Teatri in Comune, assegnata la gestione triennale di Quarticciolo, Tor Bella Monaca e Villa Pamphilj

Aggiudicate le assegnazioni del bando di gara rivolto ai Teatri in Comune di Roma Capitale, che individuano i gestori della programmazione artistica e culturale e dei servizi connessi agli spazi del Teatro Biblioteca QuarticcioloTeatro Tor Bella Monaca e Teatro Villa Pamphilj, per il triennio 2020-22.

Sono affidatari per il Teatro Biblioteca Quarticciolo l’Associazione culturale E.D.A. e Spell Bound; per il Teatro Tor Bella Monaca l’Associazione culturale Seven Cults e Teatro Potlach; per il Teatro Villa Pamphilj l’Associazione culturale Teatro Verde – N.O.B. e Scuola popolare di musica Donna Olimpia. Per la prima volta, l’affidamento triennale permetterà di programmare e gestire i tre spazi della rete dei Teatri in Comune per un periodo più esteso rispetto alle precedenti assegnazioni. Il triennio avrà, infatti, termine il 31 dicembre 2022.

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Roma Capitale e Teatro di Roma sostengono insieme la rete dei Teatri in Comune, consolidando una collaborazione reciproca, sempre più stretta e sinergica, e che metta in diretta connessione le sale dello Stabile capitolino – Argentina, India, Torlonia e Lido – con i tre spazi teatrali diffusi sul territorio cittadino.

«Nel viaggio attraverso Roma che il nostro teatro intende compiere, sono importanti i Teatri in Comune, luoghi di irradiazione di energie artistiche e culturali – commentano il presidente del Teatro di Roma Emanuele Bevilacqua e il direttore Giorgio Barberio Corsetti – Siamo felici di aver realizzato con la nostra Amministrazione un bando che dà la possibilità di programmare e gestire i Teatri in Comune per tre anni. Il nostro obiettivo per il prossimo triennio sarà caratterizzato dalla sinergia tra tutti i teatri che compongono la rete, nel rispetto delle specifiche identità e missioni. La volontà è di aprirsi verso la città, di stimolare la partecipazione di pubblici diversi attraverso progetti ed eventi che, dalle storiche sale del Teatro Argentina e del Teatro India, coinvolgano anche i Teatri in Comune, i quartieri dove sono collocati, contribuendo a diffondere l’arte del teatro e renderla pervasiva su tutto il territorio romano».

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Triennale di Milano © foto di Gianluca Di Ioia.

Arti performative e spazi comunitari: il Master PACS raccontato da Ilaria Mancia ideatrice della drammaturgia didattica

Triennale di Milano © foto di Gianluca Di Ioia.
Triennale di Milano © foto di Gianluca Di Ioia.

Il 28 gennaio è stato inaugurato a Roma il Master annuale di II livello Arti Performative e Spazi Comunitari (PACS), primo in Italia a proporre un percorso di formazione in grado di sviluppare, in maniera interdisciplinare, una ricerca nel campo della performance, dell’architettura e delle arti visive. Il Master PACS diretto da Cesare Maria Pietroiusti e dal Professor Francesco Careri, rispettivamente Presidente dell’Azienda Speciale Palaexpo e Direttore del Dipartimento di Architettura di Roma TRE, le due realtà che hanno operato in sinergia per la realizzazione di questo progetto, è orientato alla creazione di nuove forme di sperimentazione, volte all’attivare degli spazi pubblici e dei contesti urbani in un’ottica comunitaria.

Tra i docenti, tante eccellenze del teatro, della musica, dell’arte e dell’architettura che guideranno i partecipanti nell’attraversamento degli spazi dell’Ex-Mattatoio, della Pelanda, della Galleria delle Vasche e del Padiglione 9B, che ospitano l’iniziativa. Il fitto programma di seminari teorici, spettacoli e talk pubblici, mira alla costruzione di una visione creativa e critica collettiva. Ilaria Mancia, ideatrice della drammaturgia didattica del progetto, racconta la variegata offerta formativa, insistendo sulla volontà di proporre un’occasione di scambio e d’incontro tra i professionisti del settore.

Su quale necessità si fonda la scelta di proporre un percorso di formazione multidisciplinare aperto alla ricerca e alla sperimentazione tra le arti?

Nasce da una volontà di creare un nuovo polo del performativo e dell’interdisciplinarità artistica all’ex-Mattatoio di Testaccio – all’interno di un progetto dell’Azienda Speciale Palaexpo, in collaborazione con il Dipartimento di Architettura di Roma TRE – che declina, in quel luogo, una serie di attività che vanno dalla formazione alla presentazione di performance, o ad altri momenti artistici aperti al pubblico. Già lo scorso anno avevamo avviati dei laboratori pilota, aperti al pubblico, che erano un test circa la necessità di dare alla città un luogo di formazione su vari linguaggi. La necessità risiede nel far sì che il Mattatoio, luogo in cui sono presenti varie istituzioni, possa diventare uno spazio di collaborazione sia sul versante della formazione, sia su quello della creazione reale di una comunità che può aprirsi alla città ed essere attraversata.

Allo stesso tempo, il Sud Europa ha poche occasioni di studio avanzato a livello universitario, circa il performativo o la ricerca nel campo dell’architettura mirata ad attivare spazi urbani attraverso una comunità creativa. Infatti, abbiamo ricevuto molte richieste anche dalla Spagna e dal Sud America per le 20 borse di studio che Palaexpo ha messo a disposizione. Riporto questo dato per far capire che mentre nel Nord Europa ci sono molte occasioni di studio in questo senso, in Italia e nel Sud del mondo ce ne sono molte meno. È questa l’idea che sta alla base del tentativo di avviare un percorso e un’indagine, che con il Mattatoio vogliamo portare avanti, su quanto la formazione possa essere a sua volta un luogo di dibattito artistico, cioè quanto gli artisti che si impegnano a portare avanti un percorso didattico possano recare un pensiero creativo rispetto a una formazione meno tradizionale. 

Birdie 07 © Pasqual Gorriz
Birdie 07 ©Pasqual Gorriz

Tra gli obiettivi del master figura la volontà di attivare in senso comunitario lo spazio pubblico e i contesti urbani. Come si avvierà questo processo? In che modo il lavoro dei docenti e dei partecipanti modificherà lo spazio del Mattatoio che ospita l’iniziativa?

Questa è la speranza rispetto a un luogo molto complesso, con molte criticità che si spera di superare rendendolo realmente attraversabile. La volontà è di immaginare insieme agli studenti un possibile cambiamento, oltre che di interrogarci circa l’azione delle istituzioni rispetto a una ricerca di questo tipo. L’offerta didattica è suddivisa in laboratori dedicati al performativo e laboratori outdoor dedicati all’architettura i cui esiti interverranno direttamente all’esterno del Mattatoio, con installazioni e analisi di cosa quel luogo è e rappresenta. Stalker è un gruppo che lavora da tempo in quegli spazi e che, attraverso un’attività laboratoriale, guiderà gli studenti all’analisi e all’attivazione di un pensiero.

Per questo è stato molto importante impostare una mappatura degli ambienti esterni già dalla prima settimana di master, per permettere agli studenti di conoscere sia la comunità sia le varie strutture attraversandole. Un’altra operazione che stiamo cercando di portare avanti, con la complicità del Teatro di Roma, è permettere agli studenti di conoscere a fondo la realtà del Teatro India che sta attivando una serie di percorsi per la città e per i cittadini, attraverso delle attività che stiamo pensando insieme. Tutti i laboratori avranno un’apertura finale e ogni docente terrà un talk di presentazione aperto al pubblico, durante il quale verranno invitati artisti e teorici.

La programmazione inizierà nella seconda parte di febbraio con Stefan Kaegi che, dopo il seminario di Silvia Bottiroli, darà luogo al primo attraversamento pubblico di questo percorso. Oltre alle aperture dei laboratori, sono previsti dei momenti serali di spettacolo cui si aggiungeranno altre attività del Macro con una programmazione parallela o limitrofa a quella del Master. In primavera prenderanno il via una serie di laboratori gratuiti per tutte le fasce d’età, aperti alla cittadinanza.

Molti sono i docenti coinvolti, tutti rappresentano delle eccellenze negli ambiti disciplinari di appartenenza. Tra i criteri di scelta dei docenti rientra anche la possibilità di offrire ai partecipanti un ponte di collegamento con il mondo del lavoro?

Abbiamo pensato che gli artisti e i professionisti che abbiamo scelto, potessero apportare un ulteriore contributo alla ricerca che perseguiamo, anche in virtù di una possibile programmazione. La questione del creare un ponte con il mondo del lavoro è molto difficile, ma credo che riuscire a confrontarsi con chi lavora ad alto livello, e quindi mostra anche un percorso produttivo possibile, rappresenti un’esperienza formativa rispetto alla capacità di posizionarsi nel mondo del lavoro. Si ha a che fare con artisti e compagnie che possono condividere con i partecipanti la capacità di fare arte, in un momento storico difficile per i lavoratori, attraverso delle strategie messe in campo per far avanzare i propri progetti.

Credo che questo sia molto utile. Nello stesso tempo, l’idea che un corso così possa formare per il mondo del lavoro la trovo rischiosa. Vediamo questo contesto come un’occasione per creare connessioni e attivare una serie di curiosità rispetto a un’occupazione futura dando, a persone già formate, la possibilità di avere un bagaglio ulteriore da sfruttare nel mondo del lavoro. Il gruppo che si è formato è molto vario: si passa da artisti visivi ad artisti performativi, curatori, architetti, per cui ciascuno di loro potrà costruire dei percorsi individuali. Può capitare che si trovino nei lavori pratici delle complicità, tra gli studenti stessi o con i docenti, che potrebbero condurre a collaborazioni professionali future.

A chi si rivolge il master e quali competenze acquisiranno i partecipanti al termine di questo percorso formativo? 

Vista la varietà sia della proposta sia della richiesta, credo si tratti di visioni e immaginari diversi di potenziali azioni condivise, più che di competenze specifiche. Anche questa è una grande scommessa, capire come riuscire a incuriosire tutti e dare a tutti degli strumenti. Ognuno sceglierà il proprio percorso: la nostra offerta formativa è doppia rispetto ai crediti formativi che devono acquisire per il conseguimento del titolo, proprio per concedere una varietà di impostazione a seconda delle esigenze o delle curiosità personali. Anche a livello di calendario, le lezioni sono molto intensive in modo da dare la possibilità a chi già è impegnato professionalmente di portare avanti il proprio lavoro.

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Perfomance e poesia comica: intervista a Emanuele Ingrosso vincitore di MArteLive Teatro

Vincitore della sezione Teatro per le Finali Nazionali 2019 di MArteLive, intervistiamo Emanuele Ingrosso, autore di “Da piccolo odiavo i bambini“, primo spettacolo di teatro-poesia comico in solitaria debuttato a Torino nel novembre 2018.

Emanuele Ingrosso dal 2015 opera nelle scuole superiori di Milano e dintorni in qualità di operatore per laboratori di teatro e scrittura creativa, curando anche la regia degli spettacoli prodotti dai laboratori stessi. Nel maggio 2016 ha partecipato al primo poetry slam. Da allora girerà l’Italia con i propri testi, sia all’interno dei poetry slam LIPS che con i suoi spettacoli: “Young Hot Guys Make Huge Show For The First Time HD”, spettacolo comico a tema pornografico scritto e interpretato con Davide Magnaghi (2017) e “Da piccolo odiavo i bambini”. Nel frattempo fonda Sagome di Sabbia, associazione culturale che si pone l’obiettivo di accompagnare giovanissimi adulti verso l’universo delle arti performative: per questa cura il laboratorio di recitazione comica, improvvisazione teatrale, scrittura creativa e poesia performativa. All’interno del campionato LIPS è campione ligure nel 2018 e 2019, vicecampione nazionale 2018 e attuale campione nazionale.

Come nasce il tuo percorso artistico? Perché hai deciso di dedicarti all’arte comica?

Non l’ho propriamente deciso, diciamo che è capitato. Ho incontrato teatro e poesia più o meno nello stesso momento, a metà del liceo. Quando ho iniziato a scrivere poesie preferivo chiudermi nei canoni classici, forse anche per insicurezza. La comicità è intervenuta a salvarmi quando pensavo di non riuscire più a dar voce ai miei periodi più bui. Anche adesso, quando scrivo, non sento il bisogno di rimpolpare i miei testi di battute: a volte semplicemente capita.

Quali sono i tuoi riferimenti artistici nazionali e internazionali?

Se si parla di comicità ti darò una risposta che forse suonerà bizzarra: il mio punto di riferimento è Rowan Atkinson e soprattutto il suo magistrale Mr. Bean. Il suo personaggio incarna perfettamente la comicità che vorrei portare sul palco, quella che alla fine c’è poco da ridere, insomma. Guardavo le puntate di Mr Bean a 5 anni e ridevo per la sua goffaggine, poi crescendo ho iniziato a confrontarmi con lo strazio che si porta dietro quell’ometto. I film o spettacoli comici che amo di più sono quelli che non riesco a vedere prima di andare a dormire perché mi tolgono il sonno (succede così anche con Dario Fo, Troisi, Woody Allen). Così spero che la mia comicità non sia solo “spiritosa”, ma ogni tanto tolga il sonno. Se penso alla scrittura più in generale, la prima volta che ho pensato “forse voglio scrivere anche io” è stato dopo aver letto John Fante per la prima volta.

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In che modo si sostanzia il rapporto fra comicità, poesia e performance nel tuo spettacolo Da piccolo odiavo i bambini?

Come dicevo prima, la comicità interviene per definirmi senza che m’inceppi, così raccontare la storia di un essere umano perennemente inadeguato era impossibile senza usare la comicità: avessi provato a scrivere uno spettacolo drammatico sarebbe risultato squallido. La chiave comica aiuta il pubblico a immedesimarsi con me e la mia storia gradualmente, senza che l’impatto sia brusco. Così anche le poesie cercano di presentarsi al pubblico in maniera delicata e la comicità in questo aiuta, non forza i toni. Affrontare sul palco la depressione di un adolescente è estremamente rischioso, ci ho pensato parecchio prima di mettere in scena questo spettacolo: per questo motivo parlo molto anche col pubblico, voglio che si annulli la distanza tra palco e platea. Mi piacerebbe che alla fine di questa oretta passata insieme ci si senta un po’ meno soli.

Se e in cosa si differenzia questo spettacolo dall’intrattenimento della stand-up comedy?

Questa è una domanda spinosa, perché soprattutto nella scena poetica i miei testi vengono definiti “cabaret” o addirittura “avanspettacolo”. La premessa è che amo alla follia la stand-up comedy, e ci sono alcuni momenti dello spettacolo che potrebbero rientrare in questa categoria: lo sono più che altro le interazioni col pubblico, le presentazioni delle poesie. Quello che cerco poi di ottenere è una transizione morbida tra le chiacchierate (che comunque hanno sempre un canovaccio di partenza) e le poesie, che hanno un decoro formale totalmente diverso da quello della stand-up: la stand-up dev’essere credibile, le poesie sono (o meglio, spero siano) momenti di sospensione dell’incredulità.

In questo lavoro proponi delle riflessioni sulla condizione psicologica che generalmente affiora nel corso dell’adolescenza. In che modo riesci a coinvolgere i diversi pubblici, pur trattando un tema particolarmente vicino ai giovani? Quali sono state le risposte più originali e sorprendenti del pubblico durante o dopo le tue performance?

Le prime volte che ho portato in giro questo spettacolo speravo sempre di trovare un pubblico di coetanei perché credevo potessero immedesimarsi di più. Invece ora è diventato affascinante confrontarsi con un pubblico variegato, in questo lo spettacolo (avendo una buona parte improvvisata) può cercare di essere camaleontico. La sfida ogni volta è non finire per essere fuori posto, solitamente riconosco un buon pubblico dopo i primi 3 minuti. Il rovescio della medaglia è che se non è il mio ho davanti a me 50 strazianti minuti.

Con Da piccolo odiavo i bambini hai vinto il premio del festival Marte Live per la sezione teatro. Cosa ti aspetti per il futuro di questo spettacolo e per la tua carriera artistica, in generale?

È stato clamoroso, lo so che si dice sempre ma mai me lo sarei aspettato. Per la prima volta mettevo in gioco i miei testi nel panorama teatrale (solitamente li leggo durante i poetry slam) e gli altri spettacoli erano completamente diversi dal mio, una volta salito sul palco ho pensato che avrei svuotato la sala dopo 30 secondi. Non ho idea di cosa succederà, mi auguro solo di lasciarmi travolgere come è successo negli ultimi tre anni.

Desideri ringraziare o parlare di artisti, spazi o Festival che ti hanno sostenuto durante questo primo ma intenso segmento di percorso artistico?

Innanzitutto MarteLive per la grande occasione datami; non posso dimenticare la LIPS (Lega Italiana Poetry Slam), che per prima ha dato voce e fiducia ai miei testi, anche solo per 3 minuti. Infine “Sagome di Sabbia” e la “Compagnia delle Indie”, due collettivi (ma chiamiamoli anche “famiglie”) che quotidianamente mi permettono di salire sul palco e starnazzare poesie.

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Festa di Roma 2020: ecco il programma completo delle 24 ore con 1000 artisti

Si svolgerà dalla sera del 31 dicembre alla sera dell’1 gennaio la quarta edizione de La Festa di Roma 2020, la grande manifestazione ad ingresso libero promossa, in occasione del Capodanno, da Roma Capitale con la collaborazione del Tavolo tecnico per la produzione culturale contemporanea coordinato dal Dipartimento Attività Culturali di cui fanno parte: l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, l’Associazione Teatro di Roma, l’Azienda Speciale Palaexpo, la Casa del Cinema, la Fondazione Cinema per Roma, la Fondazione Musica per Roma, la Fondazione Romaeuropa, la Fondazione Teatro dell’Opera, l’Istituzione Biblioteche di Roma e il coordinamento organizzativo di Zètema Progetto Cultura. Quest’anno la regia e il coordinamento artistico della Festa di Roma 2020 sono a cura di Fabrizio Arcuri, Claudia Sorace e Francesca Macrì.

La Festa di Roma 2020 è dedicata al tema della Terra e alla relazione fra uomo e Natura. Un’ode alla straordinaria bellezza, vitalità e grandiosità della Natura, che partirà la sera del 31 dicembre al Circo Massimo e proseguirà per 24 ore, come il ciclo di una giornata e come il tempo di una rotazione del nostro pianeta. Una festa pensata come un viaggio nella Natura, all’interno degli ecosistemi terrestri e delle loro biodiversità, interpretato poeticamente nella giornata dell’1 gennaio come un percorso attraverso cinque ambienti immersivi. Questi cinque ecosistemi, coesisteranno e si contamineranno nella vasta area a disposizione della festa (compresa tra Piazza dell’Emporio, Ponte Fabricio, Giardino degli Aranci e Piazza Bocca delle Verità): il mondo del ghiaccio e dell’acqua dolce / il mondo colorato dei pascoli e delle praterie / il mondo dei deserti / il mondo delle giungle, delle foreste e dei boschi / il mondo del mare. Ogni ambiente, che il pubblico potrà attraversare a proprio piacimento, sarà animato da performance artistiche sorprendenti, scenari visionari e installazioni a tema realizzate appositamente, site specific, da importanti artisti internazionali. Gli spettatori diverranno così i protagonisti di un viaggio spettacolare dentro e intorno alla Terra, una Terra senza confini e barriere che fa della diversità il suo valore.

Saranno parte integrante del viaggio anche gli elementi della natura che dialogano con l’architettura della città: il fiume, in primo luogo, che rappresenta la grande arteria che accompagna il percorso, con gli alberi che incorniciano il tratto, i giardini e le altre aree verdi che, colorando il cammino, ci ricordano che la natura è ovunque fra di noi, è la casa che condividiamo con tutti gli esseri viventi, dentro cui abbiamo il privilegio di vivere, e di cui tutti dovremmo prenderci cura.

L’immagine di quest’anno, realizzata dall’illustratrice Chiara Fazi, è stata cucita sul tema dell’evento: la Madre Terra. L’artwork, interamente dipinto a mano e animato digitalmente, racconta la festa visionaria coinvolgendo lo spettatore attraverso tanti sipari che celano altrettanto mondi: un grande collage, un festival di dimensioni surreali e universi naturali.

In occasione de La Festa di Roma, il 1° gennaio saranno eccezionalmente aperti dalle 14 alle 20 i Musei Capitolini, i Mercati di Traiano, il Museo dell’Ara Pacis e il Museo di Roma Palazzo Braschi con biglietto di ingresso a tariffazione ordinaria. L’ingresso sarà invece completamente gratuito per i possessori della MIC, ad esclusione delle mostre “C’era una volta Sergio Leone” al Museo dell’Ara Pacis, e “Canova. Eterna bellezza” al Museo di Roma Palazzo Braschi, per le quali i possessori della MIC Card potranno beneficiare del biglietto ridotto.

Ecco il programma completo della Festa > http://www.lafestadiroma.it/programma-2020/

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Teatro dell’Opera di Roma, 2019 boom per incassi e spettatori

Oltre 15 milioni di euro di incassi, nel 2019, per il Teatro dell’Opera di Roma, che registra un incremento dell’8,4 per cento rispetto al 2018. Un risultato “ancora più interessante – fanno notare dalla direzione del Costanzi – se valutato sul medio-lungo periodo , con gli incassi che dal 2013 sono più che raddoppiati”.

Aumenta anche il numero degli spettatori , che passa dai 246.675 dello scorso anno ai 266.500 del 2019, con un incremento di circa 19mila persone (+8%). Soddisfatta la sindaca di Roma Virginia Raggi, presidente del teatro, che in una nota sottolinea lo “straordinario lavoro di squadra, quest’anno arricchito dalla presenza di Acea e Camera di Commercio di Roma divenuti soci della nostra Fondazione, che ha condotto a risultati importanti”. Risultati, “superiori alle aspettative”, fa notare il soprintendente Carlo Fuortes , che si dice orgoglioso dei risultati raggiunti dal teatro in termini di spettatori e di incassi .

Il teatro ricorda infine il bilancio artistico della stagione con tanti spettacoli di successo, da Les vepres siciliennes di Verdi diretto da Daniele Gatti all’Orfeo e Euridice di Gluck diretto da Gianluca Capuano, dall’Idomeneo di Mozart con la direzione di Michele Mariotti a La Vedova Allegra con la regia di Damiano Michieletto. E poi la danza con la Serata Philip Glass affidata a tre diversi coreografi e Biancaneve, coreografato da Angelin Preljocaj, ottima prova del corpo di ballo, diretto da Eleonora Abbagnato, a confronto con differenti declinazioni del linguaggio coreografico di oggi. 

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L’Indifferenza di Pablo Solari al Teatro Argot Studio

Dopo il successo delle date milanesi arriva al Teatro Argot Studio di Roma dal 19 al 21 dicembre, L’INDIFFERENZA, thriller che indaga le conseguenze delle nostre azioni, prodotto da Centro Teatrale MaMiMò e Teatro i. Scritto e diretto da Pablo Solari, lo spettacolo vede in scena Luca Mammoli, Woody Neri e Valeria Perdonò alle prese con un passato da affrontare, in una lotta metaforica tra il progresso della civiltà occidentale e la sua natura bestiale e sanguinaria.

Che si tratti di fare una carezza a un neonato, di dare un bacio a una sconosciuta o di schiacciare il pulsante che sgancerà la bomba su Hiroshima, è impossibile fuggire alle conseguenze delle nostre azioni. Si può provare a far finta di niente, a rimanere indifferenti, cercando di nascondere anche le peggiori colpe così bene da quasi dimenticarsene, inevitabilmente però, queste riemergeranno, presto o tardi, costringendoci ad affrontarle. In una mattinata come tante, un ospite inatteso costringerà Franco a fare i conti con il proprio passato, con la persona che era e che pensava di essere riuscito a dimenticare. L’indifferenza è un thriller che costringe lo spettatore a prendere costantemente posizione su cosa sia vero e cosa sia falso, su cosa sia bene e cosa sia male.

L’indifferenza è una parabola sul valore della memoria e sull’esistenza del male. L’azione si svolge in uno spazio tempo allucinato, che sfida il realismo; prima una casa, poi un museo, un mondo interiore in cui verità e finzione si confondono e in cui i personaggi, tra vendette e ossessioni, si denudano delle proprie bugie, rimanendo da soli con la propria natura, imperfetta e pericolosa. Nonostante la cornice contemporanea, L’indifferenza sembra essere ambientato al tempo dell’Antico Testamento, sotto lo sguardo di un Dio vendicativo e miracoloso, in grado di rendere gli uomini belve, e la sterilità fertilità. Ma davvero il nostro mondo è così lontano da quello delle sacre scritture? Da quell’umanità così timorosa e sperduta?

Pablo Solari

Pablo Solari, regista e drammaturgo, classe 1989, si diplomato in Regia teatrale presso la Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi di Milano, vive tra Lima e Milano. Nel 2016 è drammaturgo di Oreste all’interno del progetto Santa Estasi. Atridi: otto ritratti di famiglia (2016) con la regia di Antonio Latella, vincitore del Premio Ubu 2016 come Spettacolo dell’anno e vincitore del Premio della Critica 2016. Nel giugno 2018 è responsabile dell’adattamento drammaturgico dei Cavalieri di Aristofane rappresentato durante il cinquantaquattresimo Festival Nazionale di Dramma Antico di Siracusa. È finalista del bando direction under 30 all’interno dalla Biennale di Venezia – Teatro 2018. Nel 2019 è regista di Contenuti Zero Varietà, con cui firma una serie di sette spettacoli presso il Teatro Leonardo di Milano. Nel luglio scrive e dirige in collaborazione con il musicista Roy Paci lo spettacolo Carapace che ha debuttato presso Festival delle Orestiadi di Gibellina (PA). In ottobre debutta come regista d’opera dirigendo due atti unici inediti all’interno della serata 4 one-act operas in chiusura della Biennale di Venezia – Musica 2019. È finalista del Premio Riccione Tondelli 2019 con il testo Woody è morto.

Il Centro Teatrale MaMiMò è un polo culturale nato nel 2005 che gestisce il Teatro Piccolo Orologio di Reggio Emilia e al cui interno sono attive una Compagnia, che produce spettacoli di prosa, teatro ragazzi ed eventi culturali, e una Scuola di Teatro. La forma artistica è quella di un teatro colto e popolare insieme, atto collettivo di un gruppo riunito da una visione comune. Il Centro Teatrale MaMiMò è sostenuto dal 2012 dalla Regione Emilia Romagna come Organismo di produzione di spettacolo, ed è riconosciuto dal MiBAC come Impresa di produzione teatrale di Innovazione nell’ambito della Sperimentazione. 

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Anno Zero, il nuovo festival di Scena contemporanea spagnola a Roma

Anno Zero è un nuovo festival di Scena contemporanea spagnola a Roma organizzato dalla Real Academia de España in collaborazione con Acción Cultural Española (AC/E), La Pelanda – Mattatoio e Teatro di Roma, a cura di Pablo Fidalgo.

Il festival nasce con l’intento di raccogliere la pluralità di voci delle arti dal vivo e, allo stesso tempo, con una vocazione di continuità nei prossimi anni. Questa prima edizione si svolge tra l’11 e il 15 dicembre in diverse location – la Real Academia de España, La Pelanda – Mattatoio, il Teatro India e infine il quartiere di Garbatella con un’opera itinerante. Tutti gli eventi sono ad ingresso libero fino a esaurimento posti su prenotazione (info@accademiaspagna.org / tel. 06 581 2806)

L’Academia de España occupa un territorio mitico. Tra il Gianicolo, Villa Pamphilj e Trastevere: un colle unico e un paesaggio che ridefinisce in ogni istante la sua relazione e la sua condizione nei confronti della città. L’Academia è sopravvissuta a repubbliche, monarchie, dittature e circostanze storiche di ogni genere. È un simbolo di resistenza, un luogo eccezionale – continuerà ad esserlo anche se lo si dirà mille volte. Concepisco questo ciclo come un’opportunità di presentare artisti spagnoli su una scena, quella romana, che soltanto in questi ultimi anni sembra affacciarsi sull’Europa. Per la prima volta uno degli artisti concettuali più importanti del Paese, Isidoro Valcárcel Medina, sarà ospite dell’Academia de España e creerà un’opera site specific intitolata Confluencias y contraseñas. Collaborare con La Pelanda-Mattatoio e Teatro India-Teatro di Roma è un avvenimento per noi. Proseguendo sulle linee di lavoro dell’Academia degli ultimi anni, concepiamo questa come una collaborazione naturale – e non semplicemente istituzionale – con i due spazi, così interessati negli ultimi tempi alla scena non spettacolare e alla partecipazione del pubblico. Anche il recupero di lavori profondamente spagnoli di artisti che vivono all’estero da anni sembra importante per contribuire all’ossatura di una scena che soffre l’esilio e la precarietà da sempre.

Pertanto, Light years away di Edurne Rubio ci presenta un’opera che è un’esplorazione e al contempo una visita guidata nel buio totale: una discesa nella grotta di Ojo Guareña, e un percorso nella storia dell’essere umano sin dalle sue origini. Celso Fernández Sanmartín presenta A cama do meu avó Manuel Sanmartín, un’opera fatta di memorie orali, di lavoro sul campo, e di interesse profondo nei confronti della verità e dei segreti delle proprie origini. Leonor Leal lavora in Ahora bailo yo, la memoria di suo zio Mario Maya, che nel ’76 reinventò il flamenco con l’opera Camelamos naquerar. Roger Bernat ci invita a ricordare il lavoro Numax-Fagor-plus, ispirato al film di Joaquim Jordà, un regista cinematografico imprescindibile che visse a Roma per sette anni in esilio dal franchismo. Il ciclo si conclude domenica 15, con Storywalker Garbatella, di Fernando Sánchez-Cabezudo. Una passeggiata in questo quartiere storico che recupera i ricordi degli abitanti, attraverso i testi di Luca Oldoni, Pablo Remón, Alberto Conejero, Denise Despeyroux e Pablo Fidalgo. Pertanto, Catalogna, Murcia, Madrid, Galizia, Castilla León, Andalusia… Memoria del lavoro, della vita in campagna, dell’arte, della filosofia, memoria dell’esilio, memoria per mantenersi vigili, memoria vitale. In questo modo il ciclo è un modo per situare, collocare e far conoscere una realtà scenica, la scena contemporanea spagnola, e per suggerire un racconto comune tra artisti molto diversi.

Programma:

• Mercoledì 11 alle ore 19 presso la Real Academia de España en Roma (Piazza San Pietro in Montorio, 3). Celso Fernández Sanmartín presenta A cama do meu avó Manuel Sanmartín Méndez, un’opera fatta di memorie orali, di lavoro sul campo, e di interesse profondo nei confronti delle origini. LINGUA: Spagnolo e gallego

• Giovedì 12 alle ore 20.30 presso La Pelanda, Mattatoio (Piazza Orazio Giustiniani, 4). Light years away di Edurne Rubio ci presenta un’opera che è un’esplorazione, la discesa nella grotta di Ojo Guareña, e un percorso nella storia dell’essere umano sin dalle sue origini. LINGUA: Spagnolo, sottotitoli in italiano

• Venerdì 13 alle ore 20.30 presso La Pelanda, Mattatoio (Piazza Orazio Giustiniani, 4). Leonor Leal lavora sulla memoria di suo zio Mario Maya, che nel ’76 reinventò il flamenco con l’opera Ahora bailo yo. LINGUA: Spagnolo, sottotitoli in italiano

• Sabato 14 alle ore 12 presso la Real Academia de España en Roma (Piazza San Pietro in Montorio, 3). Isidoro Valcárcel Medina, uno degli artisti concettuali più importanti del Paese, sarà ospite dell’Academia per la prima volta e presenterà un’opera creata ad hoc, Confluencias y Contraseñas. LINGUA: Italiano

• Sabato 14 alle ore 18.30 presso Teatro India (Lungotevere Vittorio Gassman, 1). Roger Bernat ci invita a ricordare il lavoro Numax-Fagor-plus, ispirato al film di Joaquim Jordà, un regista cinematografico imprescindibile che visse a Roma per sette anni in esilio dal franchismo. LINGUA: Italiano

• Domenica 15 alle ore 11.30 e alle ore 15 presso 10b Photography (Via San Lorenzo da Brindisi, 10b). Il festival finisce con Storywalker Garbatella, di Fernando Sánchez-Cabezudo nell’ambito del progetto Garbatella Images, presentato da 10b Photography e curato da Sara Alberani, con la direzione artistica di Francesco Zizola. Una passeggiata nel quartiere storico di Garbatella, che recupera le memorie degli abitanti, attraverso i testi di Luca Oldoni, Pablo Remón, Alberto Conejero, Denise Despeyroux e Pablo Fidalgo. LINGUA: Italiano

Gli artisti:

Celso Fernández Sanmartín. Nato nel 1969, Celso Fernández Sanmartín, di Lalín, si è laureato in Filosofia presso l’università di Santiago. Oltre a essere poeta, è cantastorie di racconti della tradizione orale, aspetto professionale che lo porta in diversi luoghi del mondo. Per molti anni, a Lalín, ha lavorato come animatore socioculturale in una casa di riposo. La sua opera poetica è stata pubblicata in gran parte in edizioni d’autore e a bassissima tiratura, il che non le ha impedito di essere enormemente apprezzata dai lettori e dalla critica. Quest’ultima è solita inquadrarlo nella cosiddetta Generazione dei ’90, decennio in cui si è fatto conoscere.

Edurne Rubio. (Spagna, 1974) è un’artista visuale che lavora nel campo delle mostre, performance, cinema e architettura. Realizza frequentemente progetti in situ nello spazio pubblico. La sua ricerca è sempre stata collegata alla percezione individuale o collettiva del tempo e dello spazio. Interessata a contesti che fanno della percezione una variabile data e mutante, dimenticata o archiviata, cerca di associare o contrastare forme di percezione della realtà con l’obiettivo di creare una seconda realtà composta. Negli ultimi anni, il suo lavoro si è avvicinato al documentario e all’antropologia, utilizzando interviste e immagini d’archivio sulla comunicazione orale.

Leonor Leal. Nasce a Jerez de la Frontera. È diplomata al Conservatorio Superior de Danza Clásica y Española, nonché in Magisterio Musical presso l’Università di Siviglia. Decide un giorno di dedicarsi interamente al flamenco e da allora calca le scene internazionali da più di 15 anni collaborando con diverse compagnie come quella di Andrés Marín, Cristina Hoyos o Javier Barón, tra le molte altre. Comincia la sua carriera da sola nel 2008. Premiata come Artista rivelazione dal Festival di Jerez nel 2011, nonché come Artista eccellente dal Concorso coreografico di Madrid. Porta avanti il suo lavoro di ricerca con il Master di Práctica Escénica y Cultura Visual dell’Università di Cuenca in collaborazione con il Museo Reina Sofía. Nel gennaio del 2018 porta in scena per la prima volta, al Teatro Le Garonne di Toulose, il suo spettacolo intitolato Nocturno insieme al chitarrista Alfredo Lagos e al percussionista Antonio Moreno.

Isidoro Valcárcel Medina. Isidoro Valcárcel Medina è nato a Murcia nel 1937 ed è indubbiamente uno degli artisti concettuali spagnoli di maggior levatura di pensiero e visione, nell’entroterra e oltremare. L’estensione della sua opera ha il valore incalcolabile della sua intangibilità: immensa.

Roger Bernat. Inizia la sua formazione nel campo dell’architettura, ed è a partire da qui che si interessa al teatro. Studia Regia e Drammaturgia presso l’Institut del Teatre di Barcellona dove si laurea con il Premio Extraordinario 1996. Nel 2008 comincia a creare spettacoli in cui il pubblico occupa la scena e diventa protagonista: “gli spettatori attraversano un dispositivo che li invita a obbedire o a cospirare e, in ogni caso, a pagare con il proprio corpo e a impegnarsi”.

Fernando Sánchez-Cabezudo. Madrid, 1979. Gestore culturale, regista, attore e scenografo. Lega la sua carriera professionale nelle arti sceniche a un discorso socio-culturale che cerca la partecipazione del pubblico nei processi creativi. Il suo lavoro nella sala Kubrik a Usera e i suoi progetti di creazione sono un punto di riferimento nella gestione di spazi di inclusione con il contesto locale e la cittadinanza.

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Mbira: la cultura africana nella musica e nella danza di Roberto Castello. Il 4 novembre al Teatro Quarticciolo di Roma

Quanto ha contribuito l’Africa a renderci quelli che siamo?
Per molti secoli europei e arabi hanno esplorato, colonizzato e convertito ogni angolo del pianeta. Oggi tante culture sono perdute e quella occidentale è diventata per molti versi il riferimento universale. Impossibile dire se sia un bene o un male o sapere se i colonizzati prima della colonizzazione fossero più o meno felici. Sta di fatto che il mondo è sempre più piccolo e meno vario, pieno di televisioni che trasmettono gli stessi programmi e di negozi identici che vendono prodotti identici dalla Groenlandia alla Terra del Fuoco, dalla California, a Madrid, a Riyad a Tokio. Ma spesso nel processo di colonizzazione capita che il conquistatore cambi irreversibilmente entrando in contatto con la cultura dei conquistati.

Di questo prova a parlare Mbira, un concerto per due danzatrici, due musicisti e un regista che – utilizzando musica, danza e parola – tenta di fare il punto sul complesso rapporto fra la nostra cultura e quella africana. Lo spettacolo, a cura di Roberto Castello andrà in scena il 4 novembre 2019 al Teatro Biblioteca Quarticciolo di Roma. Ingresso gratuito (maggiori informazioni).

Mbira è il nome di uno strumento musicale dello Zimbabwe ma anche il nome della musica tradizionale che con questo strumento si produce. “Bira” è anche il nome di una importante festa della tradizione del popolo Shona, la principale etnia dello Zimbabwe, in cui si canta e balla al suono della Mbira. Mbira è però anche il titolo di una composizione musicale del 1981 intorno alla quale è nata una controversia che ben rappresenta l’estrema problematicità e complessità dell’intrico culturale e morale che caratterizza i rapporti fra Africa ed Europa. Mbira è insomma una parola intorno a cui si intreccia una sorprendente quantità di storie, musiche, balli, feste e riflessioni su arte e cultura che fanno da trama ad uno spettacolo che, combinando stili e forme, partiture minuziose e improvvisazioni, scrittura e oralità, contemplazione e gioco, ha come inevitabile epilogo una festa. Mbira offre un pretesto ideale per parlare di Africa e per mettere in evidenza quanto poco, colpevolmente, se ne sappia, nella convinzione che il gesto più sovversivo oggi sia quello di ricordare che, prima di affermare certezze, in generale sarebbe saggio conoscere l’argomento di cui si parla. Il teatro borghese nasce per i teatri, la musica pop per gli stadi. Progetti come Mbira nascono invece per tutti quei posti in cui c’è voglia e bisogno di distrarsi, divertirsi e stare bene senza necessariamente smettere di pensare o di porsi domande sul proprio ruolo e sul proprio rapporto con gli altri.

Mbira inaugura FuturaMemoria, una nuova Rassegna sui temi dell’inclusione e della memoria prodotta da Spellbound con la direzione artistica di Valentina Marini, che dal 31 ottobre al 28 novembre 2019 vede protagonisti molti luoghi del Municipio V di Roma, dal Teatro Biblioteca Quarticciolo a La Pecora Elettrica, dal Centro Anziani Villa Gordiani al Mercato Iris, da La Cantina di Dante al Mercato Villa Gordiani. L’iniziativa è parte del programma di Contemporaneamente Roma 2019 promossa da Roma Capitale-Assessorato alla Crescita culturale e realizzato in collaborazione con SIAE.

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Elena Arvigo

Intervista a Elena Arvigo in scena al Teatro Argot Studio

Elena Arvigo
Elena Arvigo in Il Dolore: diari della guerra
ph Manuela Giusto

Alimentato dal fuoco sacro della letteratura, il secondo capitolo della stagione  ARGO(t)NAUTICHE – Cronache dal mondo sommerso del Teatro Argot Studio vedrà come protagonista Elena Arvigo , l’eclettica attrice e regista con lo spettacolo Il Dolore: diari della guerra, in scena dal 30 ottobre al 3 novembre.

Il Dolore è il diario biografico che Marguerite Duras, con la sua arte vissuta tra la guerra e la tragica pagina storica del nazismo, scrisse a Parigi quando aspettava il ritorno di suo marito Robert Antelme deportato a Dachau. Un diario (forse) autobiografico, pubblicato dopo 40 anni, che racconta gli ultimi giorni di guerra nell’Aprile del 1945, dove testimonianza storica e resoconto emotivo dell’attesa si fondono nella penna inconfondibile della Duras, in grado di descrivere con il suo stile particolare e estremo coraggio la profondità dei suoi stati d’animo.

Abbiamo intervistato Elena Arvigo per conoscere la genesi creativa e il percorso produttivo dello spettacolo Il dolore: Diari della guerra:

Intervista a Elena Arvigo, autrice e attrice de Il dolore: Diari della guerra

Attraverso l’approfondimento delle fonti e delle circostanze storiche legate a Il Dolore, Quaderni della guerra e altri testi di Marguerite Duras e L’Istruttoria di Peter Weiss, Elena Arvigo ha sentito la necessità di indagare il particolare momento storico legato alla fine della seconda guerra mondiale e le sue convulsioni finali nella primavera del 1945.

Si può stimare che circa 2,3 milioni di uomini, donne e bambini furono portati nei campi di concentramento tra il 1933 e il 1945; la maggior parte di loro, oltre 1,7 milioni, vi perse la vita. A oltre ottant’anni si sente ancora forte la necessità di comprendere le circostanze che hanno permesso che tutto ciò avvenisse, mettere in luce i meccanismi su cui si è basato il nazi-fascismo che, come scrive Robert Antelme (marito di Marguerite Duras, sopravvissuto a Dachau e protagonista del racconto Il Dolore) in La Specie Umana: «non fu ideologia folle ma fu un regime razionale».

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Radio Maigret - Settimo Cielo

Piccoli comuni incontrano la cultura: Roma, Viterbo e Frosinone accolgono l’arte

Nel prossimo week-end Piccoli comuni incontrano la cultura farà tappa a Roma, Viterbo e Frosinone con tre eventi di teatro e letteratura. Durante il primo mese di attività, la rassegna organizzata da Atcl Lazio e Regione Lazio, ha coinvolto l’intero territorio regionale regalando eventi artistici di grande interesse.

La chitarra tra sogno e gioia: il Conservatorio di Santa Cecilia in concerto a Poli (RM)

Lo scorso 18 ottobre, nella piccola cittadina di Poli (Rm) si è tenuto il concerto La chitarra tra sogno e gioia, eseguito dai musicisti laureandi del Conservatorio di Santa Cecilia di Roma. Un antico organo svetta tra gli affreschi della Chiesa di San Pietro Apostolo, uno strumento musicale che diventa simbolo di speranza per l’intera comunità: nel dare il benvenuto ai cittadini accorsi per l’evento, il Sindaco Federico Mariani ricorda il lavoro di restauro cui l’organo della Chiesa è sottoposto da alcuni mesi.

La chitarra tra sogno e gioia - Conservatorio di Santa Cecilia di Roma
La chitarra tra sogno e gioia – Conservatorio di Santa Cecilia di Roma

La musica, che da quella cassa armonica tornerà a risuonare, si farà portavoce e metafora di una rinascita culturale che luoghi come Poli tentano faticosamente di ottenere. Un’azione rilevante che si fa sintesi concreta delle volontà perseguite dal progetto Piccoli comuni incontrano la cultura: far rivivere cittadine di grande fascino, puntando sui processi culturali su di esse innestati.

Il quartetto di chitarre classiche ha invaso la navata della Chiesa di San Pietro Apostolo con l’esecuzione di brani di grandi compositori come Hendel, Bach, Pachelbel, Giuliani, fino ad arrivare a Vivaldi e Piazzolla regalando una serata dalle atmosfere raffinate, a tinte barocche. Federico Attanasio, Marco Caponegro, Riccardo Colini e Federica Sanzolini, i quattro giovani chitarristi del Conservatorio di Santa Cecilia, riproporranno il loro repertorio il 27 ottobre alle ore 18:00, presso la Chiesa di S. Lucia di Castrocielo (FR).

Paola Quattrini a Sant’Oreste (RM) con Oggi è già domani

Il 26 ottobre alle ore 21:00, al Teatro Comunale di Sant’Oreste (RM), Paola Quattrini sarà protagonista di Oggi è già domani. Lo spettacolo racconta di una casalinga, Dora, con un marito distratto e quasi sempre assente, due figli egoisti che si ricordano di avere una madre soltanto quando hanno bisogno di aiuto. Quella di Dora sembrerebbe un’esistenza grigia ma, invece, non è così, perché Dora è una donna dotata di eccezionali risorse e riesce a vincere la solitudine sfogandosi con un’amica che sa ascoltare: il muro della cucina. Al muro, Dora confida sogni, desideri e felici ricordi.

Oggi è già domani - Paola Quattrini
Oggi è già domani – Paola Quattrini

Racconta gli accadimenti delle sue giornate ed alcuni divertenti incontri con una antipatica vicina di casa, una sorprendente compagna di scuola, un cane forzatamente vegetariano e con Pia la sua unica amica femminista. Se un muro potesse ridere e commuoversi, non c’è dubbio che il “suo” muro lo farebbe perché Dora esprime tenerezza, fantasia ed un irresistibile umorismo. Grazie a queste doti, Dora riesce ad evadere dalla prigione domestica e non solo metaforicamente. Perché, un bel giorno, ritrova tutto il suo coraggio: pianta la famiglia ingrata e si tuffa in una esotica avventura partendo per la Grecia insieme con l’amica Pia.

E non importa se anche l’amica si rivela un’egoista e la lascia sola per godersi un’avventura amorosa. Uno scoglio in riva al mare diventa il nuovo confidente di Dora. Allo scoglio, come prima al muro della cucina, Dora parla con la sincerità e libertà di linguaggio, senza mai perdere la fiducia nella gente e nella vita.

Radio Maigret: Settimo Cielo in scena a Carbognano (VT)

A Carbognano (VT), nello spazio culturale Ex Chiesa di S.Maria, il 27 ottobre alle ore 21:00, Piccoli comuni incontrano la cultura porterà in scena Radio Maigret di Settimo Cielo, ideazione e testo di Gloria Sapio e Maurizio Repetto.

Radio Maigret nasce da uno studio progressivo sulla scrittura di Simenon, sul clima dei suoi romanzi, del genere poliziesco, dalle immagini d’antan di un certo cinema francese e di sceneggiati nostrani entrati nell’immaginario collettivo, come certe indimenticabili modulazioni della voce che ci riconducono a un teatro d’attore “che non si fa più”. 

Piccoli comuni incontrano la cultura: Radio Maigret - Settimo Cielo
Radio Maigret – Settimo Cielo

I chiaro scuri d’epoca inducono a immaginare una scansione recitativa da vecchia radio, dove ritmi sincopati si accendono in prossimità dei microfoni. Ma la teoria dei rumori, quelli archetipici della paura, del brivido notturno, lo scricchiolio delle scale, della porta che si apre, i passi dell’inseguitore, lo sparo, sono qui distorti e giocati su una resa anche visiva che li strania e li deforma, spesso cogliendo di sorpresa l’attore con dei riverberi in differita e inquietanti fuori onda. Un tappeto sonoro che allude alla vecchia postazione del rumorista ma ha i suoi riferimenti nella musica contemporanea e si intreccia con le voci, le sostiene, le annulla, le porta lontano.

Al doppio binario di questo Maigret, si aggiunge la teoria dei personaggi, colpevoli e innocenti, tutti “sotto il cielo di Parigi” confusi tra gli amanti di sempre e quel corollario di immagini che Simenon e il mito ci hanno reso consuete. Ma la proverbiale umanità del commissario, la penna empatica di Simenon, non riescono a dissimulare la ferocia di una caccia che spinge il commissario (con la complicità del pubblico che viene invitato a entrare nel vivo del plot) a braccare i colpevoli, bestie sanguinose, sospinte dalla miseria verso l’emarginazione e quindi alla delinquenza. Sono la folla di immigrati che già preme alle porte di Parigi e colpisce con determinazione cieca una società che li ghettizza e respinge. Una storia che prelude e allude al presente, tanto da confondersi con esso.

Radio Maigret è anche un omaggio a Parigi attraverso le parole suggerite da un autore belga che amava quella città con la tenerezza di un esule. Lo spettacolo rievoca uno dei romanzi più nostalgici di Simenon – Maigret et son mort – che, lontano da Parigi, in America, chiude gli occhi e enumera le strade, le piazze, i quai e i boulevard con la nitidezza ossessiva del ricordo.

Va l’aspro odor dei vini l’anime a rallegrar: Edoardo Siravo e Gabriella Casali a San Donato Val di Comino (FR)

Edoardo Siravo sarà protagonista insieme a Gabriella Casali di una serata letteraria, Va l’aspro odor dei vini l’anime a rallegrar, dedicata al nettare degli dei, il vino, presso il Teatro di San Donato Val di Comino (FR), il 27 ottobre alle 18:30 in cui racconta di come il vino sia da sempre protagonista della letteratura, tanto che numerosi poeti e scrittori della storia hanno dedicato proprio a questa bevanda alcuni dei loro più importanti passi.

Edoardo Siravo e Gabriella Casali
Edoardo Siravo e Gabriella Casali

“Mescete, o amici, il vino. Il vin fremente / scuota da i molli nervi ogni torpor, / purghi le nubi de l’afflitta mente, / affoghi il tedio accidioso in cor”. Così cantava Giosuè Carducci, inneggiando a quella salutare e schietta bevanda che fa decisamente buon sangue, che ormai ha assunto un posto d’onore sulle tavole della buona borghesia, e non più solo su quelle aristocratiche, come lamentava l’abate Parini, il quale per le sue origini prediligeva il vino ugualitario al più raffinato e blasonato caffè. Un dualismo che diventa anche contrapposizione fisica di luoghi, di comportamenti, tra il caffè degli illuminati fratelli Verri e le taverne popolari. Queste ultime in particolare celebrate da Giuseppe Gioacchino Belli, per il quale il vino è forza, salute, vita, compagno di bisbocce e di invettive, e anche animatore di risse feroci.

Anche nelle opere di Giovanni Verga il vino assume un posto particolare, insieme al pane. Anche simbolico. Non solo per i derelitti dei Malavoglia. Pensiamo a Cavalleria rusticana. Turiddu ha una colpa da espiare: un’ultima cena, un bicchiere di vino rifiutato, il bacio del tradimento. Una “passione” laica dove vino e sangue si mischiano.

Per gli Scapigliati, invece, il vino diventa trasgressione e assume i colori dell’autodistruzione in compagnia del verde assenzio, riecheggiando solo alla lontana le esaltazioni di Baudelaire e di Rimbaud.

E potrebbe continuare a lungo questo viaggio sulla presenza di Bacco nella letteratura, un viaggio che comincia da Alceo, Anacreonte, Euripide, Omero, Virgilio e Ovidio, passando tra le opere di Parini e Carducci, Trilussa e Campanile e altri grandi autori.



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