L'uomo che cammina - DOM

Il rito simpoietico di DOM-. Intervista a Leonardo Delogu e Valerio Sirna

Le città si trasformano, lo spazio pubblico si riconfigura, l’individualità si scardina per aprirsi al rito collettivo. Dove si posiziona il teatro nel percorso di rigenerazione delle pratiche che sovverte la visione antropocentrica dell’ambiente circostante? È in questo campo di indagine, fatto di permeabilità tra corpi e paesaggi, che si sviluppa il lavoro di DOM-, progetto di ricerca nato nel 2013 dalla collaborazione tra Leonardo Delogu e Valerio Sirna.

Vincitori del Premio Rete Critica 2019 con L’uomo che cammina come miglior progetto artistico e di compagnia, gli artisti di DOM- figurano tra le cinque compagnie di Oceano Indiano, sperimentale luogo di residenza e produzione del Teatro di Roma. Raccontando CAMP / Fare campo, il progetto di studio con cui abiteranno criticamente gli spazi del Teatro India, Leonardo Delogu e Valerio Sirna dischiudono le porte di quel teatro italiano che, interdisciplinare e sensibile al presente, ridisegna i confini e segnala nuove direzioni.

L'uomo che cammina - DOM
L’uomo che cammina – DOM

I vostri lavori si dispiegano in una serie di percorsi di rovesciamento e di abitazione critica dello spazio pubblico, che si manifestano in un rito collettivo finale. Come si formalizza questa tensione tra l’assoluta innovazione di inedite possibilità di relazione tra corpo e spazio, tra umano e non umano e il ritorno al nucleo originario del performativo che è il rito, come centro propulsore di futuri possibili?

Valerio Sirna: Parto dalla questione dei “futuri possibili”. In generale, gli studi che stiamo facendo in questo periodo ci orientano verso degli sguardi che cercano di non appiattirsi sulle retoriche dell’apocalissi che appiattiscono l’azione, l’immaginario e ogni possibilità di rigenerare la condizione che stiamo attraversando. Questo non vuol dire che la condizione che stiamo attraversando non sia grave, cioè che non ci sia la possibilità, come dice Donna Haraway, che la complessità si disfi.

Ci sono delle studiose, come appunto Donna Haraway e Rosi Braidotti, a cui ci riferiamo, che si collocano in un filone di ricerca che ha a che fare con il femminismo, l’ecocritica, le ecologie e la biologia. Ci siamo resi conto di non avere veramente tutti gli strumenti per immaginare verso cosa stiamo andando e questo ci permette di credere che possano essere messe in campo delle relazioni che aprono a nuove tematiche. Donna Haraway parla, all’interno di un filone di ricerca che ha a che fare con il femminismo, la filosofia, la biologia evolutiva e i nuovi studi ecologici, della simpoiesi cioè della capacità di creature umane e non umane di allearsi e di creare un dialogo per un’evoluzione e una crescita diversa.

Leonardo Delogu: La necessità del nostro lavoro è quella di creare un rapporto con ciò che sentiamo essere la ferita del tempo. Abbiamo sempre mirato a fare un teatro che non fosse un divertissement, per cui le persone non venissero solo a “consumare” un’ora di spettacolo facendo del teatro un semplice atto confermativo di una modalità di vita. Il desiderio è sempre stato quello, anche utopico, di creare dei lavori che potessero rompere questa dimensione, attraverso cammini molto lunghi, esperienze reali per le persone e non la rappresentazione di un’esperienza. Per questo, lo sfondamento in altre discipline è sempre stato, per noi, un modo per capire come rigenerare il teatro. L’architettura, il camminare, per tanti anni sono stati lo strumento con cui abbiamo contaminato il lavoro e adesso è come se queste direzioni che Valerio cita, fossero diventate la nuova linfa che viene a spostare il linguaggio.

Il rito è nient’altro che la radice prima del teatro, il nostro interesse si rivolge alle modalità in cui portare il teatro alla sua forma originaria di luogo in cui gli umani si ritrovano e traguardano, attraverso un’esperienza collettiva, la propria condizione aprendosi ad altre possibilità. Abbiamo iniziato a parlare di Teatro di paesaggio perché iniziamo a pensarci oltre la sola dimensione umana, pensandoci piuttosto come un sistema di relazioni che tiene insieme le piante, gli animali, l’invisibile.

Proprio in questi giorni siamo sconvolti da un microbo che viene da chissà dove e sovverte un intero meccanismo. Questo è interessante perché racconta, ancora una volta, il rapporto che abbiamo con la dimensione sinpoietica. Ecco che il rito diventa un modo per riprendere quell’origine, trovare le forme per le quali il rito si rinnova e integrarvi le questioni su cui stiamo provando a ragionare.

Valerio: Per noi il solco dell’interdisciplinarietà è importante. Siamo in un momento in cui finalmente tante discipline capiscono il bisogno di entrare in relazione e di ibridarsi. Per noi il teatro è quell’alveo privilegiato per mischiare le cose, per far interagire l’arte teatrale con saperi che provengono dall’architettura e dall’urbanistica, temi a cui siamo sensibili e con cui il camminare ci ha portato a confrontarci spesso. 

Nel presentare il progetto artistico di DOM- parlate di una indagine del linguaggio performativo attraverso l’approccio militante delle Environmental Humanities. Secondo la vostra esperienza artistica, che tipo di impatto pensate che la ricerca ambientale possa avere sulla vita di una società?

Leonardo: Prevedere gli impatti di un’operazione artistica non è mai semplice. Diciamo sempre che l’arte è lì per sollevare domande non per dare delle risposte, ma allo stesso tempo il cambiamento di punto di vista incide sul reale. Quando le persone ci dicono che dopo L’uomo che cammina vedono diversamente la loro città, pensiamo sempre che si sia innescata anche un’abitazione diversa della città, più sensibile, più aperta. Osserviamo che il cercare di essere radicali, di essere vicini a quello che amiamo per quanto possibile, tende anche a dividere: ci sono persone che non riescono a relazionarsi con quel che facciamo e persone che ci entrano profondamente dentro. Quella profondità è capace di creare un innesco. 

Valerio: Un Teatro di paesaggio è un teatro che mira a scardinare l’idea di un’individualità. Forse abbiamo sbagliato a pensare che esista un’individualità, non considerando che ogni organismo è un ecosistema, che è in relazioni visibili e invisibili con il circostante. Accompagnare le persone che si accostano al nostro lavoro in questa visione della realtà è sicuramente una delle sensibilità che vorremmo coltivare.

Leonardo: Si tratta in primo luogo di un lavoro su noi stessi. È quanto stiamo facendo in questi giorni durante il laboratorio Wild Facts / Fatti feroci, che si tiene al Teatro India. Ci stiamo domandando se tutto ciò che ci stiamo dicendo sia afferrabile e condivisibile concettualmente e come far diventare una pratica l’essere connessi con un mondo microbico, con le piante, con gli animali.

Se non avviene una trasformazione nel corpo e nell’habitus della vita, siamo di fronte a una trasformazione mentale che da sola non è sufficiente. Noi stessi siamo calati nel lavoro, guardando cosa accade nel nostro corpo, nella nostra mente, formalizzando pratiche che lavorano in questa direzione. Al laboratorio partecipa un gruppo di persone, una comunità nata da Roma non esiste, che sta giocando con noi a capire come si incarna la simpoiesi.

All’interno di Oceano Indiano, luogo di residenza e produzione del Teatro di Roma, avete proposto e avviato CAMP / Fare campo. Mi raccontate questo progetto che vi vedrà anche alla guida di un percorso laboratoriale inserito nell’offerta formativa del Master PACS?

Valerio: La cosa che ci preme dire come introduzione a Oceano Indiano è che la nuova direzione del Teatro di Roma sta facendo un esperimento che in Italia è abbastanza inedito: ospitare cinque compagnie per tre anni, assegnare loro un budget e chiedergli di co-curare la programmazione di un Teatro Stabile. Nella fattispecie, CAMP / Fare campo il progetto che abbiamo proposto, si colloca in una ricerca sul tema dell’accampamento iniziata negli ultimi anni. Siamo usciti da un triennio di Estate Romana in cui abbiamo camminato, percorso la città, accompagnato e invitato persone a condividere i nostri ragionamenti e l’estate scorsa ci siamo trovati con Roma non esiste ad attraversare la città con un dispositivo di accampamento mobile.

Abbiamo vissuto lo spazio pubblico in un modo a cui non siamo abituati perchè ci sono delle leggi che vietano la possibilità di dormire in una strada, in una piazza o in un parco. Per noi è stato interessante allargare le possibilità che lo spazio pubblico e la legislazione offrono. Siamo in questo filone di ragionamento e vogliamo sviluppare questo tema del campo che poi ha un doppio significato: sia di campo di forze, sia di accampamento.

L’accampamento è il modello abitativo del XXI secolo, uno spazio cui i governi biopolitici si stanno sempre più abituando per far fronte a disastri naturali, alle grandi immigrazioni, per ospitare persone che vivono ai margini, ma sono anche quegli spazi, come gli accampamenti di piazza Tahrir, che hanno ospitato momenti di rivolte. A noi piace intendere l’accampamento come un luogo di studio e di critica rispetto all’abitazione delle città.

Leonardo: E anche come dispositivo che permette di continuare a lavorare dentro quella permeabilità tra la dimensione strettamente umana e la dimensione vegetale e animale. La sottigliezza dei muri dell’accampamento fa in modo che il circostante sia molto più vivo e molto più forte. L’accampamento ci permette, inoltre, di lavorare sulla dimensione della co-creazione e dello stare insieme: è soltanto con la forza dei legami e delle relazioni che oggi si può prefigurare qualcosa che non c’è in questo momento. Per questo, la scelta di dare seguito a questo gruppo di Roma non esiste, guidandolo verso una produzione, risiede nella volontà di evitare che l’accampamento diventi un fatto puramente estetico, perché non può esserlo vista la dimensione di dolore che porta con sé.

C’è bisogno dell’esposizione dei corpi, della comunità e del vivere in comunità. Il tema dunque è indagare come si riesce, nel 2020, a stare in comunità. Sicuramente non sono più le forme degli anni ’70, perché abbiamo raggiunto un livello di comodità tale per cui non possiamo più rinunciare ai bisogni dell’io e vederli dissolversi nel mare magnum della comunità. Come coesistono quindi le individualità? Come si riesce a essere delle volte orizzontali, delle altre verticali, riconfigurando la questione della leadership? Questo ha molto a che fare con il teatro come arte della comunità. Sono stati l’800 e il ‘900 a far nascere il Teatro di regia col grande regista demiurgo che compone lo spettacolo in sala e dà la sua visione al mondo. Non è più quell’epoca, oggi siamo chiamati a starci accanto nella frana dell’ego, però siamo tutti egocentrici ed egoici. Questo diventa il campo di studio e di lavoro.

Valerio: In questi primi mesi di residenza all’India, i progetti a cui stiamo lavorando sono due: uno è Nascita di un giardino durante il quale ci occuperemo della co-creazione di un giardino in un campo incolto negli spazi abbandonati del Teatro India. L’idea è quella di invitare la cittadinanza, per due domeniche al mese, a osservare questo spazio e la sua trasformazione sottile, ispirata ai principi del Terzo paesaggio e del Giardino in movimento di Gilles Clément. Si tratta di osservare le dinamiche di un campo e orientarle con piccoli interventi, come falciature d’erba, la creazione di piccoli sentieri di radure, qualche seduta. Vorremmo addestrarci ad abitare il selvatico e a innamorarcene, senza doverlo necessariamente addomesticare.

Le compagnie residenti di Oceano Indiano
Le compagnie residenti di Oceano Indiano

L’altro filone di ricerca è più prettamente performativo, siamo in un teatro e abbiamo la voglia e l’esigenza di tornare a quella dimensione da cui entrambi proveniamo. Abbiamo invitato una comunità di persone a Wild Facts/Fatti feroci, laboratorio di pratiche performative aperto e gratuito come la maggior parte delle attività che si svolgono all’interno di Oceano Indiano. Cerchiamo di arrivare alla produzione di uno spettacolo nel 2021, per il quale stiamo gettando i semi: a un certo punto questo giardino ospiterà un accampamento che sarà un fatto performativo.

Leonardo: Il Master PACS è dentro questo viaggio. Il tema è la performatività e lo spazio pubblico, e l’accampamento è uno spazio semi-pubblico che permette la performatività. Di fatto, travasiamo e intensifichiamo in quella settimana del PACS, tutte le questioni che ci stiamo dicendo, con una grande intensità e con un numero alto di persone. In particolare, questo percorso si avvierà nei giorni conclusivi del lavoro sul giardino per cui il gruppo del Master si troverà a collaborare con il gruppo di persone che in queste domeniche ci avrà seguito e, insieme, allestiremo un rito finale. Il giardino sarà inaugurato il 30 maggio con una festa che abbiamo chiamato Festa sortilegio, dove per sortilegio intendiamo il rito di protezione di un luogo e di tutti i luoghi selvatici del mondo. 

Lo scorso dicembre avete vinto il Premio Rete Critica con L’uomo che cammina come miglior progetto artistico e di compagnia. Come nasce quest’opera? Cosa ha rappresentato nel vostro percorso?

Leonardo: L’uomo che cammina nasce nel 2015 come risposta a tutta quella dimensione di ricerca che si era scatenata con la nascita di DOM-, in cui prendemmo il camminare come strumento di apertura. A un certo punto, però, la pressione della radice del teatro è venuta fuori in maniera forte e L’uomo che cammina è divenuto la risposta a come far sì che tutto questo camminare, potesse diventare un fatto performativo e incontrare il teatro. Dal 2015 fino ad oggi abbiamo continuamente rinnovato la domanda perché è uno spettacolo che, essendo così tanto in relazione con il paesaggio, si trasforma in base alle città che attraversiamo, cambiando la nostra stessa idea di teatro.

Se il primo Uomo che cammina aveva delle dimensioni teatrali più esposte, adesso è un lavoro sempre più percettivo e sottile, forse anche più efficace rispetto a quel che accade nel pubblico. L’uomo che cammina nell’edizione milanese, che è quello che Rete Critica ha premiato, raggiunge un po’ un vertice perché è accompagnato anche dal testo di Antonio Moresco, una lingua che porta senso e che diventa una lama che entra nella dimensione percettiva, facendo un affondo che porta al teatro in maniera ancora più netta.

Valerio: L’uomo che cammina è legato a un fumetto da cui trae il titolo di Jiro Taniguchi, con delle tavole disegnate senza dialoghi, in cui c’è un flâneur che attraversa Tokyo, la cui attenzione viene attirata da diversi particolari della città. Da quest’opera abbiamo tratto anche il dispositivo, quello di un uomo che viene spiato da un gruppo di spettatori e che permette, attraverso il suo procedere calmo e disteso, un’apertura rispetto al circostante. Una notazione del circostante che ci consente di fare quel gioco, tramite una serie di alleanze che stringiamo con il territorio, per cui lo spettatore non capisce cosa sia reale e cosa sia invece rappresentazione.

Questo titolo fino ad ora ci ha sempre legati al fatto che il protagonista fosse un uomo, nel nuovo allestimento che stiamo per fare a Friburgo – siamo stati invitati al Festival di Belluard, in Svizzera – ci piacerebbe che si trattasse di una donna. Abbiamo la prima residenza tra poco e ci lanceremo alla ricerca di una protagonista quindi, finalmente, La donna che cammina.

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In viaggio con Luca. Un docufilm in omaggio a Luca Ronconi

Il Teatro di Roma omaggia, a cinque anni dalla scomparsa, Luca Ronconi, maestro di generazioni di attori e artefice di un teatro senza limiti, con la proiezione del docufilm In viaggio con Luca di Gianfranco Capitta e Simone Marcelli, che ne firma anche la regia, in una serata-evento programmata lunedì 2 marzo (ore 20.30) al Teatro Argentina. Un documentario sul lavoro e la personalità del grande regista e geniale innovatore dei linguaggi della scena, che diresse il Teatro di Roma dal 1994 al 1998, ed è qui che creò alcuni dei suoi capolavori, fra i quali Quer pasticciaccio brutto de via Merulana da Gadda, lasciando un’impronta indelebile nella storia culturale della città e dell’intero Paese. Ingresso gratuito con prenotazione fino a esaurimento dei posti disponibili.

In viaggio con Luca racconta, col fascino divulgativo di immagini sorprendenti, la storia di Ronconi, partendo dal luogo esotico in cui quasi casualmente è nato (Susa in Tunisia), ai posti dove è cresciuto e si è formato, prima come attore e poi come regista. Gli spazi che ha ‘inventato’: dalla piazza di Orlando Furioso (poi trasformato in kolossal cinematografico per la Rai tra Cinecittà e Palazzo Farnese di Caprarola), al lago di Zurigo, al Laboratorio di Prato scandito con Gae Aulenti. Laboratorio che si muove tra un teatro trasformato in arena, un misterico orfanotrofio abbandonato, fino alla trasformazione in spazio teatrale di una grande azienda tessile dismessa, il Fabbricone poi imitato in tutta Europa. La sua Utopia ai cantieri navali della Giudecca veneziana, mixando 5 testi di Aristofane su una strada di 60 metri, dove scorrevano cinque automobili, un camion, 25 lettini su rotelle e un aeroplanino Piper. E ancora i paradossi della scienza alla Bovisa, ma anche i trionfi operistici alla Scala, le scritture nei più importanti teatri di Vienna, Parigi, Zurigo, Salisburgo.

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Un’esperienza densa e unica, che ha sempre coniugato la visione spaziale con il peso della parola e la specificità dei suoi attori. Nel film sono fondamentali le interviste agli interpreti di quegli spettacoli, testimoni preziosi, generazioni diverse che sono state da lui formate e sono oggi i protagonisti del nostro teatro, come Massimo PopolizioMassimo De FrancovichFranca Nuti o Umberto OrsiniAnna BonaiutoOttavia Piccolo; ma anche star di cinema e televisione, tra i tanti intervistati: Luca ZingarettiPierfrancesco FavinoFabrizio GifuniAntonello Fassari; e prestigiosi musicisti (il direttore della Scala Chailly) cantanti e personaggi che hanno segnato un’epoca (Raina KabaivanskaEnrico Lucherini, il premio Oscar per la fotografia Vittorio Storaro).

In viaggio con Luca vuol essere il tentativo di ricostruzione di una biografia artistica fondamentale per il nostro spettacolo, il suo linguaggio, i suoi interpreti. Ma è anche il viaggio nella memoria di Gianfranco Capitta, critico teatrale, scrittore e docente accademico, ma soprattutto amico e grande estimatore di Ronconi, i cui molti ricordi personali dipingono l’uomo e l’artista, con uno sguardo intimo ed esperto. Gianfranco Capitta ha seguito da sempre il lavoro di Ronconi in teatro, infatti nel 2012 firma con lo stesso regista un libro (edito da Laterza) sui principi e gli elementi di quel Teatro della conoscenza: l’importanza del testo, il lavoro con gli attori, la reinvenzione dello spazio. Nel filmato è lui a guidare lo spettatore nei luoghi dove Ronconi è nato, vissuto e soprattutto dove ha realizzato i suoi capolavori. Di Gianfranco Capitta è anche la voce conduttrice del racconto.

In viaggio con Luca sarà presentato il 21 febbraio al Piccolo Teatro di Milanoil 25 febbraio al Cinema Massimo di Torino, il 27 febbraio al Teatro Cucinelli di Solomeo (Pg). Il documentario è stato prodotto grazie a un contributo finanziario della Fondazione Brunello e Federica Cucinelli, con il sostegno di Cariplo, e realizzato sotto la sigla produttiva indipendente di “Catrina Producciones” (associazione culturale senza scopo di lucro). Diversi teatri e istituzioni culturali hanno collaborato mettendo a disposizione i loro materiali d’archivio. A realizzarlo una equipe tecnica di operatori con direttore di fotografia e responsabili di montaggio, suono e postproduzione video e color grading.

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Anno Zero, il nuovo festival di Scena contemporanea spagnola a Roma

Anno Zero è un nuovo festival di Scena contemporanea spagnola a Roma organizzato dalla Real Academia de España in collaborazione con Acción Cultural Española (AC/E), La Pelanda – Mattatoio e Teatro di Roma, a cura di Pablo Fidalgo.

Il festival nasce con l’intento di raccogliere la pluralità di voci delle arti dal vivo e, allo stesso tempo, con una vocazione di continuità nei prossimi anni. Questa prima edizione si svolge tra l’11 e il 15 dicembre in diverse location – la Real Academia de España, La Pelanda – Mattatoio, il Teatro India e infine il quartiere di Garbatella con un’opera itinerante. Tutti gli eventi sono ad ingresso libero fino a esaurimento posti su prenotazione (info@accademiaspagna.org / tel. 06 581 2806)

L’Academia de España occupa un territorio mitico. Tra il Gianicolo, Villa Pamphilj e Trastevere: un colle unico e un paesaggio che ridefinisce in ogni istante la sua relazione e la sua condizione nei confronti della città. L’Academia è sopravvissuta a repubbliche, monarchie, dittature e circostanze storiche di ogni genere. È un simbolo di resistenza, un luogo eccezionale – continuerà ad esserlo anche se lo si dirà mille volte. Concepisco questo ciclo come un’opportunità di presentare artisti spagnoli su una scena, quella romana, che soltanto in questi ultimi anni sembra affacciarsi sull’Europa. Per la prima volta uno degli artisti concettuali più importanti del Paese, Isidoro Valcárcel Medina, sarà ospite dell’Academia de España e creerà un’opera site specific intitolata Confluencias y contraseñas. Collaborare con La Pelanda-Mattatoio e Teatro India-Teatro di Roma è un avvenimento per noi. Proseguendo sulle linee di lavoro dell’Academia degli ultimi anni, concepiamo questa come una collaborazione naturale – e non semplicemente istituzionale – con i due spazi, così interessati negli ultimi tempi alla scena non spettacolare e alla partecipazione del pubblico. Anche il recupero di lavori profondamente spagnoli di artisti che vivono all’estero da anni sembra importante per contribuire all’ossatura di una scena che soffre l’esilio e la precarietà da sempre.

Pertanto, Light years away di Edurne Rubio ci presenta un’opera che è un’esplorazione e al contempo una visita guidata nel buio totale: una discesa nella grotta di Ojo Guareña, e un percorso nella storia dell’essere umano sin dalle sue origini. Celso Fernández Sanmartín presenta A cama do meu avó Manuel Sanmartín, un’opera fatta di memorie orali, di lavoro sul campo, e di interesse profondo nei confronti della verità e dei segreti delle proprie origini. Leonor Leal lavora in Ahora bailo yo, la memoria di suo zio Mario Maya, che nel ’76 reinventò il flamenco con l’opera Camelamos naquerar. Roger Bernat ci invita a ricordare il lavoro Numax-Fagor-plus, ispirato al film di Joaquim Jordà, un regista cinematografico imprescindibile che visse a Roma per sette anni in esilio dal franchismo. Il ciclo si conclude domenica 15, con Storywalker Garbatella, di Fernando Sánchez-Cabezudo. Una passeggiata in questo quartiere storico che recupera i ricordi degli abitanti, attraverso i testi di Luca Oldoni, Pablo Remón, Alberto Conejero, Denise Despeyroux e Pablo Fidalgo. Pertanto, Catalogna, Murcia, Madrid, Galizia, Castilla León, Andalusia… Memoria del lavoro, della vita in campagna, dell’arte, della filosofia, memoria dell’esilio, memoria per mantenersi vigili, memoria vitale. In questo modo il ciclo è un modo per situare, collocare e far conoscere una realtà scenica, la scena contemporanea spagnola, e per suggerire un racconto comune tra artisti molto diversi.

Programma:

• Mercoledì 11 alle ore 19 presso la Real Academia de España en Roma (Piazza San Pietro in Montorio, 3). Celso Fernández Sanmartín presenta A cama do meu avó Manuel Sanmartín Méndez, un’opera fatta di memorie orali, di lavoro sul campo, e di interesse profondo nei confronti delle origini. LINGUA: Spagnolo e gallego

• Giovedì 12 alle ore 20.30 presso La Pelanda, Mattatoio (Piazza Orazio Giustiniani, 4). Light years away di Edurne Rubio ci presenta un’opera che è un’esplorazione, la discesa nella grotta di Ojo Guareña, e un percorso nella storia dell’essere umano sin dalle sue origini. LINGUA: Spagnolo, sottotitoli in italiano

• Venerdì 13 alle ore 20.30 presso La Pelanda, Mattatoio (Piazza Orazio Giustiniani, 4). Leonor Leal lavora sulla memoria di suo zio Mario Maya, che nel ’76 reinventò il flamenco con l’opera Ahora bailo yo. LINGUA: Spagnolo, sottotitoli in italiano

• Sabato 14 alle ore 12 presso la Real Academia de España en Roma (Piazza San Pietro in Montorio, 3). Isidoro Valcárcel Medina, uno degli artisti concettuali più importanti del Paese, sarà ospite dell’Academia per la prima volta e presenterà un’opera creata ad hoc, Confluencias y Contraseñas. LINGUA: Italiano

• Sabato 14 alle ore 18.30 presso Teatro India (Lungotevere Vittorio Gassman, 1). Roger Bernat ci invita a ricordare il lavoro Numax-Fagor-plus, ispirato al film di Joaquim Jordà, un regista cinematografico imprescindibile che visse a Roma per sette anni in esilio dal franchismo. LINGUA: Italiano

• Domenica 15 alle ore 11.30 e alle ore 15 presso 10b Photography (Via San Lorenzo da Brindisi, 10b). Il festival finisce con Storywalker Garbatella, di Fernando Sánchez-Cabezudo nell’ambito del progetto Garbatella Images, presentato da 10b Photography e curato da Sara Alberani, con la direzione artistica di Francesco Zizola. Una passeggiata nel quartiere storico di Garbatella, che recupera le memorie degli abitanti, attraverso i testi di Luca Oldoni, Pablo Remón, Alberto Conejero, Denise Despeyroux e Pablo Fidalgo. LINGUA: Italiano

Gli artisti:

Celso Fernández Sanmartín. Nato nel 1969, Celso Fernández Sanmartín, di Lalín, si è laureato in Filosofia presso l’università di Santiago. Oltre a essere poeta, è cantastorie di racconti della tradizione orale, aspetto professionale che lo porta in diversi luoghi del mondo. Per molti anni, a Lalín, ha lavorato come animatore socioculturale in una casa di riposo. La sua opera poetica è stata pubblicata in gran parte in edizioni d’autore e a bassissima tiratura, il che non le ha impedito di essere enormemente apprezzata dai lettori e dalla critica. Quest’ultima è solita inquadrarlo nella cosiddetta Generazione dei ’90, decennio in cui si è fatto conoscere.

Edurne Rubio. (Spagna, 1974) è un’artista visuale che lavora nel campo delle mostre, performance, cinema e architettura. Realizza frequentemente progetti in situ nello spazio pubblico. La sua ricerca è sempre stata collegata alla percezione individuale o collettiva del tempo e dello spazio. Interessata a contesti che fanno della percezione una variabile data e mutante, dimenticata o archiviata, cerca di associare o contrastare forme di percezione della realtà con l’obiettivo di creare una seconda realtà composta. Negli ultimi anni, il suo lavoro si è avvicinato al documentario e all’antropologia, utilizzando interviste e immagini d’archivio sulla comunicazione orale.

Leonor Leal. Nasce a Jerez de la Frontera. È diplomata al Conservatorio Superior de Danza Clásica y Española, nonché in Magisterio Musical presso l’Università di Siviglia. Decide un giorno di dedicarsi interamente al flamenco e da allora calca le scene internazionali da più di 15 anni collaborando con diverse compagnie come quella di Andrés Marín, Cristina Hoyos o Javier Barón, tra le molte altre. Comincia la sua carriera da sola nel 2008. Premiata come Artista rivelazione dal Festival di Jerez nel 2011, nonché come Artista eccellente dal Concorso coreografico di Madrid. Porta avanti il suo lavoro di ricerca con il Master di Práctica Escénica y Cultura Visual dell’Università di Cuenca in collaborazione con il Museo Reina Sofía. Nel gennaio del 2018 porta in scena per la prima volta, al Teatro Le Garonne di Toulose, il suo spettacolo intitolato Nocturno insieme al chitarrista Alfredo Lagos e al percussionista Antonio Moreno.

Isidoro Valcárcel Medina. Isidoro Valcárcel Medina è nato a Murcia nel 1937 ed è indubbiamente uno degli artisti concettuali spagnoli di maggior levatura di pensiero e visione, nell’entroterra e oltremare. L’estensione della sua opera ha il valore incalcolabile della sua intangibilità: immensa.

Roger Bernat. Inizia la sua formazione nel campo dell’architettura, ed è a partire da qui che si interessa al teatro. Studia Regia e Drammaturgia presso l’Institut del Teatre di Barcellona dove si laurea con il Premio Extraordinario 1996. Nel 2008 comincia a creare spettacoli in cui il pubblico occupa la scena e diventa protagonista: “gli spettatori attraversano un dispositivo che li invita a obbedire o a cospirare e, in ogni caso, a pagare con il proprio corpo e a impegnarsi”.

Fernando Sánchez-Cabezudo. Madrid, 1979. Gestore culturale, regista, attore e scenografo. Lega la sua carriera professionale nelle arti sceniche a un discorso socio-culturale che cerca la partecipazione del pubblico nei processi creativi. Il suo lavoro nella sala Kubrik a Usera e i suoi progetti di creazione sono un punto di riferimento nella gestione di spazi di inclusione con il contesto locale e la cittadinanza.

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Giovedì 10 ottobre dalle ore 17.00 alle 19.30 in Sala Squarzina si tiene l’incontro OPEN DAY di Festival multidisciplinare Dominio Pubblico_La città agli Under 25, presenziato dalla direzione artistica del Teatro di Roma – Teatro Nazionale

Open day Dominio Pubblico: al Teatro Argentina di Roma

Open Day Dominio Pubblico_La città agli Under 25: è già festival!

Dominio Pubblico è un progetto di formazione del pubblico e di orientamento professionale rivolto a ragazzi under 25 che vogliono cimentarsi in un percorso da spettatori attivi, finalizzato alla produzione, promozione e organizzazione di eventi culturali. Il Festival multidisciplinare Dominio Pubblico_La città agli Under 25 si propone di essere il più significativo evento italiano focalizzato sulla creatività under 25 negli ambiti di teatro, danza, musica, arti visive e cortometraggi. È anche un innovativo progetto di formazione del pubblico e di promozione delle discipline dello spettacolo dal vivo grazie a un vero e proprio format originale in base al quale un gruppo di ragazzi diventa la direzione artistica del Festival, curandone ogni aspetto organizzativo, logistico, amministrativo e promozionale. L’intero processo di preparazione del festival rappresenta un’esperienza formativa, stimolante e inclusiva grazie alla quale i ragazzi, oltre che spettatori attivi, potranno anche cimentarsi nel ruolo di operatori culturali. Dal 2015 si rinnova ogni anno la collaborazione e la sinergia con il Teatro di Roma – Teatro Nazionale, main partner del progetto, che nel mese di giugno ospita il festival negli spazi del Teatro India, centro gravitazionale del teatro contemporaneo.

Giovedì 10 ottobre Teatro Argentina

Giovedì 10 ottobre al Teatro Argentina di Roma, dalle ore 17.00 alle 19.30 in Sala Squarzina, si tiene l’incontro, presenziato dalla direzione artistica del Teatro di Roma – Teatro Nazionale e dai ragazzi che hanno preso parte al progetto nelle precedenti edizioni. Un’occasione per entrare da subito nel vivo di Dominio Pubblico e conoscerlo attraverso la voce di chi lo ha vissuto. Tra le mission (audience development, sviluppo dei modelli per le arti sceniche e management culturale) c’è sicuramente la fruizione culturale della città, e non solo, attraverso la visione guidata, rivolta ai ragazzi, dei numerosi eventi legati al mondo dell’arte contemporanea, grazie agli incontri tra i partecipanti al progetto e gli artisti coinvolti.

Per entrare a far parte della community degli under25 di Dominio Pubblico e intraprendere, quindi, un percorso di visione e di avvicinamento allo spettacolo dal vivo, è necessario sottoscrivere l’abbonamento di Dominio che comprende dodici spettacoli delle stagioni del Teatro Argentina e del Teatro India. Per ogni spettacolo compreso nell’abbonamento sono programmati incontri con gli artisti durante i quali sarà possibile conoscere dal vivo i registi, gli autori e gli attori dell’opera. I ragazzi che scelgono di diventare parte attiva all’interno del progetto partono da un percorso di visione per sviluppare e affinare quel gusto critico e quello sguardo consapevole per poter poi selezionare, come direzione artistica, gli eventi del festival che andranno a realizzare.

Già a partire dal 10 ottobre è possibile sfruttare le infinite potenzialità dell’abbonamento DP: i primi 10 che sottoscrivono l’abbonamento hanno la possibilità di ottenere, al prezzo ridotto di 5 euro, un ingresso per La rivolta della dignità/Resurrezione, lo spettacolo di Milo Rau in scena quel giorno alle 21.00 al Teatro Argentina – Teatro di Roma.

Follower, Leader e Pro

Sottoscrivono l’abbonamento come Follower (60 euro + incontri) gli spettatori che seguono il percorso di visione attiva ma non prenderanno parte alla creazione del festival. I Leader accetteranno la sfida di trasformarsi in direzione artistica sottoscrivendo un abbonamento al prezzo di 50 euro. Anche quest’anno il prezzo speciale di 40 euro (abbonamento Pro) per chi vuole mettere in gioco le proprie competenze in materia di fotografia, video montaggi e grafica per rafforzare la produzione e la qualità dei contenuti di tutto il percorso e del festival Dominio Pubblico. Dominio Pubblico è un progetto che ogni anno allarga la propria rete grazie a un costante lavoro di networking che oramai, arrivato al settimo anno, lo vede coinvolto con le più importanti realtà nazionali e internazionali: Mibac, Comune di Roma, Municipi di Roma, Regione Lazio, Circuito Regionale ATCL, Middlesex University of London con cui dal 2018 è iniziato uno scambio artistico che consente una circuitazione sempre più ampia dei giovani artisti. Dominio Pubblico è anche promotore della nascita della rete RisoИanze! Network per la diffusione e tutela del Teatro Under 30.

Dominio Pubblico_La città agli Under 25

Il festival che la giovane direzione artistica Under 25 andrà a realizzare ha una natura multidisciplinare, infatti negli spazi del Teatro India (le due sale, i foyer e l’arena esterna) prenderanno vita eventi di teatro, musica, cinema, danza e arti visive. Perché tutto questo sia possibile, siamo alla ricerca di Under 25 che entrino a far parte della squadra. A questi giovani verrà data la possibilità di cimentarsi in un’operazione davvero stimolante e viva, entrando in contatto diretto con il terreno fertile e sempre incandescente dello spettacolo dal vivo e del management degli eventi culturali.

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Dominio Pubblico, il Festival under 25 al Teatro India

Sono giovani, creativi e ribelli. Sfidano l’assopimento culturale, riempiono spazi cittadini dimenticati e inondano la capitale con fiumi d’arte e d’intrattenimento. Sono le ragazze e i ragazzi di Dominio Pubblico, il Festival under 25 che al grido di “Tu, solamente sollevati” prenderà avvio il 14 giugno, presso il Teatro India – Teatro di Roma.

Una missione culturale dal respiro internazionale, giunta al suo sesto anno di vita, che fino al 23 giugno vedrà il susseguirsi di circa 50 eventi.

Teatro, danza, musica, circo, cinema e arti visive saranno protagoniste: una multidisciplinarietà capace di soddisfare ogni tipo di fame artistica e di far dialogare appassionati e curiosi di ogni età.

Dominio Pubblico, il Festival under 25
Dominio Pubblico, il Festival under 25

Dominio Pubblico è un festival pensato dai giovani, per tutti.

Guidato dalla direzione artistica di Tiziano Panici, un folto gruppo di under 25 ha lavorato per un intero anno per selezionare gli artisti inseriti nella programmazione, occupandosi dell’organizzazione del Festival nella sua totalità.

La collaborazione con molti partner nazionali, fa di questa manifestazione un importante momento di aggregazione tra realtà culturali di diversa natura, volto a creare un circuito nel quale immettere le proposte teatrali provenienti da giovani artisti e con cui tutelare il patrimonio rappresentato dal teatro under 25.

In questa sesta edizione di Dominio Pubblico molto spazio sarà riservato a meeting, progetti di formazione e workshop. Proprio la formazione di nuovi spettatori è stato il punto di partenza di quest’impresa che oggi si nutre dell’energia dei ragazzi che la rinvigoriscono e del sostegno di molte realtà indipendenti che in questa rete di condivisione si solidificano e si espandono.

In collaborazione con la Middlesex University of London, Dominio Pubblico ospiterà un meeting network internazionale con cui gettare le basi per future partecipazioni ai bandi di finanziamento di Creative Europe e una residenza artistica di 5 giorni riservata a 20 studenti della Scuola di Formazione del Teatro di Roma, che nel corso del Festival proporranno in site specific i propri esiti spettacolari.

Nell’ambito delle partnership internazionali, Lukas Karvelis e Theatre Laboratory Sfumato rispettivamente dalla Lituania e dalla Bulgaria, presenteranno una performance di danza e un progetto multimediale.

Come la ragazza dai rossi capelli che domina la mongolfiera simbolo di questa edizione del Festival Dominio Pubblico, realizzata dall’illustratrice Alessandra Carloni, così i giovani organizzatori sono pronti a elevarsi, a ribellarsi e a fare del Teatro India un faro teatrale per l’intera città di Roma.

Dominio Pubblico sta per iniziare. Noi, solamente solleviamoci!

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Glitters in my tears - Agamennone

Pathei Mathos, soffrire per comprendere. Enzo Cosimi e il Mito nel XXI secolo

Che valore diamo alla parola eroe e quale significato assume la sua morte per la società contemporanea? Tracce di καλὸς καὶ ἀγαθός (kalós kaì agathós) di quello che per i greci era il bello e il buono nell’essere umano, sono ancora le virtù dei nostri tempi per la società e per le élites del sapere del XXI secolo?

“Welcome to my world” potremmo così parafrasare, con il titolo di una delle sue creazioni del 2012, una sezione del mondo e delle visioni di Enzo Cosimi, nelle prospettive che delineano una visuale originale. Roma, la sua città, ha ospitato l’ultima delle sue creazioni Glitters in my tears – Agamennone, andata in scena al Teatro India l’8 e il 9 maggio, nell’ambito della rassegna di danza contemporanea Grandi Pianure, per il Teatro di Roma, curata da Michele Di Stefano, coreografo performer e direttore artistico.

È stato un debutto atteso e partecipato quello di Glitters in my tears – Agamennone.
Un pubblico eterogeneo, costituito da addetti ai lavori e da estimatori della danza contemporanea, ha accolto con calore e con un lungo applauso finale la nuova creazione del coreografo-regista Enzo Cosimi. Due le repliche di quella che vuole essere una Trilogia della vendetta, liberamente ispirata all’Orestea di Eschilo.

Un’opera-archetipo del teatro greco classico costituita da tre tragedie: Agamennone, Le Coefore, Le Eumenidi. L’evoluzione di quel racconto avviene mediante tre azioni. L’uccisione del re acheo Agamennone ordita dalla moglie Clitennestra. La vendetta del figlio Oreste che compirà il matricidio. La sua persecuzione, messa in atto dalle Erinni, e l’assoluzione nel tribunale dell’Areopago.

Una prima considerazione da fare sull’Agamennone di Cosimi riguarda il senso di completezza che caratterizza la sua dimensione artistica, la complementarietà di una molteplicità di linguaggi e di simboli in esso contenuti. Un dettaglio tecnico, sicuramente. Non è scontato però riuscire a compiere una narrazione complessa e senza sbavature, mediante i tormenti e le evoluzioni di tre artisti polimorfi che contribuiscono a realizzare una sinergia tra apporti drammaturgici e performativi, tra poetiche ed estetiche.

Glitters in my tears - Agamennone
Glitters in my tears – Agamennone

Giulio Santolini, Alice Raffaelli e Matteo De Blasio hanno interpretato rispettivamente Agamennone, Clitennestra ed Egisto. Attori e danzatori, nella neutralità cromatica di una scena total white. Bianca come l’intimo indossato, l’uniforme del performer. Corpo, voce e parola risultano essenziali per il concretarsi di un’idea in ogni figura simbolica. L’elemento costitutivo dell’esistenza umana, il vettore delle nostre relazioni è il corpo. Ognuno nasce e vive in un guscio materico che è il mezzo per inserirsi nel mondo e incontrare tutti gli altri. Ognuno, morendo, abbandona la corazza della propria struttura fisica.

Agamennone ( “colui che comanda” ), Clitennestra ( “colei che decide” ) ed Egisto ( “colui che è forte” ) si muovono disegnando linee geometriche di potere. Attraversano lo spazio, lo invadono e lo conquistano. Congiungendosi carnalmente tra di loro, diventano forieri di Eros e Thanatos, di epiche battaglie e vendette di famiglia. Si contaminano con il nero delle maschere, degli oggetti o con il trucco degli occhi. Il condottiero subirà la sorte fatale, uguale a quella lasciata in testimonianza dagli arti disseminati di eroi smembrati sul campo di battaglia.

Agamennone verrà ucciso in una congiura domestica, prima gli verrà strappato, tolto l’indumento bianco. L’eroe squartato rimarrà nudo, coperto di sangue, disteso in una pianura di pezzi umani, di altrettanti eroi uccisi in guerra. L’immagine finale non sarà conclusiva perché Agamennone, dirigendosi verso un’altra dimensione, lascerà la scena, ma è facile immaginare che si delineeranno possibili sviluppi all’orizzonte.

Nel lavoro sul corpo, Enzo Cosimi si sofferma sulla sessualità che, come la parola, è un linguaggio dell’essere umano. Nella costruzione di una partitura coreografica e drammaturgica, il sesso stabilisce una possibilità e una necessità di relazione. È una finestra che si apre su altri mondi. Una delle tante modalità di essere e di comunicare la propria energia, dall’io al tu.

Come ogni linguaggio anche quello sessuale è caratterizzato da ambivalenze. Svela o nasconde, tace o esprime. È un tema molto attuale, peculiare della nostra società “Social friendly”. Così poco socializzante, così tanto disgregante. Il linguaggio sessuale può diventare la falsificazione della verità. Trasformarsi in oppressione dell’altro. Questo esercizio di potere delinea uno scenario in cui prolifera la supremazia degli oggetti sui soggetti. Un trionfo crescente di ipersessualizzazione e auto-oggettivazione che realizzano l’estasi e l’inerzia di cui parlava il teorico francese Jean Baudrillard.

In Glitter in my tears c’è una dimensione a tre dove le strutture di potere e i ruoli di genere si moltiplicano e si dilatano. Le descrizioni “al maschile” di Clitennestra, sopravvissute al logorio dei millenni, sono quelle della drammaturgia greca, contenute nelle opere di Omero, di Eschilo e di Euripide. La trasformazione che la donna compie, da vittima a carnefice, è notevole. Dapprima viene perseguitata dalla maledizione di Afrodite che l’aveva condannata a essere adultera. Successivamente viene costretta a unirsi in matrimonio con l’assassino del suo primo marito Tantalo. Il dolore imposto da Agamennone con il sacrificio della loro figlia Ifigenia, immolata per la vittoria in guerra, aggiungerà tormento nel cuore e nella mente della donna. Quel dolore che è la fonte della conoscenza (Pathei Mathos) come Eschilo proclama: “Soffrire per comprendere, comprendere soffrendo”.

Enzo Cosimi pone la sua Clitennestra in una posizione mediana di una linea astratta. Dove il maschile, il femminile, il potere, la sottomissione e, di conseguenza, il bene e il male se non sono equidistanti, sono contigui. Clitennestra è prima tra i pari, tra Agamennone ed Egisto. Non è Penelope, né una guerriera amazzone. La sua metamorfosi muove dalla sua guerra personale, dal voler vendicare la figlia Ifigenia. Eroe o non-eroe, deciderà le sorti di altre persone. Come un condottiero nel suo campo di battaglia.

Dominatrice che non si sottometterà al desiderio e alla volontà altrui, come non lo faranno Antigone o Medea, vale a dire altre donne della letteratura greca con uno status tragico. Anche lei come Agamennone, però, commetterà degli errori nell’esercizio del potere della sua strategia. Sarà interessante vedere, nella prosecuzione di Cosimi, il momento successivo all’uxoricidio, la crudeltà politica di una tragedia dell’oikos, di una famiglia oltraggiata e allargata. In quella circostanza Clitennestra compirà un atto di ribellione contro il potere precostituito dell’uomo e delle divinità. Subirà successivamente le conseguenze della sovversione dell’ordine, di quel conflitto che da privato diventerà pubblico.

L’opera di Cosimi ancor più di (pre)occuparsi di una catarsi, così come avveniva nel mondo classico, rimanda a quello che Baudrillard indicò come “un’estetizzazione indifferenziata di tutto – ovvero la sua spettacolarizzazione cosmopolita, la sua trasformazione in immagini, la sua organizzazione semiologica”. Questa è probabilmente la connessione temporale di un classico della letteratura tragica greca con l’attualità e il nostro secolo. Quasi senza un rapporto di subalternità tra passato e presente, in quanto l’uno può essere interpretato con le chiavi di lettura dell’altro, ma non completamente determinato o dominato.

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MANICOMIO! MANICOMIO! Sei personaggi in cerca d’autore in mostra al Teatro Valle

MANICOMIO! MANICOMIO! Sei personaggi in cerca d’autore in mostra al Teatro Valle dal 13 aprile al 2 giugno. Alla vigilia dei cento anni (1921-2021) da quella burrascosa prima del 10 maggio del 1921, il teatro propone ai suoi visitatori una mostra per ripercorrere la storia di uno dei testi più emblematici del Novecento, attraverso sei celebri allestimenti che ne hanno segnato il destino.

Attorno alla figura del grande drammaturgo siciliano, ai ricordi della prima e delle successive messinscene, si struttura questa mostra che disegna un percorso a tappe scandito dall’alternarsi dei sei allestimenti in un viaggio che dal 1921 arriva ai giorni nostri, fra locandine d’epoca, testi dei più autorevoli critici del tempo e testimonianze lasciate da Pirandello: una mappatura di memorie e riflessioni restituite al pubblico, in sessioni tematiche, con ricostruzioni nello spazio e proiezioni video, oltre che con materiali testuali e fotografici.

Sei personaggi per sei allestimenti che ricostruiscono e documentano sei messinscene storiche, per riportare alla luce la “molteplicità della verità” che questo testo ha disseminato lungo tutto il secolo scorso. La mostra è stata inaugurata sabato 13 aprile con la prima sessione dedicata allo storico debutto del 1921 con la compagnia diretta da Dario Niccodemi, in esposizione fino al 21 aprile. Si prosegue con la prima ripresa moderna e filologica di Giorgio De Lullo con la compagnia de “I giovani” nel 1964 (dal 25 al 28 aprile); Pirandello chi?, spettacolo di suggestioni e visioni che Memè Perlini costruì nel 1973 e che fu uno dei manifesti della neoavanguardia romana (dal 2 al 5 maggio); la lettura di Mario Missiroli che sottolinea la differenza tra i Personaggi e gli Attori, vestendoli in abiti settecenteschi pronti a una recita goldoniana (dal 9 al 12 maggio); la versione rigenerativa e straniante di Carlo Cecchi del 2003 (dal 16 al 19 maggio); la ricerca e la messa in prova di In cerca d’autore. Studio sui Sei personaggi di Luca Ronconi con gli allievi dell’Accademia D’Amico nel 2012 (dal 23 maggio al 2 giugno).

In cerca d’autore. Studio sui Sei personaggi di Luca Ronconi
In cerca d’autore. Studio sui Sei personaggi di Luca Ronconi

L’irrompere in teatro dei sei personaggi – con la loro storia di vergogne familiari borghesi che chiedono a un gruppo di attori di dar vita al loro dramma – è rievocata in modo spettacolare in sala e sul palcoscenico del Valle da una vera e propria ricostruzione dei personaggi e del capocomico nell’atto dell’ingresso sulla scena. La suggestione è ricreata e fatta rivivere con manichini posizionati come indicato da Pirandello e vestiti con i costumi della Sartoria Farani, inseriti nel gioco di proiezioni di Ernani Paterra. Una installazione che accompagnerà l’avvicendarsi degli allestimenti per l’intera durata della mostra, a rievocare la forza del testo e della sua storica rottura con la tradizione.

A guidare il viaggio un ciclo di incontri con protagonisti e personalità della scena teatrale che di volta in volta apriranno le sessioni dedicate ai sei diversi allestimenti (ciascuna alle ore 17), invitando il pubblico a momenti di ricordo e approfondimento. Inaugura la mostra il 13 aprile l’intervento di Paolo Petroni con una introduzione sulla storica prima di Pirandello. La seconda esposizione dedicata alla messinscena di Giorgio De Lullo è accompagnata il 26 aprile dalla proiezione di un filmato dell’allestimento del 1964. La terza esposizione è introdotta da un ricordo su Memè Perlini e sugli anni delle cantine romane, il 2 maggio, con la proiezione dell’allestimento del 1973. La quarta esposizione il 9 maggio accoglie un intervento di Monica Guerritore e, a seguire, la proiezione di un filmato dell’edizione del 1993 di Mario Missiroli. La quinta esposizione è introdotta il 16 maggio dal filmato della versione di Carlo Cecchi. La sesta esposizione il 23 maggio apre con l’intervento di Roberta Carlotto che ripercorre il lavoro di Luca Ronconi al Centro Teatrale Santacristina.

Inoltre, accompagna la mostra un programma di Colazioni con i Sei Personaggi per chiacchierare attorno a Pirandello. Tre colazioni domenicali – 12, 19, 26 maggio (sempre ore 11) nel Foyer del Teatro Valle – a cura del giornalista e critico teatrale Graziano Graziani, che condurrà delle “interviste impossibili” al fianco di tre scrittori chiamati a conversare ognuno a proprio modo sulle figure dei personaggi.

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Eugenio Barba, Jonah Salz, Akira Matsui, Siviglia 2004 - Ph. Fiora Bemporad

Odin Teatret: una spedizione antropologica lunga 55 anni

Sono trascorsi 55 anni dal 1 ottobre 1964 quando Eugenio Barba fondò l’Odin Teatret riunendo intorno a sé, nella città norvegese di Oslo, un gruppo di attori, di diverse nazionalità, non ammessi alla Scuola di Teatro di Stato. Pur tenendosi sempre ai margini dei circuiti ufficiali, l’Odin Teatret ha saputo aprire una breccia di attivismo e di interculturalità nel teatro del Secondo Novecento, assumendo come fulcro della creazione artistica l’incontro con l’altro e l’impegno sociale.

Nel mese di febbraio, Roma ha voluto celebrare la cinquantennale attività del gruppo, organizzando conferenze, masterclass, workshop, mostre, spettacoli e dimostrazioni di lavoro, distribuiti in alcuni centri culturali della città. Avvalendosi dell’accoglienza riservata loro da Teatro Vascello, Teatro Valle, Teatro Argot, Abraxa Teatro, Palazzo delle Esposizioni e Università La Sapienza, l’Odin ha accompagnato il pubblico romano alla scoperta del proprio universo umano e artistico.

L’instancabile ricerca artistica e antropologica, coadiuvata da pubblicazioni teoriche sull’arte d’attore, fanno dell’Odin Teatret un baluardo di vocazione teatrale. 55 anni di viaggi e migrazioni, volti a raccogliere il siero della cultura spettacolare mondiale. Stormi teatrali dopo un lungo vagare tra Oriente e Occidente, sono giunti al Teatro Vascello, riuscendo a resuscitare l’Albero avvizzito dall’umana barbarie.

Eugenio Barba

 

L’Albero: torneranno gli uccelli

Sgozzare: è quel che fa l’Odin Teatret nello scrigno arancione in cui accoglie gli spettatori. Un tumultuoso rovesciamento del quotidiano, a narrare impavido l’orrore della guerra. L’albero avvizzito è uno scheletro che sorregge il peso doloroso di bambini-soldato addestrati a uccidere per gioco, finiti ammazzati, sgozzati, riconsegnati senza volto alle mani delle proprie madri. Morto ma vigoroso, con le radici ancora affondate nell’arido terreno della speranza. È un albero della vita imbevuto di morte, quel tronco dai mobili rami che gli attori assemblano e spezzano in scena, su cui si arrampicano e si rifugiano. Tra le fronde, Thanatos e Bios, impiccagioni e frutti polposi a fronteggiarsi in attesa che tornino a cantare gli uccelli.

Lo spazio scenico del Teatro Vascello, che nel febbraio scorso ha ospitato lo spettacolo, è completamente sovvertito: il racconto si snoda in un piccolo ambiente costruito dietro il palcoscenico, in cui un ristretto gruppo di spettatori è invitato a prender posto su due tribune contrapposte. Gli spalti, sono costituiti da un lungo tubo grigio che emette vibrazioni e suoni, amplificando il coinvolgimento sensoriale di coloro che, abbattuta la disposizione classica da teatro all’italiana, abitano lo spazio prendendo parte a un evento. La prossemica, punto di forza degli spettacoli dell’Odin, fa sì che gli attori taglino la testa anche al pubblico, testimone inerme, aiutato a indossare collettivamente un telo bianco bucato che ne camuffa i corpi e ne trasforma il capo in trofei venatori da museo.

Al centro, come contenuto da due sponde sabbiose, lo sgorgare dell’interculturalità targata Odin Teatret, in cui attori di provenienze diverse, ricamano il tessuto sonoro e drammaturgico dello spettacolo, ciascuno con il filo dorato della propria tradizione. Le donne della compagnia, Iben Nagel Rasmussen, Elena Floris, Parvathy Baul, Carolina Pizarro e Roberta Carreri, accendono, in un continuo gioco di rifrazioni autobiografiche e numeri musicali multietnici, il lume della crudeltà delle cronache di guerra.

L’albero, Odin Teatret
L’albero, Odin Teatret

Julia Varley e Donald Kitt sono una coppia di dolci monaci che nel deserto siriano piantano un albero dai rami secchi, nella speranza che accolga la nidiata degli uccelli, messi in fuga da bombe e proiettili. Occidente e Oriente mostrano la stessa spietatezza quando a impersonare il conflitto sono due efferati signori della guerra: Kai Bredholt, soldato europeo dagli occhi vitrei che con fisarmonica e tromba, glorifica la sua forza distruttiva e I Wayan Bawa, attore balinese, che fa della danza tradizionale del suo Paese la penna con cui disegnare i tratti di un Ares nero.

Torneranno gli uccelli ma non i bambini uccisi dal conflitto, amara e responsabilizzante consapevolezza che chiude uno spettacolo di forte impatto emotivo ma claudicante per chi dall’Odin si aspetta l’energica prestazione di sempreverdi performers, impegnati in un perpetuo tourbillon antropologico.

L’antropologia teatrale di Eugenio Barba

L’intervento attorale di I Wayan Bawa nello spettacolo L’Albero è, tra tutti, il più emblematico rispetto a quel “cielo comune” in cui fluttuano i diversi saperi artistici dei componenti della compagnia: la danza balinese, nell’espressione performativa della maschera del Re Gambuh, è qui messa al servizio di un racconto della guerra che passa attraverso gli occhi occidentali del regista, Eugenio Barba, e che viene proposto a un pubblico occidentale anch’esso.

Come può, dunque, lo spettatore cogliere il significato di un certo modo di muovere i piedi o di inarcare la schiena tipico di una tradizione artistica a lui sconosciuta, senza che la decontestualizzazione ne depauperi la portata drammatica? L’antropologia teatrale, disciplina fondata da Eugenio Barba negli anni Settanta, parte dalla volontà di risolvere tale quesito e di indagare il comportamento socio-culturale e fisiologico dell’uomo in situazione di rappresentazione.

Da odinteatret.dk - ph. Fiora Bemporad
Da odinteatret.dk – ph. Fiora Bemporad

A tal proposito, nel corso di una conferenza organizzata presso Il Palazzo delle Esposizioni di Roma, con la partecipazione di Franco Ruffini, Julia Varley e Nicola Savarese, Eugenio Barba racconta:

Come fa un attore ad affascinare? Fino al 1963, ho visto attori, in Polonia, che mi affascinavano. Quando nello stesso anno ho assistito a uno spettacolo di Kathakali, fu qualcosa di sconvolgente e mi chiesi perché non mi fossi interessato alle convenzioni del teatro indiano ma, soprattutto, mi domandai perché questi attori riuscissero ad appassionarmi. È talento ciò che mi affascina? Questa domanda mi ha seguito fino al mio trasferimento a Bonn, dove ho iniziato a studiare i costumi, la musica, gli attori, tutti quegli orpelli che mi hanno permesso di vedere il bios, la vita, che sembra muscolare anche se, in realtà, il corpo è quella parte dell’anima che i cinque sensi percepiscono.

Principi-che-ritornano, è questo il modo in cui Barba definisce quei principi archetipi che sono rintracciabili nel lavoro di attori e danzatori appartenenti a epoche e culture differenti: le tecniche extra-quotidiane del corpo, usate in situazione di rappresentazione, tendono all’informazione. Queste tecniche, basate sull’energia e su una cosciente alterazione dell’equilibrio, sono riscontrabili a livello globale, sia nei teatri orientali sia in quelli occidentali.

La convivenza di saperi artistici tradizionali, cifra stilistica delle attività spettacolari dell’Odin Teatret, produce un importante potenziamento delle possibilità comunicative dell’evento scenico. Partendo da questo assunto, risulta chiaro come la danza balinese di I Wayan Bawa riesca a veicolare l’attenzione e la comprensione anche di quello spettatore che si trova affascinato da qualcosa che non conosce ma che, nella cornice dello spettacolo, riesce a riconoscere.

Questo riconoscimento, derivante dalla capacità dell’attore di creare una relazione con chi lo osserva, è frutto di quel processo di canalizzazione dell’energia che Eugenio Barba chiama pre-espressività.

Pre-espressività: il livello base di organizzazione dell’actor’s performance

Il pre-espressivo è quel livello base della comunicazione artistica, capace di stabilire la connessione tra chi agisce e chi osserva. Si tratta di una “fisiologia transculturale”: prescindendo dalla tradizione culturale, la pre-espressività organizza l’energia dell’attore-danzatore in modo che diventi scenicamente viva e che catturi l’attenzione dello spettatore.

Eugenio Barba, Jonah Salz, Akira Matsui, Siviglia 2004 - Ph. Fiora Bemporad
Eugenio Barba, Jonah Salz, Akira Matsui, Siviglia 2004 – Ph. Fiora Bemporad

L’artigianato dell’attore, dunque, è la capacità di trasporre qualsiasi stimolo, proveniente da un testo, dallo spazio, dalla musica, da un quadro, da un ricordo e dargli una consistenza oggettiva che un osservatore può percepire. C’è tutto un flusso di moderazione energetica che può essere utilizzato.

Il training dell’attore non è un allenamento del corpo ma è un allenamento alla giusta predisposizione alla creatività. Tutto il lavoro dell’attore tende a farlo liberare dal riflesso pragmatico, diventato una seconda natura, influenzato dalla famiglia, dalla cultura, dalla scuola. Separarsi dalla spontaneità e dai riflessi condizionati significa poter raggiungere la capacità di ritrovarsi inermi di fronte a una situazione.

In questo modo ogni passo, porta l’attore a scoprirsi ogni giorno e a presentare allo spettatore qualcosa di noto, attraverso una trasfigurazione estetica, tecnica che presuppone una capacità di manipolare l’energia che è fisica, mentale, vocale. L’attore lavora con sé stesso per trasformare il suo spazio interiore in segni estetici.

Con grande generosità, questo lavoro di ricerca e composizione è stato mostrato da Julia Varley e I Wayan Bawa, in una serie di matinée ospitati presso il Teatro Vascello di Roma, a svelare i segreti della creazione Odin.

L’Odin Teatret al Teatro Vascello di Roma: Il tappeto volante e L’attore totale

Un refuso teorico vuole l’operato spettacolare dell’Odin Teatret scevro dall’apporto drammaturgico del testo, basato com’è sull’esperienza empirica di intrecci culturali e sull’incontro, di matrice antropologica e artistica, con l’altro.

In realtà, come Julia Varley ha voluto dimostrare, l’Odin lavora anche a partire dal testo, trattandolo al pari di tutti gli altri elementi costitutivi del corpo di uno spettacolo. Ad alcuni curiosi e appassionati, la storica attrice della compagnia danese ha svelato il rapporto dell’Odin con il testo, per mezzo di una dimostrazione di lavoro intitolata Il tappeto volante.

“Il testo è un tappeto che deve volare lontano”. E non necessariamente nella sua interezza e linearità. La Varley suddivide in due fasi la dimostrazione: una in cui modula l’enunciazione del testo secondo diversi principi (ritmo, illustrazione, azioni, musica, lingua); l’altra in cui recita degli estratti di tutti i testi utilizzati negli spettacoli dell’Odin Teatret dal 1976 ad oggi. Da Brecht a Kafka, il ricco apporto testuale dell’Odin è un trampolino per la creazione di immagini e contenuti, su base improvvisativa, che prendono forma nelle messe in scena attraverso il corpo e la voce degli attori del gruppo.

Allo stesso modo, I Wayan Bawa, ne L’Attore Totale,  rivela i principi tecnico-estetici della danza balinese – arte di tradizione familiare, tramandata di padre in figlio – per mostrare l’innesto delle tecniche compositive orientali sulle creazioni dell’Odin Teatret. A rapire lo sguardo, la sapienza artigiana delle maschere e dei costumi tradizionali indossati dal danzatore nel corso della dimostrazione.

La danza balinese si basa su tre elementi fondamentali: la postura del corpo, ovvero il modo in cui il danzatore compone il proprio corpo in virtù della danza; il ritmo della danza, rapporto tra musica e movimento; il sentimento, la connessione tra corpo e bellezza interiore.

I Wayan Bawa, Odin Teatret
I Wayan Bawa, Odin Teatret

Movimento degli occhi, modulazione della voce e distribuzione del peso corporeo su aree specifiche, caratterizzano la vasta schiera di personaggi maschili e femminili che popolano le danze balinesi. La cifra estetica ed etno-antropologica apportata da I Wanan Bawa al lavoro dell’Odin è un valido esempio della transculturalità di cui il gruppo si alimenta per dare vita alla creazione.

Lo spazio interiore dell’attore

Ma dove avviene la creazione, qual è il suo luogo deputato? Se è vero che l’Odin Teatret è un gruppo che ha incontrato gli spettatori in ogni parte del mondo, dentro e fuori dai teatri, recitando per le strade, in terre sconosciute popolate da piccole tribù, nei centri occupati, in edifici abbandonati, il luogo della creazione non può che essere un non-luogo trasportabile in ogni dove.

Si tratta dello spazio interiore dell’attore, quello spazio di cui Eugenio Barba palesa i confini, dando avvio alla conferenza-spettacolo Modificare il Sahara tenutasi presso il Teatro Valle, con il contributo di Julia Varley.

Lo spazio ha degli occhi e ci obbliga a confessare. La nostra confessione personale è un vomito, un conato malgrado noi e la nostra volontà. Io entro qui, al Teatro Valle, e immediatamente il vomito procurato dallo sguardo sommerge la mia consapevolezza. Questo spazio non è innocente, è qualcosa che domina queste mie reazioni personali e la domanda è: da dove vengono queste reazioni personali? Perché queste reazioni oscurano la percezione del luogo in cui mi trovo, con occhi e sensi nuovi?

Siamo dominati dal nostro spazio interiore che è invisibile e dal quale parte il processo creativo di qualsiasi artista. Qual è il vero processo creativo? Come traghettare quel che avviene dentro di noi sulla scena? Possiamo farlo solo se siamo noi i poeti. E per l’attore da dove proviene questo primo segno concreto che parte dal suo spazio interiore, che lui domina e che lo domina? Il passaggio è traghettare dallo spazio interiore allo spazio esteriore un luogo condiviso che noi conosciamo e che attraverso l’agire dell’attore trasformiamo.

È questa la summa del pensiero di Eugenio Barba sull’arte d’attore: che l’attore sia un Caronte capace di trasportare lo spettatore da una riva all’altra dell’interiorità, perché questo sia capace di abitare il mondo e di osservare la vita attraverso la lente immaginifica dell’arte.

L'Odin Teatret di Eugenio Barba
L’Odin Teatret di Eugenio Barba

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Lettera aperta del Centro Nazionale Drammaturgia Italiana Contemporanea sul destino del Teatro di Roma

Pubblichiamo la lettera aperta del Cendic Centro Nazionale Drammaturgia Italiana Contemporanea alle Istituzioni, alla Sindaca di Roma Virginia Raggi, al Vice Sindaco con delega alle politiche culturali Luca Bergamo, al Presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti, al Presidente del Teatro di Roma Emanuele Bevilacqua, ai componenti del Consiglio di Amministrazione del Teatro di Roma.

LETTERA APERTA

Il Centro Nazionale di Drammaturgia Italiana Contemporanea – CENDIC è un’Associazione di autori teatrali senza scopo di lucro, autofinanziata e retta solo dal lavoro volontario dei soci. Nata nel 2012 per riempire un vuoto istituzionale, dopo la chiusura di ETI e IDI, ha vocazione istituzionale e ha siglato numerosi protocolli di collaborazione con le più importanti Istituzioni culturali del Paese al fine di promuovere e diffondere la drammaturgia italiana in Patria e all’estero, garantendo a tutti gli autori pari opportunità e diritti.

Negli ultimi anni il Cendic e gli autori italiani hanno più volte sollecitato il mondo politico e il mondo dello spettacolo dal vivo nella speranza di esercitare un cambio radicale a favore della cultura prodotta nel nostro Paese, esattamente come accade in tutti gli altri Stati d’Europa.

Al nostro appello per la realizzazione di un Teatro della Drammaturgia Italiana hanno risposto in massa più di milleduecento tra attori, autori, registi, teatri e compagnie di giro. *

Il Cendic chiede a nome di tutti gli autori italiani e a nome degli oltre mille sottoscrittori dell’appello per un Teatro della Drammaturgia Contemporanea che:

  • la nuova nomina del Direttore artistico del Teatro di Roma sia significativa di un cambiamento e che sia prevista la figura di un Drammaturgo quale Consulente Artistico della nuova Direzione.
  • si realizzi un progetto sistemico autentico a favore degli autori teatrali e il Teatro Valle, o il Teatro India, diventi il Teatro della Drammaturgia Italiana.

Confidando che questa richiesta venga accolta e valutata con l’attenzione che crediamo meriti e in attesa di una risposta a riguardo, a nome dei drammaturghi italiani inviamo cordiali saluti e auguri di buon lavoro.

Gli Autori del Centro Nazionale di Drammaturgia Italiana Contemporanea – CENDIC

Roma, 15 ottobre 2018

*Per quanto concerne la storia del Cendic e le testimonianze di adesione alle sue iniziative, alleghiamo i seguenti documenti:

  1. Documento programmatico del Centro Nazionale di Drammaturgia Italiana Contemporanea
  2. Appello CENDIC “Un Teatro per la Drammaturgia Contemporanea”

L’elenco dei 1118 sottoscrittori e dei 113 organismi che hanno aderito all’Appello CENDIC “Un Teatro per la Drammaturgia Contemporanea” è consultabile sul sito del Cendic: http://www.centrodrammaturgia.it/index.php?option=com_content&view=article&id=200:un-teatro-per-la-drammaturgia-contemporanea&catid=35&Itemid=29

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Dominio Pubblico: Giovedì 10 Ottobre OPEN DAY presso il Teatro India

Giunto alla sua sesta edizione, il progetto Dominio Pubblico cresce sempre di più ed è alla ricerca di giovani Under 25 desiderosi e curiosi di cimentarsi in un percorso da spettatori attivi, finalizzato alla produzione, promozione e organizzazione di un festival multidisciplinare. Giovedì 10 Ottobre ci sarà l’OPEN DAY alle ore 16.30, presso il Teatro India per presentare Dominio Pubblico – La città agli under 25 primo festival interamente dedicato alla creatività under 25, organizzato e realizzato da ragazzi che ogni anno formano la direzione artistica del festival che prenderà vita nel mese di giugno negli spazi del Teatro di Roma- Teatro Nazionale. L’intero processo di preparazione del festival rappresenta un’esperienza formativa, stimolante e inclusiva grazie alla quale i ragazzi, oltre che spettatori attivi, potranno anche cimentarsi nel ruolo di operatori culturali.

Perché tutto questo sia possibile, Dominio Pubblico è  alla ricerca di Under 25 che entrino a far parte della squadra. A questi giovani verrà data la possibilità di cimentarsi in un’operazione davvero stimolante e viva che li metta in contatto diretto con il terreno fertile e sempre incandescente dello spettacolo dal vivo.

Quest’anno il progetto Dominio Pubblico è stato riconfermato tra le 20 realtà finanziate dal MIBACT (Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo) per la promozione e la formazione del pubblico con un progetto triennale sviluppato in collaborazione con il Teatro di Roma – Teatro Nazionale, sotto la direzione di Antonio Calbi.

Tutto parte da un percorso di visione: dieci spettacoli selezionati all’interno della programmazione del Teatro di Roma – Teatro Nazionale, main partner del progetto, divisi tra Teatro Argentina, Teatro India e Villa Torlonia. Tra gli autori, interpreti e registi di rilievo che il progetto coinvolgerà quest’anno ci sono Ferdinando Bruni e Elio De Capitani, Marco Martinelli e Ermanna Montanari, Andrea De Rosa, Davide Enia, Eleonora Danco, Emma Dante.

I giovani che vogliono entrare a far parte della community degli Under 25 di Dominio Pubblico dovranno sottoscrivere un abbonamento al prezzo speciale di 60 euro, iniziando così un percorso di visione attiva che prevede una serie di incontri con gli artisti degli spettacoli: registi, autori e attori dell’opera. Il costo dell’abbonamento copre esclusivamente il biglietto degli spettacoli in programma. Tutte le attività di formazione dedicate ai partecipanti sono gratuite e accessibili a tutti i ragazzi nati dopo il ’94. I nuovi spettatori potranno sviluppare e affinare quel gusto critico e quello sguardo consapevole per poter poi selezionare come direzione artistica, gli eventi del festival che andranno a realizzare.

Follower, Leader e Pro

Sottoscrivono l’abbonamento come Follower gli spettatori che seguono il percorso di visione attiva ma non prenderanno parte alla creazione del festival. I Leader accetteranno la sfida di trasformarsi in direzione artistica. Da quest’anno una novità per chi vuole mettere in gioco le proprie competenze in materia di fotografia, video montaggi e grafica: un abbonamento Pro a 40 euro, che prevede il percorso di visione attiva e la partecipazione alla direzione artistica 2018/2019.

Dominio Pubblico – La città agli Under 25

Il festival che la giovane direzione artistica Under 25 andrà a realizzare ha una natura multidisciplinare, infatti negli spazi del Teatro India (le due sale, i foyer e l’arena esterna) prenderanno vita eventi di teatro, musica, cinema, danza e arti visive. L’ultima edizione di Dominio Pubblico – La città agli Under 25 si è conclusa con numeri davvero incoraggianti che hanno confermato il vivo interesse della città di Roma. Sono stati più di 4.000 gli spettatori che hanno seguito gli oltre 50 eventi in programma dal 29 maggio al 6 giugno 2018 rientrati, grazie al Comune di Roma e al patrocinio del Municipio Roma XI, nella programmazione dell’Estate Romana 2018.

SPETTACOLI IN ABBONAMENTO

 

TEATRO ARGENTINA

17 – 21 ottobre
AFGHANISTAN
il grande gioco / enduring freedom
traduzione Lucio De Capitani
regia Ferdinando Bruni e Elio De Capitani
incontro con i registi Ferdinando Bruni e Elio De Capitani

13 – 18 novembre
VA’ PENSIERO
di Marco Martinelli
ideazione e regia Marco Martinelli e Ermanna Montanari
incontro con i registi Marco Martinelli e Ermanna Montanari

22 gennaio – 3 febbraio
LA TRAGEDIA DEL VENDICATORE
di Thomas Middleton
drammaturgia e regia Declan Donnellan
versione italiana Stefano Massini
incontro con la compagnia

20 marzo- 28 maggio
UN NEMICO DEL POPOLO
di Henrik Ibsen
regia Massimo Popolizio
con Massimo Popolizio, Maria Paiato
incontro con Massimo Popolizio e Maria Paiato

7 – 12 maggio
GIULIO CESARE. UCCIDERE IL TIRANNO
riscrittura originale di Fabrizio Sinisi
regia Andrea De Rosa
incontro con il regista Andrea De Rosa

TITO
riscrittura originale di Michele Santeramo
regia Gabriele Russo
incontro con il regista Gabriele Russo

TEATRO INDIA

9 – 28 ottobre
L’ABISSO
tratto da Appunti per un naufragio ( Sellerio Ed. )
uno spettacolo di e con Davide Enia
incontro con il regista e attore Davide Enia

30 ottobre-11 novembre
LA SCORTECATA
liberamente tratto da Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile
testo e regia di Emma Dante
Incontro con la compagnia

27 novembre – 9 dicembre
dEVERSIVO
scritto diretto e interpretato da Eleonora Danco
incontro con l’attrice e regista Eleonora Danco

6 – 18 marzo
TANGO GLACIALE
progetto scene e regia Mario Martone
riallestimento a cura di Raffaele Di Florio e Anna Redi
incontro con la compagnia

Le riunioni settimanali di confronto e preparazione al festival si terranno tutti i lunedì dalle 17.00 alle 19.00, da novembre a maggio 2019.

INFO E ISCRIZIONI

Selene Ambrogi |+39 3387817787
www.dominiopubblicoteatro.it
info@dominiopubblicoteatro.it

DETTAGLI ABBONAMENTO

Follower (solo percorso di visione attiva) 60 euro
Leader (percorso di visione attiva e direzione artistica del festival 2019) 60 euro
Pro (percorso di visione attiva, direzione artistica e competenze tecniche) 40 euro

DOMINIO PUBBLICO

Direzione artistica: Tiziano Panici
Ideazione del progetto: Luca Ricci
Direzione generale: Fabio Morgan

Organizzazione e amministrazione: Alin Cristofori
Comunicazione e grafica: Caterina Occulto
Coordinamento comunicazione: E45 – Gianluca Cheli e Gianni Parrella

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