Mangiafoco di Roberto Latini: intervista ad Elena Bucci, Marco Manchisi, Marco Sgrosso

Dopo Il teatro comico di Goldoni, Roberto Latini affronta il Pinocchio di Carlo Collodi per riflettere sulla figura dell’attore e sul senso del teatro. In scena con lui Elena Bucci, Marco Manchisi, Savino Paparella, Stella Piccioni, Marco Sgrosso e Marco Vergani. Mangiafoco, dopo il debutto in prima assoluta per Matera 2019, sarà in scena al Piccolo Teatro Studio Melato fino al 22 dicembre. Parafrasando l’iniziatico ingresso di Pinocchio nel Gran Teatrino delle Meraviglie di Mangiafoco, gli attori e le attrici protagonisti di questo lavoro, si confrontano con le proprie biografie teatrali, tra memorie e future ambizioni.

Mangiafoco - Roberto Latini. Foto © Masiar Pasquali
Mangiafoco – Roberto Latini. Foto © Masiar Pasquali

Avete alle spalle un percorso condiviso, dall’esperienza con Leo de Berardinis al Teatro Comico, e in questo spettacolo raccontate molto di voi, del vostro percorso attoriale e della nascita della vostra vocazione: come si è formato, inizialmente, questo gruppo e in che modo avete innescato e sviluppato il processo drammaturgico?

Marco Sgrosso: Elena ed io abbiamo un legame solido da lungo tempo, precedente di molti anni alla formazione del gruppo di questo spettacolo. Abbiamo fondato insieme la compagnia Le belle bandiere, che ha più di trent’anni di vita e, ancora prima, dopo esserci incontrati alla Scuola di Teatro di Bologna, avevamo condiviso un lungo periodo nella compagnia di Leo De Berardinis. Marco Manchisi ha condiviso con noi alcuni anni nella compagnia di Leo, con lui esiste da tempo un rapporto di “fratellanza teatrale”.

L’incontro con Roberto e con gli altri attori è avvenuto invece due anni fa con Il Teatro Comico, quindi è molto più recente, ma da subito si è stabilita una grande coesione artistica e umana che certamente ha aiutato Roberto a dare a Mangiafoco una struttura drammaturgica così particolare, costruita attraverso momenti di improvvisazioni singole o collettive, spunti di testi classici suggeriti da lui oppure proposti da noi e sulle nostre stesse biografie teatrali, in una dimensione di immaginarie audizioni, collegate al percorso iniziatico di Pinocchio nel momento in cui entra nel Gran Teatrino delle Meraviglie di Mangiafoco.

Marco Manchisi: Quando Roberto ha cominciato a pensare al Teatro comico, mi ha contattato dicendomi che aveva intenzione di approfondire il lavoro con la maschera e che avrebbe voluto vederci riuniti, con Marco Sgrosso ed Elena Bucci, come corpo e memoria di un lavoro condiviso con il nostro comune maestro Leo De Berardinis.

Elena Bucci: È tornata la memoria dei giorni delle scelte, sono tornati i nomi di Perla Peragallo, di Leo de Berardinis, di Antonio Neiwiller, i nostri maestri vicini tra loro e tutti testimoni di un’epoca straordinaria, sono tornati i ricordi che uniscono Roberto a noi, ma sono diventati nostri anche i ricordi degli altri, quelli che non abbiamo vissuto. Vicinanze, differenze, maestri, memoria di viaggi, spettacoli, vita, percorsi autoriali e scrittura sono diventati un patrimonio condiviso che scorre da uno all’altro, rendendoci tutti attori autori dentro l’universo immaginato da Roberto.

In questo clima di armonia e concentrazione abbiamo inseguito la nudità, l’essenza, assecondando la richiesta di Roberto di partecipare alla creazione. Questo fiume in piena si è distillato in materiale drammaturgico nel quale, nonostante l’apparente naturalezza e un certo margine di improvvisazione, ogni nota è strettamente sorvegliata e affidata alla capacità di ascolto e controllo di ognuno di noi.

Roberto Latini propone una metafora di attore burattino e burattinaio, condotto e libero allo stesso tempo: quanto vi riconoscete in questa immagine in questa fase della vostra carriera?

Marco Manchisi: Mi riconosco in questa metafora di attore burattino e burattinaio al cento per cento. Lavoro da anni, per quanto riguarda i miei spettacoli, intorno alla condizione dell’attore all’interno della fascinazione che subisce direttamente dalla scatola teatrale, la quale indica inesorabilmente, come si trattasse di un destino prescritto, la strada drammaturgica e motivazionale dei personaggi che vado a creare. In questo, anche il lavoro sulla maschera risponde al principio che sono la scena e la situazione a determinare le sorti del racconto e del movimento spirituale del personaggio.

Elena Bucci: Le immagini del burattinaio e del burattino sono per me molto potenti e hanno già attraversato diverse volte il mio cammino. Nel corso della preparazione di questo spettacolo, Roberto ha creato uno spazio di accoglienza e libertà che ha fatto rivivere la memoria della mente e del corpo restituendomi gesti, voci, ricordi vivi che sono ora parole e azioni. Sono burattino e burattinaio, anche nel corso di una sola azione: mi sento in alternanza l’uno e l’altro e ogni sera quasi mai negli stessi identici punti. Dipende dalla mia energia e dal respiro e dall’umore del pubblico che, in questo spettacolo, sento con una forza speciale perché cerchiamo di inseguire una trasparenza e una nudità sempre più abbandonate.

Se invece pensiamo a queste parole immaginando semplicemente il burattinaio come colui che governa i movimenti altrui e il burattino o marionetta come colui che esegue, riconosco di essere stata molto fortunata perché da attrice sono sempre stata invitata a praticare una libertà creativa, mentre da autrice e regista ho avuto la possibilità di creare uno spazio dove gli altri fossero altrettanto liberi, traendone grande piacere e divertimento per il pubblico e per noi. Ho potuto sperimentare quanto il teatro sia un organismo vivo, mai simile a sé stesso, dove le persone si trasformano senza fine, maestro nel depistare il pregiudizio e nel generare conoscenza, anche attraverso l’esperienza dei propri limiti e orrori che, superati e visti, possono diventare un trampolino o uno scivolo.

Marco Sgrosso: La metafora proposta da Roberto vale per la struttura drammaturgica di questo spettacolo, ma personalmente non la definirei una fase del mio percorso teatrale. Come attore, non mi sono mai sentito burattino nel senso di “manovrato”, neppure in quelle esperienze di lavoro dove la direzione registica era fortemente determinante, come certamente è stata, ad esempio, la prima fase del lavoro con Leo, in cui lui dava indicazioni ferree su come impostare e sviluppare la presenza nello spettacolo. Anche in quelle occasioni, mi sono sempre sentito libero di conciliare le indicazioni registiche con gli impulsi del mio sentire, ovviamente in armonia e senza che ciò comportasse il minimo problema di relazione.

Con Roberto, la libertà di esecuzione è molto ampia, ma ciò non vuol dire che sia anarchica o scevra del suo sguardo attento e unitario nella creazione dello spettacolo. No, non credo di essere un attore-burattino, ma nemmeno mi sento attore-burattinaio. Essere “condotto” e libero allo stesso tempo è la condizione fondamentale perché un attore sia creativo, ma non userei i termini “burattini” e “burattinaio” per definire questo stato.

Mangiafoco – Roberto Latini. Foto © Masiar Pasquali

Lo spettacolo nasce anche per Matera, dove ha debuttato in prima assoluta il 21 novembre alla Serra del Sole in occasione delle celebrazioni del 2019, e adesso è in scena in un teatro carico di storia come il Piccolo Teatro Studio Melato: come cambia il vostro lavoro a seconda dello spazio in cui agite e del pubblico con cui vi relazionate?

Elena Bucci: In questo caso abbiamo fatto un’esperienza di straordinario interesse: i Mangiafoco che ho vissuto io sono almeno tre. Uno è quello vissuto in prova, nella sala Carpi che ci ha accolto quasi fuori programma, visto che le prove erano state programmate a Matera, ma poi spostate per impreviste difficoltà tecniche. Qui abbiamo creato la drammaturgia, il ritmo, il respiro. Con la complicità dei tecnici abbiamo usato tutti gli elementi possibili e immaginato quelli che sarebbero arrivati soltanto nello spazio del Teatro Studio. Abbiamo vissuto con emozione l’affiorare dei testi, il loro intersecarsi con le musiche e con gli accenni di luce, l’arrivo degli elementi di scena, la partenza di quelli che non servivano, abbiamo indossato giorno per giorno i costumi bellissimi.

A Matera, città di una bellezza quasi paralizzante, abbiamo trovato uno spazio incastrato in una cava, senza graticcio, con il palco rialzato, certo molto diverso dal Teatro Studio. Abbiamo quindi lavorato con Roberto a una intensa trasformazione dei materiali drammaturgici, del ritmo, della gestione degli spazi. Anche da un punto di vista strettamente tecnico sono stati necessari grandi cambiamenti: era impossibile usare elementi come il lampadario o lo scivolo, bisognava trasformarli in altro. Quanto si sviluppava in profondità si è disteso in larghezza. Abbiamo immaginato quello che non poteva esserci, trasformandolo in altre azioni.

Arrivando al Teatro Studio, sono arrivate scoperte nuove: le maschere di Topolino chiedevano altri linguaggi, più fisici e meno sonori, lo spazio ha respirato in tutta la sua profondità, lo scivolo ha potuto finalmente diventare quello che Roberto aveva immaginato, i ritmi sono cambiati e anche la drammaturgia, sono arrivate le farfalle gialle immaginate da Roberto l’ultimo giorno nella Sala Carpi, quando abbiamo provato senza oggetti, senza scene e costumi. Alcune scene che erano presenti a Matera sono cadute, altre hanno cambiato posto, tutto è precipitato verso una maggiore sintesi, pur mantenendo sempre un senso di grande libertà.

Ogni luogo è animato da una particolare atmosfera, non solo legata alla fisicità: abbiamo lavorato con armonia e serenità per modificarci, senza affezionarci mai a nulla, assecondando lo spazio e addomesticandolo, trovando la strada per ricreare le giuste condizioni per il rito con il pubblico. E il pubblico ci sorprende sempre, a Matera come a Milano. Quando si pensa di avere capito dove riderà e dove starà in muto silenzio commosso, subito si è smentiti, per fortuna. E ricomincia la ricerca intorno all’imprevedibile e ricchissima natura delle emozioni, del pensiero, dell’energia, del teatro.

Marco Manchisi: A Matera il palco tradizionale così frontale ci portava una distanza infinita dal pubblico, qui al Piccolo il pubblico ci circonda ed è come se fosse in scena con noi. Questa condizione influisce certo sulla nostra performance, personalmente sento che mi spinge a cercare più fortemente una relazione con il pubblico, aiutandomi a spingere per quanto riguarda la recita più delicata della mia biografia, che non può considerarsi propriamente Teatro, ma che lo è comunque dal momento che vive sulla scena. E questa architettura a pista di circo certamente porta una maggiore forza di concentrazione in cui il detto prende forza di confessione.

Marco Sgrosso: Quando uno spettacolo è vivo, all’interno di una compagnia in armonia come questa, benché ogni spettacolo muti di sera in sera impercettibilmente, le variazioni sono di esecuzione e non di senso. I mutamenti dettati dalle condizioni diverse degli spazi di replica fanno parte dell’esercizio di questo mestiere, ma spesso sono soprattutto cambiamenti tecnici che non intaccano la sostanza emotiva, anzi a volte aiutano a re-inverdire la freschezza del sentire.

Dopo Goldoni e Pirandello, continua con Collodi la riflessione di Roberto Latini sul teatro nel teatro: perché, secondo voi, uno spettatore che non si occupa di teatro dovrebbe venire a vedere uno spettacolo che parla di teatro?

Marco Sgrosso: Innanzitutto perché un vero spettatore di teatro non credo possa non essere interessato a uno spettacolo che parla del Teatro, anzi direi che casomai può essere particolarmente stimolato a spiarne i meccanismi, i retroscena e le dinamiche. E poi per nutrire l’immaginazione, per diventare testimone attivo e partecipe e allargare gli orizzonti della fruizione. Non mi sembra una scelta logica andare a vedere solo ciò di cui ci si occupa, sarebbe un po’ come chiudersi in un piccolo bunker. Il pensiero e l’immaginazione vanno nutriti e stimolati soprattutto con ciò che non si conosce.

Marco Manchisi: È questa una fase storica in cui il teatro sta disperatamente cercando delle motivazioni valide per rappresentarsi davanti ad un pubblico. Probabilmente è stato sempre così, ma in quest’era dei social network tutti sentiamo uno smarrimento ed una generalizzazione del nostro lavoro molto pericolosa. A volte riattraversare teatralmente una vita legata alla scena può aiutare tutti a ricordare quanta fatica si fa, non solo a livello tecnico-scenico, ma anche umanamente, per poter riconsegnare ad artisti e pubblico dignità, valori ed etica.

Elena Bucci: Penso che uno spettatore si occupi sempre di teatro, anche se non sempre ne è consapevole, perché è parte integrante di un rito dove memoria e futuro, individuo e gruppo, realtà e sogno, età, censi, culture, etnie riescono a fondersi. Per me uno dei motivi del fascino del teatro, e di ogni forma artistica, è che le domande sulla sua apparenza e sostanza fanno parte della sua essenza e vanno rinnovate di continuo, per ritrovare freschezza e profondità nella creazione. Penso che quando pubblico e artisti non si interrogano più sulla loro relazione o si sta vivendo in un’epoca di straordinaria armonia, e non è il nostro caso purtroppo, o si rischia di ripetere forme vuote che non danno il nutrimento che dovrebbero, ma solo passatempo.

Credo sia un privilegio avere tanti luoghi dedicati all’arte, ma vorrei che ogni apertura o debutto fossero vissuti come se fosse la prima volta, con il fiato sospeso e la speranza di avere l’occasione per rinnovare lo sguardo, illimpidire lo spirito e avere il coraggio di mutare quello che non va. Forse in questo momento ci interroghiamo tanto sul teatro e sull’arte perché sentiamo, a volte solo d’istinto, che il mondo attuale, quando ha il volto cattivo del solo profitto, ci sta rubando il gioco, l’intuizione, il tempo, l’affetto amichevole, la benevolenza, la libertà, mentre le arti, forse, possono restituirli.

Mangiafoco – Roberto Latini. Foto © Masiar Pasquali

Nel finale ognuno di voi si paragona ad un effimero blocco di ghiaccio destinato a sciogliersi accanto al fuoco: in questo regno dell’impermanenza, cosa vorreste lasciare di voi al mondo?

Marco Sgrosso: La memoria del brivido che sento quando recito in stato di grazia. Quella traccia indefinibile di un’emozione effimera che non può essere fermata ma che continua a sopravvivere nel ricordo, come momento di luce. Questo certamente, e poi anche la lealtà e la generosità del darsi che è sempre un grande dono di condivisione.

Elena Bucci: Visto che si tratta di sogni e desideri, posso rischiare di essere presuntuosa. Vorrei lasciare qualcosa di quello che coloro che mi sono stati maestre e maestri hanno lasciato a me: la necessità di trasmettere quello che si è imparato e liberarsene, fare della paura coraggio, dei difetti virtù, dell’ingiustizia risata, del talento azioni ed energia invisibile ma potente che scorre attraverso il tempo. Mi piacerebbe che qualcuno imparasse dai miei errori come evitarli.

Certo, come tutti, preferirei essere ricordata che dimenticata, ma se di tante strade che si aprivano davanti a me ho scelto questa, nascosta e fragile, forse è stato anche per non affezionarmi a quello che sono e che faccio, per imparare a scorrere e passare, nel modo più amorevole possibile. Mi piace che quanto ho imparato serva a sbloccare il talento di altri, sono felice quando riesco a scrollarmi di dosso paure, competizione, invidie e ragionamenti per ritrovare l’infante nascosto in ognuno di noi. Mi stupisco come dal nulla arrivano gli spettacoli e la scrittura. In questa sparizione di Elena, qualcosa resta.

Marco Manchisi: Credo che ognuno di noi lasci comunque delle tracce. Quello che spero si possa ritrovare in quelle tracce che lascerò è una forma di amore universale, quell’amore che mi ha portato ad ascoltare il mio passato e che spero possa servire a qualcuno per credere in una vita futura imbevuta di amore, comprese le sofferenze che l’amore porta seco.

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Attraversamenti Multipli 2018: La prima settimana con Ascanio Celestini, C&C Company e Roberto Latini A cura di Edoardo Borzi e Roberto Staglianò

Sette appuntamenti densi e articolati nell’orario che solitamente si estende dall’aperitivo al dopo-cena. Attraversamenti Multipli ( qui un approfondimento) è un festival crossidisciplinare, della durata di sette giorni non consecutivi, ma articolati in tre fine settimana, nel quartiere popolare di Roma del Quadraro, più precisamente nell’isola pedonale di Largo Spartaco, un luogo fiero come il leggendario Spartaco che fu tante cose: pastore della Tracia, ausiliario della milizia romana, disertore, gladiatore e rivoluzionario, tra i primi della storia. Forse non è un caso che quel piazzale aperto che, qualcuno ha recentemente “desalvinizzato”, come recita uno slogan scritto con vernice nera su un muretto, sia stato in precedenza consacrato a quel condottiero ribelle. Nomen omen. E sempre nei nomi troviamo qualche traccia di un presagio, una formula o semplicemente una dichiarazione d’intenti.

foto di Chiara Cocchi

Attraversamenti Multipli è, dunque, un festival crossdisciplinare, un progetto che prende forma e svolge la sua azione in spazi pubblici e luoghi simbolici; mette in connessione arti, codici e artisti diversi, creando una rete con la realtà sociale, con i frammenti di vita di una comunità. È un manifesto che riunisce insieme teatro, danza, musica, video e performance attraversandoli, con la messa in opera di residenze artistiche, performance site specific e workshop. Passare attraverso, da una parte all’altra, comporta lo stato di necessità e le visioni esplicitate nello slogan #sconfinamenti perché inevitabilmente Attraversamenti Multipli tende al superamento dei confini tra culture diverse, tra differenti generi artistici e, infine, il definitivo superamento dei margini di azione tra artisti e spettatori. Lo spazio scenico infatti è volutamente concepito e lasciato senza reti di protezione e senza il perimetro della recinzione diventando il luogo di ciò che accade con le diverse creazioni artistiche. È un dato certo e oggettivo, un elemento costitutivo di Attraversamenti Multipli, così come è garantito incontrare i sorrisi di Giulia Taglienti e Antonella Bartoli, le ragazze dell’ufficio stampa e comunicazione.

Tutt’intorno ci sono ragazzi sui muretti e sulle moto, i ragazzi dell’accoglienza e della logistica, gli spettatori di un pubblico mobile ed eterogeneo, un po’ nomade per vocazione, i cani randagi e quelli toelettati, gli operatori dei pub con hamburger e patatine che, di tanto in tanto, urlano i numeri delle prenotazioni. Ci sono gli alberi rivestiti di blu dalla luce dei riflettori e le biciclette addossate sulla loro corteccia, i condomini che sembrano tante caselle illuminate del Bingo. Mescolandosi tra di loro le persone, creano i presupposti dell’inclusione, della solidarietà e di quelle condizioni che nel passato portarono allo sviluppo delle civiltà. Avvenne in questo modo, mediante una mescolanza e sempre con un’opportunità di rinnovamento per ogni sfida dell’umanità. E così dovrebbe continuare ad essere. È così che vogliamo raccontare la diciottesima edizione ideata e creata da Margine Operativo con la direzione artistica di Alessandra Ferraro e Pako Graziani.

foto di Chiara Cocchi

Il viaggio è iniziato con la prima tappa del 15 e 16 settembre: un’affollata ouverture. La piazza si è riempita con uno pubblico numeroso e sconfinato oltre il perimetro di Largo Spartaco. L’apertura ha avuto come protagonista Ascanio Celestini che in un passaggio de Il Nostro Domani si presenta come un uomo di quel quartiere, uno del Quadraro, prima ancora che un intellettuale. Autentico perché nella descrizione di fatti e persone non risparmia niente a nessuno, commuove e si commuove, sembra volersi più volte sollevare la t-shirt scura, quasi a scoprire l’ombelico, mentre interpreta le pagine dure e di crudele ingiustizia con la musica eseguita dal vivo da Gianluca Casadei.

Parla di Gramsci come se ce ne fosse più che mai bisogno: immagina l’urgenza che avrebbe avuto un gigante di un metro e cinquanta di nominare oggi come ministro della Giustizia una donna, una madre, una sorella, un fratello che hanno conosciuto l’ingiustizia di veder ammazzato il proprio familiare, intrecciando così la storia del padre del comunismo italiano con quella delle vittime di Stato come Davide Bifolco, Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi, Giuseppe Uva e gli altri tristemente noti. Ascanio Celestini, con estrema semplicità e una buona dose di surrealismo, ambienta le proprie fiabe moderne in luoghi paradossali dove regnano l’antinomia e la violenza, scava in profondità nella storia italiana e fa riemergere tutta l’ignavia umana nel raccontare l’indolenza di quell’uomo che abita al venticinquesimo piano, incurante di quel rubinetto rotto e di tutte quelle gocce che allagheranno inesorabilmente il suo appartamento e quelli sottostanti, in una narrazione metaforica di una Italia senza antenati né posteri perché senza memoria.

Successivamente si è svolta la performance di C&C Company A Peso Morto, con l’interpretazione di Carlo Diego Massari. Il suo racconto prende vita all’interno dell’isola pedonale di Largo Spartaco, la abita con l’energia espressiva del corpo descrivendo la parabola di un anziano abbandonato a sé stesso: un emarginato di una qualsiasi periferia che incede inesorabile, con la sua faccia stanca, con le sue buste da clochard, verso la fine. L’epilogo lo attende come se fosse la chiusura di una pratica, l’oblio lo ha conosciuto già ed è stampato sul suo volto come il segno di una resa invincibile.

Anfibio, senza forma definitiva per natura umana e per natura artistica si definisce Carlo Massari con il quale tentiamo di tracciare un primo bilancio di vent’anni di attività. Le prime importanti esperienze a 14 anni con il regista e drammaturgo Pietro Luigi Floridia del Teatro dell’Argine, che oggi dirige “Met”, acronimo per Meticceria extrartistica trasversale, nuova casa di incontri, arte e teatro di “Cantieri Meticci”, riunendo rifugiati e richiedenti asilo, migranti e giovani artisti, con Luigi Gozzi, drammaturgo e regista, docente del Dams di Bologna e Barbara Nativi del teatro della Limonaia di Firenze con cui ha collaborato nell’ultimo lavoro “Binario morto”. Tanti i nomi e i luoghi incontrati lungo la strada del teatro: le repliche frenetiche fra Italia e Grecia con Sergio Pisapia Fiore e poi con la Compagnia della Rancia, ma decisivi soprattutto le collaborazioni a Londra presso la compagnia Theatre de l’Ange Fou, fondata dagli allievi del mimo francese Decroux, al Teatro Due di Parma con Claudio Longhi e Malu, prima ballerina di Pina Bausch e a Bruxelles con il coreografo coreano Hun-Mok Jung della compagnia di danza contemporanea Peeping Tom.

Come un’epifania, l’incontro con Michela Lucenti di Balletto Civile ai tempi in cerca di nuovi performer per la compagnia. La sua formazione eccezionale è stata uno dei cardini della mia vita – ricorda con felicità Massari – sono rimasto con Balletto Civile per cinque anni finché non c’è stato il subentro di C&C. Dal 2011 infatti inizia la collaborazione con Chiara Taviani, nata all’interno di Balletto Civile, che sfocerà nel nuovo sodalizio. Sia da una parte, sia dall’altra ci siamo dovuti scorporare portando avanti i nostri rispettivi percorsi. All’inizio molto all’estero, poi è arrivato il momento in cui anche all’Italia interessava un tipo di linguaggio di questo tipo e quindi siamo stati accolti a Brescia dove abbiamo la residenza di compagnia. Dopo aver lavorato a lungo insieme in numerosi spettacoli, Chiara ha deciso di tirarsi fuori dal progetto per una propria scelta personale di vita ma il lavoro della Compagnia proseguirà in Italia e in Europa con nuove residenze e repliche degli spettacoli, fra cui ci sarà anche la prima delle tre produzioni del progetto Beast Without Beauty – vincitrice del Premio Giuria e del Premio Pubblico di Crash Test Festival in Valdagno, Vicenza NdR..

ATTRAVERSAMENTI MULTIPLI | 15 sett 2018 | performance di Carlo Diego Massari / C&C company | Largo Spartaco, Roma | foto di Chiara Cocchi

Protagonista di rilievo del 16 settembre, con le suggestioni liriche e la sua voce che sa circumnavigare le perifrasi e il “campo della poesia” di Mariangela Gualtieri, è stato Roberto Latini. Con La delicatezza del poco e del niente ha inaugurato lo spazio di Garage Zero che verrà utilizzato anche per prossimi spettacoli. Sconfinando tra poesia, teatro e musica la rotta ha unito Dio, l’uomo e l’amore. Uno sconfinamento che ci ricorda che in fondo siamo tutti noi donne e uomini in movimento e la ricerca della libertà o anche di semplici risposte a domande complesse, ci contraddistingue. Come nella vita, chi ci passa accanto, attraversando la nostra strada, può essere qualcuno che capita per caso o che è venuto apposta. Ma di sicuro c’è una sincronia negli eventi che nell’attimo di attraversare la nostra esistenza diventano multipli di essa.

Ph. Carolina Farina/ Carolee Oh

Il programma di questa settimana di Attraversamenti Multipli 

Sabato 22 settembre alle ore 19.00 il danzatore e artista visivo Alessandro Carboni presenta il site specific “Unleashing Ghosts from Urban Darkness” con i performer e i danzatori partecipanti al workshop (che si svolge nei giorni precedenti ) una performance che unisce dimensione installativa e pratiche performative in un percorso in cui il corpo viene utilizzato come strumento cartografico,attraverso un processo di mappatura dello spazio urbano attraverso azioni corporali. Alle ore 21.00 il coreografo/danzatore Daniele Ninarello con il site specific “God Bless You”dilata il “tempo” della performance diventando per una sera parte dello spazio urbano che lo accoglie, creando dinamiche interattive con il pubblico. “God Bless You” riflette sull’enorme quantità di desideri che abbiamo e sulla figura del senzatetto, come custode di desideri inesauditi.

Alle ore 21.30 il Collettivo D.A.B. – Dance Across Border una compagnia nata nel 2016 dalla volontà di 3 danzatrici – Livia Porzio, Francesca Lombardo e Emanuela Serra – per sviluppare un progetto di formazione e ricerca artistica all’interno dei centri d’accoglienza per rifugiati e richiedenti asilo con l’obiettivo di creare, attraverso il lavoro artistico, occasioni d’ incontro tra migranti e cittadini. Il Collettivo D.A.B. presenta in prima nazionale lo spettacolo “We Are The Birds Of The Coming Storm”. Uno spettacolo che vede in azione performer di diversi paesi e che riesce a raccontare “gli sconfinamenti” attorno a cui ruota tutto il festival.

Domenica 23 settembre alle ore 17.00 parte la performance itinerante creata da Valerio Sirna / Dom ”MAMMA ROMA_ Esplorazioni urbane / Pratiche della percezione TUSCOLANA MITOLOGICA” un progetto che si fonda sull’esercizio del camminare, inteso come strumento di conoscenza e di lettura sensibile del circostante, e sulla relazione sottile che lega il corpo al paesaggio che attraversa. L’esplorazione del 23 settembre traccia un’orbita intorno agli avamposti del Quadraro, e sconfina nel quartiere Tuscolano, instancabile centro generativo dell’iconografia capitolina. Alle ore 21.00 è in azione Collettivo Cinetico, fondato dalla coreografa Francesca Pennini, il cui focus principale di ricerca è la discussione della natura dell’evento performativo e del rapporto con lo spettatore tramite formati e dispositivi al contempo ludici e rigorosi che si muovono negli interstizi tra danza, teatro e arti visive. Collettivo Cinetico presenta la performance “I X I No, non distruggeremo (…)”un dispositivo coreografico interattivo che si plasma ai luoghi che abita e che permette al pubblico di determinare i movimenti dei performer.

A breve ci saranno nuove incursioni di Theatron 2.0 ad Attraversamenti Multipli 2018: continuate a seguirci!

Attraversamenti Multipli 2018

Per scoprire tutto il programma di Attraversamenti Multipli 2018:

www.attraversamentimultipli.it
facebook: attraversamenti multipli
info: info@attraversamentimultipli.it
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Teatro dei luoghi Fest and Fineterra, dal 14 luglio al 14 settembre 2018

Si è aperto con la danza e il trittico Good Lack di Francesca Foscarini il Teatro dei luoghi Fest and Fineterra 2018, rassegna di linguaggi, frontiere, laboratori, arti e incontri, dal 14 luglio al 14 settembre tra Lecce, Aradeo, Acaya, Specchia, Pristina e anche Albania e Kossovo. Il Teatro dei Luoghi nasce nel 2002 con l’obiettivo di valorizzare i luoghi, attraverso un’attività culturale diretta a promuovere la conoscenza del patrimonio architettonico e urbanistico e ad assicurare una nuova condizione di fruizione pubblica del patrimonio stesso.

In calendario, 11 compagnie tra Lettere dalla notte, omaggio alla poetessa Nelly Sachs con coro di 40 cittadini firmato da Chiara Guidi (tra i fondatori della Raffaello Sanzio); il Teatro del Lemming in WS Tempest da Shakespeare sul tema naufragio nella memoria; gli Ubu di Alfred Jarry per Alfonso Santagata; e Marco Paolini, in chiusura a Lecce, a indagare il rapporto uomo-macchina in Technology and Me. Quest’anno dedicato allo scrittore Alessandro Leogrande, recentemente scomparso (omaggio con La via maestra a settembre a Tirana), per la prima volta il Festival incrocia anche La Festa di Cinema del reale, il 21/7 a Specchia con Roberto Latini e Della delicatezza del poco e del niente, lettura dedicata alla poetessa Mariangela Gualtieri

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I giganti della montagna: Roberto Latini al Teatro Vascello di Roma

L’11 e il 12 aprile al Teatro Vascello di Roma andrà in scena lo spettacolo “I giganti della montagna” di Luigi Pirandello, adattamento e regia Roberto Latini prodotto da Fortebraccio Teatro.

Roberto Latini
Roberto Latini

Note di regia “I giganti della montagna”:

Terzo dei miti moderni di Pirandello.Dopo il religioso “Lazzaro” e il sociale “La Nuova Colonia”, I Giganti della Montagna è il mito dell’arte. Rappresentato postumo nel 1937, è l’ultimo dei capolavori pirandelliani ed è incompleto per la morte dell’autore.
La vicenda è quella di una compagnia di attori che giunge nelle sue peregrinazioni in un tempo e luogo indeterminati: al limite, fra la favola e la realtà, alla Villa detta “la Scalogna”. Non aggiungerò parole alla trama, ma voglio dire di altre possibilità che vorrei assecondare.
La più importante è rispetto al fascino del “non finito”, “non concluso”; all’attrazione che ho sempre avuto per i testi cosiddetti “incompiuti”. Sono così giusti rispetto al teatro: l’incompiutezza è per la letteratura, per il teatro è qualcosa di ontologico.
Trovo perfetto per Pirandello e per il Novecento che il lascito ultimo di un autore così fondamentale per il contemporaneo sia senza conclusione. Senza definizione. Senza punto e senza il sipario di quando c’è scritto – cala la tela.
Voglio rimanere il più possibile nell’indefinito, accogliere il movimento interno al testo e portarlo sul ciglio di un finale sospeso tra il senso e l’impossibilità della sua rappresentazione.
I Giganti della Montagna è un classico che penso si possa permettere ormai il lusso di destinarsi ad altro possibile.
Dopo le bellissime messe in scena che grandi registi e attori del nostro Teatro recente e contemporaneo ci hanno già regalato, penso ci sia l’occasione di non resistere ad altre tentazioni.
Provarci, almeno. La compagnia di attori che arriva alla Villa della Scalogna sembra avere, in qualche forma, un appuntamento col proprio doppio.
Cotrone e Ilse stanno uno all’altra come scienza e coscienza, gli stessi Giganti, mai visti o vedibili, sono così nei pressi di ognuno da potersi sentire come proiezioni di sé.
Voglio immaginare tutta l’immaginazione che posso per muovere dalle parole di Pirandello verso un limite che non conosco. Portarle “al di fuori di tempo e spazio”, come indicato nella prima didascalia, toglierle ai personaggi e alle loro sfumature, ai caratteri, ai meccanismi dialogici, sperando possano portarmi ad altro, altro che non so, altro, oltre tutto quello che può sembrare. Le parole, le parole, le parole! sono queste il personaggio che ho scelto.
Se i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo, per andare appena oltre, per provarci almeno, devo muovere proprio da quelli.

R. L.

Per maggiori informazioni > http://teatrovascello.it/2017-2018/schede/giganti-della-montagna.htm

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Roberto Latini e l’incanto di Fortebraccio Teatro Intervista all'attore-performer e regista fondatore della compagnia teatrale Fortebraccio.

L’opera in fieri di Roberto Latini è la testimonianza pulsante di come la grandezza dell’attore non si risolva solo nella techne drammatica ma risieda piuttosto in quell’invisibile quanto vitale abilità di cospirare in simbiosi con la scena passata e con quella coeva. In questa dialettica incessante si pone il lavoro di ricerca a cavallo fra i secoli teatrali, una continua tensione artistica che rende Roberto Latini mezzo di trasmissione ed espressione stessa di una immaginazione poetica che si rigenera nel paradosso dell’eterno ritorno del classico. Nel foyer del Teatro Vascello in Roma l’abbiamo incontrato  per rivolgergli alcune domande intorno alla poetica artistica che da anni lo sospinge sui palcoscenici di tutta Italia insieme a Max Mugnai e Gianluca Misiti, componenti della compagnia Fortebraccio Teatro.

 

Roberto Latini canticodeicantici

 

Quali sono le condizioni e le suggestioni artistiche con cui concepisci il tuo lavoro di attore e di regista? Quali i sentimenti che ti spingono alla creazione teatrale ?

La mia condizione di attore parte dalla mia condizione di spettatore. La mia disposizione è rispetto al fatto che il teatro ha una capacità unica per cui quando siamo in una platea di cento o mille persone, siamo noi a essere convocati, ammessi e reclamati. Io so da spettatore che il teatro mi dà l’occasione di essere a tu per tu e lo so anche da attore.    Si tratta di creare una relazione singola con ogni persona che arriva a quell’appuntamento che è lo spettacolo, noi compresi. Lo spettacolo è una proposta, non è la proposta della mia verità, non siamo spacciatori di teatro e non abbiamo l’acqua da dare agli assetati. Siamo piuttosto nella possibilità di avere a che fare con questa meraviglia che è il teatro, il quale non è effettivamente l’oggetto in questione, né tantomeno l’obiettivo.

Rispetto alla creazione teatrale a me non sembra mai di cominciare, credo che siamo in un continuum e dico siamo perché il mio essere artistico non ha bisogno di chiudersi. Normalmente il regista non è in scena, vede il lavoro quando è in produzione. Io invece non lo vedo mai, lo sento da dentro controllando costantemente la temperatura dello spettacolo. La temperatura è un concetto importante. La temperatura dello stare insieme, quella del mio corpo durante lo spettacolo e quella dello spettatore perché tutto di me arriva fino alla platea.  In questo momento, dopo tanti anni di domande rispetto alla drammaturgia e a quale senso tra i vari sensi usare, credo che forse il più importante sia il sesto senso. Il Senso, cioè il capire cosa privilegiare. Ora siamo semplicemente nella conquista di un’aspirazione che è quella della bellezza, in un senso il più possibile esteso. Una cosa non deve essere bella, deve essere nell’aspirazione della bellezza, come la poesia, la poesia è il suo stesso tentativo.

foto di Simone Cecchetti

 

Nei tuoi spettacoli si avverte una voluta incompiutezza rispetto alla quale lo spettatore può intervenire nel montaggio dei segni. Quanta apertura e libertà, dalle prove fino alla scena, concedi a te e agli attori con cui lavori?

Le persone con cui lavoro sono nella libertà del proprio sentire, sanno però che quello che stiamo facendo ha il limite di credibilità dettato dall’essere dentro un patto. Il teatro non è una convezione, è un patto appunto che stabiliamo noi e voi. Se io dico che sono il principe di Danimarca voi non potete dire di no. Non è convenzione il patto, ha a che fare col gioco, quello serio. Tanta gente non va a teatro perché non ha voglia di giocare, tanti non sono capaci perché hanno smesso di giocare e non se lo concedono più. Anche tante delle persone che fanno teatro non se lo permettono, invece con le persone che scelgo e che, a loro volta, scelgono me siamo come bambini nel cortile ci scegliamo e giochiamo seriamente a metamorfizzarci. Per un po’ mi sono chiesto se gli attori vanno in scena o se essi stessi ci si mandano: sono io che mi metto in scena e sono io che vado a cercare me stesso in scena?  La questione invece è più piccola e forse per questo è più bella. Per me non c’è nessuna verità: nessuno ha la definizione del teatro vera e unica, teatro vuol dire una cosa diversa per ognuno di noi, questo è l’evviva che ci porta a essere insieme. Cosa resta dello spettacolo se non ciò che ognuno di noi si porta via? Ogni spettacolo che succede ogni sera non c’è più se non presso chi ne ha preso parte.

Ne I Giganti della montagna quali sono state le motivazioni che ti hanno indotto a immaginarti solo in scena? Forse è possibile interpretare quella solitudine scenica come il riverbero opaco di una intima condizione esistenziale?

Quando sono in scena in realtà non sono mai solo, c’è sempre qualcuno che fa lo spettacolo con me, anche fisicamente. Accende le luci, mette le musiche, mi parla fino a un momento prima dello spettacolo.  Mi riferisco a Gianluca Misiti che non è solo l’autore delle musiche ma è molto di più: è lo sguardo da fuori. Quando sono in prova mi rivolgo costantemente a lui e questo dialogo apre un doppio piano, quello del vedere e del sentire. Ho costantemente bisogno di condividere e in questo Gianluca è il mio primo complice. È prezioso che Gianluca e Max Mugnai non siano attori. Max particolarmente è un tecnico puro e se potesse non metterebbe neppure piede sul palco eppure ha visto così tanto teatro da capire se una cosa ha le capacità o meno. Accade spesso che sono da solo ma accade per una condizione produttiva. Nel caso de I Giganti della montagna il motivo per cui sono solo in scena non è perché ho pensato di fare io tutti i personaggi, ma perché ho pensato di non farne alcuno e l’unico personaggio che ho immaginato effettivamente di essere sono solo le parole di Pirandello. Aggiungere in precedenza Federica Fracassi è stato un tentativo di mettere in scena questo lavoro, ma lei è talmente perfetta nel fare Ilse che mi ha costretto ad essere ogni volta un personaggio diverso per permettermi di avere una relazione con la sua Ilse, non era quello che cercavo. Cercavo di non avere nessun personaggio. Ora che lo spettacolo è conclamato nella solitudine di questo unico, di questo nessuno in realtà, credo che fosse giusto così.

Nel 2015 hai ricevuto il premio dell’Associazione Nazionale dei Critici di Teatro, come vivi il rapporto con la critica?

Ci sono spettatori professionisti che talvolta perdono la capacità di avere a che fare col teatro. Ho il massimo rispetto per ogni persona che fa il proprio lavoro e alcuni critici lo fanno egregiamente; ciò non toglie che la mia personale opinione è che non ci siano destinazioni e che, spesso, le recensioni vengano lette solo dalle persone di teatro e non hanno più valore di ciò che ha visto una signora andata a teatro quella sola sera. I premi fanno piacere, certo, restituiscono qualcosa però non rappresentano la questione nevralgica. La questione è se c’è un’aderenza al proprio sé. Riuscire a mettere in comunicazione questo sé con tanti altri forse è bello o forse no, non lo so e se lo sapessi forse avrei già smesso. Aldilà delle belle critiche e dei bei premi, l’essenziale è mantenersi nell’incanto del teatro. L’obiettivo è produrre un’occasione teatrale. Il teatro accade e non accade solo per merito di chi sta sul palco, avviene attraverso la partecipazione e la capacità degli spettatori rispetto allo spettacolo che viene proposto. In merito a questo, ci sono molti spettacoli che menzionerei nel curriculum talmente sono stato partecipe, mi sento di averli davvero fatti, dove fare è nell’accezione completamente esplosa dove c’è il dire, il sentire e c’è l’esserci.

Quali sono i consigli che daresti a dei giovani teatranti rispetto alle diverse opportunità formative da poter intraprendere?

La cosa difficile per i giovani è fidarsi di sé stessi: questa è l’unica cosa che ha davvero valore. Se si frequenta la stessa scuola, nello stesso triennio, ognuno esce in modo diverso da quello stesso percorso. Ognuno ha la propria strada. Le scuole servono ad attivare delle questioni e a insegnare, ovviamente – mi riferisco a qualcosa più in là della dizione, respirazione, etc. Questi sono tutti strumenti che un attore dovrebbe saper gestire. Tutto passa attraverso la singola capacità di ciascuno di noi, non c’è regola, o forse ce n’è una per ogni attore. Ai giovani attori direi di fidarsi di sé stessi e di non credere agli spacciatori di teatro.

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#RassegnaStampa: Il Cantico dei Cantici di Fortebraccio Teatro

Durante la XX edizione del Festival Inequilibrio ha avuto luogo il debutto nazionale dello spettacolo “Il Cantico dei Cantici” prodoto da Fortebraccio Teatro. Abbiamo realizzato una rassegna stampa delle recensioni relative allo spettacolo, pubblicate sulle principali webzine e blog di critica teatrale.

“Non ho tradotto alla lettera le parole, sebbene abbia cercato di rimanervi il più fedele possibile. Ho tradotto alla lettera la sensazione, il sentimento che mi ha da sempre procurato leggere queste pagine. Ho cercato di assecondarne il tempo, tempo del respiro, della voce e le sue temperature. Ho cercato di non trattenere le parole, per poterle dire, di andarle poi a cercare in giro con il corpo, di averle lì nei pressi, addosso, intorno. Ho provato a camminarci accanto, a prendergli la mano, ho chiuso gli occhi e, senza peso, a dormirci assieme”. (Roberto Latini)

 

RASSEGNA STAMPA :

• Mario Bianchi, “Krapp’s Last Post” :

“Latini, sbarazzatosi di tutte le sovrastrutture, si presenta come è, sfatto e dolorosamente madido di sudore, a ricordarci, forse, che l’amore assoluto – sia che venga trasfuso per un altro essere umano, o che sia rivolto al divino – richiede uno sforzo e una dose totale di abnegazione tale a renderlo sacro, come sacro è quel teatro capace di trasmettere tutto questo.” (LEGGI)

• Graziano Graziani, “minima et moralia” :

“La voce di Latini – l’ultimo degli attori “romantici” e certamente il più credibile – è in grado di guidarci con sapienza nel Cantico, di toccare le corde di quell’emozione pura che appartiene alla stagione della vita di cui ci si affaccia per la prima alla vita adulta e all’amore, dove il presente è una declinazione della gioia poiché futuro è sinonimo di possibilità.” (LEGGI)

• Paolo Randazzo, “Dramma.it” :

“[…]si parla dell’amore che ci cura e ci ammala allo stesso tempo, che ci salva e ci tiene in vita perché, lui sì, è più forte della morte. Ecco, forse, il senso profondo di questo spettacolo e non era affatto superfluo ribadirlo con la cruda verità della poesia e di un corpo teatrale che dalla poesia sa farsi possedere senza ritegno.” (LEGGI)

• Silvia Maiuri, “Il Pickwick” :

“Tutto è onirico in senso stretto: la visione deriva da un sogno, ancora una volta personale, lontano da noi. Questa distanza concettuale di Latini che, nell’invitarci a non “far caso a chi parla” impone la sua esperienza, unica e profonda con un’estetica curata fino al risultato estremo di rendere materia le emozioni […]” (LEGGI)

• Francesca Pierri, “Teatro e Critica” :

“Latini separa la voce come separa il cantico, non lo segue nel suo ordine naturale, più volte la descrizione ricomincia da com’era finita, più d’una volta ciò che si descrive è un particolare esplicito relativo a una fisicità mancante, ma al tempo stesso sempre identificabile nell’assenza totale di qualcun altro. L’attore è un androgino sgargiante, presenta […]” (LEGGI)

• Caris Ienco, “Persinsala” :

In scena è difficile riconoscere Roberto Latini sotto il trucco. Una parrucca un po’ scarmigliata con capelli neri e lunghi, labbra rosso ciliegia. Una panca, una consolle radiofonica e una luce soffusa. Basta questo e Il Cantico dei Cantici può cominciare. Comincia con la vibrazione dello strumento-voce che Latini modula per irretire, conquistare, respingere o affascinare. (LEGGI)

• Tessa Granato, “Fermata Spettacolo”

“La progressione emotiva è suadente nella sregolata trasposizione per la scena dei versi ambrati, quieti e soffici del Cantico dei Cantici, attribuiti a re Salomone, ma più probabilmente frutto di un estinto poeta senza nome. Impeccabile il viaggio dall’illusione di essere in grado di gestire la passione, alla rovina sublime dell’abbandono; dall’auto controllo al denudarsi di logiche e strategie distaccate.” (LEGGI)

• Fernando Marchiori, “Ateatro”

“Innestando la meraviglia inarrivabile del Cantico dei Cantici su una parodia della Voix humaine di Jean Cocteau, Roberto Latini ha composto un canto d’amore toccante e disperato, proprio in quanto la sua bellezza dilacerata è fatta emergere, a strappi, dalla dialettica di sublime e grottesco.” (LEGGI)

 

IL CANTICO DEI CANTICI
adattamento e regia Roberto Latini
musiche e suoni Gianluca Misiti
luci e tecnica Max Mugnai
con Roberto Latini
organizzazione Nicole Arbelli
foto Fabio Lovino
produzione Fortebraccio Teatro
con il sostegno di Armunia Festival Costa degli Etruschi
con il contributo di
MiBACT
Regione Emilia-Romagna
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