Un gesto per il presente. Presentato il programma del Romaeuropa Festival

È stato presentato il programma del Romaeuropa Festival 2020 rimodulato in stretta aderenza alle direttive vigenti sul distanziamento in scena e in sala e nel pieno rispetto delle misure di sicurezza.

Il Festival si svolgerà dal 18 settembre al 15 novembre. L’inaugurazione del festival è affidata a una creazione speciale di Sasha Waltz con i suoi danzatori nella Cavea dell’Auditorium Parco della Musica a cui seguiranno, nello stesso spazio all’aperto, il concerto monografico di Bryce Dessner con Katia e Marielle Labèque e il Parco della Musica Contemporanea Ensemble, le tecnologie sonore di Robert Henke, le celebrazioni di Wim Mertens e uno speciale Ascanio Celestini insieme al PMCE Tonino Battista per la riscrittura di testo e musica di “Pierino e il Lupo” di Prokof’ev e di “Pulcinella” di Stravinskij.

REf2020 riafferma con forza, anche in una situazione di ridotta mobilità transnazionale, la vocazione internazionale con due spettacoli di Bashar Murkus e il Khashabi Theatre di Haifa, Elli Papakonstantinou e l’OCD Ensemble, Azkona & Toloza, due spettacoli di Arkadi Zaides, Kat Válastur, Ersan Mondtag/NTGent, Viktor Černicky, Iris Karayan, Joy Alpuerto Ritter, Pianohooligan con Silesian String Quartet, tutti per la prima volta al REf.

Il festival torna quest’anno nel magnifico piazzale di Villa Medici, dov’è nato 35 anni fa, con una serie di lectures “Dialoghi sulla paura” di Sandro Veronesi, Alessandro Piperno, Michela Murgia, Melania Mazzucco Edoardo Albinati curati da Francesco Siciliano e Francesca d’Aloja e sono confermate tutte le sezioni: Anni Luce a cura di Maura Teofili, Dancing Days a cura di Francesca Manica, Digitalive a cura di Federica Patti, Kids&Family a cura di Stefania Lo Giudice.

La necessaria attenzione alla scena italiana si articola con Filippo Andreatta/OHT, presente con due creazioni, Anagoor, Virgilio Sieni, Enzo Cosimi, Frosini/Timpano, Muta Imago/Alvin Curran, Bartolini/ Baronio, Andrea Belfi, Quayola, Stefano Pilia Massimo Pupillo, Fabrizio Ottaviucci, Fabiana Iacozzilli, la Compagnia Quattrox4, il Teatro del Carretto, Simona Bertozzi, senza dimenticare le nuove proposte con Luna Cenere, Masako Matsushita, Camilla Brison, Francesco Alberici, il doppio progetto di Martina Badiluzzi, le compagnie Dromosofici Locomoctavia, TeatroViola, Lorem, Collettivo Mine, Matteo Marchesi, i vincitori delle call Opera 4.0, Sounds of Silences, Vivo d’Arte DNA Appunti Coreografici e il focus sulla nuova drammaturgia con il progetto Situazione Drammatica a cura di Tindaro Granata con Caroline Baglioni(vincitrice Biennale College Teatro 2019 – Autori Under40), Tatjana Motta (vincitrice Premio Riccione per il Teatro 2019) Fabio Pisano (vincitore Premio Hystrio, Scritture di Scena 2019).

Assieme compongono quello spirito multidisciplinare che da sempre anima il REf e che attraverso le opere degli artisti vuole restituire una visione e un racconto originale del nostro presente con un forte rinnovamento generazionale che attraversa l’intero programma 2020: circa il 70% sono al REf per la prima volta.

Per le misure di distanziamento che limitano fortemente la capienza delle sale ci saranno circa 40.000 posti in meno ma ciò nonostante la Fondazione Romaeuropa ha optato per una politica di riduzione dei prezzi dei biglietti per tutti gli spettacoli in programma con l’intenzione di garantire una maggiore accessibilità e possibilità di condivisione.

L’agorà di REf2020 si estenderà anche negli spazi virtuali del web con progetti speciali ad hoc come lo streaming live dell’edizione “quarantena” dei Complete Works/Table Top Shakespeare di Forced Entertainment che si svilupperà durante tutte le nove settimane del REf presentando live tutti i 36 testi del Bardo, oltre alle opere di Myriam Bleu & LaTurbo Avedon, Alexander Whitley, Mara Oscar Cassiani e il nuovo percorso di contenuti settimanali on line del REf: EXTRACT.

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Dove tutto è stato preso - Bartolini/Baronio

Dove tutto è stato preso di Bartolini/Baronio: abitare per esistere

«Il Teatro è il luogo ove si gioca a fare sul serio» aveva affermato Luigi Pirandello in Trovarsi, la commedia in tre atti da lui scritta nell’estate del 1932. Spazio ideale dove si fa sul serio giocando, dove possono essere esplorate le possibilità della sfera sociale e le parti del sé, il Teatro non avrebbe modo di esistere se un generale senso di appagamento, di pienezza della vita, fosse già in atto. Ma è proprio su quelle crepe dell’umana esistenza che spunteranno nuovi germogli. In quell’attimo, cesserà di esistere l’attore per lasciare posto alla persona. E viceversa.

Dove tutto è stato preso - Bartolini/Baronio
Dove tutto è stato preso – Bartolini/Baronio

Tamara Bartolini e Michele Baronio sono due artisti, una coppia e una compagnia omonima, che raccontano e portano in scena la vita, la loro idea di teatro. Ci conducono nelle loro stanze, tra i loro oggetti. Con vortici di parole, storie e ritratti di loro, di noi. La formazione artistica nasce nel 2009 al Centro Internazionale La Cometa e si evolve attraverso laboratori, masterclass e spettacoli con diversi registi e importanti personalità della scena contemporanea e del teatro tradizionale. Dieci sono stati gli anni di esperienza e di lavoro con la compagnia diretta da Roberta Nicolai, Triangolo Scaleno Teatro. Hanno partecipato alla creazione del festival Teatri di Vetro, a OFFicINa, ZTL e altri eventi culturali, occupandosi di scrittura, pedagogia e regia.

Passi_una confessione è lo spettacolo che ha debuttato nel 2015 e che ha vinto il premio di produzione Dominio Pubblico Officine. L’ultimo lavoro, Dove tutto è stato preso, ispirato al romanzo Correzione di Thomas Bernhard, ha vinto il bando CURA 2017 (Residenza IDRA e Armunia) e la sezione Visionari 2018 del Festival Kilowatt. Nello stesso anno, Bartolini/Baronio sono stati tra i vincitori del bando di sostegno alla produzione Fabulamundi con un progetto di mise en espace tratto dal testo Tout entière di Guillaume Poix, tradotto da Attilio Scarpellini. In contemporanea con il debutto di Tutt’intera, nell’ambito di Primavera dei Teatri 2019, è avvenuto anche quello di 9 Lune- lo spettacolo itinerante in alcune abitazioni private di Sansepolcro, in programmazione al Festival Kilowatt. Nello stesso anno sono stati presenti anche al Romaeuropa Festival con 16,9 KM – Home Concert Esercizi sull’abitare, un progetto sul tema della casa. 

Due sono gli spettacoli che sono andati in scena al Teatro India di Roma, dal 18 al 23 febbraio: Tutt’intera è il primo del dittico. Una drammaturgia costruita sulla vita di Vivian Maier, fotografa americana divenuta celebre post-mortem. Erano centocinquantamila i negativi delle foto che la Maier aveva scattato nel corso degli anni. Non erano stati sviluppati in precedenza per sua volontà, ma sono stati conservati in scatoloni che li hanno custoditi fino alla morte dell’artista. Dove tutto è stato preso, la seconda opera, invece, è una creazione firmata Bartolini/Baronio. Si tratta di una narrazione sulla casa e sull’abitare un luogo che è concreto e insieme astratto. In particolare, si racconta di una casa da acquistare: un casolare con giardino, con la terra tutt’intorno dove far crescere un albero. Un concetto, un desiderio, un sogno che, moltiplicati tante volte, diventano un’infinità di abitazioni. 

Varcare la porta d’ingresso della sala B del teatro India di Roma, coincide con l’avvio di un’esperienza, l’inizio di un viaggio. Ogni spettatore, forse senza accorgersene, entrando ha incontrato un uomo e una donna. I due dividevano lo stesso cuscino, sdraiati a terra. Il primo contatto con Dove tutto è stato preso, lo spettacolo di e con Tamara Bartolini e Michele Baronio, avviene così. Sono loro? Siamo noi? È una casa? La forma poteva essere quella di un interno, ma anche dell’esterno di una stanza. La percezione è di entrare in un tableau vivant, in un quadro già predisposto: la scena aperta, con un albero metallico, stilizzato, su cui erano state appese tante piccole canottiere bianche da bambino, tutte uguali. Tanto è bastato per immergersi in un momento in divenire, senza interruzione di continuità tra il fare sala e l’avvio dell’azione scenica. Dopo, il buio. 

Dove tutto è stato preso - Bartolini/Baronio
Dove tutto è stato preso – Bartolini/Baronio

Declinando la parola teatrale, il quotidiano, il caos, Michele Baronio ha sovrapposto il racconto al vissuto. Il suo monologo riporta alla mente le parole di Silvano Petrosino, docente di Filosofia all’Università Cattolica di Milano: «Grazie alla casa il soggetto esce dal flusso caotico della vita, prende le distanze dalle urgenze e dai pericoli e si concede un tempo e uno spazio per sé».

Cos’è casa? Tamara Bartolini e Michele Baronio lo chiedono a loro stessi, a noi. È la memoria collettiva? È il luogo delle nostre relazioni, positive o negative? Il disordine che diventa immagine? Come quella riprodotta in scena con le costruzioni dei bambini. Di tanti colori, sparpagliate e assemblate. Tante piccole case che formano una città-piattaforma, attraversata da strade costruite con fili di luce. È la capacità dell’uomo di immaginare ciò che non esiste. Ciò di cui parla Zygmunt Bauman a proposito del sentirsi liberi: «[…] nella  misura in cui l’immaginazione non supera i desideri reali e nessuno dei due oltrepassa la capacità di agire». 

Bartolini/Baronio, come ha sostenuto Martin Heidegger prima di loro, rilevano che l’uomo esiste abitando. Prendendosi cura di sé, degli altri, dello spazio che lo circonda, determinando un’idea di mondo ordinato e costruendone un modello. E poiché l’uomo è abitato dall’interiorità, quel paradigma di realtà esplode sul reale. Lo spiega bene una definizione del filosofo e psicanalista Jacques Lacan: «Il mondo è ciò che va, il reale è ciò che non va». Prima o poi ognuno di noi, artista o meno, dovrà affrontare le difficoltà che comporta il rimanere ancorati alle illusioni del vivere. La quotidianità che non è reale. Il miraggio di sembrare indispensabili alla nostra stessa morte. Tutto questo è condensato proprio in una battuta di Donata Genzi, nella commedia Trovarsi di Pirandello: «E questo è vero. E non è vero niente. Vero è che bisogna crearsi, creare. E allora soltanto ci si trova».

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Landscapes: paesaggi del contemporaneo. Romaeuropa Festival 2019

Dal 17 settembre al 24 novembre si svolgerà la 34esima edizione del Romaeuropa Festival: 377 artisti provenienti da 27 paesi sono protagonisti dei 126 eventi in scena in 20 spazi della capitale tra danza, teatro, musica, arti digitali e kids. Il filo conduttore della rassegna è da ricercare nel suo titolo “Landscapes: paesaggi del contemporaneo”. REF19 vuole essere una geografia del nostro mondo di oggi tra virtualità e realtà, oniriche proiezioni di futuri possibili e affondi nell’ambiguità del nostro quotidiano.

Il 17 Settembre, l’inaugurazione è affidata alla brasiliana Lia Rodrigues, per la prima volta al REF con il suo “Furia”, danza contemporanea delle musiche rituali della Nuova Caledoni. Dal Brasile anche Bruno Beltrao con il suo Grupo De Rua e altri nomi come: Akram Khan, William Forsythe, Aurelien Bory + Shantala Shivalingappa, Rambert + Jeannie Steele + Phil Selway (Radiohead) + Gerard Richter su coreografie di Merce Cunningham. Poi Jesus Rubio Gamo, Arno Schuitemaker, Forte, Chiara Taviani e Henrique Furtado Viera. Hamdi Dridi, Elena Sgarbossa, Kor’sia, Andrea Dionisio, Theo Mercier + Steven Michael e Aerowaves.

Lia Rodrigues – Foto di Sammi Landweer
Lia Rodrigues – Foto di Sammi Landweer

Costruiscono riflessioni complesse e articolate sul nostro presente alcuni dei registi più acclamati della scena contemporanea come Milo Rau, Thomas Ostermeier + Sonia Bergamascoporta + Didier Eribon, Ascanio Celestini, Saverio la Ruina, Julien Gosselin. Per la prima volta al festival il francese Cyril Teste porta in scena l’attrice icona Isabelle Adjani per rileggere “Opening Night” di Cassavetes. Poi Jan Fabre e Lino Musella, James Thierrée e la compagnia Gaia Scienza. Ponte tra generazioni, la sezione Anni Luce, presentata al Mattatoio di Testaccio e curata da Maura Teofili, infine, conduce nel mondo di Liv Ferracchiati, Dante Antonelli, Industria Indipendente e de La ballata dei Lenna.

Torna anche Digitalive, quattro giorni di programmazione negli spazi del Mattatoio con Marco Donnarumma e Margherita Pevere, Jacopo Battaglia, Luca T.Mai, Massimo Pupillo e Lorenzo Stecconi di ZU, Mara Oscar Cassiani, Ultravioletto, Enrico Malatesta, Maria Di Stefano, Franz Rosati, Sandra Mason, i progetti in collaborazione con il premio Re:Humanism e l’Accademia RUFA, e infine due guest star come il performer e coreografo giapponese Hiroaki Umeda e la promessa dell’elettronica internazionale Nicolas Jaar impegnato al fianco della danzatrice messicana Stephanie Janaina.

Tutto il programma sul sito REF:  https://romaeuropa.net/

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Hofesh Shechter per Romaeuropa con Grand Finale

Definito dal The Guardian come un valzer per la fine dei tempi, Grand Finale segna l’atteso ritorno di Hofesh Shechter per Romaeuropa Festival. Il coreografo di fama internazionale presenta un lavoro che guarda al passato aprendo nuove strade e lo fa attraverso il suo marchio distintivo ed esilarante di danza e teatro combinati con la musica.

Grand Finale è allo stesso tempo comico, cupo e meraviglioso, evoca un mondo in caduta libera, pieno di energia anarchica e commedia violenta. Eseguita da una potente tribù di dieci danzatori accompagnati da sei musicisti, la coreografia si completa della colonna sonora a cura dello stesso Shechter e si mescola al set ricco e spiccatamente teatrale di Tom Scutt in questa audace e ambiziosa nuova opera.

Una danza ai confini del mondo al suono dell’apocalisse, che potrebbe sembrare distopica, ma con il tipico ‘black humour’, firma del coreografo, nasconde un ottimismo leggero e fiducioso. È il talento di Shechter quello di analizzare ed esorcizzare, allo stesso tempo, i demoni di del nostro presente.

MAGGIORI INFO 

HOFESH SHECHTER COMPANY

Grand Finale

17 – 19 Ottobre | Teatro Olimpico

ore 21.00

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Fotografia di Guido Mencari | www.gmencari.com

Intervista alla coreografa Floor Robert per Influenza di InQuanto Teatro

Nel prestigioso ambito di Romaeuropa Festival, il 3 Novembre 2017, andrà in scena presso il MACRO Testaccio – La Pelanda in Roma, INFLUENZA, opera prima della coreografa olandese Floor Robert per il collettivo fiorentino InQuanto Teatro. Finalista al concorso DNA – Appunti coreografici 2015 del Festival Romaeuropa e vincitore del bando SIAE – Sillumina, dedicato alle compagnie under 35, il progetto ha già ottenuto il sostegno di grandi realtà teatrali italiane. Concepita dall’estro di Floor Robert, INFLUENZA è una fuga indietro nel tempo, nella memoria e nella fantasia in cui le suggestioni del passato si materializzano sulla scena inseguendo le immagini che ci legano al mondo dei sogni, linguaggio universale – come la danza – di cui gli interpreti Francesco Michele Laterza e Giacomo Bogani sono l’espressione più vivida. Abbiamo parlato con Floor per approfondire il lavoro e la storia passata del collettivo inQuanto Teatro e per cogliere gli aspetti più intimi di questa nuova produzione.

Fotografia di Guido Mencari | www.gmencari.com

Come e con quali ambizioni è nato inQuanto Teatro?

inQuanto teatro nasce dal desiderio comune, mio, di Andrea Falcone e di Giacomo Bogani, di fare teatro. Si, eravamo presi semplicemente dalla stessa passione. Amavamo il teatro, nella sua forma più ampia, dalla rappresentazione spettacolare sul palco, alla sua funzione più sociale. Avevamo questa esigenza di comunicare ad un pubblico, per capire meglio il mondo che ci circondava e abbiamo messo alla prova la nostra amicizia diventando un collettivo. Pur essendo affascinati dai grandi classici del passato siamo partiti con quella sana presunzione di fare un teatro contemporaneo, mai visto, ma pieno di riferimenti storici.

Con un fortissimo bisogno di fare ci siamo buttati e nel 2010 è nato ufficialmente inQuanto teatro in occasione dell’edizione di Premio Scenario Infanzia in cui il nostro spettacolo Il gioco di Adamo è risultato finalista, mentre l’anno successivo abbiamo partecipato a Premio Scenario con il progetto Nil Admirari che ha ricevuto la Menzione Speciale della Giuria. Fin dal inizio abbiamo cercato di unire linguaggi molto differenti, soprattutto perché venivamo tutti e tre da percorsi completamente diversi e per abbracciare queste diversità la nostra mentalità doveva rimanere aperta. Negli anni abbiamo sempre cercato di collaborare con artisti esterni e ci siamo spesso anche allontanati dalla scatola nera.

Le nostre ambizioni nel tempo sono molto cambiate. C’è chi di noi ha intrapreso un percorso di studio autonomo più articolato allontanandosi per un po’, per poi tornare ad arricchire la compagnia. Da vari anni insegniamo in diversi ambiti, nelle scuole pubbliche e in laboratori privati. Realizziamo progetti che prevedono la partecipazione degli abitanti della nostra città, e ci siamo trovati di fronte a persone di tutte le età fortificando il nostro rapporto sul territorio.

Quali sono stati i momenti fondamentali della vostra sperimentazione artistica?

Direi che dal momento che abbiamo deciso di radicarci nella nostra città, il lavoro è diventato quotidiano, molto vivace. Un lavoro che cerca di rispondere alla realtà circostante e alle esigenze del momento. I nostri progetti, i nostri laboratori registrano una grande adesione, tante persone sentono il bisogno e hanno voglia di “fare teatro” o come piace dire a me “imparare a sapersi esprimere”. A ben guardare questa spinta diventa un’azione politica, perché la comunità ne ha così tanto bisogno. Come d’altronde è sempre stato, siamo tutti fruitori attivi e partecipi dell’avvenire.

E abbiamo tutti bisogno di dare una forma a qualcosa e di far sentire la propria voce. Questa libertà d’espressione individuale sta diventando sempre più rara, e complessa. Ci sono sempre più fattori esterni che disturbano questo richiamo primordiale che appartiene all’essere umano e bisogna insistere, per pretendere un posto.

Un altro momento fondamentale è stato quando ci siamo allontanati dall’idea della regia collettiva ed ognuno di noi ha capito meglio il proprio ruolo. All’inizio tutti facevano tutto! Dalla regia al montaggio delle luci. E tante energie si sprecavano. Ci abbiamo messo un po’ a capire dove ognuno di noi poteva dare il meglio, e tutt’oggi continuiamo ad aggiustare la nostra modalità di lavoro così che ognuno possa dare il meglio di sé.

Arte nella sfera pubblica: dal 2014 il gruppo è impegnato nell’opera di ricerca sulla memoria condivisa. Come avete concepito e realizzato lavori basati sull’interazione e il dialogo con la cittadinanza?

Per questi progetti siamo letteralmente scesi in strada con i nostri blok notes, i nostri microfoni e videocamere e abbiamo iniziato a fare domande. Domande preparate, domande giocose, domande a cui chiunque poteva rispondere se ne aveva voglia. Siamo entrati in punta di piedi nelle vite degli altri, e questo ovviamente ha arricchito il nostro lavoro e abbiamo imparato molto anche da un punto di vista umano. Abbiamo fatto un grande patchwork con tutto il materiale raccolto, dalle registrazioni audio a quelle visive.

Le performance e gli incontri finali che ne sono nati erano molto di più di una semplice restituzione del progetto; a volte erano delle installazioni visive, a volte degli spettacoli itineranti, altre volte erano salotti urbani dove parlare insieme, delle feste, dei ritrovi dove lavorare e passare del tempo con gli altri, disegnando, e scrivendo liberamente commenti, aneddoti e memorie sulla città. Con MAPS, per esempio, un progetto realizzato nel 2015 per Estate Fiorentina, la rassegna di eventi culturali e di spettacoli del Comune di Firenze, le suggestioni, le immagini e le parole raccolte sono diventate parte di un testo originale che ha accompagnato una performance urbana.

Nei vostri lavori tornano spesso idee legate alla storia, ai ricordi, alla memoria. In che modo il tema del passato si inserisce nella ricerca estetica e poetica del collettivo?

La storia, i ricordi, la memoria sono temi che ci hanno sempre affascinato sin da quando abbiamo iniziato a lavorare insieme. Credo che chiunque che si presenti sulla scena si interroghi sull’epoca storica in cui vive, perché stare nella rappresentazione, essere interprete e al servizio dell’opera stessa è una condizione che ti fa vivere fuori dal tempo.
La dimensione “tempo” è stato uno degli elementi centrali dei nostri spettacoli da sempre. In alcuni di essi abbiamo fatto dei veri e propri viaggi nel passato, in altri ci siamo divertiti a proiettarci nel futuro.

Ci interessa tutto quello che non ci faceva stare nel presente. Proprio per dare un senso diverso, a questo presente, che è sfuggente. Il presente non ci appare chiaro, è pieno di imbrogli, difficile da afferrare. Così ci prendiamo la libertà di sognare e evadere, proponendo lavori che sono intrecci di storie, trame e brandelli di un altro tempo. Le immagini che proponiamo in scena provengono dal passato, soprattutto dalla storia dell’arte poiché è una materia che fa parte di noi, che abbiamo studiato a lungo.

Io personalmente sono molto legata al passato. Vengo da una famiglia di artisti, non vivo più nel mio paese natale da più di 15 anni. E sento di portare con me tanti valori che provengono dai miei nonni e bisnonni.

Influenza è una fuga indietro nel tempo, nella memoria e nella fantasia per scandagliare i ricordi dell’infanzia: quali prospettive di indagine vengono privilegiate in questa opera?

Più che scandagliare i ricordi dell’infanzia, che possono essere così personali e segreti, in questo lavoro chiedo semplicemente allo spettatore di abbandonare lo sguardo e di farsi trasportare dalle emozioni. Di non cercare significati, preconcetti o altre narrazioni, se non la propria interpretazione. Per me il lavoro proviene dall’infanzia, mi interessa una capacità di stare sulla scena priva di tecniche, trasparente e leggera. Senza sovrastrutture, esercizi di stile, maniera o bravure. È come inseguire qualche ricordo dell’infanzia, si. Ma non è così fondamentale che anche lo spettatore faccia questo viaggio indietro nel tempo. A me interessa di più che possa apprezzare qualcosa che assomiglia ad un sogno, un sogno dolce, collettivo, surreale e a tratti inquietante. Che possa sorprendersi e alleggerire il cuore.

A partire dalla tua capacità di immaginare e disegnare la danza, le figure in movimento, l’uomo in azione, quali sono stati i tempi e le modalità di produzione di INFLUENZA?

Per fare Influenza ci ho messo un po’. È un lavoro nato nel tempo perso, fuori dai tempi di produzione. Prima di tutto è stata necessaria una lunga ricerca personale, dove testavo come muovermi sulla scena e come incarnare e dare forma a quella sensazione che volevo dare. Ho cercato una dolcezza e una posatezza dentro di me che corrispondeva al primo impulso che avevo avuto. Da questa è nata un’immagine, una visione, e per capirla meglio, l’ho portata sulla carta. Successivamente ho pensato come realizzarla, quali materiali fossero adatti e sono arrivati i palloncini.

Ovviamente di quella prima immagine è rimasto poco, solo l’essenza.Anche se disegnare la danza e farla sono due cose completamente diverse, mi piace unirle. Spesso si dice che il danzatore si muove come un pennello sulla tela, e per me è così. Si compattano anima e corpo, interiore e esteriore si sfidano. Linee si muovono, qualcosa prende forma.

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Educare al teatro: il progetto per insegnati proposto da Romaeuropa Festival in collaborazione con Casa dello Spettatore

Educare al teatro è il nuovo progetto formativo destinato ai docenti delle scuole superiori di secondo grado che il Romaeuropa Festival, in occasione della trentunesima edizione della rassegna di arti performative e contemporanee, ha pensato in collaborazione con Casa dello Spettatore. Romaeuropa Festival è un’occasione imperdibile per quegli insegnanti che intendono educare al teatro, facendone conoscere ed amare le forme, o anche cogliere l’opportunità di uno spettacolo per consolidare un apprendimento, per aprire a un tema di conoscenza nuovo, per suscitare una discussione.

Educare al teatro punta alla formazione dell’insegnante come mediatore culturale attraverso due azioni:

  • Portare a vedere a Romaeuropa festival: cosa e perché

Un seminario intensivo di 6 ore il 27 maggio (ore 10.30-13.30 e 14.00-17.00) presso la Biblioteca Centrale Ragazzi (via San Paolo alla Regola, 18), durante il quale, guidati da Giorgio Testa, un gruppo di quindici di docenti delle scuole superiori del territorio, sulla base di una rosa preliminare, sceglierà quattro spettacoli da far vedere agli studenti, individuando per ognuno le potenzialità educative specifiche.

  • Portare a vedere a Romaeuropa festival: come e con quale esito

Una serie di incontri da ottobre a dicembre tenuti da operatori della Casa dello Spettatore, due per ognuno degli spettacoli scelti: uno prima della visione per predisporre materiali per una didattica che ne faciliti la visione e uno dopo la per una verifica del lavoro. 

Il corso di formazione è gratuito ed è destinato a un massimo di 15 insegnanti.
È quindi richiesta la prenotazione. 
Gli insegnanti che parteciperanno al seminario di maggio si impegneranno a portare una classe di ragazzi ad almeno uno dei quattro spettacoli del Romaeuropa Festival 2017 su cui il gruppo deciderà di lavorare.

Per info e prenotazioni:

Fondazione Romaeuropapromozione@romaeuropa.net 06 45 55 3050 ( dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 13 e dalle 14 alle 17 )

Casa dello Spettatoreflaminia.salvemini@casadellospettatore.it + 39 349 5941419

 

I PROMOTORI:

La Fondazione Romaeuropa è una delle istituzioni di maggior prestigio, in Italia e in Europa, per la promozione e la diffusione dell’arte, del teatro, della danza e della musica contemporanea. Nata nel 1986 come Associazione degli Amici di Villa Medici, frutto di un’iniziativa italo-francese, la Fondazione è ormai un crocevia degli scambi culturali con il mondo intero. È stata costituita il 7 febbraio 1990 e ha ricevuto il riconoscimento della Personalità Giuridica il 30 aprile 1992 con Decreto del Ministero del Turismo e dello Spettacolo.

Casa dello Spettatore è un’associazione culturale che lavora per facilitare la creazione di una comunità tra gli spettatori e per migliorare il loro rapporto con il teatro. Nata nel 2011 ma con le radici che affondano in quello che è stato l’ETI e soprattutto nell’esperienza del CTE il Centro Teatro Educazione attivo dal 1997 al 2010, la Casa dello Spettatore svolge attività di formazione, ricerca e fruizione di spettacoli dal vivo attraverso progetti culturali che possono prevedere percorsi di visione, laboratori, corsi di formazione / aggiornamento, seminari.

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