà ad andarci. 
Abbiamo restituito il teatro al governo della città chiedendo che lo spazio rimanesse pubblico e che non fosse riconvertito ad altro scopo, queste condizioni erano state accettate ma da allora è successo ben poco, il teatro non è stato riaperto alla cittadinanza in quanto tale. Da un lato è stato molto bello rientrare lì per fare teatro, anche se senza spettatori, dall’altro la ferita di questo luogo ancora non restituito si è fatta sentire.

Il rito simpoietico di DOM-. Intervista a Leonardo Delogu e Valerio Sirna

Il rito simpoietico di DOM-. Intervista a Leonardo Delogu e Valerio Sirna

Le città si trasformano, lo spazio pubblico si riconfigura, l’individualità si scardina per aprirsi al rito collettivo. Dove si posiziona il teatro nel percorso di rigenerazione delle pratiche che sovverte la visione antropocentrica dell’ambiente circostante? È in questo campo di indagine, fatto di permeabilità tra corpi e paesaggi, che si sviluppa il lavoro di DOM-, progetto di ricerca nato nel 2013 dalla collaborazione tra Leonardo Delogu e Valerio Sirna.

Vincitori del Premio Rete Critica 2019 con L’uomo che cammina come miglior progetto artistico e di compagnia, gli artisti di DOM- figurano tra le cinque compagnie di Oceano Indiano, sperimentale luogo di residenza e produzione del Teatro di Roma. Raccontando CAMP / Fare campo, il progetto di studio con cui abiteranno criticamente gli spazi del Teatro India, Leonardo Delogu e Valerio Sirna dischiudono le porte di quel teatro italiano che, interdisciplinare e sensibile al presente, ridisegna i confini e segnala nuove direzioni.

L'uomo che cammina - DOM
L’uomo che cammina – DOM

I vostri lavori si dispiegano in una serie di percorsi di rovesciamento e di abitazione critica dello spazio pubblico, che si manifestano in un rito collettivo finale. Come si formalizza questa tensione tra l’assoluta innovazione di inedite possibilità di relazione tra corpo e spazio, tra umano e non umano e il ritorno al nucleo originario del performativo che è il rito, come centro propulsore di futuri possibili?

Valerio Sirna: Parto dalla questione dei “futuri possibili”. In generale, gli studi che stiamo facendo in questo periodo ci orientano verso degli sguardi che cercano di non appiattirsi sulle retoriche dell’apocalissi che appiattiscono l’azione, l’immaginario e ogni possibilità di rigenerare la condizione che stiamo attraversando. Questo non vuol dire che la condizione che stiamo attraversando non sia grave, cioè che non ci sia la possibilità, come dice Donna Haraway, che la complessità si disfi.

Ci sono delle studiose, come appunto Donna Haraway e Rosi Braidotti, a cui ci riferiamo, che si collocano in un filone di ricerca che ha a che fare con il femminismo, l’ecocritica, le ecologie e la biologia. Ci siamo resi conto di non avere veramente tutti gli strumenti per immaginare verso cosa stiamo andando e questo ci permette di credere che possano essere messe in campo delle relazioni che aprono a nuove tematiche. Donna Haraway parla, all’interno di un filone di ricerca che ha a che fare con il femminismo, la filosofia, la biologia evolutiva e i nuovi studi ecologici, della simpoiesi cioè della capacità di creature umane e non umane di allearsi e di creare un dialogo per un’evoluzione e una crescita diversa.

Leonardo Delogu: La necessità del nostro lavoro è quella di creare un rapporto con ciò che sentiamo essere la ferita del tempo. Abbiamo sempre mirato a fare un teatro che non fosse un divertissement, per cui le persone non venissero solo a “consumare” un’ora di spettacolo facendo del teatro un semplice atto confermativo di una modalità di vita. Il desiderio è sempre stato quello, anche utopico, di creare dei lavori che potessero rompere questa dimensione, attraverso cammini molto lunghi, esperienze reali per le persone e non la rappresentazione di un’esperienza. Per questo, lo sfondamento in altre discipline è sempre stato, per noi, un modo per capire come rigenerare il teatro. L’architettura, il camminare, per tanti anni sono stati lo strumento con cui abbiamo contaminato il lavoro e adesso è come se queste direzioni che Valerio cita, fossero diventate la nuova linfa che viene a spostare il linguaggio.

Il rito è nient’altro che la radice prima del teatro, il nostro interesse si rivolge alle modalità in cui portare il teatro alla sua forma originaria di luogo in cui gli umani si ritrovano e traguardano, attraverso un’esperienza collettiva, la propria condizione aprendosi ad altre possibilità. Abbiamo iniziato a parlare di Teatro di paesaggio perché iniziamo a pensarci oltre la sola dimensione umana, pensandoci piuttosto come un sistema di relazioni che tiene insieme le piante, gli animali, l’invisibile.

Proprio in questi giorni siamo sconvolti da un microbo che viene da chissà dove e sovverte un intero meccanismo. Questo è interessante perché racconta, ancora una volta, il rapporto che abbiamo con la dimensione sinpoietica. Ecco che il rito diventa un modo per riprendere quell’origine, trovare le forme per le quali il rito si rinnova e integrarvi le questioni su cui stiamo provando a ragionare.

Valerio: Per noi il solco dell’interdisciplinarietà è importante. Siamo in un momento in cui finalmente tante discipline capiscono il bisogno di entrare in relazione e di ibridarsi. Per noi il teatro è quell’alveo privilegiato per mischiare le cose, per far interagire l’arte teatrale con saperi che provengono dall’architettura e dall’urbanistica, temi a cui siamo sensibili e con cui il camminare ci ha portato a confrontarci spesso. 

Nel presentare il progetto artistico di DOM- parlate di una indagine del linguaggio performativo attraverso l’approccio militante delle Environmental Humanities. Secondo la vostra esperienza artistica, che tipo di impatto pensate che la ricerca ambientale possa avere sulla vita di una società?

Leonardo: Prevedere gli impatti di un’operazione artistica non è mai semplice. Diciamo sempre che l’arte è lì per sollevare domande non per dare delle risposte, ma allo stesso tempo il cambiamento di punto di vista incide sul reale. Quando le persone ci dicono che dopo L’uomo che cammina vedono diversamente la loro città, pensiamo sempre che si sia innescata anche un’abitazione diversa della città, più sensibile, più aperta. Osserviamo che il cercare di essere radicali, di essere vicini a quello che amiamo per quanto possibile, tende anche a dividere: ci sono persone che non riescono a relazionarsi con quel che facciamo e persone che ci entrano profondamente dentro. Quella profondità è capace di creare un innesco. 

Valerio: Un Teatro di paesaggio è un teatro che mira a scardinare l’idea di un’individualità. Forse abbiamo sbagliato a pensare che esista un’individualità, non considerando che ogni organismo è un ecosistema, che è in relazioni visibili e invisibili con il circostante. Accompagnare le persone che si accostano al nostro lavoro in questa visione della realtà è sicuramente una delle sensibilità che vorremmo coltivare.

Leonardo: Si tratta in primo luogo di un lavoro su noi stessi. È quanto stiamo facendo in questi giorni durante il laboratorio Wild Facts / Fatti feroci, che si tiene al Teatro India. Ci stiamo domandando se tutto ciò che ci stiamo dicendo sia afferrabile e condivisibile concettualmente e come far diventare una pratica l’essere connessi con un mondo microbico, con le piante, con gli animali.

Se non avviene una trasformazione nel corpo e nell’habitus della vita, siamo di fronte a una trasformazione mentale che da sola non è sufficiente. Noi stessi siamo calati nel lavoro, guardando cosa accade nel nostro corpo, nella nostra mente, formalizzando pratiche che lavorano in questa direzione. Al laboratorio partecipa un gruppo di persone, una comunità nata da Roma non esiste, che sta giocando con noi a capire come si incarna la simpoiesi.

All’interno di Oceano Indiano, luogo di residenza e produzione del Teatro di Roma, avete proposto e avviato CAMP / Fare campo. Mi raccontate questo progetto che vi vedrà anche alla guida di un percorso laboratoriale inserito nell’offerta formativa del Master PACS?

Valerio: La cosa che ci preme dire come introduzione a Oceano Indiano è che la nuova direzione del Teatro di Roma sta facendo un esperimento che in Italia è abbastanza inedito: ospitare cinque compagnie per tre anni, assegnare loro un budget e chiedergli di co-curare la programmazione di un Teatro Stabile. Nella fattispecie, CAMP / Fare campo il progetto che abbiamo proposto, si colloca in una ricerca sul tema dell’accampamento iniziata negli ultimi anni. Siamo usciti da un triennio di Estate Romana in cui abbiamo camminato, percorso la città, accompagnato e invitato persone a condividere i nostri ragionamenti e l’estate scorsa ci siamo trovati con Roma non esiste ad attraversare la città con un dispositivo di accampamento mobile.

Abbiamo vissuto lo spazio pubblico in un modo a cui non siamo abituati perchè ci sono delle leggi che vietano la possibilità di dormire in una strada, in una piazza o in un parco. Per noi è stato interessante allargare le possibilità che lo spazio pubblico e la legislazione offrono. Siamo in questo filone di ragionamento e vogliamo sviluppare questo tema del campo che poi ha un doppio significato: sia di campo di forze, sia di accampamento.

L’accampamento è il modello abitativo del XXI secolo, uno spazio cui i governi biopolitici si stanno sempre più abituando per far fronte a disastri naturali, alle grandi immigrazioni, per ospitare persone che vivono ai margini, ma sono anche quegli spazi, come gli accampamenti di piazza Tahrir, che hanno ospitato momenti di rivolte. A noi piace intendere l’accampamento come un luogo di studio e di critica rispetto all’abitazione delle città.

Leonardo: E anche come dispositivo che permette di continuare a lavorare dentro quella permeabilità tra la dimensione strettamente umana e la dimensione vegetale e animale. La sottigliezza dei muri dell’accampamento fa in modo che il circostante sia molto più vivo e molto più forte. L’accampamento ci permette, inoltre, di lavorare sulla dimensione della co-creazione e dello stare insieme: è soltanto con la forza dei legami e delle relazioni che oggi si può prefigurare qualcosa che non c’è in questo momento. Per questo, la scelta di dare seguito a questo gruppo di Roma non esiste, guidandolo verso una produzione, risiede nella volontà di evitare che l’accampamento diventi un fatto puramente estetico, perché non può esserlo vista la dimensione di dolore che porta con sé.

C’è bisogno dell’esposizione dei corpi, della comunità e del vivere in comunità. Il tema dunque è indagare come si riesce, nel 2020, a stare in comunità. Sicuramente non sono più le forme degli anni ’70, perché abbiamo raggiunto un livello di comodità tale per cui non possiamo più rinunciare ai bisogni dell’io e vederli dissolversi nel mare magnum della comunità. Come coesistono quindi le individualità? Come si riesce a essere delle volte orizzontali, delle altre verticali, riconfigurando la questione della leadership? Questo ha molto a che fare con il teatro come arte della comunità. Sono stati l’800 e il ‘900 a far nascere il Teatro di regia col grande regista demiurgo che compone lo spettacolo in sala e dà la sua visione al mondo. Non è più quell’epoca, oggi siamo chiamati a starci accanto nella frana dell’ego, però siamo tutti egocentrici ed egoici. Questo diventa il campo di studio e di lavoro.

Valerio: In questi primi mesi di residenza all’India, i progetti a cui stiamo lavorando sono due: uno è Nascita di un giardino durante il quale ci occuperemo della co-creazione di un giardino in un campo incolto negli spazi abbandonati del Teatro India. L’idea è quella di invitare la cittadinanza, per due domeniche al mese, a osservare questo spazio e la sua trasformazione sottile, ispirata ai principi del Terzo paesaggio e del Giardino in movimento di Gilles Clément. Si tratta di osservare le dinamiche di un campo e orientarle con piccoli interventi, come falciature d’erba, la creazione di piccoli sentieri di radure, qualche seduta. Vorremmo addestrarci ad abitare il selvatico e a innamorarcene, senza doverlo necessariamente addomesticare.

Le compagnie residenti di Oceano Indiano
Le compagnie residenti di Oceano Indiano

L’altro filone di ricerca è più prettamente performativo, siamo in un teatro e abbiamo la voglia e l’esigenza di tornare a quella dimensione da cui entrambi proveniamo. Abbiamo invitato una comunità di persone a Wild Facts/Fatti feroci, laboratorio di pratiche performative aperto e gratuito come la maggior parte delle attività che si svolgono all’interno di Oceano Indiano. Cerchiamo di arrivare alla produzione di uno spettacolo nel 2021, per il quale stiamo gettando i semi: a un certo punto questo giardino ospiterà un accampamento che sarà un fatto performativo.

Leonardo: Il Master PACS è dentro questo viaggio. Il tema è la performatività e lo spazio pubblico, e l’accampamento è uno spazio semi-pubblico che permette la performatività. Di fatto, travasiamo e intensifichiamo in quella settimana del PACS, tutte le questioni che ci stiamo dicendo, con una grande intensità e con un numero alto di persone. In particolare, questo percorso si avvierà nei giorni conclusivi del lavoro sul giardino per cui il gruppo del Master si troverà a collaborare con il gruppo di persone che in queste domeniche ci avrà seguito e, insieme, allestiremo un rito finale. Il giardino sarà inaugurato il 30 maggio con una festa che abbiamo chiamato Festa sortilegio, dove per sortilegio intendiamo il rito di protezione di un luogo e di tutti i luoghi selvatici del mondo. 

Lo scorso dicembre avete vinto il Premio Rete Critica con L’uomo che cammina come miglior progetto artistico e di compagnia. Come nasce quest’opera? Cosa ha rappresentato nel vostro percorso?

Leonardo: L’uomo che cammina nasce nel 2015 come risposta a tutta quella dimensione di ricerca che si era scatenata con la nascita di DOM-, in cui prendemmo il camminare come strumento di apertura. A un certo punto, però, la pressione della radice del teatro è venuta fuori in maniera forte e L’uomo che cammina è divenuto la risposta a come far sì che tutto questo camminare, potesse diventare un fatto performativo e incontrare il teatro. Dal 2015 fino ad oggi abbiamo continuamente rinnovato la domanda perché è uno spettacolo che, essendo così tanto in relazione con il paesaggio, si trasforma in base alle città che attraversiamo, cambiando la nostra stessa idea di teatro.

Se il primo Uomo che cammina aveva delle dimensioni teatrali più esposte, adesso è un lavoro sempre più percettivo e sottile, forse anche più efficace rispetto a quel che accade nel pubblico. L’uomo che cammina nell’edizione milanese, che è quello che Rete Critica ha premiato, raggiunge un po’ un vertice perché è accompagnato anche dal testo di Antonio Moresco, una lingua che porta senso e che diventa una lama che entra nella dimensione percettiva, facendo un affondo che porta al teatro in maniera ancora più netta.

Valerio: L’uomo che cammina è legato a un fumetto da cui trae il titolo di Jiro Taniguchi, con delle tavole disegnate senza dialoghi, in cui c’è un flâneur che attraversa Tokyo, la cui attenzione viene attirata da diversi particolari della città. Da quest’opera abbiamo tratto anche il dispositivo, quello di un uomo che viene spiato da un gruppo di spettatori e che permette, attraverso il suo procedere calmo e disteso, un’apertura rispetto al circostante. Una notazione del circostante che ci consente di fare quel gioco, tramite una serie di alleanze che stringiamo con il territorio, per cui lo spettatore non capisce cosa sia reale e cosa sia invece rappresentazione.

Questo titolo fino ad ora ci ha sempre legati al fatto che il protagonista fosse un uomo, nel nuovo allestimento che stiamo per fare a Friburgo – siamo stati invitati al Festival di Belluard, in Svizzera – ci piacerebbe che si trattasse di una donna. Abbiamo la prima residenza tra poco e ci lanceremo alla ricerca di una protagonista quindi, finalmente, La donna che cammina.

In viaggio con Luca. Un docufilm in omaggio a Luca Ronconi

In viaggio con Luca. Un docufilm in omaggio a Luca Ronconi

Il Teatro di Roma omaggia, a cinque anni dalla scomparsa, Luca Ronconi, maestro di generazioni di attori e artefice di un teatro senza limiti, con la proiezione del docufilm In viaggio con Luca di Gianfranco Capitta e Simone Marcelli, che ne firma anche la regia, in una serata-evento programmata lunedì 2 marzo (ore 20.30) al Teatro Argentina. Un documentario sul lavoro e la personalità del grande regista e geniale innovatore dei linguaggi della scena, che diresse il Teatro di Roma dal 1994 al 1998, ed è qui che creò alcuni dei suoi capolavori, fra i quali Quer pasticciaccio brutto de via Merulana da Gadda, lasciando un’impronta indelebile nella storia culturale della città e dell’intero Paese. Ingresso gratuito con prenotazione fino a esaurimento dei posti disponibili.

In viaggio con Luca racconta, col fascino divulgativo di immagini sorprendenti, la storia di Ronconi, partendo dal luogo esotico in cui quasi casualmente è nato (Susa in Tunisia), ai posti dove è cresciuto e si è formato, prima come attore e poi come regista. Gli spazi che ha ‘inventato’: dalla piazza di Orlando Furioso (poi trasformato in kolossal cinematografico per la Rai tra Cinecittà e Palazzo Farnese di Caprarola), al lago di Zurigo, al Laboratorio di Prato scandito con Gae Aulenti. Laboratorio che si muove tra un teatro trasformato in arena, un misterico orfanotrofio abbandonato, fino alla trasformazione in spazio teatrale di una grande azienda tessile dismessa, il Fabbricone poi imitato in tutta Europa. La sua Utopia ai cantieri navali della Giudecca veneziana, mixando 5 testi di Aristofane su una strada di 60 metri, dove scorrevano cinque automobili, un camion, 25 lettini su rotelle e un aeroplanino Piper. E ancora i paradossi della scienza alla Bovisa, ma anche i trionfi operistici alla Scala, le scritture nei più importanti teatri di Vienna, Parigi, Zurigo, Salisburgo.

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Un’esperienza densa e unica, che ha sempre coniugato la visione spaziale con il peso della parola e la specificità dei suoi attori. Nel film sono fondamentali le interviste agli interpreti di quegli spettacoli, testimoni preziosi, generazioni diverse che sono state da lui formate e sono oggi i protagonisti del nostro teatro, come Massimo PopolizioMassimo De FrancovichFranca Nuti o Umberto OrsiniAnna BonaiutoOttavia Piccolo; ma anche star di cinema e televisione, tra i tanti intervistati: Luca ZingarettiPierfrancesco FavinoFabrizio GifuniAntonello Fassari; e prestigiosi musicisti (il direttore della Scala Chailly) cantanti e personaggi che hanno segnato un’epoca (Raina KabaivanskaEnrico Lucherini, il premio Oscar per la fotografia Vittorio Storaro).

In viaggio con Luca vuol essere il tentativo di ricostruzione di una biografia artistica fondamentale per il nostro spettacolo, il suo linguaggio, i suoi interpreti. Ma è anche il viaggio nella memoria di Gianfranco Capitta, critico teatrale, scrittore e docente accademico, ma soprattutto amico e grande estimatore di Ronconi, i cui molti ricordi personali dipingono l’uomo e l’artista, con uno sguardo intimo ed esperto. Gianfranco Capitta ha seguito da sempre il lavoro di Ronconi in teatro, infatti nel 2012 firma con lo stesso regista un libro (edito da Laterza) sui principi e gli elementi di quel Teatro della conoscenza: l’importanza del testo, il lavoro con gli attori, la reinvenzione dello spazio. Nel filmato è lui a guidare lo spettatore nei luoghi dove Ronconi è nato, vissuto e soprattutto dove ha realizzato i suoi capolavori. Di Gianfranco Capitta è anche la voce conduttrice del racconto.

In viaggio con Luca sarà presentato il 21 febbraio al Piccolo Teatro di Milanoil 25 febbraio al Cinema Massimo di Torino, il 27 febbraio al Teatro Cucinelli di Solomeo (Pg). Il documentario è stato prodotto grazie a un contributo finanziario della Fondazione Brunello e Federica Cucinelli, con il sostegno di Cariplo, e realizzato sotto la sigla produttiva indipendente di “Catrina Producciones” (associazione culturale senza scopo di lucro). Diversi teatri e istituzioni culturali hanno collaborato mettendo a disposizione i loro materiali d’archivio. A realizzarlo una equipe tecnica di operatori con direttore di fotografia e responsabili di montaggio, suono e postproduzione video e color grading.

Anno Zero, il nuovo festival di Scena contemporanea spagnola a Roma

Anno Zero, il nuovo festival di Scena contemporanea spagnola a Roma

Anno Zero è un nuovo festival di Scena contemporanea spagnola a Roma organizzato dalla Real Academia de España in collaborazione con Acción Cultural Española (AC/E), La Pelanda – Mattatoio e Teatro di Roma, a cura di Pablo Fidalgo.

Il festival nasce con l’intento di raccogliere la pluralità di voci delle arti dal vivo e, allo stesso tempo, con una vocazione di continuità nei prossimi anni. Questa prima edizione si svolge tra l’11 e il 15 dicembre in diverse location – la Real Academia de España, La Pelanda – Mattatoio, il Teatro India e infine il quartiere di Garbatella con un’opera itinerante. Tutti gli eventi sono ad ingresso libero fino a esaurimento posti su prenotazione (info@accademiaspagna.org / tel. 06 581 2806)

L’Academia de España occupa un territorio mitico. Tra il Gianicolo, Villa Pamphilj e Trastevere: un colle unico e un paesaggio che ridefinisce in ogni istante la sua relazione e la sua condizione nei confronti della città. L’Academia è sopravvissuta a repubbliche, monarchie, dittature e circostanze storiche di ogni genere. È un simbolo di resistenza, un luogo eccezionale – continuerà ad esserlo anche se lo si dirà mille volte. Concepisco questo ciclo come un’opportunità di presentare artisti spagnoli su una scena, quella romana, che soltanto in questi ultimi anni sembra affacciarsi sull’Europa. Per la prima volta uno degli artisti concettuali più importanti del Paese, Isidoro Valcárcel Medina, sarà ospite dell’Academia de España e creerà un’opera site specific intitolata Confluencias y contraseñas. Collaborare con La Pelanda-Mattatoio e Teatro India-Teatro di Roma è un avvenimento per noi. Proseguendo sulle linee di lavoro dell’Academia degli ultimi anni, concepiamo questa come una collaborazione naturale – e non semplicemente istituzionale – con i due spazi, così interessati negli ultimi tempi alla scena non spettacolare e alla partecipazione del pubblico. Anche il recupero di lavori profondamente spagnoli di artisti che vivono all’estero da anni sembra importante per contribuire all’ossatura di una scena che soffre l’esilio e la precarietà da sempre.

Pertanto, Light years away di Edurne Rubio ci presenta un’opera che è un’esplorazione e al contempo una visita guidata nel buio totale: una discesa nella grotta di Ojo Guareña, e un percorso nella storia dell’essere umano sin dalle sue origini. Celso Fernández Sanmartín presenta A cama do meu avó Manuel Sanmartín, un’opera fatta di memorie orali, di lavoro sul campo, e di interesse profondo nei confronti della verità e dei segreti delle proprie origini. Leonor Leal lavora in Ahora bailo yo, la memoria di suo zio Mario Maya, che nel ’76 reinventò il flamenco con l’opera Camelamos naquerar. Roger Bernat ci invita a ricordare il lavoro Numax-Fagor-plus, ispirato al film di Joaquim Jordà, un regista cinematografico imprescindibile che visse a Roma per sette anni in esilio dal franchismo. Il ciclo si conclude domenica 15, con Storywalker Garbatella, di Fernando Sánchez-Cabezudo. Una passeggiata in questo quartiere storico che recupera i ricordi degli abitanti, attraverso i testi di Luca Oldoni, Pablo Remón, Alberto Conejero, Denise Despeyroux e Pablo Fidalgo. Pertanto, Catalogna, Murcia, Madrid, Galizia, Castilla León, Andalusia… Memoria del lavoro, della vita in campagna, dell’arte, della filosofia, memoria dell’esilio, memoria per mantenersi vigili, memoria vitale. In questo modo il ciclo è un modo per situare, collocare e far conoscere una realtà scenica, la scena contemporanea spagnola, e per suggerire un racconto comune tra artisti molto diversi.

Programma:

• Mercoledì 11 alle ore 19 presso la Real Academia de España en Roma (Piazza San Pietro in Montorio, 3). Celso Fernández Sanmartín presenta A cama do meu avó Manuel Sanmartín Méndez, un’opera fatta di memorie orali, di lavoro sul campo, e di interesse profondo nei confronti delle origini. LINGUA: Spagnolo e gallego

• Giovedì 12 alle ore 20.30 presso La Pelanda, Mattatoio (Piazza Orazio Giustiniani, 4). Light years away di Edurne Rubio ci presenta un’opera che è un’esplorazione, la discesa nella grotta di Ojo Guareña, e un percorso nella storia dell’essere umano sin dalle sue origini. LINGUA: Spagnolo, sottotitoli in italiano

• Venerdì 13 alle ore 20.30 presso La Pelanda, Mattatoio (Piazza Orazio Giustiniani, 4). Leonor Leal lavora sulla memoria di suo zio Mario Maya, che nel ’76 reinventò il flamenco con l’opera Ahora bailo yo. LINGUA: Spagnolo, sottotitoli in italiano

• Sabato 14 alle ore 12 presso la Real Academia de España en Roma (Piazza San Pietro in Montorio, 3). Isidoro Valcárcel Medina, uno degli artisti concettuali più importanti del Paese, sarà ospite dell’Academia per la prima volta e presenterà un’opera creata ad hoc, Confluencias y Contraseñas. LINGUA: Italiano

• Sabato 14 alle ore 18.30 presso Teatro India (Lungotevere Vittorio Gassman, 1). Roger Bernat ci invita a ricordare il lavoro Numax-Fagor-plus, ispirato al film di Joaquim Jordà, un regista cinematografico imprescindibile che visse a Roma per sette anni in esilio dal franchismo. LINGUA: Italiano

• Domenica 15 alle ore 11.30 e alle ore 15 presso 10b Photography (Via San Lorenzo da Brindisi, 10b). Il festival finisce con Storywalker Garbatella, di Fernando Sánchez-Cabezudo nell’ambito del progetto Garbatella Images, presentato da 10b Photography e curato da Sara Alberani, con la direzione artistica di Francesco Zizola. Una passeggiata nel quartiere storico di Garbatella, che recupera le memorie degli abitanti, attraverso i testi di Luca Oldoni, Pablo Remón, Alberto Conejero, Denise Despeyroux e Pablo Fidalgo. LINGUA: Italiano

Gli artisti:

Celso Fernández Sanmartín. Nato nel 1969, Celso Fernández Sanmartín, di Lalín, si è laureato in Filosofia presso l’università di Santiago. Oltre a essere poeta, è cantastorie di racconti della tradizione orale, aspetto professionale che lo porta in diversi luoghi del mondo. Per molti anni, a Lalín, ha lavorato come animatore socioculturale in una casa di riposo. La sua opera poetica è stata pubblicata in gran parte in edizioni d’autore e a bassissima tiratura, il che non le ha impedito di essere enormemente apprezzata dai lettori e dalla critica. Quest’ultima è solita inquadrarlo nella cosiddetta Generazione dei ’90, decennio in cui si è fatto conoscere.

Edurne Rubio. (Spagna, 1974) è un’artista visuale che lavora nel campo delle mostre, performance, cinema e architettura. Realizza frequentemente progetti in situ nello spazio pubblico. La sua ricerca è sempre stata collegata alla percezione individuale o collettiva del tempo e dello spazio. Interessata a contesti che fanno della percezione una variabile data e mutante, dimenticata o archiviata, cerca di associare o contrastare forme di percezione della realtà con l’obiettivo di creare una seconda realtà composta. Negli ultimi anni, il suo lavoro si è avvicinato al documentario e all’antropologia, utilizzando interviste e immagini d’archivio sulla comunicazione orale.

Leonor Leal. Nasce a Jerez de la Frontera. È diplomata al Conservatorio Superior de Danza Clásica y Española, nonché in Magisterio Musical presso l’Università di Siviglia. Decide un giorno di dedicarsi interamente al flamenco e da allora calca le scene internazionali da più di 15 anni collaborando con diverse compagnie come quella di Andrés Marín, Cristina Hoyos o Javier Barón, tra le molte altre. Comincia la sua carriera da sola nel 2008. Premiata come Artista rivelazione dal Festival di Jerez nel 2011, nonché come Artista eccellente dal Concorso coreografico di Madrid. Porta avanti il suo lavoro di ricerca con il Master di Práctica Escénica y Cultura Visual dell’Università di Cuenca in collaborazione con il Museo Reina Sofía. Nel gennaio del 2018 porta in scena per la prima volta, al Teatro Le Garonne di Toulose, il suo spettacolo intitolato Nocturno insieme al chitarrista Alfredo Lagos e al percussionista Antonio Moreno.

Isidoro Valcárcel Medina. Isidoro Valcárcel Medina è nato a Murcia nel 1937 ed è indubbiamente uno degli artisti concettuali spagnoli di maggior levatura di pensiero e visione, nell’entroterra e oltremare. L’estensione della sua opera ha il valore incalcolabile della sua intangibilità: immensa.

Roger Bernat. Inizia la sua formazione nel campo dell’architettura, ed è a partire da qui che si interessa al teatro. Studia Regia e Drammaturgia presso l’Institut del Teatre di Barcellona dove si laurea con il Premio Extraordinario 1996. Nel 2008 comincia a creare spettacoli in cui il pubblico occupa la scena e diventa protagonista: “gli spettatori attraversano un dispositivo che li invita a obbedire o a cospirare e, in ogni caso, a pagare con il proprio corpo e a impegnarsi”.

Fernando Sánchez-Cabezudo. Madrid, 1979. Gestore culturale, regista, attore e scenografo. Lega la sua carriera professionale nelle arti sceniche a un discorso socio-culturale che cerca la partecipazione del pubblico nei processi creativi. Il suo lavoro nella sala Kubrik a Usera e i suoi progetti di creazione sono un punto di riferimento nella gestione di spazi di inclusione con il contesto locale e la cittadinanza.

Open day Dominio Pubblico:   al Teatro Argentina di Roma

Open day Dominio Pubblico: al Teatro Argentina di Roma

Open Day Dominio Pubblico_La città agli Under 25: è già festival!

Dominio Pubblico è un progetto di formazione del pubblico e di orientamento professionale rivolto a ragazzi under 25 che vogliono cimentarsi in un percorso da spettatori attivi, finalizzato alla produzione, promozione e organizzazione di eventi culturali. Il Festival multidisciplinare Dominio Pubblico_La città agli Under 25 si propone di essere il più significativo evento italiano focalizzato sulla creatività under 25 negli ambiti di teatro, danza, musica, arti visive e cortometraggi. È anche un innovativo progetto di formazione del pubblico e di promozione delle discipline dello spettacolo dal vivo grazie a un vero e proprio format originale in base al quale un gruppo di ragazzi diventa la direzione artistica del Festival, curandone ogni aspetto organizzativo, logistico, amministrativo e promozionale. L’intero processo di preparazione del festival rappresenta un’esperienza formativa, stimolante e inclusiva grazie alla quale i ragazzi, oltre che spettatori attivi, potranno anche cimentarsi nel ruolo di operatori culturali. Dal 2015 si rinnova ogni anno la collaborazione e la sinergia con il Teatro di Roma – Teatro Nazionale, main partner del progetto, che nel mese di giugno ospita il festival negli spazi del Teatro India, centro gravitazionale del teatro contemporaneo.

Giovedì 10 ottobre Teatro Argentina

Giovedì 10 ottobre al Teatro Argentina di Roma, dalle ore 17.00 alle 19.30 in Sala Squarzina, si tiene l’incontro, presenziato dalla direzione artistica del Teatro di Roma – Teatro Nazionale e dai ragazzi che hanno preso parte al progetto nelle precedenti edizioni. Un’occasione per entrare da subito nel vivo di Dominio Pubblico e conoscerlo attraverso la voce di chi lo ha vissuto. Tra le mission (audience development, sviluppo dei modelli per le arti sceniche e management culturale) c’è sicuramente la fruizione culturale della città, e non solo, attraverso la visione guidata, rivolta ai ragazzi, dei numerosi eventi legati al mondo dell’arte contemporanea, grazie agli incontri tra i partecipanti al progetto e gli artisti coinvolti.

Per entrare a far parte della community degli under25 di Dominio Pubblico e intraprendere, quindi, un percorso di visione e di avvicinamento allo spettacolo dal vivo, è necessario sottoscrivere l’abbonamento di Dominio che comprende dodici spettacoli delle stagioni del Teatro Argentina e del Teatro India. Per ogni spettacolo compreso nell’abbonamento sono programmati incontri con gli artisti durante i quali sarà possibile conoscere dal vivo i registi, gli autori e gli attori dell’opera. I ragazzi che scelgono di diventare parte attiva all’interno del progetto partono da un percorso di visione per sviluppare e affinare quel gusto critico e quello sguardo consapevole per poter poi selezionare, come direzione artistica, gli eventi del festival che andranno a realizzare.

Già a partire dal 10 ottobre è possibile sfruttare le infinite potenzialità dell’abbonamento DP: i primi 10 che sottoscrivono l’abbonamento hanno la possibilità di ottenere, al prezzo ridotto di 5 euro, un ingresso per La rivolta della dignità/Resurrezione, lo spettacolo di Milo Rau in scena quel giorno alle 21.00 al Teatro Argentina – Teatro di Roma.

Follower, Leader e Pro

Sottoscrivono l’abbonamento come Follower (60 euro + incontri) gli spettatori che seguono il percorso di visione attiva ma non prenderanno parte alla creazione del festival. I Leader accetteranno la sfida di trasformarsi in direzione artistica sottoscrivendo un abbonamento al prezzo di 50 euro. Anche quest’anno il prezzo speciale di 40 euro (abbonamento Pro) per chi vuole mettere in gioco le proprie competenze in materia di fotografia, video montaggi e grafica per rafforzare la produzione e la qualità dei contenuti di tutto il percorso e del festival Dominio Pubblico. Dominio Pubblico è un progetto che ogni anno allarga la propria rete grazie a un costante lavoro di networking che oramai, arrivato al settimo anno, lo vede coinvolto con le più importanti realtà nazionali e internazionali: Mibac, Comune di Roma, Municipi di Roma, Regione Lazio, Circuito Regionale ATCL, Middlesex University of London con cui dal 2018 è iniziato uno scambio artistico che consente una circuitazione sempre più ampia dei giovani artisti. Dominio Pubblico è anche promotore della nascita della rete RisoИanze! Network per la diffusione e tutela del Teatro Under 30.

Dominio Pubblico_La città agli Under 25

Il festival che la giovane direzione artistica Under 25 andrà a realizzare ha una natura multidisciplinare, infatti negli spazi del Teatro India (le due sale, i foyer e l’arena esterna) prenderanno vita eventi di teatro, musica, cinema, danza e arti visive. Perché tutto questo sia possibile, siamo alla ricerca di Under 25 che entrino a far parte della squadra. A questi giovani verrà data la possibilità di cimentarsi in un’operazione davvero stimolante e viva, entrando in contatto diretto con il terreno fertile e sempre incandescente dello spettacolo dal vivo e del management degli eventi culturali.