EXOTROPIA

Strabismi Festival lancia il bando EXOTROPIA 2021

EXOTROPIA

L’obiettivo di Strabismi Festival è la promozione e il sostegno di giovani artisti attraverso un percorso strutturato di residenze e tutoraggio artistico. Nel cuore della Grande Madre Umbria, a Cannara, Strabismi Festival ogni anno ospita artisti da tutta Italia creando un momento di incontro dedicato alla condivisione e allo scambio, nemici naturali della competizione. Con unʼattenzione particolare per gli artisti emergenti, Strabismi è un festival creato da giovani, rivolto ai giovani. 

Metodo di selezione 

Dopo una prima selezione, sceglieremo le compagnie che saranno invitate durante il mese di Maggio a Cannara, presso il Teatro Ettore Thesorieri (salvo restrizioni ministeriali, in quel caso si procederà allʼincontro da remoto), per raccontare e presentare dal vivo i loro studi. Non dovrà essere necessariamente una presentazione performativa. In questa fase si lascia libertà di esposizione agli artisti cosicché ognuno possa trasmettere al meglio il proprio lavoro. In caso di necessità indicheremo luoghi convenzionati e/o ci adopereremo personalmente per ospitare al meglio gli artisti, nei limiti logistici dellʼorganizzazione. 

Dal 2019 il Festival è partner di RisoИanze!, un network per la diffusione e la tutela del teatro Under 30. Il network costituito nel 2020 e persegue due direttrici principali condivise e sostenute da ogni singolo progetto aderente, seppur declinate in forme differenti a seconda del contesto, la formazione e il coinvolgimento diretto in esperienze teatrali di pubblico giovane, la valorizzazione, la promozione e il sostegno di giovani artisti emergenti. 

Il bando EXOTROPIA 2021 

“L’esotropia è una forma di strabismo concomitante e per la precisione riguarda le forme convergenti degli assi visivi”. Chi è affetto da Esotropia ha uno degli occhi rivolti verso lʼinterno, questo è per noi il concetto sotteso in questo titolo. Uno sguardo a ciò che è manifesto ed uno a ciò che non si vede, lʼinterno invisibile di un percorso artistico. Attraverso il presente Bando Nazionale, la Direzione di Strabismi Festival andrà ad identificare le compagnie o singoli artisti che costituiranno la sezione “Exotropia 2021”. 

Le compagnie o singoli artisti che saranno selezionati, dovranno presentare il loro lavoro, in forma di studio, durante i giorni dedicati del Festival. I lavori non dovranno avere una durata superiore ai 40 minuti. La durata dichiarata alla direzione tecnica sarà considerata tale e immodificabile in quanto, su di essa, sarà programmato lʼavvicendarsi delle compagnie sul medesimo palco. Particolare attenzione sarà data alla ricerca interdisciplinare. 

Chi può iscriversi?

Il Bando è rivolto a tutte le compagnie professioniste (o singoli artisti) che vogliono presentare e sviluppare un progetto in fase di studio (teatro contemporaneo o danza contemporanea). Il lavoro che viene presentato deve essere inedito, ovvero non deve aver debuttato prima dell’invio del materiale e prima del Festival. Non è previsto alcun limite dʼetà. 

Come iscriversi? 

Scaricare e compilare il modulo indicato in fondo alla pagina ed allegare tutto il materiale indicato al suo interno. Inviare, inoltre la ricevuta di bonifico di 10€ con causale “iscrizione Strabismi Festival 2021 – NOME ARTISTA/COMPAGNIA” IT52W0887138690001000113412 intestato ad Associazione Culturale Strabismi (Banca BCC Spello e Bettona) Inviare a exotropia.strabismi@gmail.com.

Per la prima volta Strabismi chiede una piccola quota di iscrizione. È un piccolo sostegno che chiediamo per aiutarci ad affrontare le spese amministrative e di gestione. Strabismi è un festival totalmente indipendente che non riceve finanziamenti ministeriali, ma scoprirete sul posto che vi saranno restituiti con gli interessi. Il materiale andrà inviato entro e non oltre le ore 23:59 del 21 Marzo 2021

Cosa garantisce il Festival alle compagnie selezionate? 

  • I componenti strettamente necessari per la realizzazione dello spettacolo, saranno messi in agibilità da Strabismi per la giornata in cui la compagnia/artista presenterà il lavoro;
  • Vitto e alloggio garantito per i giorni del Festival;
  • Scheda tecnica minima a disposizione del Teatro Thesorieri di Cannara, dove si terrà la visione degli studi. Ogni fonte di luce aggiuntiva sarà a carico della compagnia e dovrà comunque essere concordata precedentemente con la Direzione Tecnica;
  • Giornata dedicata al confronto fra le Compagnie selezionate con l’Osservatorio Critico di Strabismi Festival;
  • Ingresso gratuito a tutti gli spettacoli del Festival, nei giorni precedenti e successivi alla fase di “Exotropia” per le compagnie selezionate; 
  • Percorso di sostegno a discrezione della Direzione Artistica di Strabismi Festival. Ai beneficiari del percorso Strabismi garantirà una settimana di prova presso il Teatro Thesorieri di Cannara (i cui termini saranno discussi tra la direzione del T. Thesorieri e lʼartista) e/o debutto a Strabismi Festival 2022 e/o nella stagione del Teatro Ettore Thesorieri di Cannara;
  • Grazie alla collaborazione con Torino Fringe Festival, le Compagnie selezionate saranno visionate anche dalla Direzione Artistica del Torino Fringe Festival (TO) ed uno degli spettacoli selezionati da Strabismi Festival sarà programmato successivamente, sempre in forma di studio, al Torino Fringe Festival 2022. 
  • Come menzionato Strabismi è partner di Risonanze Network. Durante Strabismi Festival, saranno selezionate dalla direzione artistica partecipata Under 30, I Dodici/Decimi, due delle compagnie partecipanti e i loro spettacoli andranno a comporre il Dossier Risonanze, un portfolio di spettacoli proposto ad operatori e strutture del panorama nazionale. Allo stesso modo, la direzione artistica potrà segnalare una delle compagnie, o singolo artista per il progetto Cantieri Risonanze. Per avere maggiori informazioni visitate il sito https://www.risonanzenetwork.it/

Cosa si richiede alle compagnie selezionate? 

  • La presenza per i giorni di “Exotropia” ( Settembre 2021 – “Teatro Thesorieri” di Cannara). Chiediamo alle compagnie di cercare di essere presenti durante tutti i giorni di presentazione degli studi in quanto esso rappresenta il vero cuore del Festival. Lʼeventuale impossibilità non rappresenterà criterio di esclusione;
  • Arrivo nel giorno precedente lʼinizio di Exotropia;
  • La disponibilità a interviste ed incontri con il pubblico nei giorni del Festival (saranno identificati momenti in cui la compagnia/artista non sarà impegnata in allestimento o altro); 
  • Lʼaggiunta della dicitura “Selezione Strabismi Festival 2021” nel materiale pubblicitario per le repliche successive dello spettacolo. 

Scarica il form qui. Per maggiori info consulta il sito di Strabismi.

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Requiem for Pinocchio

Il Pinocchio de Leviedelfool. Un Requiem per il teatro: Intervista a Simone Perinelli e Isabella Rotolo

Requiem for Pinocchio
Requiem for Pinocchio – Ph Manuela Giusto

Quando Requiem for Pinocchio è andato in scena sul palco del Thesorieri di Cannara, aprendo le danze di Strabismi Festival 2020, il teatro fronteggiava la ripresa, proponendo lo spettacolo dal vivo in sicurezza. Per l’alto senso di responsabilità che ha contraddistinto il lavoro degli organizzatori e delle organizzatrici della rassegna; per la solerzia di un pubblico che ha reso quel teatro un presidio d’arte e coscienza.

A poche settimane dalla conclusione del festival, il settore dello spettacolo dal vivo si trova nuovamente risucchiato in una bolla apocalittica che lo fa implodere in sé stesso. Nella nube di detriti che si leva da quest’ennesimo incendio d’intenzioni, finisce la vita di quanti hanno fatto dell’arte la propria professione, il proprio sostentamento.

Ecco che il Requiem non è più la funzione di congedo di un Pinocchio che, nell’imposizione del tramutarsi umano, rinuncia alla libertà d’essere ciò che desidera. Requiem è l’atto finale di un rito che, soffocato dal terreno umido della manovra politica che ne cosparge il capo, grida, a sordi orecchi, la necessità della propria funzione.

Con Requiem for Pinocchio, spettacolo del 2012, che, a otto anni dalla sua creazione, è capace ancora di innescare una riflessione archetipa sulla crudeltà dell’esistenza, della manipolazione imposta dalla società, della violenza del lavoro, Leviedelfool, compagnia romana formata da Isabella Rotolo e Simone Perinelli, intavola un discorso sul mito che parla di tutti noi. Perinelli, marionetta in Converse e calzoncini, continuamente rovescia i punti fermi di un racconto che viene scardinato e attualizzato con la lucidità propria dei bambini.

La favola che si fa manifesto pop, tra citazioni musicali e una partitura gestuale che trasforma Pinocchio in un “atleta del cuore” di artaudiana memoria, porta in scena una vita presa a frustate, catturata e poi condotta sulla strada della costrizione sociale.

In questa intervista Simone Perinelli e Isabella Rotolo approfondiscono la linea estetica de Leviedelfool, analizzando le tematiche e i metodi di creazione del loro Requiem for Pinocchio.

Requiem for Pinocchio è uno spettacolo che circuita da 8 anni, come è cambiato nel tempo, su cosa avete continuato a lavorare? 

Simone Perinelli: I piani sono tanti e diversi, uno è sicuramente quello contemporaneo del mondo del lavoro in cui Pinocchio si destreggia . Ci serviamo di alcune critiche, di questo mettere in vetrina alcuni aspetti negativi del nostro quotidiano, per portare avanti una storia che ha a che fare con Pinocchio ma, soprattutto, con l’urgenza. Lo spettacolo cavalca delle tematiche trovando sempre la stessa forza interiore e la stessa risposta nel pubblico, forse perché tocchiamo delle corde universali.

Quel che è certamente cambiato è la nostra percezione: le tante repliche che si sono succedute negli anni ci hanno fornito tante chiavi di lettura che inizialmente non avevamo neanche individuato, delle sfumature, dei fantasmi che si sono palesati. Ahimè le cose non sono cambiate molto da quando avevamo immaginato Requiem for Pinocchio e questa cosa è positiva, quanto negativa ma è un dato di fatto.

Approfondendo il tema del lavoro, qual è il valore di Requiem for Pinocchio oggi rispetto alla scoperchiata questione delle lavoratrici dei lavoratori dello spettacolo dal vivo?

SP: Durante la quarantena sono rimasto in contatto con tanti colleghi che fanno questo mestiere da tanti anni e c’è stato anche chi non è riuscito a sopravvivere alla chiusura. La lamentela era forte, alcuni hanno cercato lavori altri dovendo convertire il teatro da professione in passione. Un discorso del genere, portato avanti da professionisti, assume dei risvolti molto gravi. Mi risuona, a tal proposito, la scena del colloquio tra Pinocchio e il suo datore di lavoro, in cui Pinocchio dice: «Devo tornare alla missione, sono artista, fui Pinocchio».

C’è un forte nesso in ciò con il nostro spettacolo, con il tempo presente, perché innesca una riflessione sul tema della vocazione: che fine, oggi, la vocazione? Il lavoro d’artista è veramente una missione, non dà alternative, è un mestiere immenso portato avanti attraverso delle scelte difficili, ma che soprattutto ricadono su se stessi. A un certo punto i teatri chiudono, c’è una pandemia, tutto sembra andare in fumo. Ecco perché, parlando di Pinocchio il mio pensiero va alla vocazione degli artisti.

Come si è avviato, a livello drammaturgico, il rovesciamento dei personaggi e il loro posizionamento nella realtà contemporanea, attraverso l’individuazione dei tipi psicologici della nostra società? 

SP: Penso, ad esempio, alla fatina che abbiamo sottoposto a una lettura rivoluzionaria. Questo personaggio, che continuamente consiglia a Pinocchio di fare delle azioni che ne trasformino il sentire, la personalità, mi ha fatto pensare a tutta quella parte della società che nutre una fascinazione per la chirurgia estetica, per quella rinuncia all’autenticità volta abbracciare un’idea di sé, dettata da parametri imposti. Allora, mi sono chiesto, e se Pinocchio volesse essere semplicemente quello che è?

Nella fatina ho individuato il personaggio più negativo di tutta la storia, quasi più del gatto e la volpe, perché quella falsa bontà, che induce a subire un’imposizione esterna, sociale, è una menzogna dalla quale è difficile difendersi. In tutti i suoi incontri, Pinocchio rimane l’innocente deve destreggiarsi nel riconoscimento di tutto ciò che di negativo gli si manifesta intorno.

Geppetto è un uomo che usa le mani, lavora il legno, è un artigiano nel cuore, è l’aspetto veramente più umano della faccenda. Mi piaceva conferire a questo personaggio quella follia dell’eremita che, ritirandosi, crea un mondo parallelo. Stando lunghi periodi da soli, i pensieri assumono un’altra onda, è quella che Jung chiama “la vita in divenire”, quella fatta di pensiero, di immaginazione.

Isabella Rotolo: Il nostro Pinocchio è accompagnato da quattro adulti le cui azioni hanno a che fare con la manipolazione. Oltre alla fatina, abbiamo il datore di lavoro che è l’adulto che manipola in favore del sistema;Geppetto che pur di non manipolare si ritira; il giudice, l’adulto silente che guarda, ascolta ma che giudicherà quello che è stato fatto durante il viaggio; abbiamo invece salvato Lucignolo, trattandolo come un compagno di gioco, perchè è l’unico che veramente fa qualcosa insieme a Pinocchio, riscattando la grande solitudine, il senso d’abbandono del personaggio.

SP: Lucignolo è molto importante, è quell’amico vero che, pur rappresentando un esempio negativo, aiuta nell’individuazione, nell’accettazione del proprio daimon. Attraverso Lucignolo ritroviamo noi stessi.

Qual è stato il processo di costruzione della partitura fisica? In che modo il gesto si inserisce in quel sostrato di cultura pop che traslate sulla scena attraverso il portato testuale e la scelta musicale?

SP: Il lavoro fisico è stato importante fin dall’inizio. Appena è nato il testo, lo abbiamo portato sul palco. Essendo Pinocchio un impulso vitale, il movimento è stato la prima tappa di questo percorso. Puntiamo sul lavoro teatrale, sul fatto che la parola si manifesti per ultima, fuoriuscendo dal gesto come la lava fuoriesce da un vulcano. A livello di linguaggio, è questa la ricerca teatrale che portiamo avanti.

IR: Quando cerchiamo una partitura fisica per un personaggio, ci agganciamo innanzitutto a delle immagini: con Pinocchio per noi siamo partiti da quella di un carillon inceppato che, nel gesto, desse idea di una nevrosi data dall’impossibilità di essere quel pezzo di legno fantastico incastrato nel mondo reale. I suoi movimenti, i suoni che emette, le piccole risate, è come se contenessero il repertorio di azione che aveva imparato a fare nella fase intercorsa tra l’essere un pezzo di legno e la sua trasformazione marionetta. Come fosse l’evocazione del ricordo di ciò che era e di ciò che gli è stato negato.

Questa fisicità lignea è stata avanti anche in momenti come quello della corda o delle frustrate, che sono appunto molto fisici, e che ci sono serviti soprattutto a raccontare la crudeltà di questo mondo con un’azione decisa che andasse contro le parole. Nel saltare la corda, Pinocchio parla in versi, utilizzando un testo più poetico che accompagna un’azione quasi sportivo-agonistica che si fa metafora della fatica della vita.

Allo stesso modo, le frustrate, che si manifestano solo in un suono violento, hanno una ricaduta così fisica sul corpo di Pinocchio da riuscire a raccontare di più di qualcosa che, assecondando la didascalia, muove nella stessa direzione di ciò che viene proferito. Facciamo questa operazione per aprire i sensi, per capire quali visioni ulteriori possono nascere nell’incontro con lo spettatore.

Trattate la storia di Pinocchio come un archetipo, come materiale mitologico che si trasforma, facendosi strumento di lettura della realtà. Come cambia il mondo se viene visto con gli occhi di un bambino? In che modo, da adulti, avete scoperto o riacquisito questo sguardo?

SP: Ho sempre mantenuto uno sguardo ingenuo rispetto alla vita, trattenendo lo stupore per ciò che osservo. È qualcosa che consente di toccare un infinito, offrendo, allo stesso tempo, una grande ricchezza e una grande pena. Quando ho scritto Requiem for Pinocchio, lo sguardo del bambino mi ha aiutato a trovare visioni altre del mondo. Quello di Pinocchio è uno sguardo sull’esistenza. Quando, a 30 anni, ho riletto questo racconto mi sono davvero reso conto della mancanza del lieto fine e l’ho indagato, mantenendo quell’inclinazione ingenua dell’atto del guardare.

IR: Per quanto riguarda il discorso sul mito, cerchiamo proprio di lavorare in questa direzione. In particolare, su quella che poi abbiamo definito La trilogia dell’essere, siamo partiti da tre grandi archetipi: Pinocchio per raccontare la scoperta dell’esistenza; Ulisse per narrare la resistenza, attraverso il suo ritorno a Itaca; Don Chisciotte per affrontare quella che per noi era la soluzione esistenziale, una possibile risposta a tutte le grandi domande.

In generale, anche negli spettacoli più recenti, Yorick e Baccanti, per noi è molto importante l’aspetto del mito, proprio perché ci consente di scardinare il preconcetto che è legato a un archetipo. Assumere l’archetipo ci consente di trovare il senso profondo delle cose: ecco che Le avventure di Pinocchio diventano la scoperta dell’esistenza.

SP: Sono contento che tu abbia tirato fuori l’aspetto del mito, perché è importante rispetto al lavoro che facciamo a livello concettuale rispetto alla drammaturgia.

IR: Nel nostro Pinocchio il mito si intreccia con il mito pop: alla base vi è una modalità di stratificazione che non è semplice citazionismo. Quelle citazioni funzionano come delle scatole cinesi, si aprono porte che poi portano ad altre vie. Anche se non vengono colte singolarmente, nel loro complesso rappresentano un filo che permette di seguire la storia. Pinocchio è il nostro manifesto pop.

SP: Pinocchio, in primis, è un animale di scena, un animale da palco. Il mio paese dei balocchi si ispira a lui: è un palco su cui posso essere libero di fare il teatro che voglio.

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Zut!

Spazio Zut!: la ricerca nel cuore di Foligno. Intervista a Emiliano Pergolari e Michele Bandini

Zut!
Spazio Zut!

Zut! è una realtà profondamente calata nel territorio di Foligno, uno spazio che nel mantenere saldo il legame con la comunità locale e con gli artisti e le artiste che sostiene, volge lo sguardo all’internazionalità e alla costituzione di una rete che si faccia amplificatore di possibilità di ricerca e di confronto. Dal Palazzo delle Logge, situato nel cuore della città, Emiliano Pergolari e Michele Bandini portano avanti la direzione artistica di Zut! dal 2014, promuovendo la realizzazione di progetti culturali e artistici, progetti di produzione legati al teatro, alla danza, la musica e le arti visive e performative. 

Dal 2018 lo spazio è entrato a far parte del progetto C.U.R.A., Centro di Residenze Umbre, affermandosi come centro di residenza artistica, con la volontà di istituire nuove pratiche per curare e favorire la crescita di identità creative e di nuove progettualità, in un percorso comunitario condiviso con altri spazi.

Il lockdown non ha interrotto l’attività artistica del collettivo che anima lo spazio che, in quel tempo sospeso, ha realizzato il radiodramma La Quarantena del Signor Zut e #IORESTOZOEGARAGE, due progetti artistici home edition inseriti nel programma del Festival Strabismi 2020. Intervistati, Michele Bandini ed Emiliano Pergolari hanno raccontato mission del progetto, prospettive future dello spazio e il percorso artistico mutato e ricostruito durante la pandemia.

A quali esigenze della scena artistica umbra ha risposto la creazione di Spazio Zut! e qual è la mission del progetto?

Emiliano Pergolari: crediamo che il nostro progetto sia rivolto a tutta la comunità e a tutto il territorio, a partire dagli artisti. Da questo punto di vista crediamo che in questi anni lo ZUT abbia rappresentato un punto di riferimento per la scena umbra e per i vari linguaggi, fermo restando che l’interdisciplinarietà e la mescolanza fra le varie arti rientra da sempre nella natura della nostra mission.

Ci siamo sempre posti l’obiettivo di dare delle possibilità e delle risposte adeguate ai percorsi specifici, alle volte accompagnando la crescita formativa di artisti in fieri, o emergenti, altre ancora offrendo la possibilità di mostrare il proprio lavoro, o di aprire un confronto con noi e con il pubblico.

Questa nostra natura di casa/scuola/vetrina appartiene sicuramente alla nostra mission che prevede uno spazio, non solo fisico, in cui sia possibile un incontro vero tra gli artisti, tra gli artisti e la comunità, tra le persone, cercando i modi per costruire e rigenerare le relazioni umane. Crediamo che in questo senso la cultura possa realmente rappresentare un valore aggiunto all’interno di una comunità e di un territorio.

A seguito della pandemia, il settore culturale ha subito una forte crisi che è ricaduta anche sugli spazi. Quanto sono cambiate, se sono cambiate, le vostre prospettive progettuali? Su cosa avete deciso di puntare per la ripartenza?

Michele Bandini: il lockdown è stato per noi, come per molti altri, un momento di sospensione che ci ha prepotentemente messo di fronte a un cambio di prospettiva. Da un pieno di vita e di attività a un vuoto che ci ha fatto mettere in discussione il nostro fare quotidiano e progettuale. Abbiamo risposto reattivamente, traducendo alcune attività on-line con l’intento di mantenere vivo il legame con la comunità a cui apparteniamo, ma ci siamo anche presi del tempo per riflettere internamente sul futuro. 

Abbiamo intrapreso un percorso collettivo di riorganizzazione interno allo spazio per reinventare un futuro prossimo in cui le attività possano essere il più fluide e malleabili possibili, progettando sempre con la consapevolezza della fragilità di lavorare a lungo termine in questo momento.

La prima azione di riapertura, in estate, è stata quella di ospitare una residenza artistica tecnica volta allo sviluppo di un’applicazione realizzata dalla compagnia Kokoschka Revival; la seconda è stata quella di ideare e promuovere, insieme al Centro di Residenze Umbre C.U.R.A., il bando Fase X, percorso formativo on line per 10 artisti che propone un’indagine e uno studio sul rapporto tra arti performative e dimensione digitale.

Una formazione a distanza strutturata secondo una formula che prevede il dialogo e lo scambio di pratiche, realizzata con il supporto di tutor e formatori nazionali e internazionali di alto livello. Da queste due operazioni emerge il nostro progetto a lungo termine: approfondire il tema dell’ibridazione dei linguaggi, la natura del rapporto tra arte performativa e dimensione digitale, tra presenza e assenza, esplorandone le potenzialità e le criticità. 

Questo itinerario progettuale prevede, da un lato, il mantenimento dei percorsi formativi per non professionisti e, dall’altro, ipotizzare un potenziamento dell’aspetto formativo in ambito professionale con una vocazione multidisciplinare.

Poi, ancora, ospitare residenze artistiche dei vari linguaggi favorendo la contaminazione delle arti; programmare all’interno delle nostre stagioni, progetti di teatro, musica, danza realizzati in rete con strutture e soggetti regionali, nazionali e internazionali per alimentare e sostenere la nostra vocazione di spazio di provincia, in stretta relazione con la comunità locale di riferimento ma anche in dialogo e scambio con una dimensione nazionale e transnazionale.

La Quarantena del Signor Zut è un progetto nato durante il lockdown, un radiodramma che racconta il confinamento attraverso la vicenda di un personaggio dei fumetti animato dalla voce di Michele Bandini e di altri artisti che hanno aderito all’iniziativa. In un tempo in cui la frenesia tecnologica ha finito per oscurare il predominio che la radio ha avuto nel secolo scorso, da dove deriva la scelta di realizzare un radiodramma?

MB: La Quarantena del Signor Zut è stata una delle nostre risposte al lockdown, con la volontà di tenere vivo un legame tra lo spazio e le persone che seguono le nostre attività. L’idea del radiodramma arriva da un mio precedente percorso artistico volto allo studio e alla ricerca del rapporto tra teatro e radio, tra scena ed elemento sonoro, tra voce e dispositivo microfonico.

Il radiodramma è stato realizzato grazie al facile accesso odierni alla tecnologia che permette di realizzare progetti sonori di buona qualità acustica, anche in una dimensione domestica. Il progetto è stato interamente realizzato in casa. Ho creato un piccolo studio di fortuna in cui registrare la mia voce e  paesaggi sonori, mentre i materiali che ho chiesto di registrare agli artisti coinvolti nel progetto sono stati condivisi tramite telefono. 

Penso che ad oggi ci sia un rinnovato interesse per la dimensione radiofonica, vista anche la proliferazione di podcast e webradio. Trovo che si sia attivato un processo estremamente fecondo, in cui poter immaginare lo sviluppo di percorsi artistici che possano re-inventare un modo nuovo di ascoltare il teatro alla radio, di creare teatro radiofonico e di immaginare un nuovo rapporto tra dimensione visiva e acustica.

Un rapporto, questo, capace di sondare in profondità il potere speculativo, immaginativo, visionario del rapporto tra dimensione sonora del reale e amplificazione, elaborazione, frammentazione dei segni sonori, dei contenuti di senso o di narrazione.

Nel rinnovato rapporto tra tecnologia e umanità, tra spazi digitali e reali, tra presenza e assenza, può nascere un rinnovato interesse per la dimensione dell‘ascolto, intesa al tempo stesso come esperienza intima e condivisa, privata e pubblica, individuale e collettiva, viste anche le infinite possibilità di costruzione e di fruizione delle creazioni sonore.

Durante la quarantena avete lavorato anche a #IORESTOZOEGARAGE, un progetto video di cui saranno presentati gli esiti in una conferenza al Festival Strabismi. Entrambe le proposte dimostrano la volontà di continuare a dedicarvi alla vostra attività artistica nonostante gli impedimenti sorti in era covid. Come vi ponete rispetto al dibattito sul teatro in video?

EP: Crediamo che il dibattito rientri nel più ampio quadro delle relazioni tra teatro, arti performative, tecnologia e digitale. Si tratta di una discussione sicuramente complessa e variegata. Certo è che, in una fase come quella che abbiamo attraversato, ognuno di noi ha avuto la possibilità di riconsiderare e rivalutare il proprio percorso e le proprie pratiche.

Questa pausa forzata dello spettacolo da vivo, delle prove, delle residenze, dei percorsi formativi, ha portato alla luce tutta una serie di proposte legate al digitale, ai social, alle varie piattaforme, che di fatto hanno costituito una seconda strada per gli artisti e per quanti hanno voluto esporsi in tal senso. Molte volte anche in maniera discutibile.

Se da un lato, questa non può essere una risposta sostitutiva della presenza in teatro o in un luogo di spettacolo, dall’altro lato crediamo che chiudersi completamente alle possibilità offerte dal digitale, più che una posizione politica o una reale esigenza, rappresenti un atteggiamento di rifiuto che sicuramente non crea le condizioni per un reale dibattito.

Da sempre, tra l’altro, l’attore, il regista, il performer, cercano di uscire dalla comfort zone, di provare nuove strade, magari meno chiare e meno battute. Forse, oggi, è proprio questa la vera sfida. Detto ciò, ovviamente, è  sano e normale che ogni artista scelga il proprio percorso e faccia le proprie scelte anche in questo senso.

Per quanto riguarda #IORESTOZOEGARAGE, si tratta di un piccolo esperimento di laboratorio nato nel momento in  cui  la stretta causata dal virus ci ha impedito di continuare i percorsi formativi dello Zut!, per l’appunto i laboratori ZoeGarage. #IORESTOZOEGARAGE è una rubrica settimanale in cui abbiamo raccontato come, nonostante tutto,  avessimo voglia di continuare  a incontrarci e di proseguire i nostri percorsi.

Lo consideriamo un progetto di laboratorio teatrale senza teatro, che prova a sperimentare e a reinventare parole, immagini, suoni all’interno di un processo creativo sicuramente inedito, rischioso e proprio per questo stimolante. Le restituzioni dei percorsi sono state varie, dal video sotto forma di promo alla mini serie video/teatrale, dal radiodramma alla videopoesia ispirata dalle parole di Mariangela Gualtieri.

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Gianni Bellani Baglioni

Di intrecci mitologici e antiche tradizioni. L’Umbria in scena a Strabismi 2020

Quella umbra è una storia fatta di intrecci mitologici e antiche tradizioni. Nel cuore dello stivale, il teatro vive nel lavoro di artiste e artisti che hanno fatto degli echi archetipici della Grande Madre Umbria, il solco nel quale far germogliare i rigogliosi semi dell’arte. Perché le leggendarie visioni che ne colorano il respiro terroso, non si disperdano nel bailamme del nuovo mondo che incede, assorbendo la memoria dei padri. La nostra memoria.

È su questa volontà che Strabismi Festival 2020 ha costruito la programmazione della VI edizione, affidando il palco del Teatro Thesorieri di Cannara ad artisti del territorio, che di questi luoghi narrano anima e leggende. Si inizia il 6 ottobre, con Maria Anna Stella in scena con Terrae Motus/Motus Animae, un’antologia di confessioni raccolte sul campo, rielaborate in uno spettacolo intimo e profondo sui risvolti psicologici della comunità nursina interessata dal terremoto del 2016.

Terrae Motus/Motus Animae – Maria Anna Stella

Terrae Motus/Motus Animae si origina da testimonianze audio/video raccolte a seguito del terremoto che ha interessato il territorio nursino nel 2016. Come hai lavorato sul materiale raccolto rispetto all’elaborazione drammaturgica, riuscendo a tenere fede alla profondità di un racconto tanto doloroso come quello che ti è stato affidato dalla comunità?

Maria Anna Stella: Il lavoro radiofonico Ora – Un anno col terremoto, andato in onda nel 2017 per Rai Radio Tre, è stata la prima occasione per conoscere nel profondo la terra dove sono nata, Norcia e le sue voci. Avevo appena vissuto il terremoto e assieme al mio amico Jonathan Zenti, con il quale avevamo già realizzato degli audiodocumentari, cominciai un lavoro sul campo, di ascolto, selezione e ricerca di ciò che stava accadendo a me e agli altri, dentro e fuori.

Le voci, i racconti, “le confessioni” come le ha giustamente chiamate il mio maestro Roberto Ruggieri del Centro Universitario Teatrale di Perugia, che ha curato la drammaturgia di Terrae Motus, sono emerse dopo un lungo lavoro di indagine che non ho mai più interrotto da quel momento. Dal 2017, infatti, parallelamente alle interviste che conducevo, ho elaborato e sviluppato il materiale raccolto con la necessità di restituirlo prima di tutto al territorio e alle persone. Le “confessioni” nascono da ore di ascolto reciproco, da un tempo che io e gli altri dedicavamo ai pensieri che tormentavano e ingombravano la nostra mente.

In Terrae Motus/Motus Animae sei corpo e voce delle “sismicità interiori” di un’intera comunità, di vivi e di morti. Qual è lo scopo di questo processo artistico e quanto il potere catartico del teatro può ancora essere utile alla costituzione di una memoria storica che si faccia elemento catalizzatore di una rinascita comunitaria?

MAS: Ho riflettuto molto sul senso di fare teatro per ricostruirsi dentro, insieme alla comunità. Che ruolo aveva il teatro in un momento particolare come quello che stavo vivendo? Ho pensato che fosse necessario un teatro che va dalle persone,  che le rende protagoniste del loro processo di cambiamento personale e collettivo, mettendone in risalto gli aspetti innovativi, propulsivi, reconditi che quella scossa aveva generato. Ecco, forse Terrae Motus è un esperienza che mi ha permesso di esorcizzare il dolore e trasformarlo in qualcos’altro.  Non è un lavoro sul terremoto del 2016, ma un viaggio attraverso i terremoti dell’anima.

In C’era una volta in Umbria, di e con Silvio Impegnoso, in anteprima a Strabismi Festival il 7 ottobre, protagonista è la leggenda folignate del Dottor Cavadenti. Un anarchico genio degli affari che da Foligno, “Lu centru de lu munno”, con mirabili visioni ci trasporta nel lontano Giappone creando un’inaspettata connessione tra antichissime tradizioni.

C’era una volta in Umbria – Silvio Impegnoso

C’era una volta in Umbria parte dalla ricostruzione filologica delle vicende che hanno interessato negli anni addietro alcuni abitanti di Foligno, in particolar modo quelle anarchiche e rocambolesche del Dottor Cavadenti. Nonostante il metodo di tessitura della drammaturgia parta dalla raccolta di testimonianze dirette, il risultato non vuole essere la creazione di una storia, bensì di una mitologia. Quand’è che la storia diventa leggenda e come questo racconto si fa eco della storia dell’intera Umbria?

Silvio Impegnoso: Fin da bambino sono entrato in contatto con storie che riguardavano la città di Foligno, nel periodo che va dal dopoguerra agli anni Novanta. Tutte venivano presentate come rigorosamente vere, e non mi è mai interessato scoprire se lo fossero o se mescolassero verità e menzogna in proporzioni variabili. Mi avvinceva piuttosto l’affresco coloratissimo che, complessivamente, andavano a dipingere. Ci sono entrato in contatto tramite gli amici di famiglia, i vicini di casa, i veri protagonisti di queste storie, andando a creare una sorta di “campionario di personaggi leggendari locali”.

Alcuni di questi personaggi ricorrevano spesso nei racconti dei folignati, ma solo due elementi sembravano essere onnipresenti: un luogo e una persona. Il luogo è il Caffè Sassovivo, storico bar del centro dove si ritrovava la bohème e in cui, al centro di un tavolo da biliardo, era custodito il piccolo birillo rosso considerato da tutti i folignati il centro dell’universo conosciuto e per il quale la città conserva ancora il suo soprannome: “Lu centru de lu munnu”.

La persona invece, era il Dottor Cavadenti, personaggio liberamente ispirato a un genio degli affari e dell’azzardo realmente vissuto a Foligno. Quando ho iniziato a scrivere C’era una volta in Umbria avevo bisogno di una chiave per entrare in quel mondo così variopinto di racconti e di una bussola per non perdermici. Cavadenti è stato quella bussola e quella chiave. 

Ho iniziato a raccogliere le testimonianze e, nello scoprire la sua parabola affaristica e umana, il termine mitologia è iniziato a sembrarmi sempre più appropriato. Non si tratta solo del destino individuale di un uomo, ma di una figura profondamente radicata nell’immaginario e nello spirito della città. Questa parabola non appartiene solo al territorio folignate, in tutta l’Umbria si trovano storie di mecenati, cultori delle lettere e delle belle arti.

Non mi sembra un caso: molta della nostra cultura locale ha le sue radici nel monachesimo e nei movimenti spirituali del medioevo. I monaci, in particolare quelli benedettini, sono stati i primi uomini di lettere a dedicarsi attivamente all’agricoltura e all’architettura, rifiutando un ideale unicamente contemplativo di vita spirituale e orientandosi verso una sorta di “filosofia pratica”, con l’obiettivo di migliorare il territorio in cui vivevano.

Il paesaggio umbro in cui si disloca la storia è rappresentato da un puzzle/mosaico che richiama la pittura giapponese. Un immaginario, quello nipponico, che si mescola a quello umbro, trovando un riverbero nella costruzione scenografica, gestuale e performativa dello spettacolo. In che modo l’iconografia giapponese ha guidato il lavoro e dove risiede il punto di giuntura tra queste tradizioni così lontane?

SI: La prima fase di scrittura di questo lavoro è stata una vera e propria indagine: ogni persona con cui parlavo apriva nuove piste da seguire. Il Giappone, con tutto il portato che ha per noi di ignoto e di incanto, è entrato nel lavoro proprio perché legato a doppio filo con la storia del Dottor Cavadenti. A un certo punto è saltata fuori una grande amicizia con un pittore giapponese trasferitosi in Italia. Con lui, Cavadenti decide di aprire un’associazione per la diffusione della cultura giapponese in Umbria senza alcuno scopo di lucro.

Nel contatto con il Giappone che deriva da questa amicizia, si rivela qualcosa di profondo della natura del Dottor Cavadenti: il suo più grande obiettivo non era la ricchezza economica ma l’incontro con la bellezza sconosciuta, con l’ignoto lontanissimo che riesce a riconoscere come simile e amico. Così, il Giappone è diventato in qualche modo l’”orizzonte poetico” di tutto il lavoro.

Da qui la scelta, maturata nel tempo insieme alla pittrice e artista Federica Terracina, di affiancare alla narrazione la costruzione in scena di un mosaico che si rivela essere un paesaggio umbro disegnato con uno stile astratto che ricorda la pittura giapponese, unendo così idealmente i due mondi e creando uno sfondo a tutto il racconto che non è tanto un paesaggio realistico quanto un “paesaggio dell’anima”, sul quale si stagliano le varie figure della storia, principali e non.

Inoltre, il contatto col Giappone riverbera anche in un momento di danza che richiama varie figure dell’iconografia giapponese, da Hokusai fino a Super Mario e Dragon Ball, oltre che nella scelta musicale. All’interno dello spettacolo, il Giappone assume un ulteriore significato: intitolare un lavoro “C’era una volta qualcosa” significa anche inserirlo all’interno di una tradizione cinematografica, quella che va da C’era una volta in America e Giù la testa (il cui titolo originale era C’era una volta la rivoluzione), a C’era una volta a Hollywood.

Tutti questi film hanno in comune il fatto di raccontare la storia di un’amicizia virile che cresce e si consolida, mentre il mondo in cui è nata sta giungendo al declino. Nel caso di C’era una volta in Umbria si tratta del micro-mondo della Foligno del dopoguerra e degli anni ‘70 ma la dinamica è simile.

La coppia di amici storica e inossidabile è rappresentata da Cavadenti e Slender, suo amico d’infanzia e compagno di scorribande per tutta la vita, sorta di “ronin” del Partito Comunista che al momento del declino di quest’ultimo si ritrova senza una causa per cui combattere. Yomi, e quindi il Giappone, rappresentano l’elemento altro, l’imprevisto che fa prendere una piega diversa alla vicenda e che ne offre al tempo stesso una chiave di lettura.

L’11 ottobre, a concludere il focus Umbria e a chiudere l’edizione 2020 di Strabismi Festival, lo spettacolo Gianni, di Caroline Baglioni e Michelangelo Bellani. Il ritrovamento di cassette contenenti le registrazioni della voce dello zio di Caroline Baglioni, si fanno, in questo monologo, schegge di memoria da cui si dipana l’universale sofferenza dell’uomo.

Umbria
Gianni – Baglioni/Bellani

Qual è stato il percorso di costruzione drammaturgica e scenica avviatosi con l’ascolto delle tracce audio registrate da Gianni? 

Caroline Baglioni: Le tre audiocassette incise da Gianni alla metà degli anni ‘80 contengono, una “materia” drammaturgica potente. Si entra in contatto con l’intimità di una persona realmente vissuta, il suo disagio, l’isolamento, una voglia smisurata di vivere e comunicare al mondo un profondo desiderio di ascolto.

Ma c’è anche molto altro: la voce di Gianni, le sue lucide analisi, la sua autoironia, la musica che ascolta, i libri che legge, i commenti sulle situazioni di vita o le critiche dei film, ci fanno sentire il respiro di un’epoca e i contrasti di un’intera generazione. L’epoca è quella dei favolosi anni ’80 ovvero la splendida  promessa di un gigantesco spettacolo che durerà per sempre. I contrasti sono quelli dell’individuo che non riesce ad aderire ai modelli dominanti del paese dei balocchi, al successo imposto dagli eroi della carta patinata e del telecomando.     

Michelangelo Bellani: Quando hai la grazia di trovare una storia di questa forza e intensità, non è facile immaginare il modo di “tradurla” senza farle violenza. Il percorso drammaturgico, infatti, non è stato così immediato come la certezza che quella di Gianni sarebbe stata una grande avventura teatrale. Dovevamo infrangere un certo numero di Tabù. Primo fra tutti quello che la voce di Gianni non poteva essere violata. All’inizio, infatti, per noi si trattava soltanto di darle una cornice e lasciarla all’ascolto.

Ben presto però ci siamo resi conto che nessuna cornice, per quanto suggestiva e rifinita, poteva frapporsi alla sua intraducibile autenticità. Per cui abbiamo deciso di, letteralmente, dargli corpo e fare in modo che Caroline non raccontasse la storia di Gianni come accadrebbe in una classica narrazione, ma che incarnasse direttamente la voce di Gianni. Abbiamo quindi cercato di reinventare lo spazio classico del monologo permettendo a Caroline di far vivere le parole di Gianni, con tutte le imperfezioni presenti nelle incisioni, gli intercalari, il dialetto, i colpi di tosse, le infinite sigarette fumate.

Gianni è racconto biografico della fragilità umana che, in scena, si fa universale. Qual è il trait d’union tra l’interiorità di Gianni e il mondo fuori che troppo a lungo non ha saputo ascoltarlo ma che, oggi, si riconosce in lui?

CB: Quando si racconta una storia così intima e personale il rischio è sempre altissimo. Poiché l’intensità che si avverte in vicinanza, non è detto che rispecchi integralmente chi quella storia la riceve da estraneo. Ma come accennavamo sopra, Gianni non riflette solo il sé di un disagio personale, racconta qualcosa di ancora aperto e irrisolto da un punto di vista esistenziale. Quelli che ci pone sono interrogativi fondamentali in cui, almeno una volta nella vita, tutti ci siamo finiti dentro.

Non si tratta dell’esito tragico della vita di Gianni, ma di quel bisogno di umanità che spesso ci costringe a giudicare la profondità dei nostri sentimenti, delle nostre scelte, o semplicemente un leale confronto con i nostri desideri. Per questo, Gianni riesce a parlare ancora a molti di noi. Il suo dolore che è il dolore dei tanti emarginati, esclusi delle nostre iper-società, ci parla anche di una follia collettiva sulla quale spesso non troviamo il tempo di soffermarci abbastanza. 

Cosa vorremmo davvero di tutto quanto accade nelle nostre giornate? C’è una solitudine che non riguarda solo i depressi, i malati di mente, ma si annida nelle nostre case, nelle nostre cose, negli oggetti che compriamo e in cui spesso ci nascondiamo. Sta nel modo in cui creiamo il mondo. 

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Andrea, mio figlio

Una tremenda vigliaccheria. Recensione del libro Andrea, mio figlio di Alfonso Russi

Articolo a cura di Luca Schiavoni, prodotto in collaborazione con l’osservatorio Dodici/Decimi, progetto di Audience Development proposto da Strabismi Festival

Non immaginavo che in questi tiepidi giorni di fine estate avrei incontrato una storia come questa. Mi ritengo molto fortunato a essere lontano dalle dinamiche di ricatto e paura che uomini come Andrea devono affrontare.

Nella mia vita però mi sono trovato tantissime volte di fronte a ingiustizie di ogni genere. Mentre si cammina per strada se ne possono incontrare tante; da una madre che ingiustamente sgrida il figlio solo perché rivendica l’essere nato libero e vivace; un ragazzo che in un momento di debolezza cede alla più facile violenza con la sua compagna; gente che per le più svariate ragioni è frustrata e si sfoga con vicini innocenti.

Davanti a queste scene quali emozioni ho provato? Cosa mi ha spinto a non fare nulla?

Forse una tremenda vigliaccheria.

Leggendo la storia di Andrea mi sono sentito così: un inutile vigliacco.
Una densa rabbia si è fatta strada in me mentre sfogliavo le pagine di questa storia. Rabbia nei miei confronti per non essere stato abbastanza coraggioso con le piccole ingiustizie di cui sono stato testimone.
Non ho idea di come avrei reagito al posto suo; ma io, davanti le piccole ingiustizie che quotidianamente ho davanti, perché non faccio nulla? Che scusa ho?

La brillante narrazione di Alfonso Russi mi ha fatto immedesimare nel mondo ingiusto a cui Andrea ha detto basta. Ho sentito anch’io quel peso opprimente sulla bocca dello stomaco. Ho stretto anche io i pugni per essermi sentito impotente.

Ci vuole un coraggio sovrannaturale per ribellarsi ad un’organizzazione criminale che sembra controllare non solo tutti i punti nevralgici dell’economia di Sant’Andrea dello Ionio, ma anche e soprattutto le menti dei suoi abitanti. Ci vuole una resistenza interiore da eroe mitologico per farsi carico di tutto ciò che viene dopo una deposizione. Raccontare la verità è come illuminare le ombre di chi pretende per il solo fatto di usare la forza bruta e l’intimidazione.

È come se la sua forza e determinazione a denunciare avessero creato un’onda d’urto. Adesso mi lascio trasportare con piacere e inizierò a moltiplicare dentro di me quel coraggio nella speranza di trasmetterlo a mia volta. Un’ingiustizia è un’ingiustizia, grande o piccola che sia. Dopo questa storia non posso che fare ammenda e promettere a me stesso di non restare indifferente.


Nel momento in cui si ignora il Male se ne diventa complici.

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Strabismi

Quale “atto d’amore a casaccio” dedicheresti al teatro? Intervista ad Alessandro Sesti direttore artistico di Strabismi Festival

Strabismi
Ph Stefano Preda

Atti d’amore a casaccio, titola così la VI edizione di Strabismi Festival che si terrà dal 4 all’11 ottobre a Cannara (PG). Una rassegna dedicata al teatro e alla danza che punta sulla territorialità e sul supporto alle artiste e agli artisti umbri, con uno sguardo attento alla scena teatrale Under 30. Un atto d’amore a casaccio è dislocare i processi culturali, permettendo all’arte di invadere quei luoghi che troppo spesso sono tenuti fuori dai circuiti ufficiali. Un atto d’amore a casaccio è dare al pubblico il teatro che merita. 

Strabismi 2020 si apre da quest’anno a una collaborazione con i giovani spettatori che compongono il gruppo dei Dodici/Decimi. Con loro, in vista della costituzione di una futura direzione partecipata, sono state effettuate le selezioni per Esotropia, la vetrina dedicata a giovani talenti che mostreranno gli esiti della propria ricerca sul palco del Teatro Thesorieri di Cannara. Il 6 ottobre, presso la Cantina Di Filippo, si terrà il secondo Meeting Nazionale del Network Risonanze!, specchio della volontà di Strabismi di unirsi alla rete di tutela del teatro Under 30. 

Il direttore artistico Alessandro Sesti, racconta Strabismi Festival 2020, approfondendo intenti e programmazione di un’edizione che porterà in scena la grande madre Umbria.

Ripartenza e sostegno agli artisti locali sono i due temi chiave della VI edizione di Strabismi  Festival 2020. In che modo verrà portato avanti questo focus all’interno della  programmazione?  

Alessandro Sesti: Parlare di ripartenza è forse azzardato, posso parlare sicuramente di segnali. Il nostro  obiettivo è riuscire a dare un segnale di speranza: non c’è niente di mistico in  quest’affermazione, voglio dire che intendiamo dimostrare che, nonostante tutte le difficoltà  concernenti l’emergenza sanitaria, le cose si possono fare e pure bene. Inoltre, anche  far capire che si può porre il focus sugli artisti umbri, non solo a parole, ma anche con i fatti. Indubbiamente negli ultimi anni si è venuta a creare una scena teatrale umbra di qualità e credo sia doveroso fungere da vetrina per questi artisti che altrimenti trovano appoggio e attenzione solo fuori regione. 

Atti d’amore a casaccio è il titolo dell’edizione di quest’anno. Di quali “atti d’amore” necessita  per te il teatro?  

AS: Un bell’atto d’amore potrebbe essere porre nuovamente al centro gli artisti. Ho come l’impressione che ormai si faccia solo un gran parlare di numeri, concorsi, premi, riconoscimenti  e poco dell’arte in sé. Allo stesso modo, il più grande atto d’amore potrebbe essere svecchiare finalmente le modalità fino ad ora tenute in piedi, tutte quelle meccaniche che fanno passare il teatro in secondo piano.

Mi riferisco alla grande incapacità di riferirci all’altro con rispetto: basta poco, ad esempio rispondere a una mail con la stessa dignità ed educazione sia che si tratti di una compagnia emergente, sia di un artista con trent’anni di carriera. Occorre riconoscerlo, senza la cura di oggi, non avremo nessuno cui rispondere con garbo in futuro. Eppure il panorama politico, sociale questa cosa ce la ricorda ogni giorno, ma noi come sempre, più ciechi fra i ciechi, non facciamo altro che guardare altrove.

Avremmo bisogno di un atto d’amore da parte degli operatori, che smettessero di pensare all’altro come concorrenza, cogliendo anzi quel messaggio che gli imprenditori sanno leggere già ai primi giorni di carriera: più offerta c’è, più saremo attraenti e sexy anche per gli spettatori. E allora, collaboriamo, sempre di più, costruiamo stagioni incrociate, sosteniamo insieme gli artisti e facciamoli circuitare nelle nostre zone, facciamoli conoscere nei nostri territori e facciamo diventare i nostri colleghi dei punti di forza, degli spunti. È possibile, ne sono certo.  

Facciamo un atto d’amore verso noi stessi: smettiamo di cercare di apparire, non chiamiamo più, non invitiamo più nessuno di quelli che vogliono sentirsi “invitati”. La bellezza è qua e, se vuoi, puoi goderne insieme agli altri. Dovremmo ripartire da un atto d’amore nei confronti degli attori, riconoscerli e tutelarli nel pieno rispetto del loro lavoro, ma facendolo per davvero e non scrivendolo e basta perché siamo bravi tutti a sentirci Che Guevara in assemblee e zoom call, per poi continuare ad applicare le medesime nocive dinamiche di sempre.  

Il vero atto d’amore però, maximo oserei dire, è quello verso lo spettatore. Iniziamo a parlare  a chi vuole ascoltarci. Non essere ascoltati è il primo trauma che viviamo da bambini, è qualcosa che ci spaventa da sempre. Quando qualcuno viene a vederci a teatro dovrebbe, prima di tutto, sentir ascoltato il proprio cuore, la propria anima, così, come per magia, che è quella che noi artisti dovremmo essere in grado di creare. Allora, mi chiedo, perché ancora oggi dobbiamo vedere sostenuto ciò che ci fa sentire inascoltati? Che ci fa uscire dal teatro, confusi, incompresi? Dobbiamo amare il pubblico e non tradirlo, proprio come faremmo con la nostra anima gemella.

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Alessandro Sesti – Ph Stefano Preda

Quest’anno Strabismi Festival 2020 ospiterà il secondo Meeting Nazionale di Risonanze  Network. Che significato ha per voi supportare questo progetto di tutela e diffusione del  teatro under 30?

AS: Tutto è nato in maniera naturale. Eravamo al primo Meeting a Roma all’interno di Dominio Pubblico, realtà con cui collaboriamo già da due anni e, al termine della giornata, feci una proposta a Tiziano Panici, capofila del progetto. Se c’è un talento incredibile che Tiziano ha è quello di saper mettere in connessione le realtà artistiche. Da lì un anno di lavoro messo in difficoltà dal Covid. Ci siamo detti di non rinunciare, anzi di rilanciare e aprire a nuove realtà nazionali, valutando insieme una nuova progettualità. Personalmente credo sia  fondamentale dare ascolto e possibilità alle realtà Under 30 in quanto rappresentano il futuro.

Posso riassumere tutto con un semplice ragionamento: se oggi si investe solo sui nomi affermati, come potremo avere dei nomi affermati domani? Ci tengo a sottolineare che per “affermato” intendo semplicemente artisti che hanno avuto modo di approfondire la loro ricerca, di calcare centinaia di palcoscenici e poter definire un proprio percorso, un’idea teatrale chiara. Quindi ospitare il secondo meeting di Risonanze Network ci onora. Poi lo realizzeremo nella  Cantina Di Filippo che rimette in armonia le anime con l’universo.  

Esotropia è la vetrina dedicata a 6 compagnie under 30 che, dall’8 al 10 ottobre, porteranno in  scena i propri spettacoli. Le selezioni per Esotropia hanno visto la partecipazione dei Dodici/ Decimi, progetto di formazione del pubblico Under 30. Qual è l’obiettivo di questo incontro  tra giovani artisti e giovani spettatori?  

AS: Il progetto Dodici/Decimi nasce ispirandosi al lavoro che da anni Dominio Pubblico fa con i ragazzi Under 25. Chiaramente qui non siamo in una capitale, ma devo dire che la risposta è stata eccezionale per essere solo il primo anno. Il nostro obiettivo è quello di creare una direzione artistica giovane all’interno del Festival: come primo tentativo, hanno scelto uno spettacolo tra i sei selezionati, ma  dall’anno prossimo vogliamo incrementare sempre più, fino a far sì che Esotropia diventi una sezione interamente a cura dei Dodici/Decimi.

Sicuramente io e Silvio Impegnoso, da quest’anno co-direttore artistico del Festival, saremo sempre presenti come sponde e stimoli allo spirito critico, ma vogliamo che Strabismi sia anche figlio loro. Ci tengo a sottolineare che non era scontata una risposta così numerosa e soprattutto da ragazzi così  talentuosi e interessati al mondo dell’arte. Siamo fortunati, non c’è che dire. 

Oltre agli spettacoli, anche i dopofestival sono per lo più affidati a musicisti umbri. In questa intervista Puscibaua e Uppello Greasy Kingdom, che allieteranno le serate di Strabismi 2020, approfondiscono il proprio progetto musicale e il legame con la propria terra.

Il settore delle performing arts ha subito una pesante battuta d’arresto a seguito della diffusione  della pandemia. Una situazione che ha privato il teatro, così come la musica di un elemento  distintivo dell’atto performativo: la dimensione live. In che modo il rinnovato incontro con il  pubblico ha influito sulla vostra produzione musicale?  

Puscibaua: Per quello che mi riguarda, la pandemia sta ancora incidendo in modo molto  pesante sulla possibilità, specie per gli artisti emergenti, di esibirsi dal vivo. Le realtà che  propongono musica live, sempre più sofferenti già in epoca pre-Covid, hanno ricevuto il colpo di  grazia. Non si contano più, ad esempio, i locali che si sono trovati costretti a chiudere i battenti  negli ultimi anni, per motivi diversi ma spesso riconducibili a problematiche economiche,  burocratiche e culturali. Basti pensare alle realtà più piccole, per le quali, dovendo più che  dimezzare il numero massimo di spettatori, non è più sostenibile proporre eventi e provvedere al  pagamento dei musicisti, dei permessi SIAE, ecc. 

Uppello i Greasy Kingdom: Suonare di nuovo dal vivo dopo il lockdown ci ha permesso di pagare le spese di registrazione del nostro album e quindi ha influito non poco a livello  di produzione musicale. Per quanto riguarda invece la scrittura di nuovo materiale il lockdown, è stato un periodo molto creativo e stimolante seppur bislacco. Ancora non è chiaro quale sarà il futuro della dimensione live ma di sicuro non sarà facile farsi strada tra una quantità di tournée, concerti e festival annullati che probabilmente penalizzerà le varie realtà underground.

Oltre che per il valore artistico dei progetti musicali che proponete, la scelta di coinvolgervi in questo Festival è dipesa anche dalla volontà di puntare sulla territorialità, riservando grande spazio  ad artisti umbri. In che misura la vostra musica è connotata dal legame con l’Umbria?  

Puscibaua: L’Umbria è un micromondo, una sorta di isola al di fuori del (nostro) tempo. La sua natura, i suoi colori e le sue particolarità invitano alla riflessione e alla ricerca di verità più  profonde, se si è disposti a guardare e ad ascoltare con pazienza.  

Uppello i Greasy Kingdom: Ormai il connubio Greasy Kingdom – Strabismi è un must; vuoi per amicizia e rispetto artistico reciproco ma è un legame che si fa di anno in anno sempre più saldo. Le nostre canzoni sono nate in Umbria e, anche se l’album è stato registrato a Roma, l’atmosfera che lega tutti e 9 i brani del disco è permeata della nostra terra. Ancora bisogna trovare un nome all’album e chissà che venga fuori qualcosa di umbro.

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“Atti d’amore a casaccio”: la VI° edizione di Strabismi Festival 2020

Strabismi

“Atti d’amore a casaccio” è il titolo della VI° edizione di Strabismi Festival 2020, che si terrà a Cannara (PG) dal 4 all’11 Ottobre, con il patrocinio del Comune di Cannara e della Regione Umbria. Un titolo che trae ispirazione dalla celebre frase di Anne Herbert «Praticate gentilezza a casaccio e atti d’amore privi di senso», rifacendosi al significato che la stessa autrice attribuiva a quello che poi diventerà uno degli aforismi più famosi al mondo: la gentilezza può divenire contagiosa e generarne di nuova, esattamente come l’odio genera altro odio. 

Nel nuovo mondo che la pandemia ci ha costretto ad abitare – spiega Alessandro Sesti, direttore artistico del festival – non poteva che essere questo il nostro slogan: vogliamo che a diventare contagiosa sia la bellezza, non la paura. Come tutte le manifestazioni italiane, anche Strabismi Festival 2020 sta procedendo lentamente e nel pieno rispetto delle norme sanitarie ma, con pazienza, sta raggiungendo l’obiettivo prefissato. 

Durante lo stop forzato, si è fatto un gran parlare di ripartenza e di sostegno agli artisti locali. Per l’edizione di quest’anno, abbiamo sentito l’esigenza di occuparci di tali temi – prosegue Sesti – nella speranza che anche le strutture più consolidate prestino ascolto agli artisti del territorio, nel tentativo di dare vita a una vera ripartenza. Il programma, infatti, affida quasi interamente ad artiste e artisti umbri il racconto dell’unica “isola senza mare” d’Italia. Fanno eccezione Leviedelfool che inaugureranno il festival domenica 4 Ottobre con Requiem for Pinocchio, in scena alle ore 21:00 presso il Teatro Thesorieri di Cannara, ed Esotropia, la vetrina dedicata ad artisti under 30, cuore pulsante di Strabismi2020.

Il 6 Ottobre alle ore 21:30, ancora al Teatro Thesorieri di Cannara, in Terrae Motus, Motus Animae Maria Anna Stella racconterà gli effetti che il terremoto ha avuto sulla comunità nursina e non solo, delineando un’antologia di confessioni scaturita da materiali audio e video raccolti sul territorio tra il 2016 e il 2017, all’indomani del sisma. Inoltre, nella stessa giornata, si segnala il secondo Meeting Nazionale di Risonanze Network! progetto ideato da Dominio Pubblico, Direction Under 30 e Festival 20 30, per la diffusione e la tutela del teatro under 30, ospitato da Cantina Di Filippo, storico partner di Strabismi Festival. 

Il 7 Ottobre, il Teatro Thesorieri di Cannara ospiterà la presentazione di due anteprime nazionali: C’era una volta in Umbria, di e con Silvio Impegnoso, spettacolo ispirato alla storia della leggenda folignate Dottor Cavadenti. Attraverso la vita di quest’uomo, al confine tra reale e irreale, Impegnoso racconta quel periodo in cui in Italia «gli affari si chiudevano con una stretta di mano» e non era assurdo credere che un piccolo birillo rosso, posto nello storico Caffè Sassovivo, potesse indicare «Lu centru de lu munnu»; anteprima anche per Luca 4,24 di Sesti/Maiotti/Renzi che racconta la storia del più giovane testimone di giustizia d’Italia, Luca Arena, l’uomo che ha scoperchiato il terribile mercato delle ambulanze della morte nel Catanese. Un monologo diretto da Debora Renzi, accompagnato da Mattia Maiotti che, attraverso la danza, arriva dove le parole non possono per raccontare la solitudine di un eroe dei nostri giorni. 

L’11 Ottobre chiuderà il festival Gianni, della compagnia Bellani/Baglioni, spettacolo vincitore del Premio Scenario 2015, Inbox 2016 e Museo Cervi 2017. Ispirato alla voce di Gianni Pampanini, zio dell’attrice Caroline Baglioni, Gianni racconta, con parole ritrovate in vecchi nastri, il disagio di chi non trova posto nella società, di chi non riesce a raccontare ciò che sente e affoga nel fumo i suoi pensieri. 

Dall’8 al 10 Ottobre,  le porte del Teatro Thesorieri di Cannara si aprono a Esotropia, cuore di Strabismi Festival 2020, la vetrina dedicata a 6 compagnie under 30 che mostreranno i loro spettacoli ancora in costruzione. Un momento importante, rivolto all’incontro e alla crescita. Quest’anno, le selezioni delle compagnie, scelte tra oltre cento candidature attraverso incontri online, hanno visto la presenza dei Dodici/Decimi, il progetto di formazione del pubblico Under30, che nel tempo diverrà una vera e propria direzione artistica partecipata.

Si esibiranno ORTIKA/I Pesci con La Foresta, Manzoni/Paolini in Tartar, Alessandro Blasioli con L’avvocato di Matteotti, Irene Ferrara/Trio Tsaba in Marea, Associazione Oltre con IFakel’obsolescenza dell’odio e infine Gli insoliti con Amunì, giochiamo!.

Al termine degli spettacoli in programma, la musica allieterà i dopofestival, anch’essi affidati a gruppi e cantautori umbri: Puscibaua cantautore montefalchese, Federico Pedini chitarrista e compositore perugino e da Uppello i Greasy Kingdom

I giorni di Esotropia sono per noi il momento più importante, in quanto rappresentano ciò per cui abbiamo dato vita a questo festival: creare un’occasione di incontro e dialogo eludendo la competizione innescata dalla vittoria di un premio premio, per gettare solide basi per ascoltare e tessere nuovi rapporti. Questo è Strabismi, questo siamo noi.


L’appuntamento è dunque per domenica 4 Ottobre alle ore 17:00, presso il Museo della Città di Cannara, con l’inaugurazione della mostra WHO AM I? di Valeria Pierini, che darà ufficialmente il via alla VI° Edizione di Strabismi Festival. 

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Alessandro Sesti

Il teatro che cura l’oblio. Intervista ad Alessandro Sesti

Alessandro Sesti
Alessandro Sesti – Ph Stefano Preda

Quando il dolore è forte al punto da non poter essere affrontato, spesso, si ricorre all’oblio. Eppure la dimenticanza è un fendete a doppia lama: curativa; distruttiva, talvolta. E se voltare lo sguardo aiuta a proseguire il cammino, mantenere vivo il ricordo nel cuore dei più consente di estirpare il male alla radice. Il teatro, in questo, può svolgere una funzione importante. Per il suo potere catartico, tanto caro agli antenati ellenici, per la sua capacità di parlare a molti. 

Il dolore, anche quello più intimo e individuale, può essere una goccia dispersa in un mare di sofferenza collettiva. La nostra penisola è immersa in queste acque da troppo tempo, funestata com’è dall’affare mafioso. L’oblio, allora, non può più essere accettato, perché voltare lo sguardo significa indebolire la grande rivoluzione che tanti eroi moderni, inciampati nel tranello malavitoso, portano avanti per rinvigorire la battaglia per il bene comune.

L’operazione artistica di Alessandro Sesti, drammaturgo, performer e direttore artistico del Festival Strabismi, persegue quest’intento: ricordare che la mafia è intorno a noi, dentro di noi. Anche quando non è tangibile. 

Prima con Ionica, spettacolo incentrato sulla vicenda di Andrea Dominijanni, la cui testimonianza ha consentito l’arresto di otto capi cosca, poi con Luca 4,24, spettacolo vincitore del premio della critica “Dante Cappelletti” nel 2019, dedicato alla storia del più giovane testimone di giustizia italiano, Sesti si addentra in queste vite stravolte, maneggiandole con delicatezza, per mantenere accese le luci sulla lotta alla mafia. 

Ospite in residenza di Periferie Artistiche, continua la propria ricerca su Luca 4,24, i cui esiti saranno presentati in una prova aperta il 23 agosto al Teatro La Fenice di Arsoli. In questa intervista Sesti racconta il proprio approccio drammaturgico e i progetti futuri, riflettendo sul teatro che sarà. O che dovrebbe essere.

Nel mese di agosto Periferie Artistiche ti ha ospitato in residenza al Teatro La Fenice di Arsoli, dove hai lavorato allo spettacolo Luca 4,24. La mafia è un tema ricorrente nelle tue esperienze teatrali degli ultimi anni, cosa ti ha spinto a farne il perno della tua creazione drammaturgica?

Faccio una correzione: non sono la mafia o l’illegalità il perno della mia creazione, ma è l’urgenza, la necessità. In questo momento della mia vita ho bisogno di raccontare le storie di eroi contemporanei e rimanere aderente alla realtà. Ho urgenza di utilizzare il teatro come veicolo per sensibilizzare e far sapere, quanto più possibile, che alcune dinamiche mafiose non sono lontane o chiuse nel mondo artificioso delle fiction tv, ma sono intorno a noi. O, peggio ancora, dentro di noi.

Lentamente mi sto spostando da questo focus. Sto raccogliendo materiale per dei nuovi progetti che mi vedranno collaborare con vari artisti. Si spazia dalla performance sonora che sto costruendo insieme a Nicola “Fumo” Frattegiani intorno al tema dell’alzheimer, a un progetto sull’Umbria e, più in generale, su quella parte di storia popolare che rischia di andare perduta. Infine, il prossimo anno andrò in scena con uno dei miei artisti preferiti.

Condannare la mafia ogni giorno, con ogni mezzo disponibile, senza dimenticare il suo potere mortale nei periodi di apparente inattività, significa lottare per il bene comune. In questo, il teatro può giocare un ruolo importante di denuncia e di sensibilizzazione. Quanto la tua operazione artistica vuole perseguire questo obiettivo mantenendo vivo il dibattito intorno alla lotta alla mafia?

Per quel che mi riguarda, ho sempre avuto una repulsione per le persone che si lamentano delle meccaniche della società, di ciò che le circonda, senza però far nulla per provare a cambiarlo. Credo che in ogni mestiere, ad ogni livello, si possa fare qualcosa, nel proprio piccolo, per importare una rivoluzione umana e migliorare ciò che è intorno a noi. Ecco perché racconto queste storie: ho l’opportunità di  far aprire occhi e cuore di chi mi ascolta.

I miei lavori, a partire già da Fortuna, sono stati spesso ospitati nelle scuole ed è li che sono avvenute le reazioni più belle. In quei momenti, ho capito che le nuove generazioni reagiscono esattamente come le vecchie, bisogna solo premere i tasti giusti. Diciamo che, piuttosto che sederci a osservare e giudicare, preferiamo portare un messaggio e vedere dei risultati, sperando che qualcosa, un giorno, possa davvero cambiare.

Alessandro Sesti
Alessandro Sesti – Ph Valeria Pierini

Come Luca 4,24, anche Ionica si occupa della vicenda di un testimone di giustizia, Andrea Dominijanni, la cui testimonianza ha consentito l’arresto di otto capi cosca. Per creare la drammaturgia di Ionica hai vissuto sotto scorta di massimo livello. Cosa ha significato per te calarti in una realtà così dolorosa e in che modo hai lavorato sull’aspetto più intimo di queste vite stravolte dall’affare mafioso?

Per raccontarti cosa ho vissuto quei giorni, non credo basterebbe questa intervista. Posso però dirti che oltre ai fatti raccontati nello spettacolo, ce ne sono altrettanti che ho lasciato fuori e che raramente condivido. Sono momenti preziosi che non voglio mettere in piazza. Vivere in quella situazione è qualcosa di inimmaginabile e pensare che Andrea e la sua famiglia vivono così ogni giorno, fa comprendere la fortuna che abbiamo e quanto diamo per scontate certe cose.

Ed è proprio qui che si è fermato il fuoco del mio racconto: sugli affetti di Andrea e su tutto ciò che c’era prima e ora non c’è più; sulla normalità divenuta ormai un tenue miraggio; sul pranzo della domenica rimasto sacro e immutato perché, alla domenica, Andrea non esce mai di casa, ma resta con la sua famiglia, intorno a un tavolo, come molti di noi.

Sarebbe stato inutile raccontare a fondo eventi così terribili da sembrare irreali, avrei forse creato una distanza col pubblico anziché prenderlo per mano. Il dramma sta nel raccontare le cose così come sono, se aggiungessi alcuni racconti efferati, crudi o storie di violenza si tratterebbe quasi di pornografia. Occorre nascondere le sfaccettature più nere, se non sono condivisibili per l’ascoltatore. 

Faccio un esempio molto semplice: se raccontassi aneddoti cruenti, omicidi, magari riguardanti la faida dei boschi, non si potrebbe mai creare una connessione con chi ascolta. Se parlassi di solitudine dovuta alla violenza minacciata dalla mafia, parlerei solo di quella solitudine e non di quella che possiamo conoscere tutti.

Immagina, però, che qualcosa possa negarti il contatto con i tuoi cari, o ti faccia avere la sensazione che qualcuno possa non arrivare al pranzo della domenica. Probabilmente avremo più possibilità di vivere un’emozione perché il pranzo della domenica, avvolti dai parenti, l’abbiamo fatto tutti almeno una volta nella vita. Una faida ndranghetista, lo dubito fortemente. 

Una piccola storia a margine voglio lasciartela. Prima ho detto che Andrea la domenica non esce mai di casa. Bene, devi sapere che lui, cristiano praticante, andava a messa ogni domenica. Da quando vive sotto scorta ha deciso di andare solo alla messa del sabato pomeriggio e rimanere tutto il giorno in casa. Perché?

«E come perché? I ragazzi – la scorta – devono stare con la famiglia la domenica. Come tutti». Mi rispose.

Continuando a dedicarti al progetto di Luca 4,24, spettacolo vincitore nel 2019 del Premio della giuria critica “Dante Cappelletti”, quali aspetti del processo artistico intendi sviluppare durante la permanenza ad Arsoli?

Luca 4,24 è stato realizzato in collaborazione con 2MaD Collective, con la regia di Debora Renzi che cura anche le coreografie di Mattia Maiotti, il danzatore che è in scena con me. Durante la residenza abbiamo deciso di concentrarci principalmente sul rapporto fisico sulla scena tra me e Mattia. A questo dovremo legare le musiche originali realizzate dai Grandi insegne il grande allibratore, la band che lavora in sinergia con noi a questo progetto. Il tutto, coadiuvati sempre dal nostro fonico e guida spirituale, Nicola “Fumo” Frattegiani. Seguirà poi un momento in cui saremo raggiunti dal nostro tecnico Marco Andreoli e, da lì, inizieremo a ragionare su altri aspetti come il disegno luci.

Nel frattempo, tutto è sempre in balìa di cambiamenti e nuovi frammenti di testo. Questo, proprio grazie a Luca il testimone di giustizia. Ogni volta che lo sento al telefono ha sempre in serbo un pensiero, una parola, un racconto che ti lasciano con il sorriso e gli occhi lucidi. Quel ragazzo è un sole nelle nostre vite e rinnova sempre l’energia con cui approcciamo al lavoro. Anzi, per dirla con parole sue «Io sono solo un seme e voi siete la mia acqua». 

Periferie artistiche crede nella possibilità di creare economie intorno alla ricerca e al processo creativo. Una scommessa coraggiosa portata avanti in un tempo in cui molti, invece, si trovano, per scelta o necessità, a insistere sulla produzione. In qualità di artista e di direttore artistico, in quale misura ritieni che la ricerca possa essere il giusto punto di partenza per ripensare il nostro affannato sistema teatrale?

Ho grande fiducia nelle persone, un po’ meno nei sistemi che queste hanno creato. Una realtà come quella del Centro di Residenza Settimo Cielo di Arsoli dovrebbe essere un esempio, per l’umanità che offre. Gloria, Maurizio, Rossella e Giacomo sono un esempio di bellezza. Sono stati loro a cercare me per il lavoro che facevo e non il contrario, cosa di per sé già assai rara. Non solo, non hanno mai perso contatto nei mesi in cui progettavamo questa residenza.

È curioso che si chieda sempre a noi artisti quale possa essere il modo per ripensare il nostro sistema teatrale. Mi dirai che sono anche un direttore artistico. Touché. Ma prendiamola così. Strabismi Festival non è altro che il festival in cui vorrei andare tutti gli anni, perché è fatto di persone che hanno la cura di farti star bene. È un luogo dove non si promette niente e non ci si riempie la bocca di parole, non si mette la critica al centro della questione, ma gli artisti. È un incontro tra artisti e pubblico. Portiamo avanti progetti basati sugli spettatori, sui giovani, fino a quelli delle scuole elementari, perché si, saranno loro il pubblico di domani. Con difficoltà, ma ce la facciamo.

Ora, non sto qui a dire che noi siamo bravi e gli altri no. Sono due anni che Kilowatt Festival ci ospita e per me, loro sono sempre un esempio da tener ben presente. Un teatro sano è possibile. Ne sono certo. Basta uscire dalle dinamiche delle e-mail e farsi due chiacchiere in più al telefono, perché sembra incredibile ma se ci si parla, poi ci si capisce pure. Credo che sarebbe bellissimo vedere nelle programmazioni di teatri e festival, almeno a cadenza biennale, un rinnovo totale del cartellone o perché no, delle produzioni. Magari i Teatri Stabili diventerebbero incubatori di nuovi talenti e non luoghi stupendi dove pellicce con esseri umani al seguito vanno a vedere dal vivo il volto noto della televisione. 

Immagina se diventasse un obbligo, forse creeremmo una variabile in più nella distribuzione e non avremmo quelle programmazioni fossilizzate da decenni solo per necessità ministeriali e simili.

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