Scritture

SCRITTURE, scuola di drammaturgia diretta da Lucia Calamaro

Dalla collaborazione tra cinque istituzioni teatrali di altrettante regioni  nasce una scuola di drammaturgia diretta da Lucia Calamaro.  Scadenza del bando: 10 aprile 2021.

In un periodo di crisi senza precedenti per il mondo dello spettacolo, cinque importanti istituzioni  teatrali sfidano il silenzio imposto dalla pandemia e fanno squadra, lanciando una scuola di drammaturgia pensata per formare le voci di domani e diretta da una delle autrici più originali di oggi, Lucia  Calamaro.

A farsi carico del progetto è Riccione Teatro, l’associazione che organizza lo storico  Premio Riccione per il Teatro, concorso di drammaturgia nato nel lontano 1947 quando, proprio come oggi, l’Italia cercava faticosamente di rilanciarsi puntando sulla cultura.

In questa nuova impresa  l’associazione romagnola è affiancata da Teatro Stabile di Bolzano, Teatro della Toscana, Teatro Bellini di Napoli e Sardegna Teatro, partner prestigiosi uniti in una rete che collega Nord, Centro,  Sud e isole mettendo a sistema territori di creatività disseminati per l’Italia. 

Scritture”, al plurale: questo è il nome della nuova scuola, a sottolineare l’importanza del lavoro  drammaturgico, di qualsiasi natura, nel processo teatrale. Aperta a quindici partecipanti da selezio nare tramite concorso, la scuola sarà itinerante, con appuntamenti in tutte le sedi dei partner (Bolza no, Napoli, Toscana, Sardegna e Riccione) dal 24 maggio al 21 novembre 2021: otto settimane piene,  da lunedì a domenica, intervallate da periodi di lavoro individuale.

I destinatari sono persone di ogni età: autori e autrici, ma anche professionisti e professioniste con un background drammaturgico, attoriale, registico, coreutico o performativo, che siano usciti da una scuola teatrale da almeno due anni  o abbiano cinque anni di pratica sul campo, e che vogliano affinare la loro capacità di scrittura con un corso di livello avanzato.  

Sensibile alle scritture più originali e internazionale per vocazione, Lucia Calamaro accompagnerà  ogni studente nella stesura di un nuovo testo, aiutando ciascuno a sviluppare in autonomia le proprie idee e il proprio stile. Nel farlo, non restringerà il campo di interesse degli allievi, ma allargherà  le loro letture in direzione di linguaggi diversi da quello teatrale e sottoporrà ogni lavoro alla prova  suprema, la restituzione orale.

Per allenare la scrittura dei partecipanti, si avvarrà quindi di due tipi  di collaborazioni: quella di altre autrici e autori, non necessariamente provenienti dal mondo della  scena, e quella di interpreti in grado di dare voce al testo scritto. L’esito finale del percorso, scandito  da lezioni, masterclass e prove, sarà la presentazione pubblica dei testi, in una serie di mise en espace

Il bando di concorso e il modulo d’iscrizione sono disponibili sul sito www.riccioneteatro.it.

Per accedere alle selezioni, entro il 10 aprile va inviata all’indirizzo scuola@riccioneteatro.it un’email con oggetto “Scritture 2021” e i seguenti allegati: il modulo d’iscrizione compilato; il curriculum; una fotografia; un’autobiografia discorsiva con cui presentarsi in modo originale a Lucia Calamaro; un breve dialogo sul “niente” per mostrare il proprio stile; se hanno già scritto una drammaturgia, i candidati  possono inoltre aggiungere un estratto di due pagine (facoltativo).

Sulla base di queste candidature, verrà effettuata una prima scrematura, cui seguirà un’audizione al Teatro della Pergola di Firenze (28- 30 aprile) per definire le candidate e i candidati ammessi. La scuola avrà un costo contenuto: 250 €  di quota e 50 € di spese di segreteria. L’ospitalità nelle diverse sedi di lezione sarà a carico dell’organizzazione; restano a carico dei partecipanti i costi di trasferimento. Viste le limitazioni legate alla  pandemia, il calendario delle selezioni e delle lezioni potrebbe subire delle variazioni, che saranno in ogni caso comunicate per tempo. 

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Emanuele Aldrovandi

Autore e rappresentante di una nuova generazione teatrale. Intervista al drammaturgo Emanuele Aldrovandi

Di Emanuele Aldrovandi, emiliano classe 1985, possiamo senza dubbio asserire che sia uno fra gli autori più talentuosi nel panorama drammaturgico italiano under 35. Giovane certo, ma già con tanti testi pubblicati e premi vinti lungo il suo cursus honorum, fra cui ricordiamo il più importante riconoscimento italiano per la nuova drammaturgia il “Premio Riccione Pier Vittorio Tondelli”, conquistato nel 2013 con Homicide House.

Aldrovandi, rappresentante autorevole di una nuova generazione di drammaturghi sia per i temi sia per le forme drammaturgiche originali utilizzate, nel 2015 è finalista al “Premio Riccione” e al “Premio Scenario” con Scusate se non siamo morti in mare, al “Premio Testori” con Allarmi! e vince il “Premio Hystrio” con Farfalle. Sempre con Farfalle, nel 2016 vince il Mario Fratti Award. Fra le sue ultime opere citiamo Isabel GreenNessuna pietà per l’arbitro, Il Generale. I suoi testi sono pubblicati in Italia da CUE Press e sono tradotti in inglese, tedesco, francese e catalano.

Si occupa anche di insegnamento, tenendo da anni un corso di scrittura a Reggio Emilia con il Centro Teatrale MaMiMò e collaborando con vari enti di formazione fra cui Residenza Idra, Accademia Perduta e la Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi.

Emanuele Aldrovandi
Emanuele Aldrovandi

Da dove parti per scrivere un testo?

Mi verrebbe da dire che ogni volta è diverso, ma dovendo trovare un filo conduttore credo che finora le idee siano quasi sempre nate da pensieri, problemi, paradossi, sentimenti o situazioni reali a cui non riuscivo a trovare una soluzione. L’invenzione di storie e personaggi mi serve per dare forma a qualcosa di complesso che non potrei esprimere in nessun altro modo e che, in un certo senso, scopro e approfondisco proprio attraverso quelle storie e quei personaggi. Questo vale anche quando lavoro su “commissione”, cerco sempre di essere sincero con i miei dubbi.

Come capisci di essere arrivato alla stesura definitiva?

Le dead-line. All’inizio erano le esercitazioni all’Accademia, poi le scadenze dei premi e dopo, quando i miei testi hanno cominciato a essere messi in scena, i debutti. Mi dicevo: “Lo puoi cambiare fino al giorno del debutto”. Poi però andavo alla prima e mi veniva voglia di spostare ancora una parola o invertire una frase. Ho dovuto metterci un limite. Le pubblicazioni e le traduzioni sono molto efficaci: quando vedo un testo pubblicato o tradotto in una lingua che non conosco mi dico “Ok, adesso non ci puoi fare più niente”.

Racconti storie fortemente connesse con il presente: credi che il teatro possa avere un impatto sulla società?

No. Almeno non in modo diretto e immediato. Perché il teatro non è più la “piazza” della nostra società. Gli spettacoli che vogliono “sensibilizzare”, “scandalizzare” o “muovere” infatti mi fanno sempre un po’ pena, perché in generale vengono visti quasi solamente da pubblico già sensibilizzato, già scandalizzato o già mosso e questo ovviamente non incide affatto sulla società, è solo un tipo di intrattenimento diverso da quello mainstream. Io però credo fortemente nell’impatto che l’arte drammatica può avere sul futuro, perché il teatro è uno dei pochi luoghi in cui le persone possono prendersi il tempo di andare in profondità di qualcosa.

E più la nostra vita diventerà un susseguirsi continuo di situazioni e stimoli parcellizzati, più sarà raro e cruciale riuscire a ritagliarsi degli spazi di profondità, in cui il contesto ti obbliga a lasciare il cellulare in tasca, a non parlare con nessuno e a immergerti in quello che sta succedendo. Per questo credo che il teatro continuerà a essere necessario.

Cosa vorresti che dicesse un tuo lettore o spettatore dopo aver letto o visto rappresentato un tuo testo?

Io vorrei che le persone uscissero arricchite nella complessità del ragionamento. Non perché “sanno più cose”, ma perché le hanno viste da punti di vista che non si aspettavano e questo le ha fatte pensare. Vorrei rompere le sinapsi incrostate che limitano il nostro modo di vedere la realtà e che ci portano a semplificare, a creare dicotomie e avere pregiudizi. Questo, rispondendo anche alla domanda di prima, non ha un impatto sul presente, ma può averlo sul futuro.

Come ti rapporti alle messe in scena dei tuoi testi? Segui le prove?

Soffro. Ma col tempo ho imparato a soffrire con distacco. Seguo le prove il meno possibile. Cerco di rispondere a tutte le domande che mi vengono fatte e che possono servire per la riuscita del lavoro, ma in generale credo sia giusto che l’autore faccia un atto di fiducia nei confronti del regista e degli attori. Poi in realtà ogni progetto è diverso per cui la vera risposta è: dipende.

Insegni drammaturgia alla Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi e al Centro Teatrale MaMiMò: come si insegna a scrivere? Ci sono delle regole imprescindibili per comporre un testo teatrale?

In campo artistico le regole servono solo per poter essere infrante. Però bisogna conoscere il materiale di cui è composta la cosa che si vuole infrangere, altrimenti si finisce nel ridicolo. Credo che il compito di una scuola sia offrire sguardi competenti e profondi che possano arricchire i percorsi degli allievi, ma ogni percorso è diverso e non c’è niente di imprescindibile.

Quali sono i tuoi drammaturghi contemporanei preferiti, italiani e stranieri?

Italiani Paravidino, Carnevali e Santeramo. Stranieri Mayorga. Se invece di “preferiti” (termine che obbliga a un sintesi) mi avessi chiesto quali sono quelli che “mi piacciono” avrei fatto un elenco molto più lungo: credo che la drammaturgia italiana stia vivendo un momento molto florido di cui forse ci si renderà conto compiutamente solo fra qualche anno.

 Se bruciassero tutti i libri del mondo e ne potessi salvare solo uno, quale sceglieresti?

I fratelli Karamazov.

Sei tra i giovani drammaturghi italiani più premiati. Secondo te cosa serve al teatro in questo momento?

Che la qualità conti più della quantità. Che i numeri siano il mezzo e non lo scopo. Che gli organizzatori siano al servizio degli artisti e non viceversa.

Prossimi progetti?

Andare a New York a maggio a vedere la produzione americana di Farfalle/Butterflies (sarà in scena per due settimane al The Tank Theater). Finire di scrivere un testo per la prossima stagione per Marco Plini che ogni tanto mi chiama minaccioso: “Allora, stai a lavorà a ‘sto testo o no?”. Ultima cosa, ma non in ordine di importanza: dedicarmi alla regia, sia a teatro (la prossima stagione metterò in scena Farfalle, sarà la mia prima regia), sia al cinema (ho appena finito di girare un cortometraggio e sto scrivendo una sceneggiatura per un lungo).

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Il Generale al Brancaccino di Roma. Intervista al drammaturgo Emanuele Aldrovandi

In vista del debutto dell’8 e del 9 Marzo al Teatro Brancaccino in Roma de Il Generale diretto da Ciro Masella, con Giulia Eugeni, Eugenio Nocciolini e Ciro Masella, intervistiamo l’autore teatrale Emanuele Aldrovandi per analizzare le tematiche trattate nello spettacolo a partire dalle origini creative del testo scritto dal drammaturgo emiliano le cui parole ci offrono numerosi spunti di riflessione per ragionare secondo una prospettiva comparativa sugli sviluppi della drammaturgia contemporanea in Italia e in Europa.

Dopo essere stata vittima di numerosi attacchi terroristici, una potenza mondiale invade militarmente un piccolo stato considerato responsabile degli attentati, ma il generale che comanda la “missione di pace” si comporta, fin dal suo arrivo, in modo imprevisto: chiuso fra le quattro mura del suo ufficio impartisce al sottoposto ordini apparentemente contraddittori che in un parossismo di distruzione portano all’annientamento del suo stesso esercito. Qual è la genesi della drammaturgia “Il Generale” e qual è stato il processo creativo dall’inizio della stesura del testo fino alla messinscena?

L’opera è nata come prima bozza di scrittura nel 2010 quando frequentavo la Paolo Grassi come esercizio di un corso all’interno dell’Accademia. Ovviamente aveva una forma molto diversa rispetto al testo attuale perché negli anni l’ho riscritta e cambiata. Nel mezzo ha vinto alcuni premi e ha avuto qualche studio e mise en espace e questo mi ha dato l’occasione di cambiarla. Dopo era lì già codificata ed il fatto che Ciro Masella l’avesse letta e avesse voluto metterla in scena mi ha dato lo stimolo per chiudere il processo di scrittura.  

Parlando e confrontandomi con lui sono arrivato a una versione definitiva quindi in realtà è una scrittura che è andata avanti sei anni a partire dal suo nucleo originale del 2010 e cambiando alcune cose fino a quando ha debuttato. L’idea di questa storia, senza fare spoiler, nasce dalle vicende di un generale pacifista che sceglie di combattere la guerra con le stesse armi di chi fa la guerra. Questa idea mi è venuta nel 2002 quando, dopo gli attacchi dell’11 settembre e dopo le guerre americane in Afghanistan e in Iraq. Io ero in seconda liceo e sono andato coi miei compagni di classe a manifestare contro le guerre americane in una manifestazione pacifista.  

Durante la manifestazione hanno messo la canzone Contessa dei Modena City Ramblers che diceva: ”Ma se questo è il prezzo vogliamo la guerra vogliamo vedervi finire sottoterra”. Tutti coloro che erano lì per manifestare per la pace hanno cantato vogliamo la guerra. Quindi ho pensato che per far smettere di uccidere chi uccide bisogna ucciderlo quindi per far smettere le guerre c’è bisogno di fare un’altra guerra e questo mi è rimasto in testa. Poi c’è stata l’occasione di scrivere questo testo che era nato come commedia ma poi ha preso un tema, come le migliori commedie da Molière in poi, molto profondo nonostante sia trattato in maniera molto divertente. Il tema è come ci si rapporta con ciò che vogliamo combattere, lo si combatte con le stesse armi o si combatte con con altre armi?  Quali armi? A livello tematico questo è il punto di partenza del testo.

Il Generale affronta alcuni temi centrali dell’attuale situazione internazionale, come il terrorismo, o il presunto “scontro di civiltà”, e racconta con linguaggio tragicomico il paradosso di un pacifista che sceglie di sconfiggere la violenza della guerra con una violenza ancora più cieca, estrema e radicale. Nello spettacolo “Il Generale” sono ravvisabili due piano tematici da una parte il potere che prospera sul servilismo ottuso – come scrive Matteo Brighenti – e dall’altra lo zelo cieco al potere dei sottoposti. Riconosci come valida questa chiave interpretativa?

In molti fanno notare l’aspetto dell’ottusità potere e del servilismo dei soldati: in effetti è questo il doppio piano perché se da un lato c’è un uomo che crede di essere illuminato e di aver avuto un’idea rivoluzionaria che fa del bene al mondo ma la mette in pratica in un modo delirante e in questo c’è anche il dramma di un personaggio che si crede buono e che pensa di fare una cosa giusta ma soffre molto per come vanno le cose. È un personaggio che credo abbia lo spessore tragico ma quello è molto merito di come l’ha reso Ciro, bravissimo a interpretare il generale.

Dall’altro canto c’è anche una linea tematica rispetto alle dinamiche di potere per cui come è possibile che un uomo che dà ordini di potere dica dalla prima scena di regalare i mezzi corazzati ai nemici e che mandi i suoi soldati a fare le missioni in cui è evidente che verranno uccisi. Il Generale riesce a convincere il tenente a dare questi ordini e i soldati ad andare a morire quindi l’altro piano che è parallelo a questo è sul potere e sull’ottusità dei sottoposti. Come se in cima alla piramide ci fosse una persona che dà ordini senza senso che portano alla morte dei sottoposti, in questo contesto la piramide stessa e la struttura gerarchica fa sì che le persone siano obbligate o convinte a seguire gli ordini e questa è una delle espressioni di come l’ottusità dei sudditi favorisca i sovrani sanguinari.

Penso che al giorno d’oggi sia un tema abbastanza attuale. Al Generale non interessa questa dinamica di potere né questo desiderio di esercitarlo ma lo utilizza per un fine che per lui è più alto: quindi c’è sia il dramma di un personaggio che cerca un fine più alto sia quella dinamica di potere che funziona perché gli altri la riconoscono.

Che rapporto professionale hai instaurato con Ciro Masella? Quali sono le impressioni rispetto al suo lavoro registico?

Il rapporto con Ciro è stato fondamentale perché il testo era il frutto di varie altre riscritture e quindi confrontandomi con lui sono riuscito a definirlo in maniera compiuta in questo senso è stato molto utile anche il confronto col suo sguardo registico.

Per quanto riguarda lo spettacoli sono soddisfattissimo e lo considero molto bello anche grazie agli altri due attori Giulia Eugeni e Eugenio Nocciolini. Ciro è stato bravissimo a livello interpretativo e credo che abbia diretto anche molto bene i due attori perché comunque ha una cifra molto chiara e molto specifica, coerente con sé stessa e con il testo e anche gli attori lo seguono nella sua scelta interpretativa e registica. Inoltre mi piace moltissimo la scenografia di Federico Biancalani che rende molto bene le atmosfere dello spettacolo.

Il rapporto è stato molto bello anche rispetto all’idea che ha avuto Ciro di come rendere il finale attraverso una scelta registica che considero molto poetica e molto suggestiva. Quando l’ho visto la prima volta ho pensato che fosse molto bello e che Ciro fosse stato molto bravo. Spero che lo spettacolo abbia l’occasione di girare tanto e che abbia lunga vita.

Parlando di drammaturgia, vorrei riflettere in particolare sulla tua figura di drammaturgo e sulla tua storia professionale segnata dalla vittoria nel 2013 del premio Tondelli indetto da Riccione teatro e più in generale capire i problemi attuali e le prospettive future della Drammaturgia contemporanea.

Per quanto riguarda me io sono contento di riuscire a fare l’autore teatrale, quando ho iniziato non era affatto scontato. Sicuramente il Premio Riccione è stato uno spartiacque perché mi ha dato la possibilità di farmi conoscere da più persone e anche il lavoro costante con la compagnia MaMiMò quando facevo l’accademia è stato molto importante perché mi hanno fatto lavorare prima che vincessi i premi e altri riconoscimenti e quindi è stato un modo per cominciare a fare teatro durante l’ultimo anno di Accademia, in modo tale da non essere mai in quel limbo tra formazione e lavoro.

Anche l’impegno e il sacrificio oltre alla fortuna sono fattori importanti. Quest’anno ho iniziato ad insegnare al primo anno della Paolo Grassi e la cosa che dico e che penso sia vera è che bisogna sempre impegnarsi. Io negli ultimi dieci anni non ho fatto altro se non dedicarmi al Teatro e alla scrittura. Sì, c’è la fortuna e l’occasione di vincere i premi ma anche la costanza del lavoro perché in realtà se vinci il premio sei per poco nell’occhio dell’attenzione delle persone.

Io ricorderò sempre ciò che mi ha detto Fausto Paravidino ridendo alle 23.55 duranta la serata finale della premiazione del premio Riccione: “Goditi questi cinque minuti in cui hai vinto il premio perché fra 5 minuti nessuno si ricorderà più niente delle cose che hai scritto” . In realtà Fausto è stato uno di quelli che mi ha più aiutato e supportato. Quello che mi ha detto è vero perché l’attenzione finisce dopo poco e quindi la cosa fondamentale è la costanza del lavoro. Io credo che sia importante cercare di scrivere cose belle che abbiano un’importanza per te. Io cerco di scrivere cose che abbiano importanza e valore per me e quindi se poi queste cose hanno anche un valore importante per gli altri è un bene perché l’obiettivo principale non è mai quello di fare questo lavoro a tutti i costi ma di fare cose che mi piacciono.

Se le cose che mi piacciono mi permettono di fare questo lavoro e piacciono anche agli altri bene quando questo non succederà più troverò altre strade. Non ci sono attaccato per forza con le unghie perché penso che questo attaccamento nel voler lavorare per forza porta la gente a fare delle cose brutte e penso che le cose brutte non fanno bene al teatro e a chi le fa. In questo momento i miei testi stanno cominciando ad andare all’estero e di questo sono contentissimo perché scrivo in italiano ma mi fa piacere in un certo senso essere un drammaturgo europeo legato a vari progetti che mi permettono di far girare i miei testi in tutta Europa. Spero che si possa continuare così.

Per quanto riguarda la drammaturgia, io credo che negli ultimi 10-15 anni, dopo la fine del Novecento, soprattutto in Italia, ci sia stato un abbandono della scrittura e della figura dell’autore in favore di strutture più partecipate. Forse solo il teatro inglese ha espresso autori di un certo calibro che hanno avuto un ruolo importante nella scena mondiale. In Italia c’è stato quasi un buco non tanto per la mancanza di autori bravi quanto per la mancanza di un desiderio sia delle politiche culturali sia del pubblico rispetto alla scrittura. Io credo che negli ultimi anni ci sia un interesse forte soprattutto nel pubblico e lo vedo nei miei lavori ma anche nei tanti lavori di drammaturgia contemporanea che ci sono in scena e credo che il pubblico abbia voglia e un desiderio di sentire nuove narrazioni e di sentirsi rappresentato, di vedere costruiti e ricostruiti in un teatro i conflitti, i dubbi, i problemi e le dinamiche del mondo. Anche gli organizzatori e chi produce teatro si sta rendendo conto di questa cosa e si sta adattando.

La cosa che però deve migliorare e che ogni volta dico perché per me è molto importante è da un lato il fatto che non si può continuare a mettere la drammaturgia contemporanea in rassegne a parte cioè io odio e non sopporto più e credo che sia sbagliato e offensivo continuare a mettere la drammaturgia in “altra scena” in “altre proposte off” ma deve essere allo stesso livello delle altre proposte artistiche a partire dalla grafica delle locandine, di come vengono costruiti gli abbonamenti e di come vengono pensate le stagioni dei teatri.

Perché il rischio è che il pubblico si convinca che questo sia qualcosa di altro rispetto al teatro, ed accade soprattutto in Provincia. Questo per fortuna non succede spesso nelle grandi città come Milano, Bologna o Roma in cui questa pratica è sdoganata però ci sono molti altri teatri in cui questa cosa è all’ordine del giorno. Anche nei teatri di provincia vorrei che ci fosse un classico di Shakespeare come tutti gli anni nel cartellone con accanto uno spettacolo di qualsiasi altro autore contemporaneo con la stessa dignità perché il pubblico deve avere la possibilità di essere nelle condizioni di scegliere se una cosa ha valore, non come una proposta di qualcosa che vale meno.

Sicuramente il sistema italiano è registico-centrico, quindi un autore per far mettere un testo in scena deve convincere un regista a lavorarci. In altri paesi come in Germania o in Inghilterra esistono dei comitati di lettura che scelgono testi e poi scelgono il regista giusto in base a quel testo e questo lo vedo infattibile nel breve periodo ma credo che a lungo andare questo si possa fare. In Italia gli unici comitati lettura sono quelli dei premi.

A livello produttivo mi auspico che nel prossimo futuro anche nei grossi teatri italiani ci siano comitati di lettura come nel Royal Court o nei teatri tedeschi a cui arrivano cento testi li leggono tutti e ne scelgono uno e poi decidono di creare una produzione incentrata sul testo non come in Italia dove le produzioni vengono affidate al regista e poi lo stesso regista sceglie cosa fare o magari chiede al drammaturgo di scrivere un’opera di Shakespeare o di fare un’altra cosa. Secondo me ci vorrebbero entrambe le cose perché altrimenti si rischia che molta creatività dei drammaturghi venga persa nel momento in cui non si riesce ad andare in scena. Questo farebbe bene alla nuova drammaturgia ma anche al pubblico che si troverebbe di fronte a cose nuove.

Per approfondire —> Intervista a Ciro Masella a Radio Onda Rossa

Nell’ambito di Spazio del Racconto
rassegna di drammaturgia contemporanea 2017/2018 – III edizione

Teatro Brancaccino 8 – 9 marzo 2018

IL GENERALE

di Emanuele Aldrovandi
regia Ciro Masella
con Ciro Masella, Giulia Eugeni, Eugenio Nocciolini
scena Federico Biancalani
luci Henry Banzi
costumi Micol J. Medda/Federico Biancalani/Ciro Masella
suoni Angelo Benedetti cura di Julia Lomuto riprese Nadia Baldi

Segnalazione speciale per la nuova drammaturgia al Premio Calindri 2010
Testo vincitore del Premio Fersen alla drammaturgia 2013
Selezionato dal Teatro Stabile del Veneto per Racconti di guerra e di pace 2015

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54° Premio Riccione per il Teatro: i vincitori

Sabato 23 settembre, in piazzale Ceccarini, si è celebrata la 54ª edizione del Premio Riccione per il Teatro, manifestazione che pochi giorni fa ha ricevuto la medaglia del Presidente della Repubblica. Nato nel 1947, il più longevo concorso italiano di drammaturgia ha festeggiato i suoi primi 70 anni con una serata-evento presentata da Graziano Graziani (Radio 3) e dall’attrice Silvia D’Amico. Alla serata, culminata con la premiazione dei vincitori del concorso, ha partecipato anche la giuria, presieduta da Fausto Paravidino e composta dallo stesso Graziani e da Giuseppe Battiston, Arturo Cirillo, Emma Dante, Federica Fracassi, Claudio Longhi, Renata Molinari, Laurent Muhleisen e Christian Raimo.

Assegnato con cadenza biennale all’autore di un testo teatrale (in italiano o in dialetto) ancora non rappresentato, il Premio Riccione per il Teatro (5000 euro) è andato quest’anno a Vitaliano Trevisan per Il delirio del particolare. Ein Kammerspiel. Nato a Sandrigo (Vicenza) nel 1960, Trevisan è uno dei più affermati scrittori e drammaturghi italiani e ha già ricevuto una menzione speciale al Premio Riccione nel 2015. Per il teatro ha curato l’adattamento di Giulietta di Federico Fellini e ha scritto, tra gli altri, Il lavoro rende liberi e Solo RH, portati in scena rispettivamente da Toni Servillo e Roberto Herlitzka; di recente ha inoltre adattato Il giocatore di Dostoevskij. Al cinema ha lavorato come attore e sceneggiatore in diversi film, tra cui Primo amore di Matteo Garrone.

Trevisan ha superato gli altri finalisti Carlotta Corradi (Nel bosco), Francesca Garolla (Tu es libre) e Fabio Massimo Franceschelli (Damn and Jammed). Tutti i finalisti restano comunque in gara per un premio di produzione da 15.000 euro, assegnato per favorire la rappresentazione dell’opera presentata in concorso. Franceschelli ha inoltre conquistato la menzione speciale “Franco Quadri” (1000 euro), riservata al testo che meglio coniuga scrittura teatrale e ricerca letteraria. Nato a Roma nel 1963, Franceschelli si alterna tra saggistica e drammaturgia, critica e narrativa. È autore di commedie, monologhi e drammi rappresentati in Italia e all’estero, ed è redattore della rivista di drammaturgia contemporanea Perlascena.

Come accade da molti anni, il concorso – organizzato da Riccione Teatro e dal Comune di Riccione con il sostegno della Regione Emilia-Romagna e di Hera – riserva un riconoscimento a sé agli autori under 30, il prestigioso Premio Riccione “Pier Vittorio Tondelli” (3000 euro). In questa categoria è risultato vincitore Pier Lorenzo Pisano con Per il tuo bene, storia di una famiglia che cerca di superare con leggerezza un momento difficile. Anche questa, come ogni famiglia, ha le sue regole. E si basano tutte sul ricatto d’amore. Nato a Napoli nel 1991, laureato in conservazione dei beni culturali a Venezia, Pisano ha studiato come attore, perfezionandosi alla Guildhall School of Music and Drama di Londra, e ha approfondito il suo interesse per la scrittura teatrale con Michele Santeramo, Stefano Massini e Mark Ravenhill. Ha già ottenuto i primi riscontri come drammaturgo e sceneggiatore (Hystrio e Solinas, tra gli altri) e ha lavorato anche come assistente alla regia e montatore cinematografico. Di recente si è diplomato al corso triennale di regia del Centro sperimentale di cinematografia.

In finale, Pisano ha superato Christian Di Furia (Un pallido puntino azzurro), Riccardo Favaro (Nastro 2), Tatjana Motta (Nessuno ti darà del ladro). I finalisti partecipano anche in questo caso all’assegnazione di un premio di produzione (10.000 euro).

Quest’anno è stato inoltre introdotto un Premio speciale per l’innovazione drammaturgica, assegnato fuori concorso a una personalità capace di aprire nuove prospettive al mondo del teatro. Il premio è andato a Chiara Lagani, attrice e drammaturga ravennate, fondatrice della compagnia Fanny & Alexander. A decidere il vincitore, che sarà protagonista di una personale al prossimo Riccione TTV Festival, è stato un comitato scientifico formato dai critici di quattro riviste: Lorenzo Donati (Altre Velocità), Francesca Pierri e Andrea Pocosgnich (Teatro e Critica), Francesca Serrazanetti (Stratagemmi), Carlotta Tringali (Il Tamburo di Kattrin).

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Pina Bausch a Roma: film-documentario al Teatro Argentina

Lunedì 10 aprile (ore 21) al Teatro Argentina di Roma sarà proiettato in anteprima Pina Bausch a Roma, un film di Graziano Graziani, da un’idea di Simone Bruscia e Andrés Neumann, prodotto da Riccione Teatro in collaborazione con l’Archivio Teatrale Andrés Neumann/il Funaro Centro Culturale di Pistoia. Il periodo romano dell’indimenticabile coreografa tedesca rivive nei racconti inediti di compagni di viaggio come Matteo Garrone, Mario Martone, Vladimir Luxuria, Leonetta Bentivoglio, Cristiana Morganti e Andrés Neumann.

Scomparsa nel 2009 a 68 anni, Pina Bausch – mito della danza e del teatro di fine Novecento, meravigliosa visionaria capace di stregare registi come Federico Fellini, Pedro Almodóvar e Wim Wenders – “ha terremotato con una determinazione senza confronti il panorama delle arti contemporanee” (Leonetta Bentivoglio). Della serie di quindici spettacoli che la grande coreografa ha realizzato ispirandosi ad altrettante città del mondo, Roma è l’unica che vanta ben due titoli dedicati: Viktor (1986), e O Dido (2000), entrambi coprodotti con il Teatro di Roma.

Il documentario Pina Bausch a Roma ripercorre le due residenze romane dell’artista tedesca, riportando alla luce, attraverso un intreccio di testimonianze inedite, la Roma insospettabile di Pina Bausch, una città autentica e assolutamente anticonvenzionale: una Roma quotidiana, scandita da pranzi in trattoria, incursioni in sale da ballo popolari e passeggiate al mercato della frutta; una Roma underground, distesa nelle sue periferie multietniche, conosciuta grazie a ripetute visite in campi rom e sopralluoghi notturni in locali transgender e circoli di cultura omosessuale​. A raccontarci queste esperienze originali e poco note sono amici, collaboratori di lunga data e imprevedibili compagni di viaggio. Tra loro Matteo Garrone, Mario Martone, Vladimir Luxuria, Cristiana Morganti, Leonetta Bentivoglio, Andrés Neumann, Ninni Romeo, Claudia Di Giacomo e Maurizio Millenotti.

Nato per iniziativa di Simone Bruscia, direttore di Riccione Teatro, e Andrés Neumann, storico produttore della Bausch, il film prende spunto da alcune fotografie inedite che testimoniano le visite di Pina Bausch nei campi rom della capitale. Da qui l’idea di Bruscia che con Riccione Teatro – ente che promuove lo storio Premio Riccione per il Teatro – ha curato e promosso diversi progetti video-cinematografici dedicati all’opera della coreografa di Wuppertal, di realizzare un documentario sul rapporto intimo che l’artista aveva con Roma e con i luoghi meno conosciuti della città.

Firma la regia Graziano Graziani, critico teatrale, scrittore e giornalista, tra i conduttori di Fahrenheit a Radio 3 Rai e collaboratore di Rai 5 per cui ha realizzato diversi documentari sul teatro contemporaneo. Autore del blog Stati d’eccezione, scrive per varie testate e ha pubblicato diversi libri, l’ultimo dei quali per l’editrice Quodlibet, Atlante delle micronazioni (2015).

La colonna sonora è a cura, invece, del duo di produttori e musicisti Mammooth (MArteLabel), che già avevano collaborato con Graziano Graziani su una serie di progetti di sonorizzazione. Per questo documentario, il duo capitolino ha lavorato cercando di creare un legame sin estetico tra la musica e le immagini delle straordinarie coreografie di Pina Bausch nel suo periodo romano.

Dopo la presentazione di alcuni estratti e work in progress al Riccione TTV Festival e al Biografilm Festival, il film sarà proiettato per la prima volta in versione integrale al Teatro Argentina di Roma (con sottotitoli in inglese). La serata evento di lunedì 10 aprile si aprirà con un’introduzione del regista e dei produttori e si concluderà dopo la proiezione con ‘Insoliti percorsi, e risate in cantina’ un inedito omaggio a Pina Bausch di e con Cristiana Morganti, storica danzatrice del Tanztheater Wuppertal.

 

Ingresso

Biglietti: posto unico 8 euro – ridotto 5 euro

Biglietti disponibili presso la biglietteria del Teatro di Roma e in prevendita su Vivaticket

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