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Ok, Boomer. Al Teatro India l’Open day di Dominio Pubblico

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Ok, Boomer è il grido della Generazione Z contro i figli del Boom Economico. Non una chiusura al dialogo e al confronto ma una presa di posizione. Under 25 Ribellati! Vieni a Teatro con Dominio Pubblico.

Il progetto di formazione del pubblico e orientamento professionale Dominio Pubblico è di nuovo attivo ed è giunto alla sua ottava edizione. DOMINIO PUBBLICO è un’associazione culturale con base a Roma, che si occupa di creare strategie culturali e progetti di audience development e di cittadinanza attiva rivolta a ragazzi Under 25. L’Associazione nasce dal know-how e dalla collaborazione tra due realtà indipendenti e attive a Roma nella promozione delle arti contemporanee da più di trent’anni: il Teatro dell’Orologio e il Teatro Argot Studio. Il progetto è stato poi sostenuto dalle più importanti istituzioni del territorio quali il Mibact, Comune di Roma – Municipi di Roma – Regione Lazio – Circuito Regionale ATCL ed è anche promotore della nascita della rete RisoИanze! Network per la diffusione e tutela del Teatro Under 30. 

La rinnovata collaborazione con il Teatro di Roma – Teatro Nazionale ci permette di presentare l’offerta di un abbonamento ai principali spettacoli della stagione, adatto per studenti Under 25, anche se alcune date o titoli presenti nell’offerta potrebbero variare a causa dell’emergenza sanitaria Covid – 19 ancora in atto.  Al percorso di visione, guidato dall’organizzazione Dominio Pubblico ed altri esperti del settore, si aggiungono molte attività partecipate che daranno la possibilità ai ragazzi di avvicinarsi al mondo dello spettacolo e delle arti performative, venendo in contatto diretto con i protagonisti della nostra scena nazionale ed internazionale. 

Un unicum del progetto è sicuramente il Festival “Dominio Pubblico – La città agli Under 25” che si propone di essere il più significativo evento italiano focalizzato sulla creatività under 25 nell’ambito delle arti sceniche performative multidiscipinari attraverso un percorso formativo e inclusivo grazie al quale i ragazzi saranno in grado di curare ogni aspetto organizzativo, logistico, amministrativo, promozionale dell’evento.

Non meno importante è un’altra missione del progetto: far interagire i giovani partecipanti con i diversi territori urbani di riferimento. Il progetto MA®T è finalizzato appunto a produrre un’azione contemporanea di performance urbaneproduzione artistica urbana e un laboratorio sulle giovani generazioni attento alle tematiche della formazione e del lavoro comunitario.

Nel corso di 7 anni di attività, il progetto ha formato diverse generazioni di spettatori Under 25, alcuni di essi hanno continuato a essere attivi nel campo della creazione di eventi culturali. Oggi il progetto può contare su una comunità di oltre 700 ragazzi formatasi attraverso il processo di formazione e coinvolgimento attivo.

Giovedì 22 Ottobre alle ore 17:00, presso la Sala A del Teatro India si svolgerà l’OPEN DAY di presentazione del progetto presenziato dai responsabili del progetto e dai ragazzi che hanno preso parte al progetto nelle precedenti edizioni. Un’occasione per entrare da subito nel vivo di Dominio Pubblico e conoscerlo attraverso la voce di chi lo ha vissuto.

Nel rispetto del contenimento dell’emergenza sanitaria, è richiesta la presenza già dalle 16:30 per completare le procedure anti Covid-19. Inoltre, sarà possibile accedere all’evento soltanto previa registrazione accedendo a questo link: http://bit.ly/OpenDayDP

Dominio Pubblico – La città agli Under 25

Siamo alla ricerca di Under 25 che entrino a far parte della squadra. A questi giovani verrà data la possibilità di cimentarsi in un’operazione davvero stimolante e viva, entrando in contatto diretto con il terreno fertile e sempre incandescente dello spettacolo dal vivo e del management degli eventi culturali.

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Due urgenze a confronto: intervista ai finalisti di Over Emergenze Teatrali

Articolo a cura di Mila Di Giulio

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OVER Emergenze Teatrali è un progetto finalizzato all’individuazione e alla premiazione di realtà emergenti, nato nel 2019 dalla collaborazione fra il Teatro Argot Studio e il NEST (Napoli Est Teatro), in cui centrale è la riflessione sulle estetiche e sulle nuove forme di espressione. Mai come quest’anno il concetto di emergenza e individualità assume un ruolo fondamentale e topico, l’urgenza di un’estetica nuova e incisiva caratterizza con forza le compagnie selezionate.

Dopo una prima fase svoltasi nella sede del NEST, i due progetti giunti in finale, LET ME BE – Studio di Camilla Guarino e Giuseppe Comuniello e In Marcia di Hosteria Fermento, andranno in scena il 4 ottobre presso il Teatro Argot. Per ragioni di sicurezza gli spettacoli si svolgeranno a porte chiuse ma verranno trasmessi in live streaming sui canali social di Teatro Argot Studio, NEST e Theatron 2.0.

In LET ME BE – Studio, la danza contemporanea si fa veicolo di comunicazione e narrazione e diventa una forma di guida e visione alternativa dall’altro. In Marcia di Hosteria Fermento parte dalla crudeltà imprevedibile della guerra per raccontare le difficoltà delle incertezze odierne. Due spettacoli diversi tra loro, ma che condividono la stessa impellente necessità programmatica.

Abbiamo intervistato Marco Valerio Montesano di Hosteria Fermento e Camilla Guarino  a proposito delle peculiarità del loro lavoro, approfondendo il processo di creazione degli allestimenti, riflettendo sul concetto di urgenza artistica.

È interessante pensare all’idea da cui si origina il vostro spettacolo come una metafora degli artisti emergenti, ostacolati nell’espressione della propria libertà individuale. Condividete questa chiave di lettura?

Marco Valerio Montesano: Non vorrei catalizzare l’attenzione sul problema degli artisti, è una questione che riguarda globalmente i giovani. Leggevo che qui in Italia c’è un’esportazione massiccia di capitale umano, ovvero di giovani laureati che emigrano all’estero per trovare possibilità. Il problema è che chi studia e ha voglia di fare si sente inevitabilmente limitato, in questa categoria vanno inclusi sicuramente gli artisti, ma va inteso indubbiamente come un problema più ampio.

Come è nata la decisione di unire insieme le figure di attore, regista e drammaturgo, quale delle tre è arrivata prima e quale è stata la più impegnativa?

MVM: Il nostro è un percorso innanzitutto attoriale, siamo tutti e tre diplomati come attori all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica di Silvio D’Amico. Anche questa scelta può essere letta come un’emergenza in qualche modo, trovare una necessità drammaturgica, attoriale, registica che riesca a dare una visione d’insieme. Mettere mano al testo è stata la fase più complessa, si tratta di un nostro testo originale: siamo partiti da un aneddoto relativo a mio nonno, che da semplice soldato si ritrovò ad essere il più alto in grado a causa della morte dei compagni, completamente senza attrezzatura e senza esperienza necessaria per farlo.

Emerge dunque la questione generazionale fra padri e figli: nel mondo contemporaneo è labile il confine della giovinezza, la grande differenza è proprio questa, oggi assumersi responsabilità da padri, è più difficile a volte, perché in passato si poteva contare su una struttura sociale più solida.  

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Il vostro spettacolo può essere descritto come un’esemplificazione pratica di una sinestesia, sei d’accordo con questa definizione e cosa significa all’interno di questo lavoro la parola sinestesia?

Camilla Guarino: Si, sono d’accordo, in questo lavoro uniamo il tatto, la manipolazione dei corpi e l’udito sia riguardante il ritmo e la musica, sia la descrizione verbale di ciò che vedo. Tutti i vari elementi da soli non assumono senso, la componente del tatto comprende la parola e il suono. Non ha ragione d’esistere una descrizione effimera di un qualcosa come la danza, senza un richiamo a un’atmosfera che a volte non è percettibile solo con la vista nel caso del movimento dei corpi.

Qual è la forza specifica della danza che ha permesso di compiere un lavoro sull’assenza della vista, piuttosto che un’altra forma di espressione artistica?

CG: Nel teatro, nel cinema, la parola è fondamentale perché dà un ritmo, crea già da sola un’atmosfera. Nel caso di un quadro c’è la descrizione di un qualcosa che è statico. Per quanto riguarda la danza è tutto molto più aleatorio, poiché entrano in gioco una serie di sfumature che prese da sole non hanno significato ma possono assumerlo attraverso la descrizione di gesti d’insieme

La nostra sfida è quella di trasmettere all’esterno qualcosa che fa parte del nostro quotidiano di danzatori, mantenendo una dimensione intima, cercando di conservarla il più possibile nella sua purezza. Con questo lavoro vorremmo riuscire a trasmettere al pubblico delle sensazioni senza che si debba sforzare di comprendere, raccontando in modo veritiero ciò che ci succede quando siamo noi al posto dello spettatore.

In che modo la vostra rappresenta “un’emergenza teatrale” e quale nuova urgenza artistica e comunicativa il vostro spettacolo cerca di portare avanti?

CG: Questo spettacolo nasce dall’urgenza di raccontare la nostra esperienza, che può essere soddisfatta solo se si ha la possibilità di essere ascoltati. C’è la volontà di comunicare e  trasmettere a qualcun altro. In questo periodo in particolare ci siamo rifugiati nella ricerca e avevamo bisogno di proiettarla all’esterno, dunque Over ci ha dato la possibilità, essendo piccole realtà emergenti, di metterci in gioco come singoli artisti.

MVM: In questo spettacolo l’emergenza è il fulcro della trama, il punto di partenza: a livello narrativo vi sono tre personaggi che vivono una situazione di emergenza dall’inizio alla fine. Il pretesto è quello della guerra ma, attraverso la situazione di questi tre giovani, cerchiamo di parlare di questioni più personali, come il rapporto conflittuale fra padri e figli

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Toni, un thriller teatrale. Intervista a Paolo Zuccari

Un uomo che vive da solo con la sua schizofrenia. La decisione di rinunciare alle medicine per recuperare la donna che ama. Un viaggio mentale nella malattia che sfocia nel thriller. Dalla finestra della sua abitazione assiste a un omicidio. I primi sospetti ricadono su di lui. Chi è l’assassino? Cosa è accaduto? Ma soprattutto, tutto questo sta accadendo realmente? Sono questi gli elementi messi in gioco da Paolo Zuccari, regista, drammaturgo e attore dello spettacolo Toni, in scena al Teatro Argot Studio dal 3 all’8 marzo.

Una storia che, partendo dall’ispirazione hitchcockiana (La finestra sul cortile e Marnie), porta lo spettatore nella casa di Guido, facendogli vivere la sua condizione e narrando un’incredibile vicenda. Zuccari, lavorando su una storia avvincente, mostra, con grande sensibilità, cosa vuol dire vivere un disturbo e come questa condizione si traduce non solo nel rapporto con l’esterno, ma anche nei pericoli che un uomo può correre e nei danni che può recare a sé stesso. 

Toni: Perché hai scelto questo titolo. C’è un simbolismo particolare dietro questo nome?

Toni è un nome che si ispira a una presenza molto amica, vicina al mio vissuto e alla mia esperienza. Non è il nome di un cane, però per me richiama il tipo di dedizione che può avere un animale. È il nome che associo a una presenza calorosa, protettiva, a cui potermi affidare sempre. È una questione molto intima, ma non posso rivelare di più!

Leggendo la sinossi si percepisce un chiaro riferimento a La finestra sul cortile di Hitchcock. In che misura sono stati fonte d’ispirazione per lo spettacolo questo film e questo regista ?

Ho un innato amore per Hitchcock. Quand’ero molto giovane rimasi folgorato da alcuni suoi film come La finestra sul cortile, La donna che visse due volte e L’uomo che sapeva troppo, che in quel periodo furono restaurati e riproposti al cinema. Ma ce ne sono tanti altri, li ho visti e rivisti più volte. Non riesco proprio a farne a meno. Rispetto a La finestra sul cortile, oltre al fatto di guardare dalla finestra, ho trovato stimolante l’elemento della segregazione, l’essere chiusi in casa; poi ci sono anche riferimenti a Marnie e Io ti salverò, sempre di Hitchcock.

In Toni c’è la trama di un giallo: una persona è stata uccisa e il protagonista, Guido, sembra essere coinvolto nella vicenda. In realtà, questa è una traccia del plot che accompagna il testo: la vera storia, quella più profonda e intima, riguarda il personaggio stesso, il suo rapporto col passato e col suo disturbo. Si tratta di uno schizofrenico che ha dimenticato l’origine di questa malattia e nell’arco dello spettacolo avviene un doppio svelamento: uno riferito all’assassino che ha compiuto l’omicidio, l’altro che invece è un giallo più introspettivo, più intimo. E queste due linee, in un certo momento, convergono.

Cosa ti ha spinto a scrivere questo spettacolo?

Quando ho scritto Toni l’ho immaginato come un monologo ma non come uno spettacolo per un solo attore. Volevo fare qualcosa che non fosse stato fatto prima, anche per potermi cimentare attorialmente con uno stile che non conoscevo e che non avevo ancora mai praticato. Il vero motore che mi ha spinto a scrivere Toni è stato il bisogno di inventare qualcosa nel linguaggio, nella resa, che restituisse la pluridirezionalità di un personaggio e che, al tempo stesso, avesse una sua semplicità e leggibilità, senza che il pubblico avesse difficoltà nel seguire gli sviluppi della storia.

In che modo la scelta di adottare una estetica thriller definisce il rapporto tra opera e pubblico in chiave voyeuristica?

Il voyeurismo non è sinonimo di thriller ma le persone affette da voyeurismo possono avere una caratterialità, un modo di operare nella vita che può assumere sfumature pericolose. Questo personaggio, però, rappresenta un pericolo per se stesso più che per gli altri. In lui il voyeurismo cela il desiderio che le cose vadano in un certo modo, per cui c’è il sospetto che egli veda le cose così come vorrebbe che fossero, piuttosto che per come sono realmente. A un certo punto, Guido perde la persona di cui è innamorato e, per recuperarla, decide di interrompere le cure. Smettendo di prendere le medicine, però, inizia a sospettare che i gesti che lei compie possano essere il riflesso del suo desiderio, della visione immaginifica che Toni ha del rapporto con la persona amata.

Cosa si cerca di evocare nello spettatore?

Tutto il lavoro mira a creare un’empatia tra il pubblico e Guido, altrimenti il meccanismo narrativo e spettacolare non funziona. Mi interessava raccontare la condizione di una persona “socialmente diversa”: è un uomo disturbato, che non sempre può fare tutto liberamente, spesso non riesce ad avere neanche degli amori o delle amicizie, non è in grado di costruire rapporti. Però, come accade frequentemente, se sei consapevole della tua condizione, sei pronto a fare qualunque cosa per dimostrare che invece sei come gli altri, andando contro tutto e tutti, anche rischiando la tua stessa vita. Questo per me è il vero nocciolo della questione: empatizzare con una persona che vive in una situazione di grande difficoltà.

Alla luce della tematica affrontata in Toni, è plausibile cogliere alcuni riferimenti a Joker, il film di Todd Phillips?

Quando l’ho visto avevo già scritto il testo, ma mi ci ha fatto pensare. Ora non so dire fin dove arrivano le similitudini, però spesso ho associato il film a quello che già stavo provando. Parlo proprio di quella condizione di isolamento: è qualcosa di molto doloroso, che tutti prima o poi sperimentano. Quando il grado di complessità di quella situazione si alza fino a diventare insostenibile, può indurre azioni pericolose e drammatiche – così come accade in Joker, senza però il rapporto tra individuo e società che costituisce la parte critica del film.

In Toni tutto ha una chiave più intima. È come se per 50 minuti lo spettatore vivesse con una persona che ha queste difficoltà: ci sono momenti di angoscia ma anche situazioni divertenti, non grottesche nella loro comicità, ma delicate. Non è un testo aggressivo, è già aggressiva la materia: ho cercato di renderla appetibile, di raccontare una storia con cui il pubblico potesse empatizzare. Questo è stato l’obiettivo principale.

Articolo a cura di Davide Notarantonio

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Teatro e realtà virtuale. Intervista a Omar Rashid, regista di Segnale d’Allarme – La mia Battaglia VR

Omar Rashid ed Elio Germano

Intervistiamo Omar Rashid: nato in Iraq, cresciuto a Firenze. Termina gli studi al Polimoda di Firenze nel 2002. Dopo alcune esperienze come designer di abbigliamento fra Parigi e New York, crea la sua linea streetwear e usa canali non convenzionali per farla conoscere. La passione per i nuovi linguaggi e la loro applicazione diventa l’elemento centrale della sua professione. L’artista si può considerare uno tra i più interessanti innovatori nell’ambito dell’audiovisivo nel panorama nazionale. Nel 2016, insieme a Elio Germano, realizza NoBorders VR, primo documentario italiano che usa la realtà virtuale; vincitore del premio Migrarti del MiBACT al Festival del Cinema di Venezia. Oggi con la sua agenzia di comunicazione Gold Enterprise realizza progetti VR, parallelamente insegna viral marketing e web communication allo IED di Firenze. Con Elio Germano ha curato la regia di Segnale d’allarme – La mia Battaglia VR, trasposizione in realtà virtuale dello spettacolo La mia Battaglia, in scena al Teatro Argot Studio dal 4 al 16 febbraio, unendo spettacolo dal vivo e cinema attraverso la tecnologia digitale della Virtual Reality.

Qual è stato il tuo percorso di formazione e quali sono gli ambiti all’interno dei quali operi attualmente?

Io ho iniziato per passione a fare i graffiti a quattordici, quindici anni. Ero molto legato sia al mondo dell’underground sia a quello del cinema. Poi dal mondo dell’underground, sono arrivato a studiare moda. E quindi la mia prima attività è stata lavorare nell’abbigliamento. Creai il mio marchio, dopo un’esperienza a New York di un anno presso un marchio molto legato al mondo dello skateboard e dei graffiti, decidendo di proseguire quel tipo di percorso. E quindi fondai Gold nel 2003, che inizialmente era un negozio di abbigliamento con la particolarità di comunicare molto attraverso il non-convenzionale: io iniziai con gli stickers in tempi non sospetti, che comunque per me era un’evoluzione di quello che era il writing. Piano piano lo sviluppo del brand è andato di pari passo con la mia ricerca nel mondo della comunicazione non convenzionale.

Successivamente questa passione si è riversata anche nel mondo delle tecnologie, ma più come ricerca di linguaggio che di mero marketing. Nel senso che per me era più interessante avere un gioco nuovo e provare a giocarci. Quindi inizialmente la realtà aumentata, poi successivamente la realtà virtuale. Nel contempo, da quando avevo iniziato, l’audiovisivo è sempre stata una forma di comunicazione che cercavo di sviluppare totalmente da autodidatta con un fine promozionale, nel senso che facevamo dei piccoli corti o brevi documentazioni, film per comunicare il brand, che però avevano anche una loro identità individuale.

Poi lo scatto più cinematografico c’è stato intorno al 2013, sicché ho iniziato a lavorare su un documentario che è Street opera, che parlava del mondo del rap. In concomitanza c’è stata la conoscenza più approfondita con Elio Germano che faceva parte del documentario con il suo gruppo Bestierare, era un po’ il filo conduttore perché avevo individuato dei rapper molto distanti tra loro, che erano Gué Pequeno per la parte mainstream, Danno del Colle Der Fomento per quella underground e Clementino e Tormento che erano rappresentanti di due percorsi agli antipodi: nel senso che il primo veniva dall’underground e poi ha sfondato nel mainstream mentre il secondo ha sfondato nel mainstream ed è passato all’underground. Ed Elio faceva da filo conduttore. In quell’occasione ci siamo conosciuti meglio. Quando poi ho scoperto il mondo della realtà virtuale, lui è stata una delle prime persone a cui l’ho mostrato. Ci si è appassionato subito con l’intenzione di fare ricerca anche lui, poiché gli affascinava molto il linguaggio.

Da qui nasce Gold Productions che ha come cardini lo storytelling, la regia e la realtà virtuale. Come si inseriscono questi tre mondi all’interno delle tue produzioni?

Come dicevo, il filo conduttore è sempre lo stesso per me: la vicinanza alla filosofia che viene dal mondo dell’underground e dell’hip-hop che è quella dell’indipendenza. Nel senso che anche i graffiti come il rap sono un tipo di forma d’arte e di contaminazione che viene dal basso e si basa molto di più sulla volontà di esprimersi che sulla tecnica. 

Il mio brand, quello che ho fondato all’inizio, si chiamava Gold ed è rimasto quello, nel senso che per me è una evoluzione lineare. La cosa che dico sempre è che io mi considero un creatore di contenuti, quindi possono cambiare i supporti, una t-shirt, un lungometraggio o una esperienza in realtà virtuale, però il focus è sempre il contenuto che poi trova nel contenitore più adatto la forma per esprimersi. Faccio un esempio: proprio Segnale d’allarme – La mia battaglia VR che porteremo al Teatro Argot Studio, secondo noi, è la trasposizione perfetta di quel tipo di contenuto, in particolare si presta molto per un tipo di fruizione del genere.

Per contro, magari ci sono altri tipi di contenuti, che come dicevo prima trovano più adatto come contenitore, quello della realtà aumentata, quella del documentario o quello della grafica. Alcune volte basta un’immagine per raccontare un concetto. Quindi l’idea è sempre quella di dare, prima di tutto, risalto al contenuto, cioè cercare qualcosa che si presti per essere raccontato. Proprio per questo l’idea di Gold Productions è questa, di essere una casa di produzione indipendente, nel senso che comunque quasi tutti i progetti sono autofinanziati, autoprodotti, prevalentemente ci abbiamo investito tanto tempo ed energie più che tanti soldi, abbiamo veramente fatto tanti sforzi individuali miei e di tutto il team che ho. La filosofia è di ricercare qualcosa anche da un punto di vista produttivo realizzabile, tante volte i progetti non si possono fare perché necessitano di budget elevati, e invece quello che facciamo noi è cercare di fare a monte qualcosa che possiamo fare in un modo o in un altro.

In questo percorso si inscrive la produzione di Segnale d’allarme – La mia battaglia VR. Qual è stata la genesi e il lavoro di produzione del film in realtà virtuale?

Nasce come spettacolo teatrale di Elio Germano, “La mia battaglia”, che ho avuto la fortuna di veder nascere dall’inizio. Io ero con Elio in India a girare, un altro lavoro in realtà virtuale che si chiama The Italian Baba, che ci ha portato a stare in India per un paio di settimane. In questa situazione, di totale pace ed estraniazione dalla società, ci siamo trovati a prendere molto tempo in maniera riflessiva, e in quel momento Elio stava scrivendo lo spettacolo. Nel momento in cui lo scriveva si parlava della possibilità di realizzarlo in realtà virtuale. Quando poi ci fu la prima, presso lo Spazio Tondelli di Riccione, Elio mi disse: “Guarda che questa cosa è perfetta per la realtà virtuale perché lo spettacolo avviene più in platea che sul palco”.

Il giorno stesso decisi di partire per Riccione con il treppiede e la telecamerina. Mi interfacciai con Pierfrancesco Pisani, che è il produttore, per trovare il punto giusto dove mettere la macchina da presa, per cui mi liberò una sedia in prima fila. La prima ripresa fu in tempo reale dello spettacolo. Nonostante fosse stato un esperimento improvvisato, con poca attenzione sulle luci e con una qualità relativamente bassa, fu molto apprezzato da chi guardò il prodotto finale. Questa reazione positiva ci ispirò a realizzare il film in maniera più organizzata. Così l’anno successivo il progetto è diventato una vera e propria produzione, che è stata co-prodotta da Riccione Teatro. Come dicevo Segnale d’allarme non è una ripresa dello spettacolo ma una trasposizione nel senso che ci sono state delle accortezze tecniche, da un punto di vista delle luci, ma anche da un punto di vista della messa in scena. Infatti rispetto allo spettacolo sono cambiate delle cose, sia nel testo, sia nella disposizione degli attori figuranti che fanno poi gran parte del film. Infatti gli attori sono fondamentali, anche se apparentemente invisibili.

Ribaltando la prospettiva e ragionando sulla visione del pubblico: come cambia il rapporto tra spettatore e opera attraverso il visore VR?

La cosa che ci tengo a sottolineare è che il tipo di ricerca che facciamo noi è molto limitato all’ambito della realtà virtuale. Nel senso che è molto più vicina a un’esperienza cinematografica che interattiva, infatti permettiamo allo spettatore di poter muovere la testa a 360°, però il contenuto ha un inizio e una fine, nel senso che comunque si sviluppa in maniera orizzontale, rispetto ad esempio ai videogiochi, che permettono una serie di azioni più articolate. Praticamente il pubblico, attraverso i visori e le cuffie, si ritrova a essere in prima fila in questo spettacolo, in questo teatro, con accanto degli spettatori virtuali. La peculiarità che aiuta ancora di più l’immersione è che inizialmente il pubblico si siede in un teatro vero, come sarà il Teatro Argot, con accanto degli spettatori reali. Tutti insieme si indossa il visore e ci si ritrova accanto a degli spettatori virtuali, all’interno di uno spettacolo che si svolge tra il palco e la platea. Successivamente accadono anche una serie di cose intorno allo spettatore che lo porteranno a vedere, a esplorare anche oltre l’attore principale.

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Elio Germano in Segnale d’allarme – La mia Battaglia VR al Teatro Argot Studio

Con Elio Germano nelle vesti di protagonista, arriva a Roma Segnale d’allarme – La mia Battaglia VR, uno dei primi esperimenti mondiali di teatro in realtà virtuale, dal 4 al 16 febbraio presso il Teatro Argot Studio. Un evento unico che fonde spettacolo dal vivo e cinema attraverso la tecnologia digitale della Virtual Reality. Dopo il grande successo de La mia Battaglia, l’opera teatrale di Elio Germano e Chiara Lagani diventa un film in realtà virtuale, diretto da Elio Germano e Omar Rashid, in cui il vincitore della Palma d’Oro a Cannes parla alla e della nostra epoca.

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Un attore, o forse un comico, ipnotizzatore non dichiarato, durante uno spettacolo di intrattenimento, manipola gli spettatori in un crescendo di autocompiacimento, anche verbale, fino a giungere, al termine del suo show, a una drammatica imprevedibile svolta. Portatore di un muto volere collettivo diffuso nell’aria, l’artista da figura autorevole si farà a poco a poco sempre più autoritario, evocando lo spettro di un estremismo di ritorno travestito da semplice buon senso. Appellandosi alla necessità di resuscitare una società agonizzante, tra istanze ecologiste, nazionaliste, socialiste, planetarie e solitarie, mutuali e solidali, tra aneddoti e proclami, tra appelli appassionanti e affondi lirici deliranti, l’attore-mattatore trascinerà l’uditorio, in un crescendo pirotecnico, a una straniata sospensione tragica fino a condurlo a una terribile conseguenza finale. Un soliloquio che parte dalla democrazia, dal valore dell’autorità e della responsabilità e termina in un proclama idealista.

Attraverso e grazie alla VR il pubblico si immergerà nell’opera teatrale diventandone parte, fino a confondere immaginario e reale. Si troverà in sala, in prima fila, insieme agli altri spettatori. Cercherà lo sguardo di chi è seduto accanto, perfino i gesti. Assisterà a un monologo che sarà un crescendo e allo stesso tempo una caduta verso il grottesco, partecipando attivamente al dibattito politico, in un gioco metateatrale e al contempo metacinematografico. Segnale d’Allarme racconterà una storia vera, la nostra.

Per info e prenotazioni: info@teatroargotstudio.com / 06 5898111

Per acquistare il biglietto: http://bit.ly/SegnaleDallarme

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L’Indifferenza di Pablo Solari al Teatro Argot Studio

Dopo il successo delle date milanesi arriva al Teatro Argot Studio di Roma dal 19 al 21 dicembre, L’INDIFFERENZA, thriller che indaga le conseguenze delle nostre azioni, prodotto da Centro Teatrale MaMiMò e Teatro i. Scritto e diretto da Pablo Solari, lo spettacolo vede in scena Luca Mammoli, Woody Neri e Valeria Perdonò alle prese con un passato da affrontare, in una lotta metaforica tra il progresso della civiltà occidentale e la sua natura bestiale e sanguinaria.

Che si tratti di fare una carezza a un neonato, di dare un bacio a una sconosciuta o di schiacciare il pulsante che sgancerà la bomba su Hiroshima, è impossibile fuggire alle conseguenze delle nostre azioni. Si può provare a far finta di niente, a rimanere indifferenti, cercando di nascondere anche le peggiori colpe così bene da quasi dimenticarsene, inevitabilmente però, queste riemergeranno, presto o tardi, costringendoci ad affrontarle. In una mattinata come tante, un ospite inatteso costringerà Franco a fare i conti con il proprio passato, con la persona che era e che pensava di essere riuscito a dimenticare. L’indifferenza è un thriller che costringe lo spettatore a prendere costantemente posizione su cosa sia vero e cosa sia falso, su cosa sia bene e cosa sia male.

L’indifferenza è una parabola sul valore della memoria e sull’esistenza del male. L’azione si svolge in uno spazio tempo allucinato, che sfida il realismo; prima una casa, poi un museo, un mondo interiore in cui verità e finzione si confondono e in cui i personaggi, tra vendette e ossessioni, si denudano delle proprie bugie, rimanendo da soli con la propria natura, imperfetta e pericolosa. Nonostante la cornice contemporanea, L’indifferenza sembra essere ambientato al tempo dell’Antico Testamento, sotto lo sguardo di un Dio vendicativo e miracoloso, in grado di rendere gli uomini belve, e la sterilità fertilità. Ma davvero il nostro mondo è così lontano da quello delle sacre scritture? Da quell’umanità così timorosa e sperduta?

Pablo Solari

Pablo Solari, regista e drammaturgo, classe 1989, si diplomato in Regia teatrale presso la Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano, vive tra Lima e Milano. Nel 2016 è drammaturgo di Oreste all’interno del progetto Santa Estasi. Atridi: otto ritratti di famiglia (2016) con la regia di Antonio Latella, vincitore del Premio Ubu 2016 come Spettacolo dell’anno e vincitore del Premio della Critica 2016. Nel giugno 2018 è responsabile dell’adattamento drammaturgico dei Cavalieri di Aristofane rappresentato durante il cinquantaquattresimo Festival Nazionale di Dramma Antico di Siracusa. È finalista del bando direction under 30 all’interno dalla Biennale di Venezia – Teatro 2018. Nel 2019 è regista di Contenuti Zero Varietà, con cui firma una serie di sette spettacoli presso il Teatro Leonardo di Milano. Nel luglio scrive e dirige in collaborazione con il musicista Roy Paci lo spettacolo Carapace che ha debuttato presso Festival delle Orestiadi di Gibellina (PA). In ottobre debutta come regista d’opera dirigendo due atti unici inediti all’interno della serata 4 one-act operas in chiusura della Biennale di Venezia – Musica 2019. È finalista del Premio Riccione Tondelli 2019 con il testo Woody è morto.

Il Centro Teatrale MaMiMò è un polo culturale nato nel 2005 che gestisce il Teatro Piccolo Orologio di Reggio Emilia e al cui interno sono attive una Compagnia, che produce spettacoli di prosa, teatro ragazzi ed eventi culturali, e una Scuola di Teatro. La forma artistica è quella di un teatro colto e popolare insieme, atto collettivo di un gruppo riunito da una visione comune. Il Centro Teatrale MaMiMò è sostenuto dal 2012 dalla Regione Emilia Romagna come Organismo di produzione di spettacolo, ed è riconosciuto dal MiBAC come Impresa di produzione teatrale di Innovazione nell’ambito della Sperimentazione. 

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Tour nella Roma anni ‘10. Sciaboletta di Alessandro Blasioli

Questo articolo è stato prodotto dai partecipanti di TheaterTelling – corso di formazione in Digital Storytelling & Audience Engagement per lo spettacolo dal vivo. Articolo a cura di Andrea Carriero.

Nel biennio antecedente alle elezioni politiche del 2018, a Roma emersero gruppi criminali  orbitanti nell’ambito dell’estrema destra romana che ri-diedero vita al “Bangla Tour”. Non parliamo di un festival colorato a base di spezie, ma di pestaggi e raid squadristi «per sconfiggere il nemico».

In questo “tetro-tourAlessandro Blasioli, durante il progetto di teatro itinerante Notturni della città (a cura di Andrea Maurizi e con la supervisione artistica di Marco Baliani), avvertì nell’aria un odore di fascismo abbastanza eloquente. Analizzando la situazione e chiedendosi quali fossero le analogie tra il 2018 e il 1920/30, si scontrò con la figura più nascosta del ventennio fascista: il Re d’Italia Vittorio Emanuele III di Savoia chiamato, durante la prima guerra mondiale, “Sciaboletta” a causa della sua bassa statura – 153 cm appena–  per la quale fu necessario forgiare una sciabola particolarmente corta, che evitasse di strisciare in terra – così come ci racconta Alessandro Blasioli in una breve intervista.

Sciaboletta scritto, diretto e interpretato da Alessandro Blasioli, giovane ma già affermato talento della scena under 35 italiana, è Il sesto appuntamento della stagione ARGOtNAUTICHE – Cronache dal mondo sommerso, in scena dal 13 al 15 dicembre al Teatro Argot Studio di Roma.

Durante l’ascesa del fascismo il Re sparisce dai documenti ufficiali del periodo: non è piú prevista la sua firma, basta semplicemente quella del Duce. Questa forma di subordinarietà evidenzia una realtà ossimora che non è stata mai affrontata nel dettaglio.Immaginate un vecchietto di 74 anni che si ritrova improvvisamente spodestato dal suo regno. Partendo dalla fuga del Re Vittorio Emanuele III del 9 settembre ’43, Sciaboletta racconta di un Re fortemente antifascista immaginando un’invettiva in cui si rinnega il fascismo rigettando una situazione ormai intollerabile.

Da qui prende avvio la costruzione scenica proposta da Alessandro Blasioli. La necessità, l’urgenza e l’emergenza sollevate dalla cronaca odierna in merito all’operato neofascista hanno ispirato il racconto di questo personaggio. Siamo una società con la memoria corta, continuamente bombardata di informazioni e fake-news. Oggi più che mai, bisogna ricordare che cosa è stato e cos’è il fascismo.

La produzione dei monologhi di Alessandro Blasioli è totalmente figlia del contesto culturale e politico in cui ci troviamo. Già al suo terzo spettacolo, autoprodotto e autodiretto, dopo il pluripremiato Questa è casa mia e DPR_Web_Sommerso – nonostante un tragico sistema teatrale, un CCNL raramente stipulato e bandi sempre piú scarni – è riuscito a reinventarsi con monologhi realistici e dirompenti.

Compagnie formate da dieci persone? Chimera. Da cinque persone? Fantasia. Alessandro Blasioli, da solo a casa sua, implacabilmente scrive, dirige e recita i suoi monologhi. La produzione dei suoi spettacoli è fast, smart, multitasking. Nella prima fase di creazione, drammaturgia e regia si fondono: si parte da una canovaccio, si prosegue con la scrittura, fino ad arrivare a un lavoro di scrematura in cui impara superficialmente il testo per ottenere il linguaggio più diretto possibile. 

Se vi sono blocchi a chi rivolgersi? Ci si confronta con Alessandro il drammaturgo o con Blasioli l’attore-regista? Bisogna lasciare che tutto si sedimenti per riprendere il lavoro successivamente e comprenderne la reale potenza. Avere il contributo di uno sguardo esterno aiuta il processo creativo: lo spettacolo Questa è casa mia, ad esempio, ebbe la supervisione artistica del regista Giancarlo Fares. Altre volte, come nel caso di DPR e Sciaboletta entrambi proposti per un concorso e sottoposti a tempistiche da bando, può risultare complesso ritagliarsi del tempo per avere un riscontro. Di conseguenza, indicando l’idea del progetto, una volta vinto il bando, Blasioli si è buttato a capofitto nella scrittura e nella messa in scena. Ottenuti premi e riconoscimenti,  con la programmazione di diversi spettacoli nelle stagioni teatrali, ha potuto dedicarsi a un singolo progetto per volta.

Finché la situazione rimarrà invariata, Alessandro Blasioli continuerà a scrivere. Il prossimo lavoro sarà incentrato sulla figura di Giacomo Matteotti. Proprio a Chieti –  patria dell’artista –  ci fu il processo-farsa agli assassini di Matteotti per l’omicidio che segnò l’incipit della dittatura fascista. Alessandro Blasioli prosegue dunque la propria ricerca artistica, scavando nella memoria del primo trentennio dell’Italia del ‘900, rintracciando aneddoti, prove, esempi, rimandi e ammonimenti per scongiurare il rischio che vengano scritte nuove pagine buie della storia dell’umanità.


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Andrea Pannofino, Annalisa Arena, Flaminia Delfina De Sanctis in Molto prima di domani

Molto prima di domani: intervista ad Annalisa Arena e Andrea Pannofino

Questo articolo è stato prodotto dai partecipanti di TheaterTelling – corso di formazione in Digital Storytelling & Audience Engagement per lo spettacolo dal vivo.

Intervista a cura di Gabriele Fortuna e Ludovica Labanchi

Andrea Pannofino, Annalisa Arena, Flaminia Delfina De Sanctis in Molto prima di domani
Andrea Pannofino, Annalisa Arena, Flaminia Delfina De Sanctis in Molto prima di domani

Tre ragazzi appartenenti alla Generazione Z, rinchiusi in una baita di montagna, tentano di sopravvivere all’apocalisse che li circonda, fronteggiando la progressiva perdita di empatia e umanità del mondo. Questo e tanto altro è Molto Prima di Domani, spettacolo scritto e diretto da Umberto Marino, con Andrea Pannofino, Annalisa Arena e Flaminia Delfina De Sanctis. I partecipanti di TheaterTelling – corso in Digital Storytelling e Audience Engagement a cura di Theatron 2.0, hanno intervistato Andrea Pannofino e Annalisa Arena, avendo modo di approfondire il lavoro della compagnia e il loro esito artistico andato in scena presso il Teatro Argot Studio, all’interno della stagione ARGO(t)NAUTICHE – Cronache dal mondo sommerso.

Quali sono le tematiche dello spettacolo?

Annalisa Arena: Lo spettacolo tratta della fine del mondo in arrivo non tra 100 anni, non tra 50, come dicono alcune previsioni, ma “molto prima di domani”. Ci sono tre ragazzi che arrivano trafelati in questa baita di montagna e devono lottare per la sopravvivenza e, quindi, devono maturare un’intelligenza pratica, devono abbandonare i social e diventare più maturi.

Andrea Pannofino: Direi più umani, oltre che più maturi perché gli viene tolto tutto quello che la tecnologia gli aveva dato in precedenza: l’utilizzo dei social, i collegamenti con il mondo esterno, giungendo a  riscoprire una sorta di umanità perduta. Infatti, il sottotitolo dello spettacolo è Il latte dell’umana tenerezza.

Quanto il lavoro sui personaggi vi ha dato modo di riflettere sull’incertezza del futuro, tipica della nostra generazione?

AP: Quest’incertezza ce l’avevo già prima di interpretare questo ruolo per questo, quando Umberto Marino mi ha proposto di fare lo spettacolo, sono rimasto stupito per la vicinanza emotiva e intellettuale con il personaggio. Mi è piaciuto molto perché, più che un lavoro sul personaggio, è stato un lavoro su me stesso, come se mi trovassi realmente in quella situazione. 

AA: Anche per me vale la stessa cosa, anzi mi ha fatto riflettere perché Annalisa sarebbe stata molto più pessimista in una situazione del genere, invece, il mio personaggio, Emma, è molto più forte, non si arrende mai. A volte, interpretando un personaggio se ne assume un po’ la personalità quindi mi ha trasmesso un po’ di coraggio riguardo alla tematica. 

Ci sono state delle reazioni da parte del pubblico che hanno disatteso le vostre aspettative?

AP: Le reazioni del pubblico sono state tutte un po’ sorprendenti. È bello notare come persone di mezza età reagiscano a questa faccenda con un po’ più di compassione come fossimo i loro figli, nipoti. Al contrario, i nostri coetanei ci guardano e pensano che essi stessi potrebbero ritrovarsi a vivere una condizione simile. 

AA: Le persone più giovani prendono lo spettacolo molto più seriamente, mentre le persone un po’ più adulte tendono a ridere di più anche perché si sentono forse un po’ più chiamati in causa: i giovani si trovando in questa situazione purtroppo anche a causa di chi c’è stato prima di noi, quindi la risata è come fosse un po’ strappata da un leggero senso di responsabilità nei confronti di quello che succede in scena. Poi siamo tre giovani, io sono la più grande, ho 24 anni, Andrea ne ha 21, la bambina ha 9 anni, per cui facciamo tenerezza. I protagonisti sono ragazzi come noi, che non sono mai stati abituati a dover sopravvivere e diventano comici per la loro goffaggine. 

All’interno del testo ci sono molti riferimenti alla Generazione Z. A proposito di questo, avete avuto modo di lavorare insieme al regista sul testo?

AP: Mi piacerebbe dirti di sì ma la cosa sconcertante di Umberto è il suo essere così preparato e interessato a tematiche lontane per un uomo della sua età. Ne sa più di me, questa è la cosa pazzesca. Umberto è un uomo mite, educato, colto. Non pensavo potesse esistere un regista simile. Un uomo di cuore.

Andrea Pannofino, Annalisa Arena, Flaminia Delfina De Sanctis in Molto prima di domani
Andrea Pannofino, Annalisa Arena, Flaminia Delfina De Sanctis in Molto prima di domani

Quanto ha influito sul vostro lavoro la presenza, in scena, di una bambina di 9 anni? In che modo avete gestito il rapporto con lei?

AA: Quando mi chiamarono per lo spettacolo e mi dissero che ci sarebbe stata anche una bambina di nove anni, pensai che avremmo dovuto imparare anche un po’ la sua parte, per sicurezza. Invece, fin dal primo giorno, la bambina sapeva tutta la sua parte a memoria. Certo, noi ci sentiamo in dovere di coinvolgerla anche perché questa cosa lei non la vede proprio come un lavoro, piuttosto come un gioco che a volte ha voglia di fare e altre no. Ci sentiamo un po’ la mamma e il papà di questa bambina. È un rapporto molto bello.

Una scenografia così strutturata che dà luogo a uno spazio scenico vivibile e realistico, ha in qualche modo modificato il vostro approccio interpretativo?

AP: Per quanto mi riguarda molto, soprattutto per il lavoro che ho fatto sulla voce. Uno spazio più piccolo consente di parlare un po’ più piano lasciando che la battuta sia maggiormente interiorizzata e risulti più reale. 

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Elena Arvigo

Intervista a Elena Arvigo in scena al Teatro Argot Studio

Elena Arvigo
Elena Arvigo in Il Dolore: diari della guerra
ph Manuela Giusto

Alimentato dal fuoco sacro della letteratura, il secondo capitolo della stagione  ARGO(t)NAUTICHE – Cronache dal mondo sommerso del Teatro Argot Studio vedrà come protagonista Elena Arvigo , l’eclettica attrice e regista con lo spettacolo Il Dolore: diari della guerra, in scena dal 30 ottobre al 3 novembre.

Il Dolore è il diario biografico che Marguerite Duras, con la sua arte vissuta tra la guerra e la tragica pagina storica del nazismo, scrisse a Parigi quando aspettava il ritorno di suo marito Robert Antelme deportato a Dachau. Un diario (forse) autobiografico, pubblicato dopo 40 anni, che racconta gli ultimi giorni di guerra nell’Aprile del 1945, dove testimonianza storica e resoconto emotivo dell’attesa si fondono nella penna inconfondibile della Duras, in grado di descrivere con il suo stile particolare e estremo coraggio la profondità dei suoi stati d’animo.

Abbiamo intervistato Elena Arvigo per conoscere la genesi creativa e il percorso produttivo dello spettacolo Il dolore: Diari della guerra:

Intervista a Elena Arvigo, autrice e attrice de Il dolore: Diari della guerra

Attraverso l’approfondimento delle fonti e delle circostanze storiche legate a Il Dolore, Quaderni della guerra e altri testi di Marguerite Duras e L’Istruttoria di Peter Weiss, Elena Arvigo ha sentito la necessità di indagare il particolare momento storico legato alla fine della seconda guerra mondiale e le sue convulsioni finali nella primavera del 1945.

Si può stimare che circa 2,3 milioni di uomini, donne e bambini furono portati nei campi di concentramento tra il 1933 e il 1945; la maggior parte di loro, oltre 1,7 milioni, vi perse la vita. A oltre ottant’anni si sente ancora forte la necessità di comprendere le circostanze che hanno permesso che tutto ciò avvenisse, mettere in luce i meccanismi su cui si è basato il nazi-fascismo che, come scrive Robert Antelme (marito di Marguerite Duras, sopravvissuto a Dachau e protagonista del racconto Il Dolore) in La Specie Umana: «non fu ideologia folle ma fu un regime razionale».

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Tiziano Panici presenta Argo(t)nautiche, la stagione di Teatro Argot Studio.

Al Teatro Argot Studio è ricominciata la stagione teatrale, costellata da nuovi approdi e da storici ritorni. Nel claim di quest’anno è concentrata la volontà di esprimere una direzione al volo artistico del teatro di Trastevere: con il titolo Argo(t)nautiche – Cronache dal mondo sommerso i direttori artistici – Tiziano Panici e Francesco Frangipane – non tentano soltanto un gioco di parole, ma vogliono portarci in un lungo viaggio, attraverso il vasto mare della storia dell’Argot, che è anche la storia della Roma teatrale dal 1984 a oggi. Al racconto delle Argo(t)nautiche contribuiranno nomi storici (Umberto Marino, Paolo Zuccari, Elena Arvigo), nuove proposte under 35 (Alessandro Blasioli, Pablo Solari, Collettivo Controcanto) fino a progetti più sperimentali – come nel caso di Segnale D’Allarme | La Mia Battaglia in VR, uno spettacolo in virtual reality con Elio Germano. Fra le proposte laboratoriali, anche Theatertelling, corso di formazione per comunicatori, giornalisti e appassionati alle arti performative organizzato da Theatron 2.0.

Con Argo(t)nautiche, il Teatro Argot Studio, anche quest’anno, si riconferma come un luogo di incontro e di convivenza tra realtà diverse, tra vecchie e nuove generazioni, da spettacoli più tradizionali a quelli sperimentali. E tutti sono imbarcati sulla stessa nave, viaggiano verso la stessa direzione e vivono la stessa storia.Abbiamo parlato con Tiziano Panici, che ci ha raccontato come è stata ideata la programmazione di Argo(t)nautiche – Cronache dal mondo sommerso.

La stagione di quest’anno è stata intitolata Argo(t)nautiche : perché la scelta di questo nome?

Si chiama Argo(t)nautiche perché vogliamo raccontare i primi dieci anni di questa nuova gestione così come si tiene aperto, in questo momento storico molto particolare, un porto che deve accogliere le navi dall’esterno. Interrogandoci su quello che è il senso di tenere aperto uno spazio in una città come Roma, uno spazio culturale, ci sembra fondamentale sapere che avere un teatro significa tenere le porte aperte all’interno di una città. Quindi abbiamo una responsabilità civile, nei confronti del “nostro” territorio, del quartiere, delle persone che ci sono vicine, e di chi abita lo spazio.

Chi abiterà quest’anno il Teatro Argot Studio?

C’è stato un inizio di stagione molto positivo con la presentazione del progetto Trilogia dell’Essenziale, firmata da Vinicio Marchioni, con Marco Vergani come attore. A Marco succederà Elena Arvigo con Il dolore: Diari della Guerra, che è un lavoro che per adesso ha presentato soltanto in forma di mise en espace e di reading. Accanto a questi nomi più importanti sono felice che ospiteremo anche realtà meno conosciute ma che stanno crescendo e si stanno facendo le ossa: come nel caso di Collettivo Controcanto, che è venuto in contatto con noi tramite il progetto di Dominio Pubblico. Tra i giovanissimi troviamo anche Alessandro Blasioli con una produzione di Argot Produzioni: Sciaboletta, spettacolo premiato all’Arezzo Crowd Festival e Direction Under 30 di Gualtieri. 

Fra le proposte di drammaturgia contemporanea, presentiamo con grande piacere Piccola Patria, spettacolo della compagnia CapoTrave di Luca Ricci e Lucia Franchi, con Gioia Salvatori in scena; Riccardo Festa, attore e regista romano che si metterà in prova con Art, un testo di Yasmina Reza. L’anno scorso, poi, abbiamo deciso di mettere in produzione Harrogate, uno spettacolo della scena britannica, programmato da Rodolfo di Giammarco nella sua rassegna Trend, che torna in una dimensione di stagione – in scena Marco Quaglia e Alice Spisa, con la regia di Stefano Patti. Anche loro sono degli artisti che qui dentro hanno costruito un loro percorso.  Inoltre, la compagnia Teatrodilina porterà in scena lo spettacolo Il bambino dalle orecchie grandi.

Il Dolore: Diari della Guerra di e con Elena Arvigo
Il Dolore: Diari della Guerra di e con Elena Arvigo

“Vecchie fiamme” che ritornano: questo perché gli artisti riconoscono Teatro Argot Studio com uno spazio-palestra dove potersi mettere sempre in gioco?

Sì e non solo: si crea un sottile filo rosso che si porta avanti negli anni, e che continua in qualche modo a raccontare la storia dell’Argot. Per questo ci sono anche i “nomi storici” – come Umberto Marino e Paolo Zuccari – autori che negli anni Novanta hanno fatto la storia di questo posto e che oggi lavorano nel cinema e nella televisione. Sono grandi firme, riconosciute da tutti, che ancora si concedono il lusso, da registi e autori riconosciuti e cinquantenni, di buttarsi sul palco sperimentando e raccontando storie che non potrebbero raccontare in altri spazi.

Chi ritroviamo, invece, tra le “nuove proposte” di Teatro Argot Studio?

Troviamo Silvia Gribaudi, che in questo momento è una delle coreografe più interessanti del panorama nazionale, che porta in scena lo spettacolo My Place: sono tre donne in scena, tre donne adulte con i loro corpi adulti. Come contraltare, un giovanissimo Pablo Solari alla regia con una sorta di opera prima, L’indifferenza. Sono due facce della stessa medaglia che è Milano, e questo ci fa molto piacere perché rompe il dialogo continuativo con Roma, oltre cui cerchiamo sempre di spostarci – ovviamente senza creare fratture permanenti.

My Place
My Place regia di Silvia Gribaudi

Che cosa proponete invece “oltre” lo spettacolo dal vivo?

Una delle grandi novità di quest’anno è che l’Argot torna a farsi una casa per le produzioni interne, ospitando residenze anche con grandi nomi della scena nazionale, da Francesca Reggiani con lo spettacolo Souvenir a Alessandro Tedeschi di Carrozzerie Orfeo, regista di Coppia aperta, quasi spalancata con Chiara Francini e Alessandro Tedesco. Poi, vogliamo proporre qualche esperimento: Over è una rassegna che abbiamo lanciato lo scorso anno, e come si evince dal nome è un segno di discontinuità – ma anche realtà di continuità – con Dominio Pubblico, che è un progetto che noi dedichiamo ad artisti under 30. Over vuole invece rispettare il fatto che una volta passata la soglia generazionale rimangono degli spazi in cui si può continuare a crescere, a rendersi più forti, a irrobustire il proprio percorso. Altro esperimento lo lanciamo con Elio Germano, che in realtà non approda qui “fisicamente”: porta Segnale d’allarme | La mia battaglia VR – riscritto insieme a Chiara Lagani della compagnia Fanny & Alexander – e viene proposto al pubblico del Teatro Argot in virtual reality. È quindi previsto che gli spettatori siedano nella sala con dei visori, fruendo dello spettacolo non con una visione dal vivo ma con una visione praticamente cinematografica a trecentosessanta gradi all’interno dello spazio. 

Questo segna il percorso delle Argo(t)nautiche, che ci proietta già nel prossimo settembre/autunno 2020, dove vorremmo festeggiare in maniera un po’ più articolata questi dieci anni: è tutto collegato da una storia visiva e per l’appunto uno storytelling di quello che era il corso e il racconto di questo teatro, che abbiamo iniziato a creare da quest’anno.

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