Toni, un thriller teatrale. Intervista a Paolo Zuccari

Un uomo che vive da solo con la sua schizofrenia. La decisione di rinunciare alle medicine per recuperare la donna che ama. Un viaggio mentale nella malattia che sfocia nel thriller. Dalla finestra della sua abitazione assiste a un omicidio. I primi sospetti ricadono su di lui. Chi è l’assassino? Cosa è accaduto? Ma soprattutto, tutto questo sta accadendo realmente? Sono questi gli elementi messi in gioco da Paolo Zuccari, regista, drammaturgo e attore dello spettacolo Toni, in scena al Teatro Argot Studio dal 3 all’8 marzo.

Una storia che, partendo dall’ispirazione hitchcockiana (La finestra sul cortile e Marnie), porta lo spettatore nella casa di Guido, facendogli vivere la sua condizione e narrando un’incredibile vicenda. Zuccari, lavorando su una storia avvincente, mostra, con grande sensibilità, cosa vuol dire vivere un disturbo e come questa condizione si traduce non solo nel rapporto con l’esterno, ma anche nei pericoli che un uomo può correre e nei danni che può recare a sé stesso. 

Toni: Perché hai scelto questo titolo. C’è un simbolismo particolare dietro questo nome?

Toni è un nome che si ispira a una presenza molto amica, vicina al mio vissuto e alla mia esperienza. Non è il nome di un cane, però per me richiama il tipo di dedizione che può avere un animale. È il nome che associo a una presenza calorosa, protettiva, a cui potermi affidare sempre. È una questione molto intima, ma non posso rivelare di più!

Leggendo la sinossi si percepisce un chiaro riferimento a La finestra sul cortile di Hitchcock. In che misura sono stati fonte d’ispirazione per lo spettacolo questo film e questo regista ?

Ho un innato amore per Hitchcock. Quand’ero molto giovane rimasi folgorato da alcuni suoi film come La finestra sul cortile, La donna che visse due volte e L’uomo che sapeva troppo, che in quel periodo furono restaurati e riproposti al cinema. Ma ce ne sono tanti altri, li ho visti e rivisti più volte. Non riesco proprio a farne a meno. Rispetto a La finestra sul cortile, oltre al fatto di guardare dalla finestra, ho trovato stimolante l’elemento della segregazione, l’essere chiusi in casa; poi ci sono anche riferimenti a Marnie e Io ti salverò, sempre di Hitchcock.

In Toni c’è la trama di un giallo: una persona è stata uccisa e il protagonista, Guido, sembra essere coinvolto nella vicenda. In realtà, questa è una traccia del plot che accompagna il testo: la vera storia, quella più profonda e intima, riguarda il personaggio stesso, il suo rapporto col passato e col suo disturbo. Si tratta di uno schizofrenico che ha dimenticato l’origine di questa malattia e nell’arco dello spettacolo avviene un doppio svelamento: uno riferito all’assassino che ha compiuto l’omicidio, l’altro che invece è un giallo più introspettivo, più intimo. E queste due linee, in un certo momento, convergono.

Cosa ti ha spinto a scrivere questo spettacolo?

Quando ho scritto Toni l’ho immaginato come un monologo ma non come uno spettacolo per un solo attore. Volevo fare qualcosa che non fosse stato fatto prima, anche per potermi cimentare attorialmente con uno stile che non conoscevo e che non avevo ancora mai praticato. Il vero motore che mi ha spinto a scrivere Toni è stato il bisogno di inventare qualcosa nel linguaggio, nella resa, che restituisse la pluridirezionalità di un personaggio e che, al tempo stesso, avesse una sua semplicità e leggibilità, senza che il pubblico avesse difficoltà nel seguire gli sviluppi della storia.

In che modo la scelta di adottare una estetica thriller definisce il rapporto tra opera e pubblico in chiave voyeuristica?

Il voyeurismo non è sinonimo di thriller ma le persone affette da voyeurismo possono avere una caratterialità, un modo di operare nella vita che può assumere sfumature pericolose. Questo personaggio, però, rappresenta un pericolo per se stesso più che per gli altri. In lui il voyeurismo cela il desiderio che le cose vadano in un certo modo, per cui c’è il sospetto che egli veda le cose così come vorrebbe che fossero, piuttosto che per come sono realmente. A un certo punto, Guido perde la persona di cui è innamorato e, per recuperarla, decide di interrompere le cure. Smettendo di prendere le medicine, però, inizia a sospettare che i gesti che lei compie possano essere il riflesso del suo desiderio, della visione immaginifica che Toni ha del rapporto con la persona amata.

Cosa si cerca di evocare nello spettatore?

Tutto il lavoro mira a creare un’empatia tra il pubblico e Guido, altrimenti il meccanismo narrativo e spettacolare non funziona. Mi interessava raccontare la condizione di una persona “socialmente diversa”: è un uomo disturbato, che non sempre può fare tutto liberamente, spesso non riesce ad avere neanche degli amori o delle amicizie, non è in grado di costruire rapporti. Però, come accade frequentemente, se sei consapevole della tua condizione, sei pronto a fare qualunque cosa per dimostrare che invece sei come gli altri, andando contro tutto e tutti, anche rischiando la tua stessa vita. Questo per me è il vero nocciolo della questione: empatizzare con una persona che vive in una situazione di grande difficoltà.

Alla luce della tematica affrontata in Toni, è plausibile cogliere alcuni riferimenti a Joker, il film di Todd Phillips?

Quando l’ho visto avevo già scritto il testo, ma mi ci ha fatto pensare. Ora non so dire fin dove arrivano le similitudini, però spesso ho associato il film a quello che già stavo provando. Parlo proprio di quella condizione di isolamento: è qualcosa di molto doloroso, che tutti prima o poi sperimentano. Quando il grado di complessità di quella situazione si alza fino a diventare insostenibile, può indurre azioni pericolose e drammatiche – così come accade in Joker, senza però il rapporto tra individuo e società che costituisce la parte critica del film.

In Toni tutto ha una chiave più intima. È come se per 50 minuti lo spettatore vivesse con una persona che ha queste difficoltà: ci sono momenti di angoscia ma anche situazioni divertenti, non grottesche nella loro comicità, ma delicate. Non è un testo aggressivo, è già aggressiva la materia: ho cercato di renderla appetibile, di raccontare una storia con cui il pubblico potesse empatizzare. Questo è stato l’obiettivo principale.

Articolo a cura di Davide Notarantonio

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Teatro e realtà virtuale. Intervista a Omar Rashid, regista di Segnale d’Allarme – La mia Battaglia VR

Omar Rashid ed Elio Germano

Intervistiamo Omar Rashid: nato in Iraq, cresciuto a Firenze. Termina gli studi al Polimoda di Firenze nel 2002. Dopo alcune esperienze come designer di abbigliamento fra Parigi e New York, crea la sua linea streetwear e usa canali non convenzionali per farla conoscere. La passione per i nuovi linguaggi e la loro applicazione diventa l’elemento centrale della sua professione. L’artista si può considerare uno tra i più interessanti innovatori nell’ambito dell’audiovisivo nel panorama nazionale. Nel 2016, insieme a Elio Germano, realizza NoBorders VR, primo documentario italiano che usa la realtà virtuale; vincitore del premio Migrarti del MiBACT al Festival del Cinema di Venezia. Oggi con la sua agenzia di comunicazione Gold Enterprise realizza progetti VR, parallelamente insegna viral marketing e web communication allo IED di Firenze. Con Elio Germano ha curato la regia di Segnale d’allarme – La mia Battaglia VR, trasposizione in realtà virtuale dello spettacolo La mia Battaglia, in scena al Teatro Argot Studio dal 4 al 16 febbraio, unendo spettacolo dal vivo e cinema attraverso la tecnologia digitale della Virtual Reality.

Qual è stato il tuo percorso di formazione e quali sono gli ambiti all’interno dei quali operi attualmente?

Io ho iniziato per passione a fare i graffiti a quattordici, quindici anni. Ero molto legato sia al mondo dell’underground sia a quello del cinema. Poi dal mondo dell’underground, sono arrivato a studiare moda. E quindi la mia prima attività è stata lavorare nell’abbigliamento. Creai il mio marchio, dopo un’esperienza a New York di un anno presso un marchio molto legato al mondo dello skateboard e dei graffiti, decidendo di proseguire quel tipo di percorso. E quindi fondai Gold nel 2003, che inizialmente era un negozio di abbigliamento con la particolarità di comunicare molto attraverso il non-convenzionale: io iniziai con gli stickers in tempi non sospetti, che comunque per me era un’evoluzione di quello che era il writing. Piano piano lo sviluppo del brand è andato di pari passo con la mia ricerca nel mondo della comunicazione non convenzionale.

Successivamente questa passione si è riversata anche nel mondo delle tecnologie, ma più come ricerca di linguaggio che di mero marketing. Nel senso che per me era più interessante avere un gioco nuovo e provare a giocarci. Quindi inizialmente la realtà aumentata, poi successivamente la realtà virtuale. Nel contempo, da quando avevo iniziato, l’audiovisivo è sempre stata una forma di comunicazione che cercavo di sviluppare totalmente da autodidatta con un fine promozionale, nel senso che facevamo dei piccoli corti o brevi documentazioni, film per comunicare il brand, che però avevano anche una loro identità individuale.

Poi lo scatto più cinematografico c’è stato intorno al 2013, sicché ho iniziato a lavorare su un documentario che è Street opera, che parlava del mondo del rap. In concomitanza c’è stata la conoscenza più approfondita con Elio Germano che faceva parte del documentario con il suo gruppo Bestierare, era un po’ il filo conduttore perché avevo individuato dei rapper molto distanti tra loro, che erano Gué Pequeno per la parte mainstream, Danno del Colle Der Fomento per quella underground e Clementino e Tormento che erano rappresentanti di due percorsi agli antipodi: nel senso che il primo veniva dall’underground e poi ha sfondato nel mainstream mentre il secondo ha sfondato nel mainstream ed è passato all’underground. Ed Elio faceva da filo conduttore. In quell’occasione ci siamo conosciuti meglio. Quando poi ho scoperto il mondo della realtà virtuale, lui è stata una delle prime persone a cui l’ho mostrato. Ci si è appassionato subito con l’intenzione di fare ricerca anche lui, poiché gli affascinava molto il linguaggio.

Da qui nasce Gold Productions che ha come cardini lo storytelling, la regia e la realtà virtuale. Come si inseriscono questi tre mondi all’interno delle tue produzioni?

Come dicevo, il filo conduttore è sempre lo stesso per me: la vicinanza alla filosofia che viene dal mondo dell’underground e dell’hip-hop che è quella dell’indipendenza. Nel senso che anche i graffiti come il rap sono un tipo di forma d’arte e di contaminazione che viene dal basso e si basa molto di più sulla volontà di esprimersi che sulla tecnica. 

Il mio brand, quello che ho fondato all’inizio, si chiamava Gold ed è rimasto quello, nel senso che per me è una evoluzione lineare. La cosa che dico sempre è che io mi considero un creatore di contenuti, quindi possono cambiare i supporti, una t-shirt, un lungometraggio o una esperienza in realtà virtuale, però il focus è sempre il contenuto che poi trova nel contenitore più adatto la forma per esprimersi. Faccio un esempio: proprio Segnale d’allarme – La mia battaglia VR che porteremo al Teatro Argot Studio, secondo noi, è la trasposizione perfetta di quel tipo di contenuto, in particolare si presta molto per un tipo di fruizione del genere.

Per contro, magari ci sono altri tipi di contenuti, che come dicevo prima trovano più adatto come contenitore, quello della realtà aumentata, quella del documentario o quello della grafica. Alcune volte basta un’immagine per raccontare un concetto. Quindi l’idea è sempre quella di dare, prima di tutto, risalto al contenuto, cioè cercare qualcosa che si presti per essere raccontato. Proprio per questo l’idea di Gold Productions è questa, di essere una casa di produzione indipendente, nel senso che comunque quasi tutti i progetti sono autofinanziati, autoprodotti, prevalentemente ci abbiamo investito tanto tempo ed energie più che tanti soldi, abbiamo veramente fatto tanti sforzi individuali miei e di tutto il team che ho. La filosofia è di ricercare qualcosa anche da un punto di vista produttivo realizzabile, tante volte i progetti non si possono fare perché necessitano di budget elevati, e invece quello che facciamo noi è cercare di fare a monte qualcosa che possiamo fare in un modo o in un altro.

In questo percorso si inscrive la produzione di Segnale d’allarme – La mia battaglia VR. Qual è stata la genesi e il lavoro di produzione del film in realtà virtuale?

Nasce come spettacolo teatrale di Elio Germano, “La mia battaglia”, che ho avuto la fortuna di veder nascere dall’inizio. Io ero con Elio in India a girare, un altro lavoro in realtà virtuale che si chiama The Italian Baba, che ci ha portato a stare in India per un paio di settimane. In questa situazione, di totale pace ed estraniazione dalla società, ci siamo trovati a prendere molto tempo in maniera riflessiva, e in quel momento Elio stava scrivendo lo spettacolo. Nel momento in cui lo scriveva si parlava della possibilità di realizzarlo in realtà virtuale. Quando poi ci fu la prima, presso lo Spazio Tondelli di Riccione, Elio mi disse: “Guarda che questa cosa è perfetta per la realtà virtuale perché lo spettacolo avviene più in platea che sul palco”.

Il giorno stesso decisi di partire per Riccione con il treppiede e la telecamerina. Mi interfacciai con Pierfrancesco Pisani, che è il produttore, per trovare il punto giusto dove mettere la macchina da presa, per cui mi liberò una sedia in prima fila. La prima ripresa fu in tempo reale dello spettacolo. Nonostante fosse stato un esperimento improvvisato, con poca attenzione sulle luci e con una qualità relativamente bassa, fu molto apprezzato da chi guardò il prodotto finale. Questa reazione positiva ci ispirò a realizzare il film in maniera più organizzata. Così l’anno successivo il progetto è diventato una vera e propria produzione, che è stata co-prodotta da Riccione Teatro. Come dicevo Segnale d’allarme non è una ripresa dello spettacolo ma una trasposizione nel senso che ci sono state delle accortezze tecniche, da un punto di vista delle luci, ma anche da un punto di vista della messa in scena. Infatti rispetto allo spettacolo sono cambiate delle cose, sia nel testo, sia nella disposizione degli attori figuranti che fanno poi gran parte del film. Infatti gli attori sono fondamentali, anche se apparentemente invisibili.

Ribaltando la prospettiva e ragionando sulla visione del pubblico: come cambia il rapporto tra spettatore e opera attraverso il visore VR?

La cosa che ci tengo a sottolineare è che il tipo di ricerca che facciamo noi è molto limitato all’ambito della realtà virtuale. Nel senso che è molto più vicina a un’esperienza cinematografica che interattiva, infatti permettiamo allo spettatore di poter muovere la testa a 360°, però il contenuto ha un inizio e una fine, nel senso che comunque si sviluppa in maniera orizzontale, rispetto ad esempio ai videogiochi, che permettono una serie di azioni più articolate. Praticamente il pubblico, attraverso i visori e le cuffie, si ritrova a essere in prima fila in questo spettacolo, in questo teatro, con accanto degli spettatori virtuali. La peculiarità che aiuta ancora di più l’immersione è che inizialmente il pubblico si siede in un teatro vero, come sarà il Teatro Argot, con accanto degli spettatori reali. Tutti insieme si indossa il visore e ci si ritrova accanto a degli spettatori virtuali, all’interno di uno spettacolo che si svolge tra il palco e la platea. Successivamente accadono anche una serie di cose intorno allo spettatore che lo porteranno a vedere, a esplorare anche oltre l’attore principale.

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Elio Germano in Segnale d’allarme – La mia Battaglia VR al Teatro Argot Studio

Con Elio Germano nelle vesti di protagonista, arriva a Roma Segnale d’allarme – La mia Battaglia VR, uno dei primi esperimenti mondiali di teatro in realtà virtuale, dal 4 al 16 febbraio presso il Teatro Argot Studio. Un evento unico che fonde spettacolo dal vivo e cinema attraverso la tecnologia digitale della Virtual Reality. Dopo il grande successo de La mia Battaglia, l’opera teatrale di Elio Germano e Chiara Lagani diventa un film in realtà virtuale, diretto da Elio Germano e Omar Rashid, in cui il vincitore della Palma d’Oro a Cannes parla alla e della nostra epoca.

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Un attore, o forse un comico, ipnotizzatore non dichiarato, durante uno spettacolo di intrattenimento, manipola gli spettatori in un crescendo di autocompiacimento, anche verbale, fino a giungere, al termine del suo show, a una drammatica imprevedibile svolta. Portatore di un muto volere collettivo diffuso nell’aria, l’artista da figura autorevole si farà a poco a poco sempre più autoritario, evocando lo spettro di un estremismo di ritorno travestito da semplice buon senso. Appellandosi alla necessità di resuscitare una società agonizzante, tra istanze ecologiste, nazionaliste, socialiste, planetarie e solitarie, mutuali e solidali, tra aneddoti e proclami, tra appelli appassionanti e affondi lirici deliranti, l’attore-mattatore trascinerà l’uditorio, in un crescendo pirotecnico, a una straniata sospensione tragica fino a condurlo a una terribile conseguenza finale. Un soliloquio che parte dalla democrazia, dal valore dell’autorità e della responsabilità e termina in un proclama idealista.

Attraverso e grazie alla VR il pubblico si immergerà nell’opera teatrale diventandone parte, fino a confondere immaginario e reale. Si troverà in sala, in prima fila, insieme agli altri spettatori. Cercherà lo sguardo di chi è seduto accanto, perfino i gesti. Assisterà a un monologo che sarà un crescendo e allo stesso tempo una caduta verso il grottesco, partecipando attivamente al dibattito politico, in un gioco metateatrale e al contempo metacinematografico. Segnale d’Allarme racconterà una storia vera, la nostra.

Per info e prenotazioni: info@teatroargotstudio.com / 06 5898111

Per acquistare il biglietto: http://bit.ly/SegnaleDallarme

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L’Indifferenza di Pablo Solari al Teatro Argot Studio

Dopo il successo delle date milanesi arriva al Teatro Argot Studio di Roma dal 19 al 21 dicembre, L’INDIFFERENZA, thriller che indaga le conseguenze delle nostre azioni, prodotto da Centro Teatrale MaMiMò e Teatro i. Scritto e diretto da Pablo Solari, lo spettacolo vede in scena Luca Mammoli, Woody Neri e Valeria Perdonò alle prese con un passato da affrontare, in una lotta metaforica tra il progresso della civiltà occidentale e la sua natura bestiale e sanguinaria.

Che si tratti di fare una carezza a un neonato, di dare un bacio a una sconosciuta o di schiacciare il pulsante che sgancerà la bomba su Hiroshima, è impossibile fuggire alle conseguenze delle nostre azioni. Si può provare a far finta di niente, a rimanere indifferenti, cercando di nascondere anche le peggiori colpe così bene da quasi dimenticarsene, inevitabilmente però, queste riemergeranno, presto o tardi, costringendoci ad affrontarle. In una mattinata come tante, un ospite inatteso costringerà Franco a fare i conti con il proprio passato, con la persona che era e che pensava di essere riuscito a dimenticare. L’indifferenza è un thriller che costringe lo spettatore a prendere costantemente posizione su cosa sia vero e cosa sia falso, su cosa sia bene e cosa sia male.

L’indifferenza è una parabola sul valore della memoria e sull’esistenza del male. L’azione si svolge in uno spazio tempo allucinato, che sfida il realismo; prima una casa, poi un museo, un mondo interiore in cui verità e finzione si confondono e in cui i personaggi, tra vendette e ossessioni, si denudano delle proprie bugie, rimanendo da soli con la propria natura, imperfetta e pericolosa. Nonostante la cornice contemporanea, L’indifferenza sembra essere ambientato al tempo dell’Antico Testamento, sotto lo sguardo di un Dio vendicativo e miracoloso, in grado di rendere gli uomini belve, e la sterilità fertilità. Ma davvero il nostro mondo è così lontano da quello delle sacre scritture? Da quell’umanità così timorosa e sperduta?

Pablo Solari

Pablo Solari, regista e drammaturgo, classe 1989, si diplomato in Regia teatrale presso la Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano, vive tra Lima e Milano. Nel 2016 è drammaturgo di Oreste all’interno del progetto Santa Estasi. Atridi: otto ritratti di famiglia (2016) con la regia di Antonio Latella, vincitore del Premio Ubu 2016 come Spettacolo dell’anno e vincitore del Premio della Critica 2016. Nel giugno 2018 è responsabile dell’adattamento drammaturgico dei Cavalieri di Aristofane rappresentato durante il cinquantaquattresimo Festival Nazionale di Dramma Antico di Siracusa. È finalista del bando direction under 30 all’interno dalla Biennale di Venezia – Teatro 2018. Nel 2019 è regista di Contenuti Zero Varietà, con cui firma una serie di sette spettacoli presso il Teatro Leonardo di Milano. Nel luglio scrive e dirige in collaborazione con il musicista Roy Paci lo spettacolo Carapace che ha debuttato presso Festival delle Orestiadi di Gibellina (PA). In ottobre debutta come regista d’opera dirigendo due atti unici inediti all’interno della serata 4 one-act operas in chiusura della Biennale di Venezia – Musica 2019. È finalista del Premio Riccione Tondelli 2019 con il testo Woody è morto.

Il Centro Teatrale MaMiMò è un polo culturale nato nel 2005 che gestisce il Teatro Piccolo Orologio di Reggio Emilia e al cui interno sono attive una Compagnia, che produce spettacoli di prosa, teatro ragazzi ed eventi culturali, e una Scuola di Teatro. La forma artistica è quella di un teatro colto e popolare insieme, atto collettivo di un gruppo riunito da una visione comune. Il Centro Teatrale MaMiMò è sostenuto dal 2012 dalla Regione Emilia Romagna come Organismo di produzione di spettacolo, ed è riconosciuto dal MiBAC come Impresa di produzione teatrale di Innovazione nell’ambito della Sperimentazione. 

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Tour nella Roma anni ‘10. Sciaboletta di Alessandro Blasioli

Questo articolo è stato prodotto dai partecipanti di TheaterTelling – corso di formazione in Digital Storytelling & Audience Engagement per lo spettacolo dal vivo. Articolo a cura di Andrea Carriero.

Nel biennio antecedente alle elezioni politiche del 2018, a Roma emersero gruppi criminali  orbitanti nell’ambito dell’estrema destra romana che ri-diedero vita al “Bangla Tour”. Non parliamo di un festival colorato a base di spezie, ma di pestaggi e raid squadristi «per sconfiggere il nemico».

In questo “tetro-tourAlessandro Blasioli, durante il progetto di teatro itinerante Notturni della città (a cura di Andrea Maurizi e con la supervisione artistica di Marco Baliani), avvertì nell’aria un odore di fascismo abbastanza eloquente. Analizzando la situazione e chiedendosi quali fossero le analogie tra il 2018 e il 1920/30, si scontrò con la figura più nascosta del ventennio fascista: il Re d’Italia Vittorio Emanuele III di Savoia chiamato, durante la prima guerra mondiale, “Sciaboletta” a causa della sua bassa statura – 153 cm appena–  per la quale fu necessario forgiare una sciabola particolarmente corta, che evitasse di strisciare in terra – così come ci racconta Alessandro Blasioli in una breve intervista.

Sciaboletta scritto, diretto e interpretato da Alessandro Blasioli, giovane ma già affermato talento della scena under 35 italiana, è Il sesto appuntamento della stagione ARGOtNAUTICHE – Cronache dal mondo sommerso, in scena dal 13 al 15 dicembre al Teatro Argot Studio di Roma.

Durante l’ascesa del fascismo il Re sparisce dai documenti ufficiali del periodo: non è piú prevista la sua firma, basta semplicemente quella del Duce. Questa forma di subordinarietà evidenzia una realtà ossimora che non è stata mai affrontata nel dettaglio.Immaginate un vecchietto di 74 anni che si ritrova improvvisamente spodestato dal suo regno. Partendo dalla fuga del Re Vittorio Emanuele III del 9 settembre ’43, Sciaboletta racconta di un Re fortemente antifascista immaginando un’invettiva in cui si rinnega il fascismo rigettando una situazione ormai intollerabile.

Da qui prende avvio la costruzione scenica proposta da Alessandro Blasioli. La necessità, l’urgenza e l’emergenza sollevate dalla cronaca odierna in merito all’operato neofascista hanno ispirato il racconto di questo personaggio. Siamo una società con la memoria corta, continuamente bombardata di informazioni e fake-news. Oggi più che mai, bisogna ricordare che cosa è stato e cos’è il fascismo.

La produzione dei monologhi di Alessandro Blasioli è totalmente figlia del contesto culturale e politico in cui ci troviamo. Già al suo terzo spettacolo, autoprodotto e autodiretto, dopo il pluripremiato Questa è casa mia e DPR_Web_Sommerso – nonostante un tragico sistema teatrale, un CCNL raramente stipulato e bandi sempre piú scarni – è riuscito a reinventarsi con monologhi realistici e dirompenti.

Compagnie formate da dieci persone? Chimera. Da cinque persone? Fantasia. Alessandro Blasioli, da solo a casa sua, implacabilmente scrive, dirige e recita i suoi monologhi. La produzione dei suoi spettacoli è fast, smart, multitasking. Nella prima fase di creazione, drammaturgia e regia si fondono: si parte da una canovaccio, si prosegue con la scrittura, fino ad arrivare a un lavoro di scrematura in cui impara superficialmente il testo per ottenere il linguaggio più diretto possibile. 

Se vi sono blocchi a chi rivolgersi? Ci si confronta con Alessandro il drammaturgo o con Blasioli l’attore-regista? Bisogna lasciare che tutto si sedimenti per riprendere il lavoro successivamente e comprenderne la reale potenza. Avere il contributo di uno sguardo esterno aiuta il processo creativo: lo spettacolo Questa è casa mia, ad esempio, ebbe la supervisione artistica del regista Giancarlo Fares. Altre volte, come nel caso di DPR e Sciaboletta entrambi proposti per un concorso e sottoposti a tempistiche da bando, può risultare complesso ritagliarsi del tempo per avere un riscontro. Di conseguenza, indicando l’idea del progetto, una volta vinto il bando, Blasioli si è buttato a capofitto nella scrittura e nella messa in scena. Ottenuti premi e riconoscimenti,  con la programmazione di diversi spettacoli nelle stagioni teatrali, ha potuto dedicarsi a un singolo progetto per volta.

Finché la situazione rimarrà invariata, Alessandro Blasioli continuerà a scrivere. Il prossimo lavoro sarà incentrato sulla figura di Giacomo Matteotti. Proprio a Chieti –  patria dell’artista –  ci fu il processo-farsa agli assassini di Matteotti per l’omicidio che segnò l’incipit della dittatura fascista. Alessandro Blasioli prosegue dunque la propria ricerca artistica, scavando nella memoria del primo trentennio dell’Italia del ‘900, rintracciando aneddoti, prove, esempi, rimandi e ammonimenti per scongiurare il rischio che vengano scritte nuove pagine buie della storia dell’umanità.


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Andrea Pannofino, Annalisa Arena, Flaminia Delfina De Sanctis in Molto prima di domani

Molto prima di domani: intervista ad Annalisa Arena e Andrea Pannofino

Questo articolo è stato prodotto dai partecipanti di TheaterTelling – corso di formazione in Digital Storytelling & Audience Engagement per lo spettacolo dal vivo.

Intervista a cura di Gabriele Fortuna e Ludovica Labanchi

Andrea Pannofino, Annalisa Arena, Flaminia Delfina De Sanctis in Molto prima di domani
Andrea Pannofino, Annalisa Arena, Flaminia Delfina De Sanctis in Molto prima di domani

Tre ragazzi appartenenti alla Generazione Z, rinchiusi in una baita di montagna, tentano di sopravvivere all’apocalisse che li circonda, fronteggiando la progressiva perdita di empatia e umanità del mondo. Questo e tanto altro è Molto Prima di Domani, spettacolo scritto e diretto da Umberto Marino, con Andrea Pannofino, Annalisa Arena e Flaminia Delfina De Sanctis. I partecipanti di TheaterTelling – corso in Digital Storytelling e Audience Engagement a cura di Theatron 2.0, hanno intervistato Andrea Pannofino e Annalisa Arena, avendo modo di approfondire il lavoro della compagnia e il loro esito artistico andato in scena presso il Teatro Argot Studio, all’interno della stagione ARGO(t)NAUTICHE – Cronache dal mondo sommerso.

Quali sono le tematiche dello spettacolo?

Annalisa Arena: Lo spettacolo tratta della fine del mondo in arrivo non tra 100 anni, non tra 50, come dicono alcune previsioni, ma “molto prima di domani”. Ci sono tre ragazzi che arrivano trafelati in questa baita di montagna e devono lottare per la sopravvivenza e, quindi, devono maturare un’intelligenza pratica, devono abbandonare i social e diventare più maturi.

Andrea Pannofino: Direi più umani, oltre che più maturi perché gli viene tolto tutto quello che la tecnologia gli aveva dato in precedenza: l’utilizzo dei social, i collegamenti con il mondo esterno, giungendo a  riscoprire una sorta di umanità perduta. Infatti, il sottotitolo dello spettacolo è Il latte dell’umana tenerezza.

Quanto il lavoro sui personaggi vi ha dato modo di riflettere sull’incertezza del futuro, tipica della nostra generazione?

AP: Quest’incertezza ce l’avevo già prima di interpretare questo ruolo per questo, quando Umberto Marino mi ha proposto di fare lo spettacolo, sono rimasto stupito per la vicinanza emotiva e intellettuale con il personaggio. Mi è piaciuto molto perché, più che un lavoro sul personaggio, è stato un lavoro su me stesso, come se mi trovassi realmente in quella situazione. 

AA: Anche per me vale la stessa cosa, anzi mi ha fatto riflettere perché Annalisa sarebbe stata molto più pessimista in una situazione del genere, invece, il mio personaggio, Emma, è molto più forte, non si arrende mai. A volte, interpretando un personaggio se ne assume un po’ la personalità quindi mi ha trasmesso un po’ di coraggio riguardo alla tematica. 

Ci sono state delle reazioni da parte del pubblico che hanno disatteso le vostre aspettative?

AP: Le reazioni del pubblico sono state tutte un po’ sorprendenti. È bello notare come persone di mezza età reagiscano a questa faccenda con un po’ più di compassione come fossimo i loro figli, nipoti. Al contrario, i nostri coetanei ci guardano e pensano che essi stessi potrebbero ritrovarsi a vivere una condizione simile. 

AA: Le persone più giovani prendono lo spettacolo molto più seriamente, mentre le persone un po’ più adulte tendono a ridere di più anche perché si sentono forse un po’ più chiamati in causa: i giovani si trovando in questa situazione purtroppo anche a causa di chi c’è stato prima di noi, quindi la risata è come fosse un po’ strappata da un leggero senso di responsabilità nei confronti di quello che succede in scena. Poi siamo tre giovani, io sono la più grande, ho 24 anni, Andrea ne ha 21, la bambina ha 9 anni, per cui facciamo tenerezza. I protagonisti sono ragazzi come noi, che non sono mai stati abituati a dover sopravvivere e diventano comici per la loro goffaggine. 

All’interno del testo ci sono molti riferimenti alla Generazione Z. A proposito di questo, avete avuto modo di lavorare insieme al regista sul testo?

AP: Mi piacerebbe dirti di sì ma la cosa sconcertante di Umberto è il suo essere così preparato e interessato a tematiche lontane per un uomo della sua età. Ne sa più di me, questa è la cosa pazzesca. Umberto è un uomo mite, educato, colto. Non pensavo potesse esistere un regista simile. Un uomo di cuore.

Andrea Pannofino, Annalisa Arena, Flaminia Delfina De Sanctis in Molto prima di domani
Andrea Pannofino, Annalisa Arena, Flaminia Delfina De Sanctis in Molto prima di domani

Quanto ha influito sul vostro lavoro la presenza, in scena, di una bambina di 9 anni? In che modo avete gestito il rapporto con lei?

AA: Quando mi chiamarono per lo spettacolo e mi dissero che ci sarebbe stata anche una bambina di nove anni, pensai che avremmo dovuto imparare anche un po’ la sua parte, per sicurezza. Invece, fin dal primo giorno, la bambina sapeva tutta la sua parte a memoria. Certo, noi ci sentiamo in dovere di coinvolgerla anche perché questa cosa lei non la vede proprio come un lavoro, piuttosto come un gioco che a volte ha voglia di fare e altre no. Ci sentiamo un po’ la mamma e il papà di questa bambina. È un rapporto molto bello.

Una scenografia così strutturata che dà luogo a uno spazio scenico vivibile e realistico, ha in qualche modo modificato il vostro approccio interpretativo?

AP: Per quanto mi riguarda molto, soprattutto per il lavoro che ho fatto sulla voce. Uno spazio più piccolo consente di parlare un po’ più piano lasciando che la battuta sia maggiormente interiorizzata e risulti più reale. 

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Elena Arvigo

Intervista a Elena Arvigo in scena al Teatro Argot Studio

Elena Arvigo
Elena Arvigo in Il Dolore: diari della guerra
ph Manuela Giusto

Alimentato dal fuoco sacro della letteratura, il secondo capitolo della stagione  ARGO(t)NAUTICHE – Cronache dal mondo sommerso del Teatro Argot Studio vedrà come protagonista Elena Arvigo , l’eclettica attrice e regista con lo spettacolo Il Dolore: diari della guerra, in scena dal 30 ottobre al 3 novembre.

Il Dolore è il diario biografico che Marguerite Duras, con la sua arte vissuta tra la guerra e la tragica pagina storica del nazismo, scrisse a Parigi quando aspettava il ritorno di suo marito Robert Antelme deportato a Dachau. Un diario (forse) autobiografico, pubblicato dopo 40 anni, che racconta gli ultimi giorni di guerra nell’Aprile del 1945, dove testimonianza storica e resoconto emotivo dell’attesa si fondono nella penna inconfondibile della Duras, in grado di descrivere con il suo stile particolare e estremo coraggio la profondità dei suoi stati d’animo.

Abbiamo intervistato Elena Arvigo per conoscere la genesi creativa e il percorso produttivo dello spettacolo Il dolore: Diari della guerra:

Intervista a Elena Arvigo, autrice e attrice de Il dolore: Diari della guerra

Attraverso l’approfondimento delle fonti e delle circostanze storiche legate a Il Dolore, Quaderni della guerra e altri testi di Marguerite Duras e L’Istruttoria di Peter Weiss, Elena Arvigo ha sentito la necessità di indagare il particolare momento storico legato alla fine della seconda guerra mondiale e le sue convulsioni finali nella primavera del 1945.

Si può stimare che circa 2,3 milioni di uomini, donne e bambini furono portati nei campi di concentramento tra il 1933 e il 1945; la maggior parte di loro, oltre 1,7 milioni, vi perse la vita. A oltre ottant’anni si sente ancora forte la necessità di comprendere le circostanze che hanno permesso che tutto ciò avvenisse, mettere in luce i meccanismi su cui si è basato il nazi-fascismo che, come scrive Robert Antelme (marito di Marguerite Duras, sopravvissuto a Dachau e protagonista del racconto Il Dolore) in La Specie Umana: «non fu ideologia folle ma fu un regime razionale».

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Tiziano Panici presenta Argo(t)nautiche, la stagione di Teatro Argot Studio.

Al Teatro Argot Studio è ricominciata la stagione teatrale, costellata da nuovi approdi e da storici ritorni. Nel claim di quest’anno è concentrata la volontà di esprimere una direzione al volo artistico del teatro di Trastevere: con il titolo Argo(t)nautiche – Cronache dal mondo sommerso i direttori artistici – Tiziano Panici e Francesco Frangipane – non tentano soltanto un gioco di parole, ma vogliono portarci in un lungo viaggio, attraverso il vasto mare della storia dell’Argot, che è anche la storia della Roma teatrale dal 1984 a oggi. Al racconto delle Argo(t)nautiche contribuiranno nomi storici (Umberto Marino, Paolo Zuccari, Elena Arvigo), nuove proposte under 35 (Alessandro Blasioli, Pablo Solari, Collettivo Controcanto) fino a progetti più sperimentali – come nel caso di Segnale D’Allarme | La Mia Battaglia in VR, uno spettacolo in virtual reality con Elio Germano. Fra le proposte laboratoriali, anche Theatertelling, corso di formazione per comunicatori, giornalisti e appassionati alle arti performative organizzato da Theatron 2.0.

Con Argo(t)nautiche, il Teatro Argot Studio, anche quest’anno, si riconferma come un luogo di incontro e di convivenza tra realtà diverse, tra vecchie e nuove generazioni, da spettacoli più tradizionali a quelli sperimentali. E tutti sono imbarcati sulla stessa nave, viaggiano verso la stessa direzione e vivono la stessa storia.Abbiamo parlato con Tiziano Panici, che ci ha raccontato come è stata ideata la programmazione di Argo(t)nautiche – Cronache dal mondo sommerso.

La stagione di quest’anno è stata intitolata Argo(t)nautiche : perché la scelta di questo nome?

Si chiama Argo(t)nautiche perché vogliamo raccontare i primi dieci anni di questa nuova gestione così come si tiene aperto, in questo momento storico molto particolare, un porto che deve accogliere le navi dall’esterno. Interrogandoci su quello che è il senso di tenere aperto uno spazio in una città come Roma, uno spazio culturale, ci sembra fondamentale sapere che avere un teatro significa tenere le porte aperte all’interno di una città. Quindi abbiamo una responsabilità civile, nei confronti del “nostro” territorio, del quartiere, delle persone che ci sono vicine, e di chi abita lo spazio.

Chi abiterà quest’anno il Teatro Argot Studio?

C’è stato un inizio di stagione molto positivo con la presentazione del progetto Trilogia dell’Essenziale, firmata da Vinicio Marchioni, con Marco Vergani come attore. A Marco succederà Elena Arvigo con Il dolore: Diari della Guerra, che è un lavoro che per adesso ha presentato soltanto in forma di mise en espace e di reading. Accanto a questi nomi più importanti sono felice che ospiteremo anche realtà meno conosciute ma che stanno crescendo e si stanno facendo le ossa: come nel caso di Collettivo Controcanto, che è venuto in contatto con noi tramite il progetto di Dominio Pubblico. Tra i giovanissimi troviamo anche Alessandro Blasioli con una produzione di Argot Produzioni: Sciaboletta, spettacolo premiato all’Arezzo Crowd Festival e Direction Under 30 di Gualtieri. 

Fra le proposte di drammaturgia contemporanea, presentiamo con grande piacere Piccola Patria, spettacolo della compagnia CapoTrave di Luca Ricci e Lucia Franchi, con Gioia Salvatori in scena; Riccardo Festa, attore e regista romano che si metterà in prova con Art, un testo di Yasmina Reza. L’anno scorso, poi, abbiamo deciso di mettere in produzione Harrogate, uno spettacolo della scena britannica, programmato da Rodolfo di Giammarco nella sua rassegna Trend, che torna in una dimensione di stagione – in scena Marco Quaglia e Alice Spisa, con la regia di Stefano Patti. Anche loro sono degli artisti che qui dentro hanno costruito un loro percorso.  Inoltre, la compagnia Teatrodilina porterà in scena lo spettacolo Il bambino dalle orecchie grandi.

Il Dolore: Diari della Guerra di e con Elena Arvigo
Il Dolore: Diari della Guerra di e con Elena Arvigo

“Vecchie fiamme” che ritornano: questo perché gli artisti riconoscono Teatro Argot Studio com uno spazio-palestra dove potersi mettere sempre in gioco?

Sì e non solo: si crea un sottile filo rosso che si porta avanti negli anni, e che continua in qualche modo a raccontare la storia dell’Argot. Per questo ci sono anche i “nomi storici” – come Umberto Marino e Paolo Zuccari – autori che negli anni Novanta hanno fatto la storia di questo posto e che oggi lavorano nel cinema e nella televisione. Sono grandi firme, riconosciute da tutti, che ancora si concedono il lusso, da registi e autori riconosciuti e cinquantenni, di buttarsi sul palco sperimentando e raccontando storie che non potrebbero raccontare in altri spazi.

Chi ritroviamo, invece, tra le “nuove proposte” di Teatro Argot Studio?

Troviamo Silvia Gribaudi, che in questo momento è una delle coreografe più interessanti del panorama nazionale, che porta in scena lo spettacolo My Place: sono tre donne in scena, tre donne adulte con i loro corpi adulti. Come contraltare, un giovanissimo Pablo Solari alla regia con una sorta di opera prima, L’indifferenza. Sono due facce della stessa medaglia che è Milano, e questo ci fa molto piacere perché rompe il dialogo continuativo con Roma, oltre cui cerchiamo sempre di spostarci – ovviamente senza creare fratture permanenti.

My Place
My Place regia di Silvia Gribaudi

Che cosa proponete invece “oltre” lo spettacolo dal vivo?

Una delle grandi novità di quest’anno è che l’Argot torna a farsi una casa per le produzioni interne, ospitando residenze anche con grandi nomi della scena nazionale, da Francesca Reggiani con lo spettacolo Souvenir a Alessandro Tedeschi di Carrozzerie Orfeo, regista di Coppia aperta, quasi spalancata con Chiara Francini e Alessandro Tedesco. Poi, vogliamo proporre qualche esperimento: Over è una rassegna che abbiamo lanciato lo scorso anno, e come si evince dal nome è un segno di discontinuità – ma anche realtà di continuità – con Dominio Pubblico, che è un progetto che noi dedichiamo ad artisti under 30. Over vuole invece rispettare il fatto che una volta passata la soglia generazionale rimangono degli spazi in cui si può continuare a crescere, a rendersi più forti, a irrobustire il proprio percorso. Altro esperimento lo lanciamo con Elio Germano, che in realtà non approda qui “fisicamente”: porta Segnale d’allarme | La mia battaglia VR – riscritto insieme a Chiara Lagani della compagnia Fanny & Alexander – e viene proposto al pubblico del Teatro Argot in virtual reality. È quindi previsto che gli spettatori siedano nella sala con dei visori, fruendo dello spettacolo non con una visione dal vivo ma con una visione praticamente cinematografica a trecentosessanta gradi all’interno dello spazio. 

Questo segna il percorso delle Argo(t)nautiche, che ci proietta già nel prossimo settembre/autunno 2020, dove vorremmo festeggiare in maniera un po’ più articolata questi dieci anni: è tutto collegato da una storia visiva e per l’appunto uno storytelling di quello che era il corso e il racconto di questo teatro, che abbiamo iniziato a creare da quest’anno.

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TheaterTelling: strategie comunicative per la promozione del Teatro. Corso di formazione a cura di Theatron 2.0 presso Teatro Argot Studio di Roma.

TheaterTelling: strategie comunicative per la promozione del Teatro

TheaterTelling: strategie comunicative per la promozione del Teatro. Corso di formazione a cura di Theatron 2.0 presso Teatro Argot Studio di Roma.

TheaterTelling è un corso di formazione rivolto a studenti e studentesse, comunicatori e operatori culturali, interessati al settore delle arti performative, che prevede un ciclo di lezioni nell’ambito della comunicazione digitale e di approfondimento allo spettacolo dal vivo, nel periodo compreso tra novembre 2019 e gennaio 2020. 

Brand Journalism, Social Media Marketing e Audience Engagement sono alcune delle parole-chiave del corso di formazione TheaterTelling, progetto di Theatron 2.0 presso il Teatro Argot Studio, in cui verranno affrontati i temi relativi al coinvolgimento dei pubblici attraverso la pianificazione e la produzione di strategie comunicative multimediali.

Come comunicare le arti performative? 

TheaterTelling mira alla creazione di un percorso di narrazione prima, durante e dopo lo svolgimento di eventi culturali raccontando analiticamente le performing arts attraverso l’utilizzo degli strumenti offerti dal web 2.0. Per rafforzare il percorso formativo, verrà proposta un’esperienza di visione di 6 spettacoli, presenti nella programmazione del Teatro Argot Studio e del Piccolo Eliseo, accompagnati da momenti di incontro e confronto tra artisti e pubblico coordinati dai responsabili di Theatron 2.0, Edoardo Borzi e Ornella Rosato, insieme ai partecipanti.

TheaterTelling: strategie comunicative per la promozione del Teatro. Corso di formazione a cura di Theatron 2.0 presso Teatro Argot Studio di Roma.

Il progetto si prefigge di mettere a fuoco i seguenti temi:

Brand Journalism & Digital Marketing

Durante la stagione 2019/2020, la redazione di netizens produrrà contenuti digitali dando vita a una narrazione transmediale del processo di organizzazione e programmazione della stagione 2019/2020 di Teatro Argot Studio con focus relativi al progetto, con approfondimenti tematici integrati da foto, video e interviste. Il resoconto integrale dello storytelling con raccolta dei materiali prodotti sarà reperibile in un report unico sul sito di Theatron 2.0.

  • Analisi dei linguaggi e dei sistemi di comunicazione nell’ambito del web 2.0;
  • Promozione e Comunicazione Culturale;
  • Digital Storytelling;
  • Copywriting & Seo Content;
  • Social Media Marketing.

Storia delle arti performative e analisi degli elementi dello spettacolo dal vivo

Il percorso laboratoriale proposto da Theatron 2.0 prevede, inoltre, un approfondimento di carattere storico in merito alle arti performative. Gli snodi storiografici più interessanti del Novecento teatrale, saranno assunti come lente d’ingrandimento per indagare gli elementi costitutivi degli spettacoli in programmazione.  I partecipanti saranno accompagnati in un percorso di allenamento alla visione e di costruzione del pensiero critico intorno agli spettacoli. Saranno prodotte interviste agli artisti, articoli di cronaca degli eventi, recensioni critiche e focus dedicati all’organizzazione.

  • Approfondimento storico alle Arti Performative;
  • Audience Engagement: incontri con gli artisti e con il pubblico;
  • Produzione contenuti giornalistici scritti e digitali.

Modalità e costi

10 appuntamenti formativi da novembre 2019 a gennaio 2020 + 6 spettacoli da vedere:

150€ per tutto il percorso formativo rateizzabili in quote mensili di 50 € al mese per partecipante.

LEZIONE DI PROVA GRATUITA 16 NOVEMBRE // DALLE 16:00 ALLE 18:00 // TEATRO ARGOT STUDIO VIA NATALE DEL GRANDE 27 (ROMA)

Per iscriversi o per maggiori informazioni scrivere a: formazione.theatron@gmail.com

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Argo(t)nautiche: presentata la stagione 2019/2020 del Teatro Argot Studio

Giunto alla trentaquattresima stagione, la decima con la direzione artistica di Tiziano Panici e Francesco Frangipane, Teatro Argot Studio ha presentato la programmazione artistica 2019/2020, intitolata ARGO(t)NAUTICHE Cronache dal mondo sommerso, a partire dall’opera di Apollonio Rodio. La leggenda dice che sulla nave Argo(t) ci fossero 50 eroi, ma sono molti di più su questa nave, sono un’intera comunità, perché per fare arte oggi bisogna essere eroi. E allora anche gli argonauti di questo ennesimo viaggio solcheranno mari in tempesta e affronteranno mostri marini, incontreranno nuovi popoli e conosceranno nuovi mondi alla ricerca di quel mitico Vello d’oro che ha il potere di guarire le ferite.

Questa casa galleggiante sarà abitata da un equipaggio valoroso che navigherà ininterrottamente per dieci lunghi mesi: grandi condottieri come Vinicio Marchioni, Elena Arvigo, Elio Germano, capitani di lungo corso come Umberto Marino e Paolo Zuccari, gruppi di marinai abituati alla battaglia come Teatrodilina, Capotrave e Controcanto e tanti altri giovani compagni di viaggio.

ARGO(t)NAUTICHE – Cronache dal mondo sommerso

Ad aprire la stagione 2019/2020 del Teatro Argot Studio, dal 3 al 6 e dal 10 al 13 ottobre, il progetto della Trilogia dell’Essenziale: tre monologhi, indipendenti l’uno dall’altro, di drammaturgia contemporanea, scritti da Valentina Diana e diretti da Vinicio Marchioni, nell’interpretazione di Marco Vergani, con le idee sceniche, i costumi e la direzione artistica di Milena Mancini. Il progetto Trilogia dell’essenziale nasce come un rigurgito, come atto di ribellione contro le modalità di produzione e distribuzione teatrale degli ultimi anni ponendo la sua attenzione sulla solitudine, l’alienazione, la percezione della vita e della morte nell’uomo contemporaneo.

Dal 30 ottobre al 3 novembre, va in scena Il dolore: diari della guerra, di e con Elena Arvigo, spettacolo tratto da Il Dolore, Quaderni della guerra e altri testi di Marguerite Duras e da L’istruttoria di Peter Weiss: pagine di straziante intimità in bilico tra poesia e memoria, tra bisogno privato e testimonianza, in cui si racconta la storia della guerra attraverso gli occhi delle donne che inermi attendono, attanagliate da un dolore individuale che diventa universale.

Si prosegue dal 5 al 17 novembre, con Harrogate di Al Smith, tradotto da Alice Spisa. Lo spettacolo diretto da Stefano Patti, che ha debuttato all’interno della XVII edizione di TREND – Nuove Frontiere della Scena Britannica, rappresenta il dramma dai demoni che custodiamo dentro ed è da essi che parte la magia della storia, una magia ci obbliga a confrontarci con la parte più oscura di noi stessi: un trittico, interpretato da Marco Quaglia e Alice Spisa, sull’ossessione, la repressione e la lussuria.

Dal 19 novembre all’1 dicembre, si rinnova la storica collaborazione con il drammaturgo e regista Umberto Marino, autore di Molto prima di domani: lo spettacolo (scena unica, tre personaggi e molta azione) ha la grande ambizione di riportare a teatro i giovanissimi e di riportare il teatro alla sua funzione originaria: chiamare a raccolta una comunità per discutere delle paure, dei problemi e delle prospettive che riguardano le donne e gli uomini di una determinata epoca.

Continua nel migliore dei modi la programmazione con Settanta volte sette, spettacolo vincitore Teatri del Sacro 2019, di Controcanto Collettivo, in scena dal 5 al 8 dicembre, che affronta il tema del perdono e della sua possibilità nelle relazioni umane. Un appuntamento imperdibile per approfondire i percorsi della nuova drammaturgia under 35, che precede un altro lavoro di pari valore e dello stesso filone di ricerca: Sciaboletta, la piccola storia di un piccolo Re, monologo scritto diretto e interpretato da Alessandro Blasioli, a partire dalle grottesche vicende di Vittorio Emanuele III all’indomani dell’armistizio della Seconda Guerra Mondiale.  Ad Argot dal 13 al 15 dicembre.

Settanta volte sette
Settanta volte sette

Chiude il dicembre teatrale, L’indifferenza, di Pablo Solari con Luca Mammoli, Woody Neri e Valeria Perdonò in scena dal 19 al 21 dicembre: una parabola sul valore della memoria e sull’esistenza del male che sembra ambientata al tempo dell’Antico Testamento, sotto lo sguardo di un Dio vendicativo e miracoloso, in grado di rendere gli uomini belve e la sterilità fertilità.

Si riprende la programmazione nel 2020 con un progetto speciale: dal 4 al 16 febbraio Elio Germano e Omar Rashid presentano Segnale d’allarme | La mia battaglia In VR, trasposizione in realtà virtuale de La mia Battaglia, opera diretta e interpretata da Elio Germano e scritta con Chiara Lagani, regista e drammaturga della compagnia Fanny & Alexander. Immerso in una dimensione altra senza attori né scenografia, lo spettatore, attraverso e grazie le potenzialità del VR, sarà portato a piccoli passi a confondere immaginario e reale, in un racconto appassionato e appassionante dell’epoca storica in cui viviamo.

Dopo il successo dello spettacolo La lotta al terrore, andato in scena per 62 repliche in 50 città italiane, Lucia Franchi e Luca Ricci con la compagnia CapoTrave continuano a esplorare l’universo sociale e politico contemporaneo, firmando un nuovo lavoro: Piccola Patria, dal 20 al 23 febbraio ad Argot. Prosegue il sodalizio artistico con Simone Faloppa, Gabriele Paolocà e Gioia Salvatori, interpreti di una pièce che riflette su uno dei fenomeni del nostro tempo: la frammentazione in piccole patrie e l’incapacità della politica di comprendere le reali necessità dei cittadini.

Dal 25 febbraio all’1 marzo si continua con un progetto di Teatrodilina, scritto e diretto da Francesco Lagi, Il bambino dalle orecchie grandi. La storia di una coppia, un uomo (Leonardo Maddalena) e una donna (Anna Bellato) che si avviano a stare insieme in bilico tra il loro presente e il loro passato e le vicende di un bambino, quello dalle orecchie grandi, che potrebbe rimanere un’ipotesi ma anche nascere e diventare realtà.

Paolo Zuccari scrive e dirige Toni, spettacolo in scena dal 3 all’8 marzo. Interpretato dallo stesso Zuccari, il protagonista Guido, diagnosticato schizofrenico, dopo venti anni di cure, all’improvviso decide di non prendere più le medicine incorrendo in tragiche ripercussioni con la polizia. Dal testo teatrale di Yasmine Reza, nasce Art di Riccardo Festa, dal 17 al 22 marzo. Michele Cesari, Marco Palange e lo stesso Riccardo Festa sono gli attori di una messinscena che ruota attorno ad un quadro – un’opera di arte contemporanea, concettuale. Il quadro è ovviamente un pretesto, il primo, l’elemento estraneo che rompe il delicato equilibrio che regola il rapporto tra le vite dei tre amici.

Si prosegue, dal 27 al 29 marzo, con My Place, un progetto di Qui e Ora Residenza Teatrale, con la regia di Silvia Gribaudi, in scena Francesca Albanese, Silvia Baldini, Silvia Gribaudi e Laura Valli. My Place segna l’occasione di mettere a confronto due poetiche diverse e affini. Due sguardi sul femminile. Si incontrano la ricerca di un movimento che nasce da corpi non convenzionali e la sperimentazione sulla drammaturgia autografa, lo sguardo ironico e l’indagine sul contemporaneo.

My Place
My Place

Reduce da una prima edizione entusiasmante e ricca di sorprese, torna a Casa Argot, dal 7 al 10 e dal 14 al 17 maggio, OVER – rassegna di teatro emergente, targata Argot Produzioni e Dominio Pubblico. La rassegna è animata da giovani talenti della scena ancora inesplorati, nuove intelligenze su cui scommettere per dare rinnovata vitalità al sistema del teatro italiano.

Una chiusura di stagione perfettamente coerente con il lavoro e con la naturale inclinazione di Argot, ovvero luogo in cui formarsi, sperimentare e crescere, prima come persone poi come artisti. Ad abitare e animare le attività dello spazio anche tante realtà da sempre affini ad Argot, declinate in forme diverse: laboratori, festival e premi. Non mancano, infatti, il  laboratorio di formazione attoriale con grandi artisti come Vinicio Marchioni, oltre a quello di Digital Storytelling & Audience Engagement, entrambi a cura di Theatron 2.0; il laboratorio di visione e scrittura critica tenuto da Teatro e Critica; il festival di teatro off Inventaria, le selezioni per il premio Hystrio e ancora un percorso formativo su Mani sporche di Sartre condotto da Filippo Gili, i seminari di Dominique De Fazio e il laboratorio di recitazione Zappattori, curato da Lucrezia Coletti. Infine, la rinnovata e storica presenza nella piazza di San Cosimato con il progetto Il Banditore di Trastevere, creato e immaginato con la complicità di quattro giovani associazioni per rafforzare la sinergia tra teatro e territorio. Il progetto viene realizzato e promosso in collaborazione con Il Ventriloco, Pìcaro, Officina B5 e Zalib – I ragazzi di via della Gatta, sostenuto e promosso dall’assessorato alla cultura del Municipio Roma I – Centro Storico

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