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Dominio Pubblico_La Città agli Under 25: riparte il festival della Generazione Z

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Dopo un anno di isolamento forzato, in cui a farne le spese sono stati soprattutto i ragazzi e le ragazze, dal 25 giugno al 4 luglio, la città torna agli Under 25 che, con gioia e orgoglio se ne riappropriano, coinvolgendo e chiamando a raccolta l’intero territorio con il festival “Dominio Pubblico_La Città agli Under 25. Per due fine settimana, le nuove leve artistiche torneranno ad abitare gli spazi del Teatro India e dello Spazio Rossellini Polo Culturale Multidisciplinare della Regione Lazio, luoghi simbolo della città di Roma, di cui ci stiamo lentamente riappropriando, con musica, danza, teatro, performance, mostre, installazioni, cinema e arte digitale, incontri e talk. Un viaggio fitto di appuntamenti in un città ridisegnata dalla Generazione Z: multietnica, fluida, partecipata e donna. 

Tanti ospiti speciali e nuovi esperimenti per una staffetta di 30 progetti multidisciplinari che esprimono il bisogno di esserci e di poter dire la propria sulla realtà circostante: una realtà che racconta di lavoratori e lavoratrici sfruttate; di ingiustizie sociali e di diritti umani calpestati; del bisogno di incontro e di contatto tra i corpi che va oltre le barriere di qualsiasi genere; di una politica incapace di dare risposte concrete e immediate, che si perde nei meandri della burocrazia e non riesce invece a dare risposte sincere ai bisogni delle persone. Una realtà soffocata e senza aria, avvolta nel cellophane e dove gli “adulti” non riescono più ad essere credibili e – semplicemente – non hanno risposte. Per questo SOTTOVUOTO è il titolo scelto dalla direzione U25 per questa nuova edizione.

Il direttore artistico Tiziano Panici e la direzione artistica partecipata under 25, raccontano il Festival Dominio Pubblico.

Sta per iniziare l’edizione “Sottovuoto” del Festival Dominio Pubblico _ La città agli under 25, un claim che vuole attivare una riflessione sullo stato di immobilità e asfissia reso visibile dalla pandemia, ma già precedentemente celato nella società contemporanea. Dominio Pubblico, allora, cerca ancora una volta il cambiamento. In che direzione muove la ribellione di quest’anno? 

Tiziano Panici: La ribellione di quest’anno cerca di essere “gentile”, tenendo in considerazione tutti i delicatissimi equilibri che ci circondano dopo l’uscita da un nuovo lungo lockdown durante il quale, tra l’altro, Dominio Pubblico non si è mai fermato. Da gennaio abbiamo realizzato due grandi progetti di street art, Cantieri San Paolo e MA®T 2020 e un bootcamp dedicato alla Paura dell’altro, con il progetto Stati d’Animo realizzato presso il Castello di Santa Severa. Abbiamo poi affiancato il Teatro di Roma nella realizzazione di Immagini di Città e lo Spazio Rossellini in quella di Live Theatre Streaming e infine abbiamo collaborato a IPER: Festival delle Periferie, inoltre la nostra redazione non è sta mai così attiva (e Theatron 2.0 ne sa qualcosa).

Arriviamo quindi a questa ottava edizione del Festival con il fiato un po’ corto e ci sembra che tutta la realtà intorno a noi sia improvvisamente impazzita: le persone sono di nuovo indaffarate, stressate. In questi giorni si è aggiunto anche lo stato di agitazione dei lavoratori e dei tecnici del Teatro di Roma, che potrebbe mettere ulteriormente in difficoltà la gestione degli eventi estivi, tra cui il nostro. Abbiamo già affrontato tutto questo l’estate scorsa e ci è sembrato un miracolo riuscire a realizzare il festival nel 2020. Ora approcciamo a questa ripresa vorticosa con l’intento di non dimenticare la prima regola, la più importante: esserci.

Ci siamo ancora, nonostante tutto, con i nostri fardelli e le nostre paure, le nostre frenesie. Ma dobbiamo cercare di prendere il meglio da questa circostanza, con la consapevolezza che abbiamo avuto la forza di continuare a fare il nostro lavoro e che ancora una volta ragazzi e ragazze molto giovani daranno spazio ad altrettanti artisti ed artiste che aspettano di poter tornare su un palco da più di un anno.
Questo insieme di tensioni finora rimasto celato, è stato descritto dall’artista ironmould che ha realizzato l’immagine guida del festival traducendo visivamente il concetto di SOTTOVUOTO, con i colori vivaci dell’arcobaleno. Siamo pronti a trasformare la nostra energia in qualcosa di esplosivo. Ne vedrete delle belle.

Anche per questa edizione il programma del Festival è ricco e multidisciplinare, come a sfidare gli ostacoli che la pandemia ha posto più e più volte sul percorso di artisti e organizzatori, nel corso dell’ultimo anno e mezzo. In questo contesto, che significato assume oggi l’organizzazione di un evento così articolato, che può contare inoltre sulle forze di ragazzi giovani, intenti a riprendersi i propri spazi?

TP: Senz’altro è un impegno difficile da gestire senza fare errori. È ancora più difficile fare previsioni: il pubblico verrà? Gli artisti saranno contenti? Noi saremo contenti? Proprio per questo ammiro molto la determinazione del gruppo di direzione artistica Under 25 che si è formato quest’anno e quella dello staff che ormai si è consolidato in anni di esperienza: Dominio Pubblico ha ormai una struttura solida che si è molto ingrandita, ma allo stesso tempo continua ad avere un’anima fragile di cui bisogna prendersi cura.

Gli spettacoli che vedrete al Festival sono sempre l’espressione di gruppi di lavoro o singoli artisti che stanno ancora cercando la loro poetica e i mezzi migliori per esprimersi. Però la Generazione Z non ha paura di raccontare il proprio punto di vista: sono acerbi, senz’altro ancora inesperti, ma i temi attorno a cui stanno scaldando il dibattito politico – l’ambiente, la fluidità di genere, il rispetto degli altri, posizione sociale, credo religioso –, li rende degli interlocutori molto più centrati rispetto alle generazioni passate. Inoltre, hanno già scelto di usare i mezzi della cultura, della creatività e dell’arte, della scienza e della politica per difendere le proprie idee.

I giovani non devono ad esempio diventare “digitali”, sono già nati da quella parte della storia e la mia sensazione è che siamo noi i – grandi – a dover faticare per poterci ancora accreditare e dare un senso ai nostri slanci. Mi sembra invece che questa sia una generazione pienamente adiacente al suo tempo: non si sente né in ritardo né in anticipo. Non vuole lottare per trovare il proprio posto: se lo sta già prendendo di diritto. E allo stesso tempo sembra essere più sicura dei propri doveri.

Pertanto credo che sia indispensabile prestare loro ascolto e Dominio Pubblico, ancora una volta, cerca di creare le condizioni perché questo scambio possa avvenire, senza innalzare ulteriori barriere, ma con la consapevolezza che c’è un tempo per essere giovani e che poi quel tempo finisce e inizia per tutti una fase diversa della vita in cui non si deve smettere di credere nei diritti e nei doveri che abbiamo cercato di rispettare fino a quel momento. Mi auguro quindi che questo festival sia una fotografia del mondo che questa generazione vuole cambiare…e che cambierà! 

Con il Festival Dominio Pubblico _ La città agli under 25, viene portato a compimento il percorso annuale della direzione artistica partecipata Under 25. Un traguardo importante che ha il sapore di un ritorno alla vita e alla normalità. Cosa vi aspettate da questa edizione che avete contribuito a costruire?

Direzione artistica under 25: E’ stato un anno particolare: la direzione artistica partecipata Under 25 di Dominio Pubblico non si è mai incontrata al completo dal vivo, se non agli inizi di giugno. Conoscersi su Zoom riuscendo a portare avanti le selezioni e a definire il programma di quello che sarà a tutti gli effetti il nostro Festival, è già di per sé un grande traguardo. Ci aspettiamo che questa edizione sia un nuovo esplosivo inizio, più che il ritorno a una normalità ormai lontana da noi. Ci auguriamo possa essere un trampolino di lancio per molti artisti e molte artiste under 25, ma soprattutto un megafono per dare risonanza alla voce di una generazione che per troppo tempo è rimasta “sottovuoto”. Infine speriamo sia una grande festa, un’occasione di condivisione dopo tanti mesi di distanza. 

La direzione artistica partecipata under 25 di Dominio Pubblico – Ph Roberta Ungaro

Dopo 12 mesi, Dominio Pubblico diventa così l’occasione per toccare con mano questo fermento, con 30 diverse e ricche occasioni di incontro, confronto e scoperta, all’interno di un programma che dialoga con la realtà della Generazione Z, in cui l’arte e la bellezza non fanno distinzioni di sesso e culture. Ecco quindi una line up multietnica ed interculturale che vede protagoniste tante giovani e talentuose artiste, fra cui Margherita Vicario con l’Orchestra Multietnica di Arezzo, Claire Audrin, Ellynora e molti altri giovani talenti.

Ad aprire Dominio Pubblico il 25 giugno saranno le nuove proposte musicali selezionate nel corso dell’ultima edizione di Lazio Sound, con Envoy ed Ellynora pronti a calcare il palco e a portare la loro musica nell’Arena del Teatro India. Altri due artisti vincitori di Lazio Sound sono attesi al Teatro India nel corso di Dominio Pubblico: il 2 luglio sarà la volta dei Santamarya e della loro poesia urbana; il 4 luglio sarà invece la cantautrice “self-made” Claire Audrin a trasportare il pubblico nei suoi universi sonori. Grande attesa anche per l’entrata in scena di un’altra giovane artista: l’attrice e cantautrice Margherita Vicario sarà in scena, insieme all’Orchestra Multietnica di Arezzo, con lo spettacolo “Storie della Buonanotte per Bambine Ribelli” al Teatro India il 27 giugno alle 21:30.

Imperdibili gli appuntamenti del 26 giugno e 3 luglio, a cui assistere live e in diretta streaming dallo Spazio Rossellini con “MATCH, incontro/spettacolo fra  generazioni teatrali a confronto”, un progetto Gli Scarti, ideato da Andrea Cerri e condotto da Graziano Graziani: artisti e compagnie young contro un grande e noto artista del panorama teatrale nazionale. L’appuntamento del 26 giugno vedrà protagoniste Claudia Marsicano ー giovane interprete femminile nota al panorama nazionale e vincitrice del premio UBU 2017 come migliore interprete italiana Under 35 ー e  l’attrice Francesca Benedetti. Mentre il 3 luglio si confronteranno Nicola Borghesi  ー regista e direttore della compagnia Kepler 452  ー e il maestro Gabriele Lavia.

Spazio ai nuovi linguaggi con gli incontri pubblici on-line che coinvolgeranno gli artisti selezionati e alcuni dei massimi esperti nel campo delle live e performing arts digitali. Lunedì 28 giugno, dalle 9:30 alle 18:30, Spazio Rossellini ospiterà uno degli appuntamenti annuali del Network Risonanze, dove si riuniscono i dodici partner della rete per discutere le azioni messe in campo nel corso dell’anno e per confrontarsi sull’esito dei progetti in atto. 

Quest’anno il meeting offre anche un’opportunità di formazione, grazie al progetto Performing + in Tour, promosso dalla Fondazione Piemonte dal Vivo e da Fondazione Compagnia di San Paolo, in collaborazione con Osservatorio Culturale del Piemonte, rivolto sia ai partner della rete sia ad operatori ospiti. Un evento dedicato allo scambio di buone pratiche, alla formazione nell’ambito dei temi della sostenibilità nel mondo culturale, insieme agli esperti di Hangar, alla scoperta dei più innovativi processi di partecipazione dedicata agli spettatori più e meno giovani. Tra i partner dell’iniziativa anche Teatro di Roma/Teatro nazionaleATCL/Circuito Multidisciplinare Regionale del Lazio e C.Re.S.Co.

Tantissimi altri eventi attendono il pubblico in questa edizione, fra concerti, spettacoli, proiezioni e incontri alternati alle performance degli artisti Under 25 selezionati, che si articoleranno durante tutta la manifestazione con teatro, musica, cinema e mostre di arti visive, offrendo una panoramica delle tendenze artistiche e delle nuove istanze portate alla ribalta dai creativi Under 25.

Dominio Pubblico nasce nel 2013 dall’incontro delle direzioni artistiche di Teatro Argot Studio e Teatro dell’Orologio di Roma con il regista e drammaturgo Luca Ricci e viene riconosciuto nel 2015 come una delle 20 realtà meritevoli nel capitolo promozione/ formazione del pubblico dal Ministero dei Beni Culturali. Nel tempo sono entrati a far parte della direzione artistica gli Under 30 delle edizioni passate, dando esempio di concreto co-working artistico e gestionale. Sotto la direzione di Tiziano Panici, oggi, Dominio Pubblico U25 può contare su una comunità di oltre 800 ragazzi, artisti che danno nuova linfa al progetto, con la collaborazione del Teatro di Roma – Teatro Nazionale, main partner dal 2015.

Il Festival “Dominio Pubblico –  La Città agli Under 25” è promosso da Roma Culture, è vincitore dell’Avviso pubblico Estate Romana 2020-2021-2022 curato dal Dipartimento Attività Culturali ed è realizzato in collaborazione con SIAE.
Il progetto è sostenuto da Ministero della Cultura, la Regione Lazio, Roma Culture, Teatro di Roma – Teatro Nazionale, in collaborazione con ATCL Circuito Multidisciplinare del Lazio per Spazio Rossellini Polo Culturale Multidisciplinare della Regione Lazio e Municipio VIII. Dominio Pubblico è un progetto di rete che si fonda sulla collaborazione e sulla condivisione di idee. Per questo motivo ogni anno si estende il network delle realtà con cui collabora, stringendo accordi con importanti partner nazionali e internazionali per quel che riguarda il teatro e le arti emergenti.

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Metamorfosi

Due metodi di rinascita: La Nuit des rois di Copeau e La metamorfosi di Giorgio Barberio Corsetti

Nel 1914 Jacques Copeau debutta con La Nuit des rois di William Shakespeare con un allestimento destinato a fare la storia.
In anni di guerra infatti, Copeau decide di invertire la rotta comune e mettere in scena una commedia shakespeariana, in netto contrasto con la tendenza del tempo di inscenare soprattutto i drammi borghesi e le commedie naturaliste, cercando una nuova via per dialogare con il pubblico e proponendo una visione della scena libera, epurata dai manierismi, in cui l’Illiria di Shakespeare rappresenta ideologicamente un nuovo inizio.

Sarà, l’esperienza della Dodicesima Notte la prova generale del nuovo progetto artistico di Copeau, una riflessione sull’espressione artistica a cui la messa in scena non basta trasformando il suo lavoro in ricerca costante, di lì a poco verrà infatti fondata la scuola dei Copiaus, il cui ideale possiamo riassumere con le parole dello stesso Copeau: «Un movimento generale che a poco a poco si pensa, dà il suo senso ad ogni scena a ogni replica».

Il 9 Maggio di quest’anno si è conclusa l’ultima replica de La Metamorfosi al Teatro Argentina, per la regia di Giorgio Barberio Corsetti, spettacolo con cui sono state finalmente riaperte le porte del Teatro di Roma.
Quest’ultimo allestimento condivide con il lavoro di Copeau la gravosa collocazione temporale, diventando inesorabilmente un momento spartiacque all’interno della riflessione sulle evoluzioni della scena.

Cosa ci dice, dunque, la scelta de La Metamorfosi sull’attuale stato del teatro e della sua percezione di sé?

Partiamo dal titolo, anche chi non è pratico del testo Kafkiano, non può fare a meno di percepire la portata del soggetto dello spettacolo: stiamo assistendo ad una metamorfosi totale, che essa sia permanente o no poco importa, l’importante è che il fruitore come il creatore contemporaneo ne prendano coscienza.

La scelta di Corsetti tuttavia, risulta diametralmente opposta rispetto a quella di Copeau: se la parabola del regista novecentesco era quella ascendente della spensieratezza, quella di Corsetti è una presa di coscienza: la situazione di Gregor Samsa viene infatti accentuata da scelte scenografiche inesorabilmente parlanti: una divisione netta fra un mondo che prosegue, che continua a scorrere, e la stanza a tutti gli effetti da quarantenato di Gregor Samsa, segnata a caratteri cubitali dalla scritta Immondo.

È difficile cercare di comprendere, sia riflettendoci da un punto di vista di evoluzione ideologica del teatro, ma anche più profondamente a livello personale, quale sia la via che meglio dia voce ad un teatro a cui tocca la sorte di vivere un mondo alla fine del mondo.

Tentare una risposta sarebbe un salto troppo ambizioso e lungimirante, ma è sicuramente utile notare la metamorfosi inevitabile che il rientro nelle sale teatrali dopo tutto questo tempo comporta: se nel Novecento, dopo il 1914, la sensazione a cui puntava Copeau era quella della liberazione, la scelta di Corsetti è quella di uno specchio deformante, a cui probabilmente, il pubblico in via di guarigione non è ancora pronto.

La sensazione di schiacciante degradazione di cui il personaggio di Gregor Samsa è metafora spaventa la platea, ma al tempo stesso la libera. Per la prima volta dopo tanto tempo il teatro torna a svolgere una delle sue funzioni più nobili: scuotere le persone sedute in poltrona, spingendole ad uscire dalla sala, più consapevoli della necessità onnipresente di metamorfosi. 

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Piano Operativo

Approvato il Piano Operativo 2021 per lo Spettacolo dal Vivo del Lazio

È stato approvato il nuovo Piano Operativo 2021 per lo Spettacolo dal Vivo del Lazio che vedrà uno stanziamento di oltre 1,9 milioni di euro, il 23% in più rispetto al 2020, a cui si aggiunge oltre 1 milione per progetti di valorizzazione, officine, residenze, bande e cori e manifestazioni folkloristiche. Il Programma 2021, inoltre, prevede la predisposizione di nuove misure per venire incontro alle difficoltà dei tanti operatori del settore derivanti dalle misure per il contenimento della pandemia. Sono allo studio, infatti, ulteriori forme di sostegno e, come già avvenuto nel 2020, verrà valutata la possibilità di concedere deroghe al regolamento regionale e agli avvisi in corso. Così in un comunicato la Regione Lazio.

“L’approvazione di questo nuovo Piano Operativo per lo Spettacolo dal Vivo è fondamentale per dare una risposta concreta alla crisi di tanti operatori del settore e per preparare insieme la ripresa quando ci saremo lasciati alle spalle l’emergenza sanitaria”, ha dichiarato il Presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti. “Nel corso del 2020, abbiamo sostenuto tutte le realtà dello spettacolo con contributi per il pagamento dei canoni di locazione, per la realizzazione di attività di promozione culturale e sociale, anche in remoto, e con contributi una tantum a fondo perduto per mitigare gli effetti negativi dovuti alla chiusura delle sale teatrali e dei luoghi della cultura.

Ma abbiamo anche promosso investimenti innovativi per rafforzare la competitività del settore, favorendo l’adozione di tecnologie digitali e per l’efficientamento energetico: strumenti fondamentali per promuovere il teatro, la musica, la danza perché le porte delle sale si aprano presto a un pubblico ancora più vasto e variegato. Per il 2021, abbiamo intenzione di fare ancora di più perché vogliamo tornare a vivere la Bellezza e per farlo c’é bisogno del lavoro e della passione di ognuno di noi”.

Oltre 1,9 milioni del Piano Operativo sono destinati alle produzioni di spettacolo dal vivo, ai centri di produzione di teatro e danza, ai festival e alle rassegne teatrali, musicali, di danza ma anche circensi e di teatro di strada; ai circuiti regionali, orchestre ed ensemble musicali, ai progetti per favorire l’accesso dei giovani allo spettacolo dal vivo in collaborazione con le istituzioni scolastiche; all’educazione e formazione musicale, teatrale e coreutica; al teatro di figura e alle iniziative di spettacolo dal vivo destinate ai bambini e all’infanzia. A queste risorse si aggiungeranno anche nel 2021, 600mila euro per la Valorizzazione del Patrimonio Culturale attraverso lo Spettacolo dal Vivo destinati alle associazioni che operano nel settore per la realizzazione di progetti in specifici luoghi della cultura del Lazio.

Inoltre, 200mila euro saranno destinati alle Officine culturali e di teatro sociale: progetti biennali che riguardino l’attivazione e gestione di centri di promozione di spettacolo dal vivo e di ‘teatro sociale’; ancora, 91 mila euro verranno investiti per le Residenze artistiche a cui si aggiungono 120mila euro di risorse del Ministero della Cultura, 100mila euro per le bande musicali, i cori, la coreutica e il teatro amatoriale e altri 100mila per i festival del folklore nel Lazio.

Circa 6 milioni di euro saranno destinati, inoltre, a importanti Fondazioni e Associazioni del territorio partecipate dalla Regione Lazio: le Fondazioni dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e del Teatro dell’Opera di Roma Capitale, l’Associazione Teatro di Roma, le Fondazioni Musica per Roma e RomaEuropa Arte e Cultura e ATCL Circuito Multidisciplinare del Lazio. Si tratta di enti di rilevanza sia statale che regionale colpiti, come tutto il resto del settore, dalle restrizioni imposte per l’emergenza epidemiologica che hanno condizionato il regolare svolgimento delle attività di spettacolo dal vivo.

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Tra teatro e scienza, la voce dell’immaginazione. Intervista a Manuela Cherubini

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La scienza e il teatro: siamo abituati a considerare queste due discipline come regioni del sapere ben distinte. Diverse le posture, i linguaggi, gli scopi. Ma forse queste distanze potrebbero ridursi se riuscissimo a tenere aperte delle porte, a riconoscere le radici comuni. Allora le leggi della scienza potrebbero essere uno strumento per ampliare la visione su quei dilemmi che anche il teatro ha da sempre indagato. 

Avvicinare i due mondi è lo scopo della serie di radiodrammi Scienza e fantascienza, un progetto di Giorgio Barberio Corsetti prodotto dal Teatro di Roma. Ogni giovedì fino al 6 maggio verranno pubblicati sul canale Spreaker dello stabile i podcast delle puntate dirette da Paola Rota, Manuela Cherubini, Lacasadargilla, Roberto Rustioni, Giacomo Bisordi, Francesco Villano, Duilio Paciello. I testi scelti per essere interpretati sono molto diversi tra loro, spaziando da opere di fantascienza a lavori di drammaturghi contemporanei. Una particolarità risiede nel fatto che ogni appuntamento termina con un intervento di uno scienziato o scienziata che mette a fuoco uno dei temi trattati nella puntata. 

Un connubio quindi tra la divulgazione e la prova artistica, per la quale la regista Manuela Cherubini non poteva essere persona più indicata. Interessata da sempre al rapporto tra arte e scienza, tra le opere che ha tradotto e messo in scena con la sua compagnia Psicopompo Teatro ci sono quelle di Rafael Spregelburd, fautore di un approccio antiriduzionista, interessato ad introdurre nella drammaturgia modelli provenienti dalla teoria del caos e dalla matematica frattale. 

I radiodrammi che Cherubini ha diretto per la rassegna si basano su tre testi di Elisa Casseri, ingegnere e scrittrice, riuniti sotto il nome di Trittico delle stanze. Tre episodi in cui i legami familiari vengono narrati e interpretati alla luce di altrettante teorie scientifiche — come Casseri aveva fatto anche nel suo ultimo romanzo, La botanica delle bugie, pubblicato per Fandangolibri

Il primo dei tre testi, intitolato La teoria dei giochi, sarà interpretato da Luisa Merloni e Aurora Peres (con il podcast scientifico del Prof. Porretta), seguirà L’orizzonte degli eventi che ha vinto il Premio Riccione per il Teatro e sarà interpretato da Ferruccio Ferrante, Aglaia Mora, Alessandro Riceci e Giulia Weber (con il podcast del Prof. Balbi), infine Il polo dell’inaccessibilità vedrà dietro al microfono Alessandra Di Lernia, Sylvia Milton, Laura Riccioli, Simonetta Solder e Gabriele Zecchiaroli (con il podcast della Dott.ssa Negri).

Abbiamo intervistato Manuela Cherubini per chiederle qualcosa in più su questa esperienza, di cui abbiamo scoperto anche un risvolto politico ed esistenziale: la regista era tra gli occupanti del Teatro Valle, luogo nel quale i podcast sono stati registrati.

È da tanto tempo che la scienza entra nella tua ricerca artistica. Quali sono gli stimoli maggiori che hai trovato nel pensiero scientifico per la pratica teatrale?

Gli stimoli artistici e scientifici nella mia vita sono arrivati insieme, vengo da una famiglia di musicisti e scienziati. La divisione tra questi due approcci cognitivi alla realtà, io non l’ho mai vissuta come tale. Sicuramente entrambi i linguaggi si sono autoalimentati nel corso della mia formazione e del mio sviluppo artistico.

La scienza può essere per il teatro una fonte di idee e di spunti che confluiscono in una drammaturgia, come nel caso dei radiodrammi, ma può anche costituire uno sfondo teorico che ha a che fare con il come si sta in scena.

Sì, in questa direzione vanno gli esercizi «sistemici» creati da José Sanchis Sinisterra, uno dei maestri più importanti che ho avuto che parte dallo strutturalismo per arrivare alla teoria della complessità. Io li uso come allenamento attoriale per esplorare le possibilità espressive sia del corpo che della voce, attraverso uno schema di ripetizione di unità minime di azione che si sviluppano con delle modulazioni o delle trasgressioni rispetto al sistema di partenza. 

Inoltre il gioco teatrale può essere visto come un dispositivo che si avvicina alla realtà, la annusa, la osserva, cerca di tradurla in un linguaggio scenico che sia visivo, uditivo e di respiro. Un vero e proprio sistema dove fluiscono moltissime energie legate alla nostra sensorialità e all’elaborazione che ne facciamo poi a livello intellettuale. Tutto questo è leggibile attraverso un dispositivo di tipo scientifico.

Con Elisa Casseri avevi già ideato la rassegna Co(n)scienza, trasmessa sui canali dell’Angelo Mai e appena ricominciata con un nuovo ciclo. Cosa si genera nell’incontro tra pensatori, scienziati da un lato e teatranti, artisti dall’altro?

È grazie al Centro Ricerche Musicali di Roma, guidato da Michelangelo Lupone e Laura Bianchini, che dal 2000 se non prima sono stata coinvolta nei convegni di Arte e Scienza e in quelli di Musica e Scienza. Da lì è partita l’ideazione di questa rassegna con Elisa Casseri e Giorgina Pi, in cui abbiamo proseguito a mettere l’uno di fronte all’altro artisti e scienziati per mostrare che questi mondi non sono così separati. 

Per fare un esempio, quando nel primo ciclo di incontri ho dialogato con Alessio Porretta che insegna Matematica all’Università di Tor Vergata, Elisa Casseri sottolineava quanto io usassi un linguaggio matematico e quanto Porretta uno artistico. Lo scopo di questi dialoghi è quello di avvicinare i due mondi e di fornire ad entrambi un pezzetto in più di visione. L’immaginazione è alla base di entrambe le discipline, quindi più viene nutrita questa strana natura che possediamo, più abbiamo possibilità di fare delle cose belle.

È molto interessante il riferimento all’immaginazione nei riguardi della scienza, di cui forse si ha un’idea un po’ imbalsamata a volte.

Senza l’immaginazione la scienza non va da nessuna parte, anzi forse è l’ambito dove è più sfrenata! In un prossimo incontro dialogherò con Paolo Tozzi, uno scienziato dell’osservatorio di Arcetri, che osserva le galassie a centinaia di migliaia di anni luce da noi. Bisogna avere parecchia immaginazione anche solo per concepire il desiderio raggiungere mete apparentemente così irraggiungibili. Così come il concetto di infinito, tu riesci ad immaginarlo? È una sfida immaginativa e l’immaginazione è un muscolo, lo dico sempre così agli attori, bisogna allenarlo in tutte le direzioni possibili.

Parliamo ora di Trittico delle stanze. Come è stato misurarti con un radiodramma?

Avevo già ideato e recitato in alcuni radiodrammi ma è la prima volta che mi sono confrontata con testi di impianto drammaturgico più classico come questi di Elisa Casseri, fatto salvo per il dispositivo che li guida che è di tipo scientifico. L’autrice penso sia una delle voci più originali e interessanti del panorama letterario italiano, ha la capacità di lavorare a tutto tondo sulla scrittura con questo sguardo di taglio scientifico ma sulle vicende più fortemente emotive.

Amo moltissimo la radio e la voce, penso che il teatro da ascoltare sia la modalità meno tarpante rispetto all’assenza del teatro in presenza, riesce a restituire di più rispetto ad altri media come il lo streaming in video. L’ascolto riesce a creare quella condizione di intimità e apertura della percezione che necessita il teatro. Ci ho lavorato creando degli ibridi, degli oggetti a cavallo tra il radiodramma e il radiofilm, insieme all’ingegnere del suono Graziano Lella abbiamo dato vita a dei paesaggi sonori emotivi che conducessero chi ascolta attraverso le azioni contenute nelle opere.

Nel Trittico alcune teorie scientifiche si mostrano nella vita quotidiana, prendendo forma nei legami familiari. Le consideri suggestioni immaginative oppure credi che in qualche modo ci sia un legame tra queste leggi universali e le nostre esistenze individuali?

Io penso che un legame ci sia, innanzitutto perché queste leggi universali le abbiamo scritte noi, che siamo esseri umani con carne ossa emozioni sentimenti e con un linguaggio, lo strumento attraverso il quale costruiamo teorie. Quante volte ci è difficile comunicare i nostri sentimenti attraverso la parola? La stessa difficoltà incontra la scienza a comunicare alcuni concetti con un determinato linguaggio. È lo stesso tipo di spinta, se io analizzo il rapporto tra me e mio fratello, ad esempio attraverso lo strumento della psicoanalisi o della letteratura, non vedo perché ciò non possa accadere anche attraverso il linguaggio e la visione di fenomeni scientifici che ci riguardano. 

Nel primo dei tre testi il cardine è la teoria dei giochi matematici, che nasce dal rapporto tra giocatori o gioc-attori, ovvero persone che agiscono. Come quando incontriamo una persona e proviamo ad immaginare tutte le probabilità, le sue possibili mosse…possiamo osservare questi comportamenti da un punto di vista analitico o scientifico.

Questi podcast sono stati registrati al Teatro Valle, un luogo che ha una storia particolare per la scena teatrale romana.

Ho partecipato all’occupazione del Valle, ero nel gruppo che è entrato per la prima volta il 14 giugno 2011, quindi per me quel luogo ha un significato importante. Tornarci a lavorare è stata un’esperienza fortissima. L’ultima volta che ci ero entrata era il 2014, nel momento in cui si è chiusa l’occupazione. Quando negli anni successivi ci sono stati piccoli eventi nel foyer organizzati dal Teatro di Roma, avevo difficoltà ad andarci. 
Abbiamo restituito il teatro al governo della città chiedendo che lo spazio rimanesse pubblico e che non fosse riconvertito ad altro scopo, queste condizioni erano state accettate ma da allora è successo ben poco, il teatro non è stato riaperto alla cittadinanza in quanto tale. Da un lato è stato molto bello rientrare lì per fare teatro, anche se senza spettatori, dall’altro la ferita di questo luogo ancora non restituito si è fatta sentire.

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L'uomo che cammina - DOM

Il rito simpoietico di DOM-. Intervista a Leonardo Delogu e Valerio Sirna

Le città si trasformano, lo spazio pubblico si riconfigura, l’individualità si scardina per aprirsi al rito collettivo. Dove si posiziona il teatro nel percorso di rigenerazione delle pratiche che sovverte la visione antropocentrica dell’ambiente circostante? È in questo campo di indagine, fatto di permeabilità tra corpi e paesaggi, che si sviluppa il lavoro di DOM-, progetto di ricerca nato nel 2013 dalla collaborazione tra Leonardo Delogu e Valerio Sirna.

Vincitori del Premio Rete Critica 2019 con L’uomo che cammina come miglior progetto artistico e di compagnia, gli artisti di DOM- figurano tra le cinque compagnie di Oceano Indiano, sperimentale luogo di residenza e produzione del Teatro di Roma. Raccontando CAMP / Fare campo, il progetto di studio con cui abiteranno criticamente gli spazi del Teatro India, Leonardo Delogu e Valerio Sirna dischiudono le porte di quel teatro italiano che, interdisciplinare e sensibile al presente, ridisegna i confini e segnala nuove direzioni.

L'uomo che cammina - DOM
L’uomo che cammina – DOM

I vostri lavori si dispiegano in una serie di percorsi di rovesciamento e di abitazione critica dello spazio pubblico, che si manifestano in un rito collettivo finale. Come si formalizza questa tensione tra l’assoluta innovazione di inedite possibilità di relazione tra corpo e spazio, tra umano e non umano e il ritorno al nucleo originario del performativo che è il rito, come centro propulsore di futuri possibili?

Valerio Sirna: Parto dalla questione dei “futuri possibili”. In generale, gli studi che stiamo facendo in questo periodo ci orientano verso degli sguardi che cercano di non appiattirsi sulle retoriche dell’apocalissi che appiattiscono l’azione, l’immaginario e ogni possibilità di rigenerare la condizione che stiamo attraversando. Questo non vuol dire che la condizione che stiamo attraversando non sia grave, cioè che non ci sia la possibilità, come dice Donna Haraway, che la complessità si disfi.

Ci sono delle studiose, come appunto Donna Haraway e Rosi Braidotti, a cui ci riferiamo, che si collocano in un filone di ricerca che ha a che fare con il femminismo, l’ecocritica, le ecologie e la biologia. Ci siamo resi conto di non avere veramente tutti gli strumenti per immaginare verso cosa stiamo andando e questo ci permette di credere che possano essere messe in campo delle relazioni che aprono a nuove tematiche. Donna Haraway parla, all’interno di un filone di ricerca che ha a che fare con il femminismo, la filosofia, la biologia evolutiva e i nuovi studi ecologici, della simpoiesi cioè della capacità di creature umane e non umane di allearsi e di creare un dialogo per un’evoluzione e una crescita diversa.

Leonardo Delogu: La necessità del nostro lavoro è quella di creare un rapporto con ciò che sentiamo essere la ferita del tempo. Abbiamo sempre mirato a fare un teatro che non fosse un divertissement, per cui le persone non venissero solo a “consumare” un’ora di spettacolo facendo del teatro un semplice atto confermativo di una modalità di vita. Il desiderio è sempre stato quello, anche utopico, di creare dei lavori che potessero rompere questa dimensione, attraverso cammini molto lunghi, esperienze reali per le persone e non la rappresentazione di un’esperienza. Per questo, lo sfondamento in altre discipline è sempre stato, per noi, un modo per capire come rigenerare il teatro. L’architettura, il camminare, per tanti anni sono stati lo strumento con cui abbiamo contaminato il lavoro e adesso è come se queste direzioni che Valerio cita, fossero diventate la nuova linfa che viene a spostare il linguaggio.

Il rito è nient’altro che la radice prima del teatro, il nostro interesse si rivolge alle modalità in cui portare il teatro alla sua forma originaria di luogo in cui gli umani si ritrovano e traguardano, attraverso un’esperienza collettiva, la propria condizione aprendosi ad altre possibilità. Abbiamo iniziato a parlare di Teatro di paesaggio perché iniziamo a pensarci oltre la sola dimensione umana, pensandoci piuttosto come un sistema di relazioni che tiene insieme le piante, gli animali, l’invisibile.

Proprio in questi giorni siamo sconvolti da un microbo che viene da chissà dove e sovverte un intero meccanismo. Questo è interessante perché racconta, ancora una volta, il rapporto che abbiamo con la dimensione sinpoietica. Ecco che il rito diventa un modo per riprendere quell’origine, trovare le forme per le quali il rito si rinnova e integrarvi le questioni su cui stiamo provando a ragionare.

Valerio: Per noi il solco dell’interdisciplinarietà è importante. Siamo in un momento in cui finalmente tante discipline capiscono il bisogno di entrare in relazione e di ibridarsi. Per noi il teatro è quell’alveo privilegiato per mischiare le cose, per far interagire l’arte teatrale con saperi che provengono dall’architettura e dall’urbanistica, temi a cui siamo sensibili e con cui il camminare ci ha portato a confrontarci spesso. 

Nel presentare il progetto artistico di DOM- parlate di una indagine del linguaggio performativo attraverso l’approccio militante delle Environmental Humanities. Secondo la vostra esperienza artistica, che tipo di impatto pensate che la ricerca ambientale possa avere sulla vita di una società?

Leonardo: Prevedere gli impatti di un’operazione artistica non è mai semplice. Diciamo sempre che l’arte è lì per sollevare domande non per dare delle risposte, ma allo stesso tempo il cambiamento di punto di vista incide sul reale. Quando le persone ci dicono che dopo L’uomo che cammina vedono diversamente la loro città, pensiamo sempre che si sia innescata anche un’abitazione diversa della città, più sensibile, più aperta. Osserviamo che il cercare di essere radicali, di essere vicini a quello che amiamo per quanto possibile, tende anche a dividere: ci sono persone che non riescono a relazionarsi con quel che facciamo e persone che ci entrano profondamente dentro. Quella profondità è capace di creare un innesco. 

Valerio: Un Teatro di paesaggio è un teatro che mira a scardinare l’idea di un’individualità. Forse abbiamo sbagliato a pensare che esista un’individualità, non considerando che ogni organismo è un ecosistema, che è in relazioni visibili e invisibili con il circostante. Accompagnare le persone che si accostano al nostro lavoro in questa visione della realtà è sicuramente una delle sensibilità che vorremmo coltivare.

Leonardo: Si tratta in primo luogo di un lavoro su noi stessi. È quanto stiamo facendo in questi giorni durante il laboratorio Wild Facts / Fatti feroci, che si tiene al Teatro India. Ci stiamo domandando se tutto ciò che ci stiamo dicendo sia afferrabile e condivisibile concettualmente e come far diventare una pratica l’essere connessi con un mondo microbico, con le piante, con gli animali.

Se non avviene una trasformazione nel corpo e nell’habitus della vita, siamo di fronte a una trasformazione mentale che da sola non è sufficiente. Noi stessi siamo calati nel lavoro, guardando cosa accade nel nostro corpo, nella nostra mente, formalizzando pratiche che lavorano in questa direzione. Al laboratorio partecipa un gruppo di persone, una comunità nata da Roma non esiste, che sta giocando con noi a capire come si incarna la simpoiesi.

All’interno di Oceano Indiano, luogo di residenza e produzione del Teatro di Roma, avete proposto e avviato CAMP / Fare campo. Mi raccontate questo progetto che vi vedrà anche alla guida di un percorso laboratoriale inserito nell’offerta formativa del Master PACS?

Valerio: La cosa che ci preme dire come introduzione a Oceano Indiano è che la nuova direzione del Teatro di Roma sta facendo un esperimento che in Italia è abbastanza inedito: ospitare cinque compagnie per tre anni, assegnare loro un budget e chiedergli di co-curare la programmazione di un Teatro Stabile. Nella fattispecie, CAMP / Fare campo il progetto che abbiamo proposto, si colloca in una ricerca sul tema dell’accampamento iniziata negli ultimi anni. Siamo usciti da un triennio di Estate Romana in cui abbiamo camminato, percorso la città, accompagnato e invitato persone a condividere i nostri ragionamenti e l’estate scorsa ci siamo trovati con Roma non esiste ad attraversare la città con un dispositivo di accampamento mobile.

Abbiamo vissuto lo spazio pubblico in un modo a cui non siamo abituati perchè ci sono delle leggi che vietano la possibilità di dormire in una strada, in una piazza o in un parco. Per noi è stato interessante allargare le possibilità che lo spazio pubblico e la legislazione offrono. Siamo in questo filone di ragionamento e vogliamo sviluppare questo tema del campo che poi ha un doppio significato: sia di campo di forze, sia di accampamento.

L’accampamento è il modello abitativo del XXI secolo, uno spazio cui i governi biopolitici si stanno sempre più abituando per far fronte a disastri naturali, alle grandi immigrazioni, per ospitare persone che vivono ai margini, ma sono anche quegli spazi, come gli accampamenti di piazza Tahrir, che hanno ospitato momenti di rivolte. A noi piace intendere l’accampamento come un luogo di studio e di critica rispetto all’abitazione delle città.

Leonardo: E anche come dispositivo che permette di continuare a lavorare dentro quella permeabilità tra la dimensione strettamente umana e la dimensione vegetale e animale. La sottigliezza dei muri dell’accampamento fa in modo che il circostante sia molto più vivo e molto più forte. L’accampamento ci permette, inoltre, di lavorare sulla dimensione della co-creazione e dello stare insieme: è soltanto con la forza dei legami e delle relazioni che oggi si può prefigurare qualcosa che non c’è in questo momento. Per questo, la scelta di dare seguito a questo gruppo di Roma non esiste, guidandolo verso una produzione, risiede nella volontà di evitare che l’accampamento diventi un fatto puramente estetico, perché non può esserlo vista la dimensione di dolore che porta con sé.

C’è bisogno dell’esposizione dei corpi, della comunità e del vivere in comunità. Il tema dunque è indagare come si riesce, nel 2020, a stare in comunità. Sicuramente non sono più le forme degli anni ’70, perché abbiamo raggiunto un livello di comodità tale per cui non possiamo più rinunciare ai bisogni dell’io e vederli dissolversi nel mare magnum della comunità. Come coesistono quindi le individualità? Come si riesce a essere delle volte orizzontali, delle altre verticali, riconfigurando la questione della leadership? Questo ha molto a che fare con il teatro come arte della comunità. Sono stati l’800 e il ‘900 a far nascere il Teatro di regia col grande regista demiurgo che compone lo spettacolo in sala e dà la sua visione al mondo. Non è più quell’epoca, oggi siamo chiamati a starci accanto nella frana dell’ego, però siamo tutti egocentrici ed egoici. Questo diventa il campo di studio e di lavoro.

Valerio: In questi primi mesi di residenza all’India, i progetti a cui stiamo lavorando sono due: uno è Nascita di un giardino durante il quale ci occuperemo della co-creazione di un giardino in un campo incolto negli spazi abbandonati del Teatro India. L’idea è quella di invitare la cittadinanza, per due domeniche al mese, a osservare questo spazio e la sua trasformazione sottile, ispirata ai principi del Terzo paesaggio e del Giardino in movimento di Gilles Clément. Si tratta di osservare le dinamiche di un campo e orientarle con piccoli interventi, come falciature d’erba, la creazione di piccoli sentieri di radure, qualche seduta. Vorremmo addestrarci ad abitare il selvatico e a innamorarcene, senza doverlo necessariamente addomesticare.

Le compagnie residenti di Oceano Indiano
Le compagnie residenti di Oceano Indiano

L’altro filone di ricerca è più prettamente performativo, siamo in un teatro e abbiamo la voglia e l’esigenza di tornare a quella dimensione da cui entrambi proveniamo. Abbiamo invitato una comunità di persone a Wild Facts/Fatti feroci, laboratorio di pratiche performative aperto e gratuito come la maggior parte delle attività che si svolgono all’interno di Oceano Indiano. Cerchiamo di arrivare alla produzione di uno spettacolo nel 2021, per il quale stiamo gettando i semi: a un certo punto questo giardino ospiterà un accampamento che sarà un fatto performativo.

Leonardo: Il Master PACS è dentro questo viaggio. Il tema è la performatività e lo spazio pubblico, e l’accampamento è uno spazio semi-pubblico che permette la performatività. Di fatto, travasiamo e intensifichiamo in quella settimana del PACS, tutte le questioni che ci stiamo dicendo, con una grande intensità e con un numero alto di persone. In particolare, questo percorso si avvierà nei giorni conclusivi del lavoro sul giardino per cui il gruppo del Master si troverà a collaborare con il gruppo di persone che in queste domeniche ci avrà seguito e, insieme, allestiremo un rito finale. Il giardino sarà inaugurato il 30 maggio con una festa che abbiamo chiamato Festa sortilegio, dove per sortilegio intendiamo il rito di protezione di un luogo e di tutti i luoghi selvatici del mondo. 

Lo scorso dicembre avete vinto il Premio Rete Critica con L’uomo che cammina come miglior progetto artistico e di compagnia. Come nasce quest’opera? Cosa ha rappresentato nel vostro percorso?

Leonardo: L’uomo che cammina nasce nel 2015 come risposta a tutta quella dimensione di ricerca che si era scatenata con la nascita di DOM-, in cui prendemmo il camminare come strumento di apertura. A un certo punto, però, la pressione della radice del teatro è venuta fuori in maniera forte e L’uomo che cammina è divenuto la risposta a come far sì che tutto questo camminare, potesse diventare un fatto performativo e incontrare il teatro. Dal 2015 fino ad oggi abbiamo continuamente rinnovato la domanda perché è uno spettacolo che, essendo così tanto in relazione con il paesaggio, si trasforma in base alle città che attraversiamo, cambiando la nostra stessa idea di teatro.

Se il primo Uomo che cammina aveva delle dimensioni teatrali più esposte, adesso è un lavoro sempre più percettivo e sottile, forse anche più efficace rispetto a quel che accade nel pubblico. L’uomo che cammina nell’edizione milanese, che è quello che Rete Critica ha premiato, raggiunge un po’ un vertice perché è accompagnato anche dal testo di Antonio Moresco, una lingua che porta senso e che diventa una lama che entra nella dimensione percettiva, facendo un affondo che porta al teatro in maniera ancora più netta.

Valerio: L’uomo che cammina è legato a un fumetto da cui trae il titolo di Jiro Taniguchi, con delle tavole disegnate senza dialoghi, in cui c’è un flâneur che attraversa Tokyo, la cui attenzione viene attirata da diversi particolari della città. Da quest’opera abbiamo tratto anche il dispositivo, quello di un uomo che viene spiato da un gruppo di spettatori e che permette, attraverso il suo procedere calmo e disteso, un’apertura rispetto al circostante. Una notazione del circostante che ci consente di fare quel gioco, tramite una serie di alleanze che stringiamo con il territorio, per cui lo spettatore non capisce cosa sia reale e cosa sia invece rappresentazione.

Questo titolo fino ad ora ci ha sempre legati al fatto che il protagonista fosse un uomo, nel nuovo allestimento che stiamo per fare a Friburgo – siamo stati invitati al Festival di Belluard, in Svizzera – ci piacerebbe che si trattasse di una donna. Abbiamo la prima residenza tra poco e ci lanceremo alla ricerca di una protagonista quindi, finalmente, La donna che cammina.

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In viaggio con Luca. Un docufilm in omaggio a Luca Ronconi

Il Teatro di Roma omaggia, a cinque anni dalla scomparsa, Luca Ronconi, maestro di generazioni di attori e artefice di un teatro senza limiti, con la proiezione del docufilm In viaggio con Luca di Gianfranco Capitta e Simone Marcelli, che ne firma anche la regia, in una serata-evento programmata lunedì 2 marzo (ore 20.30) al Teatro Argentina. Un documentario sul lavoro e la personalità del grande regista e geniale innovatore dei linguaggi della scena, che diresse il Teatro di Roma dal 1994 al 1998, ed è qui che creò alcuni dei suoi capolavori, fra i quali Quer pasticciaccio brutto de via Merulana da Gadda, lasciando un’impronta indelebile nella storia culturale della città e dell’intero Paese. Ingresso gratuito con prenotazione fino a esaurimento dei posti disponibili.

In viaggio con Luca racconta, col fascino divulgativo di immagini sorprendenti, la storia di Ronconi, partendo dal luogo esotico in cui quasi casualmente è nato (Susa in Tunisia), ai posti dove è cresciuto e si è formato, prima come attore e poi come regista. Gli spazi che ha ‘inventato’: dalla piazza di Orlando Furioso (poi trasformato in kolossal cinematografico per la Rai tra Cinecittà e Palazzo Farnese di Caprarola), al lago di Zurigo, al Laboratorio di Prato scandito con Gae Aulenti. Laboratorio che si muove tra un teatro trasformato in arena, un misterico orfanotrofio abbandonato, fino alla trasformazione in spazio teatrale di una grande azienda tessile dismessa, il Fabbricone poi imitato in tutta Europa. La sua Utopia ai cantieri navali della Giudecca veneziana, mixando 5 testi di Aristofane su una strada di 60 metri, dove scorrevano cinque automobili, un camion, 25 lettini su rotelle e un aeroplanino Piper. E ancora i paradossi della scienza alla Bovisa, ma anche i trionfi operistici alla Scala, le scritture nei più importanti teatri di Vienna, Parigi, Zurigo, Salisburgo.

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Un’esperienza densa e unica, che ha sempre coniugato la visione spaziale con il peso della parola e la specificità dei suoi attori. Nel film sono fondamentali le interviste agli interpreti di quegli spettacoli, testimoni preziosi, generazioni diverse che sono state da lui formate e sono oggi i protagonisti del nostro teatro, come Massimo PopolizioMassimo De FrancovichFranca Nuti o Umberto OrsiniAnna BonaiutoOttavia Piccolo; ma anche star di cinema e televisione, tra i tanti intervistati: Luca ZingarettiPierfrancesco FavinoFabrizio GifuniAntonello Fassari; e prestigiosi musicisti (il direttore della Scala Chailly) cantanti e personaggi che hanno segnato un’epoca (Raina KabaivanskaEnrico Lucherini, il premio Oscar per la fotografia Vittorio Storaro).

In viaggio con Luca vuol essere il tentativo di ricostruzione di una biografia artistica fondamentale per il nostro spettacolo, il suo linguaggio, i suoi interpreti. Ma è anche il viaggio nella memoria di Gianfranco Capitta, critico teatrale, scrittore e docente accademico, ma soprattutto amico e grande estimatore di Ronconi, i cui molti ricordi personali dipingono l’uomo e l’artista, con uno sguardo intimo ed esperto. Gianfranco Capitta ha seguito da sempre il lavoro di Ronconi in teatro, infatti nel 2012 firma con lo stesso regista un libro (edito da Laterza) sui principi e gli elementi di quel Teatro della conoscenza: l’importanza del testo, il lavoro con gli attori, la reinvenzione dello spazio. Nel filmato è lui a guidare lo spettatore nei luoghi dove Ronconi è nato, vissuto e soprattutto dove ha realizzato i suoi capolavori. Di Gianfranco Capitta è anche la voce conduttrice del racconto.

In viaggio con Luca sarà presentato il 21 febbraio al Piccolo Teatro di Milanoil 25 febbraio al Cinema Massimo di Torino, il 27 febbraio al Teatro Cucinelli di Solomeo (Pg). Il documentario è stato prodotto grazie a un contributo finanziario della Fondazione Brunello e Federica Cucinelli, con il sostegno di Cariplo, e realizzato sotto la sigla produttiva indipendente di “Catrina Producciones” (associazione culturale senza scopo di lucro). Diversi teatri e istituzioni culturali hanno collaborato mettendo a disposizione i loro materiali d’archivio. A realizzarlo una equipe tecnica di operatori con direttore di fotografia e responsabili di montaggio, suono e postproduzione video e color grading.

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Anno Zero, il nuovo festival di Scena contemporanea spagnola a Roma

Anno Zero è un nuovo festival di Scena contemporanea spagnola a Roma organizzato dalla Real Academia de España in collaborazione con Acción Cultural Española (AC/E), La Pelanda – Mattatoio e Teatro di Roma, a cura di Pablo Fidalgo.

Il festival nasce con l’intento di raccogliere la pluralità di voci delle arti dal vivo e, allo stesso tempo, con una vocazione di continuità nei prossimi anni. Questa prima edizione si svolge tra l’11 e il 15 dicembre in diverse location – la Real Academia de España, La Pelanda – Mattatoio, il Teatro India e infine il quartiere di Garbatella con un’opera itinerante. Tutti gli eventi sono ad ingresso libero fino a esaurimento posti su prenotazione (info@accademiaspagna.org / tel. 06 581 2806)

L’Academia de España occupa un territorio mitico. Tra il Gianicolo, Villa Pamphilj e Trastevere: un colle unico e un paesaggio che ridefinisce in ogni istante la sua relazione e la sua condizione nei confronti della città. L’Academia è sopravvissuta a repubbliche, monarchie, dittature e circostanze storiche di ogni genere. È un simbolo di resistenza, un luogo eccezionale – continuerà ad esserlo anche se lo si dirà mille volte. Concepisco questo ciclo come un’opportunità di presentare artisti spagnoli su una scena, quella romana, che soltanto in questi ultimi anni sembra affacciarsi sull’Europa. Per la prima volta uno degli artisti concettuali più importanti del Paese, Isidoro Valcárcel Medina, sarà ospite dell’Academia de España e creerà un’opera site specific intitolata Confluencias y contraseñas. Collaborare con La Pelanda-Mattatoio e Teatro India-Teatro di Roma è un avvenimento per noi. Proseguendo sulle linee di lavoro dell’Academia degli ultimi anni, concepiamo questa come una collaborazione naturale – e non semplicemente istituzionale – con i due spazi, così interessati negli ultimi tempi alla scena non spettacolare e alla partecipazione del pubblico. Anche il recupero di lavori profondamente spagnoli di artisti che vivono all’estero da anni sembra importante per contribuire all’ossatura di una scena che soffre l’esilio e la precarietà da sempre.

Pertanto, Light years away di Edurne Rubio ci presenta un’opera che è un’esplorazione e al contempo una visita guidata nel buio totale: una discesa nella grotta di Ojo Guareña, e un percorso nella storia dell’essere umano sin dalle sue origini. Celso Fernández Sanmartín presenta A cama do meu avó Manuel Sanmartín, un’opera fatta di memorie orali, di lavoro sul campo, e di interesse profondo nei confronti della verità e dei segreti delle proprie origini. Leonor Leal lavora in Ahora bailo yo, la memoria di suo zio Mario Maya, che nel ’76 reinventò il flamenco con l’opera Camelamos naquerar. Roger Bernat ci invita a ricordare il lavoro Numax-Fagor-plus, ispirato al film di Joaquim Jordà, un regista cinematografico imprescindibile che visse a Roma per sette anni in esilio dal franchismo. Il ciclo si conclude domenica 15, con Storywalker Garbatella, di Fernando Sánchez-Cabezudo. Una passeggiata in questo quartiere storico che recupera i ricordi degli abitanti, attraverso i testi di Luca Oldoni, Pablo Remón, Alberto Conejero, Denise Despeyroux e Pablo Fidalgo. Pertanto, Catalogna, Murcia, Madrid, Galizia, Castilla León, Andalusia… Memoria del lavoro, della vita in campagna, dell’arte, della filosofia, memoria dell’esilio, memoria per mantenersi vigili, memoria vitale. In questo modo il ciclo è un modo per situare, collocare e far conoscere una realtà scenica, la scena contemporanea spagnola, e per suggerire un racconto comune tra artisti molto diversi.

Programma:

• Mercoledì 11 alle ore 19 presso la Real Academia de España en Roma (Piazza San Pietro in Montorio, 3). Celso Fernández Sanmartín presenta A cama do meu avó Manuel Sanmartín Méndez, un’opera fatta di memorie orali, di lavoro sul campo, e di interesse profondo nei confronti delle origini. LINGUA: Spagnolo e gallego

• Giovedì 12 alle ore 20.30 presso La Pelanda, Mattatoio (Piazza Orazio Giustiniani, 4). Light years away di Edurne Rubio ci presenta un’opera che è un’esplorazione, la discesa nella grotta di Ojo Guareña, e un percorso nella storia dell’essere umano sin dalle sue origini. LINGUA: Spagnolo, sottotitoli in italiano

• Venerdì 13 alle ore 20.30 presso La Pelanda, Mattatoio (Piazza Orazio Giustiniani, 4). Leonor Leal lavora sulla memoria di suo zio Mario Maya, che nel ’76 reinventò il flamenco con l’opera Ahora bailo yo. LINGUA: Spagnolo, sottotitoli in italiano

• Sabato 14 alle ore 12 presso la Real Academia de España en Roma (Piazza San Pietro in Montorio, 3). Isidoro Valcárcel Medina, uno degli artisti concettuali più importanti del Paese, sarà ospite dell’Academia per la prima volta e presenterà un’opera creata ad hoc, Confluencias y Contraseñas. LINGUA: Italiano

• Sabato 14 alle ore 18.30 presso Teatro India (Lungotevere Vittorio Gassman, 1). Roger Bernat ci invita a ricordare il lavoro Numax-Fagor-plus, ispirato al film di Joaquim Jordà, un regista cinematografico imprescindibile che visse a Roma per sette anni in esilio dal franchismo. LINGUA: Italiano

• Domenica 15 alle ore 11.30 e alle ore 15 presso 10b Photography (Via San Lorenzo da Brindisi, 10b). Il festival finisce con Storywalker Garbatella, di Fernando Sánchez-Cabezudo nell’ambito del progetto Garbatella Images, presentato da 10b Photography e curato da Sara Alberani, con la direzione artistica di Francesco Zizola. Una passeggiata nel quartiere storico di Garbatella, che recupera le memorie degli abitanti, attraverso i testi di Luca Oldoni, Pablo Remón, Alberto Conejero, Denise Despeyroux e Pablo Fidalgo. LINGUA: Italiano

Gli artisti:

Celso Fernández Sanmartín. Nato nel 1969, Celso Fernández Sanmartín, di Lalín, si è laureato in Filosofia presso l’università di Santiago. Oltre a essere poeta, è cantastorie di racconti della tradizione orale, aspetto professionale che lo porta in diversi luoghi del mondo. Per molti anni, a Lalín, ha lavorato come animatore socioculturale in una casa di riposo. La sua opera poetica è stata pubblicata in gran parte in edizioni d’autore e a bassissima tiratura, il che non le ha impedito di essere enormemente apprezzata dai lettori e dalla critica. Quest’ultima è solita inquadrarlo nella cosiddetta Generazione dei ’90, decennio in cui si è fatto conoscere.

Edurne Rubio. (Spagna, 1974) è un’artista visuale che lavora nel campo delle mostre, performance, cinema e architettura. Realizza frequentemente progetti in situ nello spazio pubblico. La sua ricerca è sempre stata collegata alla percezione individuale o collettiva del tempo e dello spazio. Interessata a contesti che fanno della percezione una variabile data e mutante, dimenticata o archiviata, cerca di associare o contrastare forme di percezione della realtà con l’obiettivo di creare una seconda realtà composta. Negli ultimi anni, il suo lavoro si è avvicinato al documentario e all’antropologia, utilizzando interviste e immagini d’archivio sulla comunicazione orale.

Leonor Leal. Nasce a Jerez de la Frontera. È diplomata al Conservatorio Superior de Danza Clásica y Española, nonché in Magisterio Musical presso l’Università di Siviglia. Decide un giorno di dedicarsi interamente al flamenco e da allora calca le scene internazionali da più di 15 anni collaborando con diverse compagnie come quella di Andrés Marín, Cristina Hoyos o Javier Barón, tra le molte altre. Comincia la sua carriera da sola nel 2008. Premiata come Artista rivelazione dal Festival di Jerez nel 2011, nonché come Artista eccellente dal Concorso coreografico di Madrid. Porta avanti il suo lavoro di ricerca con il Master di Práctica Escénica y Cultura Visual dell’Università di Cuenca in collaborazione con il Museo Reina Sofía. Nel gennaio del 2018 porta in scena per la prima volta, al Teatro Le Garonne di Toulose, il suo spettacolo intitolato Nocturno insieme al chitarrista Alfredo Lagos e al percussionista Antonio Moreno.

Isidoro Valcárcel Medina. Isidoro Valcárcel Medina è nato a Murcia nel 1937 ed è indubbiamente uno degli artisti concettuali spagnoli di maggior levatura di pensiero e visione, nell’entroterra e oltremare. L’estensione della sua opera ha il valore incalcolabile della sua intangibilità: immensa.

Roger Bernat. Inizia la sua formazione nel campo dell’architettura, ed è a partire da qui che si interessa al teatro. Studia Regia e Drammaturgia presso l’Institut del Teatre di Barcellona dove si laurea con il Premio Extraordinario 1996. Nel 2008 comincia a creare spettacoli in cui il pubblico occupa la scena e diventa protagonista: “gli spettatori attraversano un dispositivo che li invita a obbedire o a cospirare e, in ogni caso, a pagare con il proprio corpo e a impegnarsi”.

Fernando Sánchez-Cabezudo. Madrid, 1979. Gestore culturale, regista, attore e scenografo. Lega la sua carriera professionale nelle arti sceniche a un discorso socio-culturale che cerca la partecipazione del pubblico nei processi creativi. Il suo lavoro nella sala Kubrik a Usera e i suoi progetti di creazione sono un punto di riferimento nella gestione di spazi di inclusione con il contesto locale e la cittadinanza.

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Giovedì 10 ottobre dalle ore 17.00 alle 19.30 in Sala Squarzina si tiene l’incontro OPEN DAY di Festival multidisciplinare Dominio Pubblico_La città agli Under 25, presenziato dalla direzione artistica del Teatro di Roma – Teatro Nazionale

Open day Dominio Pubblico: al Teatro Argentina di Roma

Open Day Dominio Pubblico_La città agli Under 25: è già festival!

Dominio Pubblico è un progetto di formazione del pubblico e di orientamento professionale rivolto a ragazzi under 25 che vogliono cimentarsi in un percorso da spettatori attivi, finalizzato alla produzione, promozione e organizzazione di eventi culturali. Il Festival multidisciplinare Dominio Pubblico_La città agli Under 25 si propone di essere il più significativo evento italiano focalizzato sulla creatività under 25 negli ambiti di teatro, danza, musica, arti visive e cortometraggi. È anche un innovativo progetto di formazione del pubblico e di promozione delle discipline dello spettacolo dal vivo grazie a un vero e proprio format originale in base al quale un gruppo di ragazzi diventa la direzione artistica del Festival, curandone ogni aspetto organizzativo, logistico, amministrativo e promozionale. L’intero processo di preparazione del festival rappresenta un’esperienza formativa, stimolante e inclusiva grazie alla quale i ragazzi, oltre che spettatori attivi, potranno anche cimentarsi nel ruolo di operatori culturali. Dal 2015 si rinnova ogni anno la collaborazione e la sinergia con il Teatro di Roma – Teatro Nazionale, main partner del progetto, che nel mese di giugno ospita il festival negli spazi del Teatro India, centro gravitazionale del teatro contemporaneo.

Giovedì 10 ottobre Teatro Argentina

Giovedì 10 ottobre al Teatro Argentina di Roma, dalle ore 17.00 alle 19.30 in Sala Squarzina, si tiene l’incontro, presenziato dalla direzione artistica del Teatro di Roma – Teatro Nazionale e dai ragazzi che hanno preso parte al progetto nelle precedenti edizioni. Un’occasione per entrare da subito nel vivo di Dominio Pubblico e conoscerlo attraverso la voce di chi lo ha vissuto. Tra le mission (audience development, sviluppo dei modelli per le arti sceniche e management culturale) c’è sicuramente la fruizione culturale della città, e non solo, attraverso la visione guidata, rivolta ai ragazzi, dei numerosi eventi legati al mondo dell’arte contemporanea, grazie agli incontri tra i partecipanti al progetto e gli artisti coinvolti.

Per entrare a far parte della community degli under25 di Dominio Pubblico e intraprendere, quindi, un percorso di visione e di avvicinamento allo spettacolo dal vivo, è necessario sottoscrivere l’abbonamento di Dominio che comprende dodici spettacoli delle stagioni del Teatro Argentina e del Teatro India. Per ogni spettacolo compreso nell’abbonamento sono programmati incontri con gli artisti durante i quali sarà possibile conoscere dal vivo i registi, gli autori e gli attori dell’opera. I ragazzi che scelgono di diventare parte attiva all’interno del progetto partono da un percorso di visione per sviluppare e affinare quel gusto critico e quello sguardo consapevole per poter poi selezionare, come direzione artistica, gli eventi del festival che andranno a realizzare.

Già a partire dal 10 ottobre è possibile sfruttare le infinite potenzialità dell’abbonamento DP: i primi 10 che sottoscrivono l’abbonamento hanno la possibilità di ottenere, al prezzo ridotto di 5 euro, un ingresso per La rivolta della dignità/Resurrezione, lo spettacolo di Milo Rau in scena quel giorno alle 21.00 al Teatro Argentina – Teatro di Roma.

Follower, Leader e Pro

Sottoscrivono l’abbonamento come Follower (60 euro + incontri) gli spettatori che seguono il percorso di visione attiva ma non prenderanno parte alla creazione del festival. I Leader accetteranno la sfida di trasformarsi in direzione artistica sottoscrivendo un abbonamento al prezzo di 50 euro. Anche quest’anno il prezzo speciale di 40 euro (abbonamento Pro) per chi vuole mettere in gioco le proprie competenze in materia di fotografia, video montaggi e grafica per rafforzare la produzione e la qualità dei contenuti di tutto il percorso e del festival Dominio Pubblico. Dominio Pubblico è un progetto che ogni anno allarga la propria rete grazie a un costante lavoro di networking che oramai, arrivato al settimo anno, lo vede coinvolto con le più importanti realtà nazionali e internazionali: Mibac, Comune di Roma, Municipi di Roma, Regione Lazio, Circuito Regionale ATCL, Middlesex University of London con cui dal 2018 è iniziato uno scambio artistico che consente una circuitazione sempre più ampia dei giovani artisti. Dominio Pubblico è anche promotore della nascita della rete RisoИanze! Network per la diffusione e tutela del Teatro Under 30.

Dominio Pubblico_La città agli Under 25

Il festival che la giovane direzione artistica Under 25 andrà a realizzare ha una natura multidisciplinare, infatti negli spazi del Teatro India (le due sale, i foyer e l’arena esterna) prenderanno vita eventi di teatro, musica, cinema, danza e arti visive. Perché tutto questo sia possibile, siamo alla ricerca di Under 25 che entrino a far parte della squadra. A questi giovani verrà data la possibilità di cimentarsi in un’operazione davvero stimolante e viva, entrando in contatto diretto con il terreno fertile e sempre incandescente dello spettacolo dal vivo e del management degli eventi culturali.

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Dominio Pubblico, il Festival under 25 al Teatro India

Sono giovani, creativi e ribelli. Sfidano l’assopimento culturale, riempiono spazi cittadini dimenticati e inondano la capitale con fiumi d’arte e d’intrattenimento. Sono le ragazze e i ragazzi di Dominio Pubblico, il Festival under 25 che al grido di “Tu, solamente sollevati” prenderà avvio il 14 giugno, presso il Teatro India – Teatro di Roma.

Una missione culturale dal respiro internazionale, giunta al suo sesto anno di vita, che fino al 23 giugno vedrà il susseguirsi di circa 50 eventi.

Teatro, danza, musica, circo, cinema e arti visive saranno protagoniste: una multidisciplinarietà capace di soddisfare ogni tipo di fame artistica e di far dialogare appassionati e curiosi di ogni età.

Dominio Pubblico, il Festival under 25
Dominio Pubblico, il Festival under 25

Dominio Pubblico è un festival pensato dai giovani, per tutti.

Guidato dalla direzione artistica di Tiziano Panici, un folto gruppo di under 25 ha lavorato per un intero anno per selezionare gli artisti inseriti nella programmazione, occupandosi dell’organizzazione del Festival nella sua totalità.

La collaborazione con molti partner nazionali, fa di questa manifestazione un importante momento di aggregazione tra realtà culturali di diversa natura, volto a creare un circuito nel quale immettere le proposte teatrali provenienti da giovani artisti e con cui tutelare il patrimonio rappresentato dal teatro under 25.

In questa sesta edizione di Dominio Pubblico molto spazio sarà riservato a meeting, progetti di formazione e workshop. Proprio la formazione di nuovi spettatori è stato il punto di partenza di quest’impresa che oggi si nutre dell’energia dei ragazzi che la rinvigoriscono e del sostegno di molte realtà indipendenti che in questa rete di condivisione si solidificano e si espandono.

In collaborazione con la Middlesex University of London, Dominio Pubblico ospiterà un meeting network internazionale con cui gettare le basi per future partecipazioni ai bandi di finanziamento di Creative Europe e una residenza artistica di 5 giorni riservata a 20 studenti della Scuola di Formazione del Teatro di Roma, che nel corso del Festival proporranno in site specific i propri esiti spettacolari.

Nell’ambito delle partnership internazionali, Lukas Karvelis e Theatre Laboratory Sfumato rispettivamente dalla Lituania e dalla Bulgaria, presenteranno una performance di danza e un progetto multimediale.

Come la ragazza dai rossi capelli che domina la mongolfiera simbolo di questa edizione del Festival Dominio Pubblico, realizzata dall’illustratrice Alessandra Carloni, così i giovani organizzatori sono pronti a elevarsi, a ribellarsi e a fare del Teatro India un faro teatrale per l’intera città di Roma.

Dominio Pubblico sta per iniziare. Noi, solamente solleviamoci!

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Glitters in my tears - Agamennone

Pathei Mathos, soffrire per comprendere. Enzo Cosimi e il Mito nel XXI secolo

Che valore diamo alla parola eroe e quale significato assume la sua morte per la società contemporanea? Tracce di καλὸς καὶ ἀγαθός (kalós kaì agathós) di quello che per i greci era il bello e il buono nell’essere umano, sono ancora le virtù dei nostri tempi per la società e per le élites del sapere del XXI secolo?

“Welcome to my world” potremmo così parafrasare, con il titolo di una delle sue creazioni del 2012, una sezione del mondo e delle visioni di Enzo Cosimi, nelle prospettive che delineano una visuale originale. Roma, la sua città, ha ospitato l’ultima delle sue creazioni Glitters in my tears – Agamennone, andata in scena al Teatro India l’8 e il 9 maggio, nell’ambito della rassegna di danza contemporanea Grandi Pianure, per il Teatro di Roma, curata da Michele Di Stefano, coreografo performer e direttore artistico.

È stato un debutto atteso e partecipato quello di Glitters in my tears – Agamennone.
Un pubblico eterogeneo, costituito da addetti ai lavori e da estimatori della danza contemporanea, ha accolto con calore e con un lungo applauso finale la nuova creazione del coreografo-regista Enzo Cosimi. Due le repliche di quella che vuole essere una Trilogia della vendetta, liberamente ispirata all’Orestea di Eschilo.

Un’opera-archetipo del teatro greco classico costituita da tre tragedie: Agamennone, Le Coefore, Le Eumenidi. L’evoluzione di quel racconto avviene mediante tre azioni. L’uccisione del re acheo Agamennone ordita dalla moglie Clitennestra. La vendetta del figlio Oreste che compirà il matricidio. La sua persecuzione, messa in atto dalle Erinni, e l’assoluzione nel tribunale dell’Areopago.

Una prima considerazione da fare sull’Agamennone di Cosimi riguarda il senso di completezza che caratterizza la sua dimensione artistica, la complementarietà di una molteplicità di linguaggi e di simboli in esso contenuti. Un dettaglio tecnico, sicuramente. Non è scontato però riuscire a compiere una narrazione complessa e senza sbavature, mediante i tormenti e le evoluzioni di tre artisti polimorfi che contribuiscono a realizzare una sinergia tra apporti drammaturgici e performativi, tra poetiche ed estetiche.

Glitters in my tears - Agamennone
Glitters in my tears – Agamennone

Giulio Santolini, Alice Raffaelli e Matteo De Blasio hanno interpretato rispettivamente Agamennone, Clitennestra ed Egisto. Attori e danzatori, nella neutralità cromatica di una scena total white. Bianca come l’intimo indossato, l’uniforme del performer. Corpo, voce e parola risultano essenziali per il concretarsi di un’idea in ogni figura simbolica. L’elemento costitutivo dell’esistenza umana, il vettore delle nostre relazioni è il corpo. Ognuno nasce e vive in un guscio materico che è il mezzo per inserirsi nel mondo e incontrare tutti gli altri. Ognuno, morendo, abbandona la corazza della propria struttura fisica.

Agamennone ( “colui che comanda” ), Clitennestra ( “colei che decide” ) ed Egisto ( “colui che è forte” ) si muovono disegnando linee geometriche di potere. Attraversano lo spazio, lo invadono e lo conquistano. Congiungendosi carnalmente tra di loro, diventano forieri di Eros e Thanatos, di epiche battaglie e vendette di famiglia. Si contaminano con il nero delle maschere, degli oggetti o con il trucco degli occhi. Il condottiero subirà la sorte fatale, uguale a quella lasciata in testimonianza dagli arti disseminati di eroi smembrati sul campo di battaglia.

Agamennone verrà ucciso in una congiura domestica, prima gli verrà strappato, tolto l’indumento bianco. L’eroe squartato rimarrà nudo, coperto di sangue, disteso in una pianura di pezzi umani, di altrettanti eroi uccisi in guerra. L’immagine finale non sarà conclusiva perché Agamennone, dirigendosi verso un’altra dimensione, lascerà la scena, ma è facile immaginare che si delineeranno possibili sviluppi all’orizzonte.

Nel lavoro sul corpo, Enzo Cosimi si sofferma sulla sessualità che, come la parola, è un linguaggio dell’essere umano. Nella costruzione di una partitura coreografica e drammaturgica, il sesso stabilisce una possibilità e una necessità di relazione. È una finestra che si apre su altri mondi. Una delle tante modalità di essere e di comunicare la propria energia, dall’io al tu.

Come ogni linguaggio anche quello sessuale è caratterizzato da ambivalenze. Svela o nasconde, tace o esprime. È un tema molto attuale, peculiare della nostra società “Social friendly”. Così poco socializzante, così tanto disgregante. Il linguaggio sessuale può diventare la falsificazione della verità. Trasformarsi in oppressione dell’altro. Questo esercizio di potere delinea uno scenario in cui prolifera la supremazia degli oggetti sui soggetti. Un trionfo crescente di ipersessualizzazione e auto-oggettivazione che realizzano l’estasi e l’inerzia di cui parlava il teorico francese Jean Baudrillard.

In Glitter in my tears c’è una dimensione a tre dove le strutture di potere e i ruoli di genere si moltiplicano e si dilatano. Le descrizioni “al maschile” di Clitennestra, sopravvissute al logorio dei millenni, sono quelle della drammaturgia greca, contenute nelle opere di Omero, di Eschilo e di Euripide. La trasformazione che la donna compie, da vittima a carnefice, è notevole. Dapprima viene perseguitata dalla maledizione di Afrodite che l’aveva condannata a essere adultera. Successivamente viene costretta a unirsi in matrimonio con l’assassino del suo primo marito Tantalo. Il dolore imposto da Agamennone con il sacrificio della loro figlia Ifigenia, immolata per la vittoria in guerra, aggiungerà tormento nel cuore e nella mente della donna. Quel dolore che è la fonte della conoscenza (Pathei Mathos) come Eschilo proclama: “Soffrire per comprendere, comprendere soffrendo”.

Enzo Cosimi pone la sua Clitennestra in una posizione mediana di una linea astratta. Dove il maschile, il femminile, il potere, la sottomissione e, di conseguenza, il bene e il male se non sono equidistanti, sono contigui. Clitennestra è prima tra i pari, tra Agamennone ed Egisto. Non è Penelope, né una guerriera amazzone. La sua metamorfosi muove dalla sua guerra personale, dal voler vendicare la figlia Ifigenia. Eroe o non-eroe, deciderà le sorti di altre persone. Come un condottiero nel suo campo di battaglia.

Dominatrice che non si sottometterà al desiderio e alla volontà altrui, come non lo faranno Antigone o Medea, vale a dire altre donne della letteratura greca con uno status tragico. Anche lei come Agamennone, però, commetterà degli errori nell’esercizio del potere della sua strategia. Sarà interessante vedere, nella prosecuzione di Cosimi, il momento successivo all’uxoricidio, la crudeltà politica di una tragedia dell’oikos, di una famiglia oltraggiata e allargata. In quella circostanza Clitennestra compirà un atto di ribellione contro il potere precostituito dell’uomo e delle divinità. Subirà successivamente le conseguenze della sovversione dell’ordine, di quel conflitto che da privato diventerà pubblico.

L’opera di Cosimi ancor più di (pre)occuparsi di una catarsi, così come avveniva nel mondo classico, rimanda a quello che Baudrillard indicò come “un’estetizzazione indifferenziata di tutto – ovvero la sua spettacolarizzazione cosmopolita, la sua trasformazione in immagini, la sua organizzazione semiologica”. Questa è probabilmente la connessione temporale di un classico della letteratura tragica greca con l’attualità e il nostro secolo. Quasi senza un rapporto di subalternità tra passato e presente, in quanto l’uno può essere interpretato con le chiavi di lettura dell’altro, ma non completamente determinato o dominato.

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