Portraits on stage 2021

PORTRAITS ON STAGE 2021 – Arte in cammino

Tredici spettacoli di teatro, musica, danza per l’edizione 2021 di Portraits on stage – Arte in Cammino che attraverserà la Valle dell’Aniene dal 19 giugno al 30 luglio 2021 nei Comuni di Licenza, Anticoli Corrado, Marano Equo, Gerano e Subiaco. Eventi artistici e performativi si alterneranno per dare vita a un racconto armonico che indaga il tema dell’Arte partendo da spunti differenti e secondo angolazioni diverse: personalità, avanguardie e movimenti artistici, le suggestioni di un quadro, il suono che si fa tratto, movimento, paesaggio, rappresentazioni che diventano opere plastiche in se stesse tra teatro e performing art.

Tanti gli artisti/e e le compagnie ospiti di Portraits on stage 2021 – Arte in Cammino, provenienti da tutto il territorio nazionale: Guascone Teatro, Compagnia Stalker Teatro, OperaPrima, Settimo Cielo, Drogheria Rebelot/BIBOteatro, Cie TWAIN, Collettivo ClochArt, Pollution, Ilinx Teatro, Mario Perrotta, L’Arca di Corrado e I nuovi Scalzi.

La scorsa edizione Portraits on stage – Nel cuore dell’arte si è svolta al Santuario di Ercole Vincitore a Tivoli nel settembre 2020, mentre quest’anno Portraits on stage – Arte in cammino penetra nella gola della Valle dell’Aniene, seguendo il percorso intrapreso dai pellegrini diretti al Sacro Speco (ma anche dai viaggiatori del Grand Tour e soprattutto dei pittori che ritraevano la campagna e le rovine romane) vivendo un’esperienza fatta di arte e spiritualità. Il festival, vincitore dell’Avviso Pubblico per la valorizzazione dei luoghi culturali a attraverso lo spettacolo dal vivo, attinge la sua forma innovativa proprio dall’esistenza di questo passato mettendolo in relazione con la contemporaneità e la sperimentazione. Lo scenario posto all’attenzione degli spettatori sarà quello di un patrimonio unico inserito in un contesto paesaggistico quasi incontaminato. Lungo la strada infatti incontreremo i resti della Villa di Orazio, il prezioso Civico Museo di Anticoli Corrado, il borgo medievale di Marano Equo con le sue fonti e quello di Gerano con la Chiesa di Sant’Anatolia, il pozzo e la corte medioevale e, infine, Subiaco città di San Benedetto.

Come tutti i viandanti anche l’Arte che si mette in cammino lungo il percorso di San Benedetto, deve rispettare alcune regole: avere un equipaggiamento bilanciato e leggero. Settimo Cielo propone una scelta di tredici spettacoli rappresentativi dei linguaggi del contemporaneo, adatti a ogni tipo di pubblico contrassegnati da un virtuosismo stilistico capace di porre in primo piano le suggestioni dell’ambiente in cui si immergono, dando vita ad eventi site specific. Ci saranno, all’interno della programmazione, spettacoli dedicati anche a bambini e famiglie, con il ciclo Il sentiero dei piccoli, in fascia pomeridiana, particolarmente indicato per le nuove generazioni.

Durante il festival, verranno presentate iniziative in collaborazione con i Musei, le pro loco, le associazioni del luogo e un’attività di visione critica rivolta agli spettatori “Taccuini di Viaggio” introdotta da un incontro con la giornalista Ornella Rosato, caporedattrice del giornale online Theatron 2.0. Il festival poggia sulle competenze acquisite da Settimo Cielo attraverso l’adesione a una rete nazionale, la Rete Portraits on Stage che collabora con musei, accademie, istituzioni pubbliche e private.

Per il 2020/21 la Rete ha visto l’istituzione di una call diretta a giovani artisti (Bando Portraits on Stage) per creazioni che connettano arte figurativa e teatro. Settimo Cielo ha scelto alcuni progetti, tra i più meritevoli, da ospitare all’interno ospite della rassegna, intendendo così sostenere la giovane creatività e offrire al pubblico, accanto a presenze di consolidato talento,la visione di opere inedite.

Il Festival è organizzato da Settimo Cielo, in collaborazione con il Teatro La Fenice di Arsoli. Con il contributo di Regione Lazio, con il sostegno dei comuni di Licenza, Anticoli Corrado, Marano, Gerano e Subiaco. In Media Partnership con Le Nottole di Minerva – Rivista di critica teatrale universitaria.  Comunicazione e Media Marketing Theatron 2.0.

Per info e prenotazioni chiamare il 392 0433339 o scrivere a prenotazioni@settimocielo.net.
Ulteriori informazioni sul sito www.settimocielo.net

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Settimo Cielo

Concedere tempo. La residenza artistica targata Settimo Cielo

Settimo Cielo
Gloria Sapio e Maurizio Repetto

In un’epoca in cui il fuggevole incedere della vita fa scivolare il quotidiano in una danza di ritmi battenti, concedere del tempo è un atto generoso. Al Teatro La Fenice di Arsoli, la dilatazione temporale è tutta dedicata agli artisti. Gloria Sapio e Maurizio Repetto, direttori della residenza artistica Settimo Cielo, impegnati da più di vent’anni in progetti artistici, di produzione, programmazione e formazione in campo teatrale, stabilendosi nel cuore della Valle dell’Aniene, hanno decretato la propria mission: destinare energie e risorse alla ricerca e ai processi artistici.

Le numerose attività portate avanti da Settimo Cielo – che comprendono, oltre ai percorsi di residenza, laboratori, spettacoli e attività formative –hanno riunito una comunità di artisti e cittadini, riuscendo a tessere un forte legame con il territorio. Nata come associazione culturale, divenuta residenza artistica e dal 2018 parte, insieme a Twain Centro Produzione Danza, Ondadurto Teatro e Vera Stasi, del Centro di Residenza multidisciplinare del Lazio Periferie Artistiche, Settimo Cielo crede nella contaminazione generazionale, offrendo la propria esperienza ai giovani talenti della scena nazionale.

In tale direzione muove anche la costituzione dell’organico, di cui è entrato a far parte il drammaturgo e regista Giacomo Sette che in questa intervista, insieme a Gloria Sapio e Maurizio Repetto, racconta l’esperienza di Settimo Cielo.

Ragionando su una linea progettuale che parte dalla ricerca sulla storia del costume popolare e i mezzi di comunicazione di massa, per arrivare alla crescita dei luoghi attraverso le pratiche spettacolari, qual è stata l’evoluzione di Settimo Cielo dalla sua costituzione fino al 2015, quando il Teatro La Fenice di Arsoli è diventato una Residenza Artistica Nazionale?

Gloria Sapio: Settimo Cielo nasce da un desiderio di autonomia progettuale mio e di un gruppo artisti. Le proposte ruotavano intorno a un repertorio, un percorso drammaturgico e di ricerca portando avanti da me e Paola Sambo, con cui abbiamo a lungo formato un duo artistico. I nostri spettacoli erano profonde immersioni nella storia del costume, condotte anche attraverso il canto. 

Tutto aveva un profondo legame con la nostra condizione di donne, com’è stato per il nostro primo spettacolo, Un bacio a mezzanotte, costruito attraverso delle lunghissime sedute in emeroteca, con uno studio sulle riviste di fine anni ‘50 e ‘60. L’ultima residenza che abbiamo ospitato quest’anno è stata quella di Giulia Trippetta, con un progetto dal titolo La moglie perfetta che indaga, proprio attraverso gli stessi materiali da noi utilizzati, il problema del femminile. Questo è stato l’inizio di Settimo Cielo, percorso che ho condiviso con Paola Sambo per dieci anni. 

Ho sempre desiderato dedicare uno spazio alla nostra associazione e ciò è avvenuto quando si è presentata l’occasione di Officina Culturale, un progetto promosso dall’ex Assessore alla cultura della Regione Lazio, Giulia Rodano, rivolto a compagnie senza una sede che andavano a radicarsi in un luogo. Alessandro Berdini, direttore di Atcl Lazio, fu molto lungimirante e ci offrì la possibilità di portare avanti il nostro progetto nel territorio in cui ci troviamo oggi, che era già stato attraversato dal circuito. 

Nel frattempo, anche Maurizio Repetto era entrato a far parte dell’associazione come collaboratore e socio ed entrambi ci sentimmo molto stimolati da questa avventura. Anche prima di approdare in questi luoghi, come compagnia abbiamo sempre avuto la volontà di non fermarci allo spettacolo, aprendo ad attività collaterali. Quando siamo arrivati nel territorio della Valle dell’Aniene, abbiamo utilizzato questa peculiarità del gruppo moltiplicando le attività proposte sul territorio.

La fascinazione per il progetto proveniva dall’aver avvertito di poter avere una funzione. Al successivo progetto di Officina Culturale abbiamo stabilito la nostra sede in sette piccoli comuni della Valle dell’Aniene pur non avendo ancora un luogo fisico. Nel 2014, abbiamo iniziato a cercare un luogo che ci potesse accogliere, trovando una sponda nel Sindaco neoeletto di Arsoli, che ci ha affidato il Teatro La Fenice di Arsoli che era stato già oggetto di una ristrutturazione ma mancava di qualsiasi dotazione tecnica.

Atcl è stata da subito al nostro fianco per aiutarci a organizzare una programmazione. Da officina culturale siamo diventati quindi una Residenza Artistica e dal 2018 siamo parte di Periferie ArtisticheCentro di Residenza multidisciplinare del Lazio insieme ai partners TWAIN Centro Produzione Danza, Ondadurto Teatro e Vera Stasi.

Il radicamento nei luoghi che ospitano la residenza emerge dalle attività multidisciplinari che proponete, ed è, tra i vai obiettivi, finalizzato alla diffusione della cultura dello spettacolo dal vivo in zone decentrate. Qual è il vostro legame con il territorio e con la comunità e in quali azioni si sostanzia questa relazione?

Maurizio Repetto: Il territorio così come il teatro, la letteratura, la lingua è qualcosa di vivo che muta nel tempo. Da quando siamo giunti qui fino ad oggi sono cambiate tante cose, anche il nostro rapporto con il territorio si è modificato. Prima del nostro arrivo nella Valle dell’Aniene non c’era un teatro attivo che offrisse una proposta culturale organica di spettacolo dal vivo. 

Abbiamo fin da subito trovato una comunità molto disponibile e anche molto interessante, che ci ha dato modo di venire a contatto con un mondo rurale, che i più anziani amavano raccontarci e che mano a mano è andato dissolvendosi, ma da cui abbiamo tratto molta ispirazione. Non abbiamo aperto il nostro teatro qui proponendo la nostra idea di programmazione, abbiamo piuttosto coinvolto la comunità nella costruzione di spettacoli che parlavano di loro.

Ciò ha fatto sì che, intorno a Settimo Cielo, si creasse a sua volta una comunità di persone interessate sempre di più al discorso dello spettacolo, della costruzione della scrittura, della regia, della memoria. Questa nostra attività ha formato uno zoccolo duro di spettatori che poi si è riversato nel sistema del Teatro di Arsoli e per cui andare a teatro è diventata una consuetudine. 

Di questo, hanno beneficiato anche le residenze poichè queste persone che prendevano parte in maniera trasversale ai percorsi laboratoriali e alle proposte artistiche di Settimo Cielo hanno manifestato grande curiosità per il processo di creazione, potendo interloquire direttamente con gli artisti. Peraltro, fin da subito abbiamo proposto al nostro pubblico spettacoli di artisti di grande valore ma molto spesso sconosciuti al pubblico vasto, e devo dire che la nostra proposta ha vinto. Questo per dire che gli spettatori si abituano alla qualità se gli viene offerta. 

Rispetto al progetto di Residenza Artistica, La Fenice di Arsoli è un luogo che, fedele all’attività di scouting di giovani talenti, ospita e supporta il processo artistico di artisti e compagnie. Che valore ha, oggi, e ancor di più in un momento di affanno per il settore dello spettacolo, investire sulla ricerca?

Gloria Sapio: Crediamo molto nelle contaminazioni tra generi e linguaggi ma crediamo soprattutto nella contaminazione tra generazioni. Abbiamo aperto le nostre attività e le nostre progettualità anche agli under 30, incrementandone la presenza anche in virtù della partecipazione ai bandi. Questa operazione assume per noi un valore rilevante sia perché ci permette di conoscere giovani artisti e sostenerli, sia perché pensiamo che quando si incontrano più generazioni, senza prevaricazione da parte di chi ha maggior esperienza, possano prodursi dei risultati inaspettati.

Maurizio Repetto: L’esperienza del centro di residenza, che ovviamente ha ampliato le possibilità di accoglienza, ci ha anche consentito di specializzarci: eravamo soliti ospitare anche la danza contemporanea, pur non avendo uno spazio del tutto conforme tecnicamente alle necessità, ma che adattavamo in modo che i danzatori potessero usufruirne al meglio. 

Oggi, godendo del sostegno dei nostri partner, possiamo offrire agli artisti la residenza che meglio si confà alla tipologia di intervento artistico e, nel caso della danza ad esempio, Twain è il maggiore riferimento. Per quanto riguarda Settimo Cielo, oltre a portare avanti i generi teatrali e le ricerche artistiche che ci sono più vicine, lasciamo sempre aperto uno spiraglio, ospitando anche il teatro di figura, la musica, figurando quindi tra le poche residenze in Italia che consentono un percorso di ricerca multidisciplinare. 

Giacomo Sette: Sono entrato in contatto con Settimo Cielo attraverso una residenza durante la quale fui ospitato come dramaturg. La prima cosa che mi colpì fu la cura che Gloria e Maurizio dimostrarono di avere nei confronti del mio percorso artistico, mettendo a disposizione, anche da un punto di vista tecnico, tutto ciò di cui avessi bisogno. Dal 2018 il rapporto è diventato sempre più profondo. Venni richiamato per scrivere e dirigere un testo, via via me ne sono stati proposti altri, avviando il processo di inserimento nell’organico di Settimo Cielo.

Venivo trattato come drammaturgo e regista, quindi esattamente per ciò che volevo essere, una cosa che dovrebbe essere normale ma che non accade molto spesso. Solitamente si investe sui giovani convincendoli del fatto che il loro sia un percorso che, prevedendo una crescita, può comprendere delle battute d’arresto. Poi, al primo errore intercorso si tende a scartarli. Gloria e Maurizio, invece, hanno una visione molto più prospettica e questo mi ha davvero conquistato.

Il rapporto intergenerazionale è molto importante, soprattutto in un’età delicata come la mia, quella dei 30 anni, perché consente di confrontarsi con un mestiere, con una conoscenza completamente diversa dalla propria e con un’esperienza decisamente maggiore

Soffermandoci ancora sulle residenze, facendo un bilancio di questa prima triennalità che volge al termine, quali ulteriori azioni ritenete necessarie per lo sviluppo del comparto relativo alle residenze artistiche?

Gloria Sapio: Uno dei problemi principali è quello del consolidamento dell’esperienza progettuale, che corre sempre il rischio di essere parcellizzata. Quindi certamente è necessaria una maggiore garanzia di continuità.

Maurizio Repetto: Il secondo tema riguarda il garantire risorse economiche utili a portare avanti una residenza artistica che, oltre a un sostegno tecnico, assicura vitto, alloggio, tutoraggio e sostegno alla produzione. Il costo totale per ogni singola residenza diventa considerevole. Necessaria sarebbe inoltre un’azione del Ministero volta a inserire i giovani che affrontano il percorso di residenza nei circuiti di distribuzione, dando loro modo di mostrare gli esiti del proprio lavoro. Ad esempio, i teatri che sono predisposti a ospitare progetti relativi alla nuova drammaturgia, dovrebbero interloquire maggiormente con i centri di residenza.

Abbiamo aperto un dialogo con Romaeuropa Festival che ha inserito in programmazione Fabiana Iacozzilli che aveva precedentemente portato avanti una residenza artistica da noi con lo spettacolo La classe, arrivato addirittura a essere candidato al Premio Ubu. In conclusione direi che occorrono più risorse, un maggior coordinamento e una garanzia di solidità per i progetti.

Nel nostro sistema teatrale odierno (considerata o meno la pandemia), qual è secondo voi il ruolo di una residenza artistica e qual è, in tal senso, la vostra mission?

Gloria Sapio: La residenza artistica deve certamente impegnarsi in un’opera di scouting, dando sostegno agli artisti giovani senza però dimenticare gli over 35 che molto spesso, avendo meno possibilità, tendono all’abbandono della professione. Anche questo è un fenomeno che va assolutamente arginato. Fondamentale è poi il rapporto col territorio, che quasi sempre nel caso delle residenze è un territorio periferico che resta fuori dai circuiti ufficiali. 

Questo consente all’artista un incontro con un pubblico genuino, non costituito solo da addetti ai lavori, che riesce a restituire un feedback senza remore. Il bacino di pubblico che si è creato intorno a Settimo Cielo è una delle grandi fascinazioni che ha la nostra residenza, muovendosi su un doppio arricchimento: per gli artisti e per il territorio che cresce acculturandosi. 

Maurizio Repetto: Le residenze artistiche hanno anche la possibilità di dare grande valore al tempo. Avere individuato nelle zone periferiche, negli spazi extraurbani o nella provincia le sedi ideali per le residenze non è una scelta casuale: l’isolamento cui si sottopongono gli artisti è preziosissimo proprio perché riduce al minimo le distrazioni. Essere in una bolla temporale in cui potersi dedicare completamente alla creazione, al proprio progetto è veramente impagabile.

Giacomo Sette: Oggi più che mai c’è bisogno di un’esperienza del genere. In un momento storico come quello che stiamo vivendo, la mission di una residenza diventa anche quella di individuare artisti meritevoli e “salvarli”.  L’esperienza che Gloria e Maurizio mettono al servizio degli artisti, consente anche di creare un centro di ricerca veramente strutturato che permetta a molti talenti di non perdersi.

Si tratta di focalizzare delle forze artistiche che spesso non hanno le spalle abbastanza coperte per farcela e che invece possono nascondere dei tesori. Questa è una caratteristica molto esclusiva di Settimo Cielo e della residenza artistica del Teatro La Fenice di Arsoli, che va sostenuta stimolata, potenziata e perseguita. 

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Alessandro Sesti

Il teatro che cura l’oblio. Intervista ad Alessandro Sesti

Alessandro Sesti
Alessandro Sesti – Ph Stefano Preda

Quando il dolore è forte al punto da non poter essere affrontato, spesso, si ricorre all’oblio. Eppure la dimenticanza è un fendete a doppia lama: curativa; distruttiva, talvolta. E se voltare lo sguardo aiuta a proseguire il cammino, mantenere vivo il ricordo nel cuore dei più consente di estirpare il male alla radice. Il teatro, in questo, può svolgere una funzione importante. Per il suo potere catartico, tanto caro agli antenati ellenici, per la sua capacità di parlare a molti. 

Il dolore, anche quello più intimo e individuale, può essere una goccia dispersa in un mare di sofferenza collettiva. La nostra penisola è immersa in queste acque da troppo tempo, funestata com’è dall’affare mafioso. L’oblio, allora, non può più essere accettato, perché voltare lo sguardo significa indebolire la grande rivoluzione che tanti eroi moderni, inciampati nel tranello malavitoso, portano avanti per rinvigorire la battaglia per il bene comune.

L’operazione artistica di Alessandro Sesti, drammaturgo, performer e direttore artistico del Festival Strabismi, persegue quest’intento: ricordare che la mafia è intorno a noi, dentro di noi. Anche quando non è tangibile. 

Prima con Ionica, spettacolo incentrato sulla vicenda di Andrea Dominijanni, la cui testimonianza ha consentito l’arresto di otto capi cosca, poi con Luca 4,24, spettacolo vincitore del premio della critica “Dante Cappelletti” nel 2019, dedicato alla storia del più giovane testimone di giustizia italiano, Sesti si addentra in queste vite stravolte, maneggiandole con delicatezza, per mantenere accese le luci sulla lotta alla mafia. 

Ospite in residenza di Periferie Artistiche, continua la propria ricerca su Luca 4,24, i cui esiti saranno presentati in una prova aperta il 23 agosto al Teatro La Fenice di Arsoli. In questa intervista Sesti racconta il proprio approccio drammaturgico e i progetti futuri, riflettendo sul teatro che sarà. O che dovrebbe essere.

Nel mese di agosto Periferie Artistiche ti ha ospitato in residenza al Teatro La Fenice di Arsoli, dove hai lavorato allo spettacolo Luca 4,24. La mafia è un tema ricorrente nelle tue esperienze teatrali degli ultimi anni, cosa ti ha spinto a farne il perno della tua creazione drammaturgica?

Faccio una correzione: non sono la mafia o l’illegalità il perno della mia creazione, ma è l’urgenza, la necessità. In questo momento della mia vita ho bisogno di raccontare le storie di eroi contemporanei e rimanere aderente alla realtà. Ho urgenza di utilizzare il teatro come veicolo per sensibilizzare e far sapere, quanto più possibile, che alcune dinamiche mafiose non sono lontane o chiuse nel mondo artificioso delle fiction tv, ma sono intorno a noi. O, peggio ancora, dentro di noi.

Lentamente mi sto spostando da questo focus. Sto raccogliendo materiale per dei nuovi progetti che mi vedranno collaborare con vari artisti. Si spazia dalla performance sonora che sto costruendo insieme a Nicola “Fumo” Frattegiani intorno al tema dell’alzheimer, a un progetto sull’Umbria e, più in generale, su quella parte di storia popolare che rischia di andare perduta. Infine, il prossimo anno andrò in scena con uno dei miei artisti preferiti.

Condannare la mafia ogni giorno, con ogni mezzo disponibile, senza dimenticare il suo potere mortale nei periodi di apparente inattività, significa lottare per il bene comune. In questo, il teatro può giocare un ruolo importante di denuncia e di sensibilizzazione. Quanto la tua operazione artistica vuole perseguire questo obiettivo mantenendo vivo il dibattito intorno alla lotta alla mafia?

Per quel che mi riguarda, ho sempre avuto una repulsione per le persone che si lamentano delle meccaniche della società, di ciò che le circonda, senza però far nulla per provare a cambiarlo. Credo che in ogni mestiere, ad ogni livello, si possa fare qualcosa, nel proprio piccolo, per importare una rivoluzione umana e migliorare ciò che è intorno a noi. Ecco perché racconto queste storie: ho l’opportunità di  far aprire occhi e cuore di chi mi ascolta.

I miei lavori, a partire già da Fortuna, sono stati spesso ospitati nelle scuole ed è li che sono avvenute le reazioni più belle. In quei momenti, ho capito che le nuove generazioni reagiscono esattamente come le vecchie, bisogna solo premere i tasti giusti. Diciamo che, piuttosto che sederci a osservare e giudicare, preferiamo portare un messaggio e vedere dei risultati, sperando che qualcosa, un giorno, possa davvero cambiare.

Alessandro Sesti
Alessandro Sesti – Ph Valeria Pierini

Come Luca 4,24, anche Ionica si occupa della vicenda di un testimone di giustizia, Andrea Dominijanni, la cui testimonianza ha consentito l’arresto di otto capi cosca. Per creare la drammaturgia di Ionica hai vissuto sotto scorta di massimo livello. Cosa ha significato per te calarti in una realtà così dolorosa e in che modo hai lavorato sull’aspetto più intimo di queste vite stravolte dall’affare mafioso?

Per raccontarti cosa ho vissuto quei giorni, non credo basterebbe questa intervista. Posso però dirti che oltre ai fatti raccontati nello spettacolo, ce ne sono altrettanti che ho lasciato fuori e che raramente condivido. Sono momenti preziosi che non voglio mettere in piazza. Vivere in quella situazione è qualcosa di inimmaginabile e pensare che Andrea e la sua famiglia vivono così ogni giorno, fa comprendere la fortuna che abbiamo e quanto diamo per scontate certe cose.

Ed è proprio qui che si è fermato il fuoco del mio racconto: sugli affetti di Andrea e su tutto ciò che c’era prima e ora non c’è più; sulla normalità divenuta ormai un tenue miraggio; sul pranzo della domenica rimasto sacro e immutato perché, alla domenica, Andrea non esce mai di casa, ma resta con la sua famiglia, intorno a un tavolo, come molti di noi.

Sarebbe stato inutile raccontare a fondo eventi così terribili da sembrare irreali, avrei forse creato una distanza col pubblico anziché prenderlo per mano. Il dramma sta nel raccontare le cose così come sono, se aggiungessi alcuni racconti efferati, crudi o storie di violenza si tratterebbe quasi di pornografia. Occorre nascondere le sfaccettature più nere, se non sono condivisibili per l’ascoltatore. 

Faccio un esempio molto semplice: se raccontassi aneddoti cruenti, omicidi, magari riguardanti la faida dei boschi, non si potrebbe mai creare una connessione con chi ascolta. Se parlassi di solitudine dovuta alla violenza minacciata dalla mafia, parlerei solo di quella solitudine e non di quella che possiamo conoscere tutti.

Immagina, però, che qualcosa possa negarti il contatto con i tuoi cari, o ti faccia avere la sensazione che qualcuno possa non arrivare al pranzo della domenica. Probabilmente avremo più possibilità di vivere un’emozione perché il pranzo della domenica, avvolti dai parenti, l’abbiamo fatto tutti almeno una volta nella vita. Una faida ndranghetista, lo dubito fortemente. 

Una piccola storia a margine voglio lasciartela. Prima ho detto che Andrea la domenica non esce mai di casa. Bene, devi sapere che lui, cristiano praticante, andava a messa ogni domenica. Da quando vive sotto scorta ha deciso di andare solo alla messa del sabato pomeriggio e rimanere tutto il giorno in casa. Perché?

«E come perché? I ragazzi – la scorta – devono stare con la famiglia la domenica. Come tutti». Mi rispose.

Continuando a dedicarti al progetto di Luca 4,24, spettacolo vincitore nel 2019 del Premio della giuria critica “Dante Cappelletti”, quali aspetti del processo artistico intendi sviluppare durante la permanenza ad Arsoli?

Luca 4,24 è stato realizzato in collaborazione con 2MaD Collective, con la regia di Debora Renzi che cura anche le coreografie di Mattia Maiotti, il danzatore che è in scena con me. Durante la residenza abbiamo deciso di concentrarci principalmente sul rapporto fisico sulla scena tra me e Mattia. A questo dovremo legare le musiche originali realizzate dai Grandi insegne il grande allibratore, la band che lavora in sinergia con noi a questo progetto. Il tutto, coadiuvati sempre dal nostro fonico e guida spirituale, Nicola “Fumo” Frattegiani. Seguirà poi un momento in cui saremo raggiunti dal nostro tecnico Marco Andreoli e, da lì, inizieremo a ragionare su altri aspetti come il disegno luci.

Nel frattempo, tutto è sempre in balìa di cambiamenti e nuovi frammenti di testo. Questo, proprio grazie a Luca il testimone di giustizia. Ogni volta che lo sento al telefono ha sempre in serbo un pensiero, una parola, un racconto che ti lasciano con il sorriso e gli occhi lucidi. Quel ragazzo è un sole nelle nostre vite e rinnova sempre l’energia con cui approcciamo al lavoro. Anzi, per dirla con parole sue «Io sono solo un seme e voi siete la mia acqua». 

Periferie artistiche crede nella possibilità di creare economie intorno alla ricerca e al processo creativo. Una scommessa coraggiosa portata avanti in un tempo in cui molti, invece, si trovano, per scelta o necessità, a insistere sulla produzione. In qualità di artista e di direttore artistico, in quale misura ritieni che la ricerca possa essere il giusto punto di partenza per ripensare il nostro affannato sistema teatrale?

Ho grande fiducia nelle persone, un po’ meno nei sistemi che queste hanno creato. Una realtà come quella del Centro di Residenza Settimo Cielo di Arsoli dovrebbe essere un esempio, per l’umanità che offre. Gloria, Maurizio, Rossella e Giacomo sono un esempio di bellezza. Sono stati loro a cercare me per il lavoro che facevo e non il contrario, cosa di per sé già assai rara. Non solo, non hanno mai perso contatto nei mesi in cui progettavamo questa residenza.

È curioso che si chieda sempre a noi artisti quale possa essere il modo per ripensare il nostro sistema teatrale. Mi dirai che sono anche un direttore artistico. Touché. Ma prendiamola così. Strabismi Festival non è altro che il festival in cui vorrei andare tutti gli anni, perché è fatto di persone che hanno la cura di farti star bene. È un luogo dove non si promette niente e non ci si riempie la bocca di parole, non si mette la critica al centro della questione, ma gli artisti. È un incontro tra artisti e pubblico. Portiamo avanti progetti basati sugli spettatori, sui giovani, fino a quelli delle scuole elementari, perché si, saranno loro il pubblico di domani. Con difficoltà, ma ce la facciamo.

Ora, non sto qui a dire che noi siamo bravi e gli altri no. Sono due anni che Kilowatt Festival ci ospita e per me, loro sono sempre un esempio da tener ben presente. Un teatro sano è possibile. Ne sono certo. Basta uscire dalle dinamiche delle e-mail e farsi due chiacchiere in più al telefono, perché sembra incredibile ma se ci si parla, poi ci si capisce pure. Credo che sarebbe bellissimo vedere nelle programmazioni di teatri e festival, almeno a cadenza biennale, un rinnovo totale del cartellone o perché no, delle produzioni. Magari i Teatri Stabili diventerebbero incubatori di nuovi talenti e non luoghi stupendi dove pellicce con esseri umani al seguito vanno a vedere dal vivo il volto noto della televisione. 

Immagina se diventasse un obbligo, forse creeremmo una variabile in più nella distribuzione e non avremmo quelle programmazioni fossilizzate da decenni solo per necessità ministeriali e simili.

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PERIFERIE ARTISTICHE: un libero spazio di sperimentazione. Intervista a Loredana Parrella

PERIFERIE ARTISTICHE

Laddove i tempi di creazione sono sempre più ridotti, PERIFERIE ARTISTICHE, Centro di Residenza multidisciplinare del Lazio, si pone come un’oasi di libera sperimentazione. Una casa dove creare, immaginare, crescere. Potendo usufruire di diversi spazi teatrali dislocati sul territorio regionale, grazie alla sinergia tra i 4 soggetti promotoriTwain, Settimo Cielo, Ondadurto Teatro e Vera Stasi –, PERIFERIE ARTISTICHE si afferma come polo culturale nel Lazio e sul territorio nazionale e internazionale.

A partire dal triennio 2018/2020, il Centro di Residenza ha ottenuto il sostegno del MiBACT e della Regione Lazio, riuscendo a far progredire il proprio modello di co-progettazione e assicurando, anche a seguito della pandemia, uno spazio di creazione a tutti gli artisti selezionati per l’anno 2020. Il palinsesto delle attività è molto vario, concretizzandosi in un’alternanza di ospitalità, percorsi formativi rivolti agli artisti in residenza, alle giovani professionalità e al pubblico, favorendo il dialogo con il territorio.

In questa intervista, Loredana Parrella, che insieme a Gloria Sapio, Lorenzo Pasquali e Silvana Barbarini cura la direzione artistica, racconta la mission di PERIFERIE ARTISTICHE: creare ricchezza intorno al tema della ricerca.

Volendo ripercorrere questa prima triennalità di sostegno istituzionale che volge al termine, quali sono stati i momenti più pregnanti del vostro progetto e quali obiettivi avete raggiunto?

I Centri di Residenza sono stati inseriti dal Ministero tra i beneficiari dei contributi statali a partire dal triennio 2018/2020, anche se molte strutture si occupano di ospitalità da diversi anni. Già nel 2015 era stato firmato il patto Stato-Regioni avviando una prima triennalità con residenze artistiche riconosciute. Dal 2018, Twain si è insediato sul territorio di Tuscania potendo usufruire di diversi spazi teatrali.

Quando si è aperta la possibilità di creare un Centro di Residenza per ogni regione, Twain ha proposto a tre realtà del territorio, con le quali collabora da anni – Settimo Cielo, Ondadurto Teatro e Vera Stasi –  di fondare un ATS e lavorare a un progetto comune. Grazie all’esperienza pregressa già maturata in tutte le strutture abbiamo potuto unire le differenti competenze per mettere in atto un progetto articolato, coerente e ben coordinato. 

Questa collaborazione ha dato vita, nella Regione Lazio, a un Centro di Residenza multidisciplinare in grado di ospitare progetti di teatro, danza, arti performative, circo contemporaneo e musica. Un luogo di accoglienza, cura e supporto alla ricerca artistica di compagnie e artisti, affermati ed emergenti, del panorama nazionale e internazionale. Una casa in cui il tempo è sospeso e interamente dedicato al processo creativo, con laboratori permanenti di formazione per giovani performers, danzatori, attori, musicisti, registi  e coreografi. 

Un’operazione dinamica anche per la dislocazione in diverse cittadine del Lazio: Twain opera a Ladispoli presso il Centro D’Arte e Cultura e, insieme con Vera Stasi a Tuscania, gestisce il Supercinema e diversi spazi comunali tra cui il Teatro il Rivellino e l’Ex Tempio Santa Croce; Ondadurto Teatro lavora nel comune di Antrodoco, presso il Teatro Comunale Sant’Agostino; Settimo Cielo svolge la propria attività al Teatro La Fenice di Arsoli. PERIFERIE ARTISTICHE è caratterizzato dalla possibilità di avere a disposizione spazi differenti che si adattano alle necessità dei vari progetti. 

Dando vita a questo Centro ci siamo assunti una responsabilità nei confronti degli artisti. Siamo consapevoli che le Residenze sono quel segmento fondamentale dello Spettacolo dal vivo che assolve al ruolo di accogliere i processi di studio e ricerca.  Nel momento in cui un artista viene scelto e gli viene data la possibilità di sperimentare, deve poter lavorare serenamente e senza pressioni. 

Il nostro obiettivo è creare ricchezza intorno al tema della ricerca: sostenere gli autori, sia under sia over 35, è un valore fondamentale per la crescita culturale ed economica del Paese. L’apertura ai giovani ha una finalità diversa rispetto a quella nei confronti di un autore già avviato. Questa differenza ricade anche sul modo in cui strutturiamo le nostre ospitalità: ai giovanissimi sono dedicate le “residenze trampolino” rivolte ad artisti appena diplomati da corsi di formazione professionale e che muovono i primi passi nell’ambito della creazione.

Per questo tipo di residenze abbiamo attivato delle convenzioni con accademie come CAU escuela de circo y teatro con Proyecto Insomnia, Accademia di Arte  Drammatica Nico Pepe di Udine, Fondazione Majid – Locarno, Rete Diculther – the Digital Cultural Heritage, Arts and Humanities School e con la Facoltà di danza del Department 3 – Performing Arts di Francoforte. Durante il periodo di residenza i giovani artisti sono seguiti da tutor con differenti competenze che monitorano l’andamento del progetto.

PERIFERIE ARTISTICHE
Loredana Parrella

La mission di un Centro di Residenza non è mettere a disposizione una sala prove ma essere un punto di riferimento per gli artisti, comprendere quali siano le necessità di ciascuno e mostrargli la strada mettendo a disposizione spazi, tempi per la ricerca e competenze. Siamo molto soddisfatti del lavoro svolto in questi tre anni anche se l’arresto brutale imposto dalla diffusione del Covid-19 ci ha messo inizialmente in seria difficoltà. Il lockdown ci ha costretto, come è accaduto a tutti, a una pausa forzata durante la quale abbiamo mantenuto attiva la comunicazione con i nostri artisti.

Grazie anche al fatto che  non abbiamo ricevuto tagli economici sui finanziamenti da parte delle Istituzioni, siamo riusciti a garantire l’impegno preso con tutti i progetti programmati nel 2020. In questi mesi stiamo recuperando alcune residenze, sia dal vivo sia in modalità remota, e a tal proposito abbiamo ideato il progetto “Residenze a distanza di sicurezza” per quegli artisti che non possono essere fisicamente presenti nel nei nostri spazi. 

Dopo il momento di stallo imposto dalla pandemia, le residenze previste per il 2020 ripartiranno all’interno del progetto “Residenze a distanza di sicurezza”. Come si articoleranno i percorsi di residenza ripensati alla luce delle limitazioni vigenti? 

Per ogni residenza viene strutturato un progetto specifico e, a seconda del luogo e della condizione delle varie nazioni in cui si trovano gli artisti, vengono prese in considerazione diverse possibilità di realizzazione. Quando le residenze devono essere condotte da remoto, si cercano delle sale nelle città in cui vivono gli autori e il lavoro viene portato avanti seguendo un diario di bordo giornaliero, monitorato da un tutor attraverso una piattaforma online.

Tutte le strutture del Centro di Residenza hanno creato un gruppo di spettatori attivi, che a Tuscania abbiamo chiamato “Pionieri della visione”, ad Arsoli ”spettAttori” e ad Antrodoco “Critici per caso”, che segue gli artisti in residenza lavorando sotto la guida di un coordinatore. Se si tratta di una residenza in loco, questo gruppo attraversa la sede di lavoro dell’artista, se si tratta di una residenza a distanza l’incontro avviene attraverso mezzi digitali. Il digitale può essere una grande esperienza a patto che non diventi una sostituzione dello Spettacolo dal vivo.  I mezzi digitali consentono un tipo di sperimentazione che ogni artista deve voler scegliere. 

Nel nostro caso, la “distanza di sicurezza” è stata un modo per non soccombere alla crisi e garantire lo sviluppo dei progetti anche a distanza, assicurando sempre la libertà di creazione di ogni autore.

PERIFERIE ARTISTICHE è un progetto internazionale che ospita le indagini creative di artiste e artisti italiani ed esteri, mettendo a disposizione diversi spazi disseminati nelle province di Roma, Viterbo e Rieti. Dal 2018, sono stati attivati, oltre ai laboratori per performer, anche dei percorsi formativi per spettatori aperti alla comunità locale. Qual è il vostro rapporto con il territorio? 

Il Centro di residenza ha amplificato il lavoro che ogni realtà, pur continuando a coltivare l’internazionalità, porta avanti da più di dieci anni nei propri luoghi. Non ci poniamo come degli invasori che occupano degli spazi per far avanzare le proprie progettualità, piuttosto, abbiamo cercato di entrare in relazione con il territorio, nutrendoci della storia e cogliendone aspetti sommersi dell’immaginario della comunità che lo abita.

Parlando direttamente a nome di Twain, inizialmente abbiamo trovato poca attitudine alla danza, per cui ciò che ha richiesto più tempo non è stato programmare quegli spettacoli che i cittadini non si aspettavano di vedere, ma instaurare con loro un rapporto umano e di fiducia. Fin dagli inizi, abbiamo portato le nostre performance in strada facendo sì che le persone si avvicinassero alla danza senza aver paura di non comprendere.

Ciò che crea distanza è la mancanza di fiducia dello spettatore nei confronti di sé stesso e di ciò che gli viene proposto. È l’atto della partecipazione che consente a tutti di avvicinarsi al mondo dell’arte e di condividere i differenti immaginari proposti dagli autori. Ho sempre avuto la certezza che fosse indispensabile creare gruppi di studio appartenenti a questa schiera di pubblico.

Ho trovato molto stimolante dare voce ai loro punti di vista e alle loro competenze fornendogli nel contempo degli strumenti di lettura. La relazione che l’artista instaura con questo nucleo di spettatori è spassionata, perché non ha secondi fini, quindi riesce a stabilire l’interazione dell’artista con il territorio e contribuisce al nutrimento reciproco.

In un momento di forte difficoltà per l’intero settore dello spettacolo dal vivo, offrire la possibilità di esplorare il processo creativo significa mettere in campo energie nuove da cui ripartire. Quali sono le prospettive di PERIFERIE ARTISTICHE? Come si inserisce il vostro lavoro nel nuovo assetto culturale nazionale?

Anche se questa crisi ha messo in ginocchio un settore che già versava in condizioni difficili, PERIFERIE ARTISTICHE ha continuato a operare e in collaborazione con gli altri Centri nazionali e con le Residenze sui territori abbiamo attivato uno scambio di competenze e di buone pratiche che ci ha portato ad interfacciarci con il Ministero. Abbiamo richiesto misure straordinarie riguardanti il regolamento a sostegno della programmazione 2020: in questo modo stiamo garantendo lo sviluppo dei progetti e la libertà di creazione contribuendo a sostenere il sistema dello spettacolo dal vivo. 

Per quanto riguarda il nostro Centro di residenza tutti gli artisti inseriti nell’annualità 2020 sono stati riconfermati. Lo spettacolo dal vivo ha dimostrato di avere la forza necessaria per affrontare l’emergenza di questi mesi e di saper immaginare un futuro possibile. 

Le Residenze appaiono senza dubbio come realtà in grado di dare concreto sostegno ad artisti e compagnie all’interno di un’azione di rinascita delle pratiche artistiche. Un solo appunto rispetto alla riapertura dei teatri e alla ripartenza frettolosa di programmazione che sta togliendo alle strutture la possibilità di riprendersi, ricercare, e ristrutturarsi. 

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Radio Maigret - Settimo Cielo

Piccoli comuni incontrano la cultura: Roma, Viterbo e Frosinone accolgono l’arte

Nel prossimo week-end Piccoli comuni incontrano la cultura farà tappa a Roma, Viterbo e Frosinone con tre eventi di teatro e letteratura. Durante il primo mese di attività, la rassegna organizzata da Atcl Lazio e Regione Lazio, ha coinvolto l’intero territorio regionale regalando eventi artistici di grande interesse.

La chitarra tra sogno e gioia: il Conservatorio di Santa Cecilia in concerto a Poli (RM)

Lo scorso 18 ottobre, nella piccola cittadina di Poli (Rm) si è tenuto il concerto La chitarra tra sogno e gioia, eseguito dai musicisti laureandi del Conservatorio di Santa Cecilia di Roma. Un antico organo svetta tra gli affreschi della Chiesa di San Pietro Apostolo, uno strumento musicale che diventa simbolo di speranza per l’intera comunità: nel dare il benvenuto ai cittadini accorsi per l’evento, il Sindaco Federico Mariani ricorda il lavoro di restauro cui l’organo della Chiesa è sottoposto da alcuni mesi.

La chitarra tra sogno e gioia - Conservatorio di Santa Cecilia di Roma
La chitarra tra sogno e gioia – Conservatorio di Santa Cecilia di Roma

La musica, che da quella cassa armonica tornerà a risuonare, si farà portavoce e metafora di una rinascita culturale che luoghi come Poli tentano faticosamente di ottenere. Un’azione rilevante che si fa sintesi concreta delle volontà perseguite dal progetto Piccoli comuni incontrano la cultura: far rivivere cittadine di grande fascino, puntando sui processi culturali su di esse innestati.

Il quartetto di chitarre classiche ha invaso la navata della Chiesa di San Pietro Apostolo con l’esecuzione di brani di grandi compositori come Hendel, Bach, Pachelbel, Giuliani, fino ad arrivare a Vivaldi e Piazzolla regalando una serata dalle atmosfere raffinate, a tinte barocche. Federico Attanasio, Marco Caponegro, Riccardo Colini e Federica Sanzolini, i quattro giovani chitarristi del Conservatorio di Santa Cecilia, riproporranno il loro repertorio il 27 ottobre alle ore 18:00, presso la Chiesa di S. Lucia di Castrocielo (FR).

Paola Quattrini a Sant’Oreste (RM) con Oggi è già domani

Il 26 ottobre alle ore 21:00, al Teatro Comunale di Sant’Oreste (RM), Paola Quattrini sarà protagonista di Oggi è già domani. Lo spettacolo racconta di una casalinga, Dora, con un marito distratto e quasi sempre assente, due figli egoisti che si ricordano di avere una madre soltanto quando hanno bisogno di aiuto. Quella di Dora sembrerebbe un’esistenza grigia ma, invece, non è così, perché Dora è una donna dotata di eccezionali risorse e riesce a vincere la solitudine sfogandosi con un’amica che sa ascoltare: il muro della cucina. Al muro, Dora confida sogni, desideri e felici ricordi.

Oggi è già domani - Paola Quattrini
Oggi è già domani – Paola Quattrini

Racconta gli accadimenti delle sue giornate ed alcuni divertenti incontri con una antipatica vicina di casa, una sorprendente compagna di scuola, un cane forzatamente vegetariano e con Pia la sua unica amica femminista. Se un muro potesse ridere e commuoversi, non c’è dubbio che il “suo” muro lo farebbe perché Dora esprime tenerezza, fantasia ed un irresistibile umorismo. Grazie a queste doti, Dora riesce ad evadere dalla prigione domestica e non solo metaforicamente. Perché, un bel giorno, ritrova tutto il suo coraggio: pianta la famiglia ingrata e si tuffa in una esotica avventura partendo per la Grecia insieme con l’amica Pia.

E non importa se anche l’amica si rivela un’egoista e la lascia sola per godersi un’avventura amorosa. Uno scoglio in riva al mare diventa il nuovo confidente di Dora. Allo scoglio, come prima al muro della cucina, Dora parla con la sincerità e libertà di linguaggio, senza mai perdere la fiducia nella gente e nella vita.

Radio Maigret: Settimo Cielo in scena a Carbognano (VT)

A Carbognano (VT), nello spazio culturale Ex Chiesa di S.Maria, il 27 ottobre alle ore 21:00, Piccoli comuni incontrano la cultura porterà in scena Radio Maigret di Settimo Cielo, ideazione e testo di Gloria Sapio e Maurizio Repetto.

Radio Maigret nasce da uno studio progressivo sulla scrittura di Simenon, sul clima dei suoi romanzi, del genere poliziesco, dalle immagini d’antan di un certo cinema francese e di sceneggiati nostrani entrati nell’immaginario collettivo, come certe indimenticabili modulazioni della voce che ci riconducono a un teatro d’attore “che non si fa più”. 

Piccoli comuni incontrano la cultura: Radio Maigret - Settimo Cielo
Radio Maigret – Settimo Cielo

I chiaro scuri d’epoca inducono a immaginare una scansione recitativa da vecchia radio, dove ritmi sincopati si accendono in prossimità dei microfoni. Ma la teoria dei rumori, quelli archetipici della paura, del brivido notturno, lo scricchiolio delle scale, della porta che si apre, i passi dell’inseguitore, lo sparo, sono qui distorti e giocati su una resa anche visiva che li strania e li deforma, spesso cogliendo di sorpresa l’attore con dei riverberi in differita e inquietanti fuori onda. Un tappeto sonoro che allude alla vecchia postazione del rumorista ma ha i suoi riferimenti nella musica contemporanea e si intreccia con le voci, le sostiene, le annulla, le porta lontano.

Al doppio binario di questo Maigret, si aggiunge la teoria dei personaggi, colpevoli e innocenti, tutti “sotto il cielo di Parigi” confusi tra gli amanti di sempre e quel corollario di immagini che Simenon e il mito ci hanno reso consuete. Ma la proverbiale umanità del commissario, la penna empatica di Simenon, non riescono a dissimulare la ferocia di una caccia che spinge il commissario (con la complicità del pubblico che viene invitato a entrare nel vivo del plot) a braccare i colpevoli, bestie sanguinose, sospinte dalla miseria verso l’emarginazione e quindi alla delinquenza. Sono la folla di immigrati che già preme alle porte di Parigi e colpisce con determinazione cieca una società che li ghettizza e respinge. Una storia che prelude e allude al presente, tanto da confondersi con esso.

Radio Maigret è anche un omaggio a Parigi attraverso le parole suggerite da un autore belga che amava quella città con la tenerezza di un esule. Lo spettacolo rievoca uno dei romanzi più nostalgici di Simenon – Maigret et son mort – che, lontano da Parigi, in America, chiude gli occhi e enumera le strade, le piazze, i quai e i boulevard con la nitidezza ossessiva del ricordo.

Va l’aspro odor dei vini l’anime a rallegrar: Edoardo Siravo e Gabriella Casali a San Donato Val di Comino (FR)

Edoardo Siravo sarà protagonista insieme a Gabriella Casali di una serata letteraria, Va l’aspro odor dei vini l’anime a rallegrar, dedicata al nettare degli dei, il vino, presso il Teatro di San Donato Val di Comino (FR), il 27 ottobre alle 18:30 in cui racconta di come il vino sia da sempre protagonista della letteratura, tanto che numerosi poeti e scrittori della storia hanno dedicato proprio a questa bevanda alcuni dei loro più importanti passi.

Edoardo Siravo e Gabriella Casali
Edoardo Siravo e Gabriella Casali

“Mescete, o amici, il vino. Il vin fremente / scuota da i molli nervi ogni torpor, / purghi le nubi de l’afflitta mente, / affoghi il tedio accidioso in cor”. Così cantava Giosuè Carducci, inneggiando a quella salutare e schietta bevanda che fa decisamente buon sangue, che ormai ha assunto un posto d’onore sulle tavole della buona borghesia, e non più solo su quelle aristocratiche, come lamentava l’abate Parini, il quale per le sue origini prediligeva il vino ugualitario al più raffinato e blasonato caffè. Un dualismo che diventa anche contrapposizione fisica di luoghi, di comportamenti, tra il caffè degli illuminati fratelli Verri e le taverne popolari. Queste ultime in particolare celebrate da Giuseppe Gioacchino Belli, per il quale il vino è forza, salute, vita, compagno di bisbocce e di invettive, e anche animatore di risse feroci.

Anche nelle opere di Giovanni Verga il vino assume un posto particolare, insieme al pane. Anche simbolico. Non solo per i derelitti dei Malavoglia. Pensiamo a Cavalleria rusticana. Turiddu ha una colpa da espiare: un’ultima cena, un bicchiere di vino rifiutato, il bacio del tradimento. Una “passione” laica dove vino e sangue si mischiano.

Per gli Scapigliati, invece, il vino diventa trasgressione e assume i colori dell’autodistruzione in compagnia del verde assenzio, riecheggiando solo alla lontana le esaltazioni di Baudelaire e di Rimbaud.

E potrebbe continuare a lungo questo viaggio sulla presenza di Bacco nella letteratura, un viaggio che comincia da Alceo, Anacreonte, Euripide, Omero, Virgilio e Ovidio, passando tra le opere di Parini e Carducci, Trilussa e Campanile e altri grandi autori.



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