VAGO FIORE

Quartieri dell’Arte XXIV. Gian Maria Cervo racconta VAGO FIORE

Giunto alla sua ventiquattresima edizione, il Festival Quartieri dell’Arte rappresenta per la Tuscia laziale un importante appuntamento con la cultura. Dal 2 settembre al 5 novembre, il territorio viterbese sarà attraversato da una fitta rete di eventi dedicati all’arte, al teatro e alla drammaturgia. Pur dovendosi attenere alle nuove disposizioni, Quartieri dell’Arte non ha rinunciato all’internazionalità ospitando drammaturghi italiani ed esteri per mantenere accesa l’attenzione sulla scena contemporanea.

VAGO FIORE
VAGO FIORE – Francesco De Grandi

Il programma del Festival è composto da spettacoli, installazioni ed eventi connotati da un forte legame con il territorio ospitante. La memoria del luogo è motore propulsore dell’installazione teatrale VAGO FIORE, inaugurata il 2 settembre presso l’ex Chiesa degli Almadiani di Viterbo, ad opera del pittore palermitano Francesco De Grandi. Curata da Loredana Parrella e Marcello Carriero, VAGO FIORE ripercorre la storia della Macchina di Santa Rosa, il cui trasporto, non autorizzato in tempo di Covid-19, è stato riconosciuto nel 2013 Patrimonio Immateriale dell’umanità. L’esposizione sarà accompagnata dalla performance di Jessica De Masi, Massimo Risi e Luigi Cosimelli e da un tappeto vocale-sonoro appositamente realizzato da Gian Maria Cervo.

In questa intervista Gian Maria Cervo, direttore artistico del Festival Quartieri dell’Arte, racconta la ventiquattresima edizione, dedicando una riflessione all’interazione comunitaria a partire dall’installazione VAGO FIORE.

Uno degli eventi centrali di questa edizione di Festival Quartieri dell’Arte è la mostra VAGO FIORE. Un’esposizione capace di far ripercorrere al pubblico la storia del tradizionale trasporto della Macchina di Santa Rosa. Sostituendosi a un evento tanto sentito per la comunità viterbese, quali sono stati i criteri di realizzazione della mostra? 

Direi che è più un’installazione teatrale che una mostra. Il pittore palermitano Francesco De Grandi ha creato, attraverso 12 immagini 100×70 a spray oro e pastello nero, un percorso storico, psicologico di approdo alla Macchina di Santa Rosa così come la conosciamo oggi e ha collocato le immagini su supporti site-responsive specificamente realizzati per l’evento, che trasformano la Chiesa degli Almadiani – luogo ad esso deputato – in una versione postmoderna di un oratorio barocco palermitano. Ci sono immagini che sfidano la conoscenza dello spettatore: un trasporto del 1690 ri-immaginato; la narrazione di un miracolo, quasi in forma di ex-voto, che connette la Chiesa in cui si vede l’installazione alle vicende di Santa Rosa; una rappresentazione inedita, quasi alla van Dyck, della Santa.

Io che ho memorie di trasporti della Macchina dall’infanzia all’età adulta, ho creato un tappeto vocale-sonoro che riproduce una folla seicentesca, che accompagna le immagini di De Grandi, per cui hanno prestato la loro voce molte star del cinema e del teatro italiano. E poi ci sono Jessica De Masi, performer della Compagnia Twain e i nostri attori Massimo Risi e Luigi Cosimelli che con i loro corpi disegnano nello spazio e ridisegnano lo spazio. 

L’invito allo spettatore è quello di provare a ri-immaginare un trasporto della Macchina di Santa Rosa della fine del Seicento. Ma è chiaro che non si può fare filologia. Mancano tantissimi elementi. Il primo è il pubblico originario. Con Marcello Carriero e Loredana Parrella che hanno lavorato con me alla creazione ci siamo sempre detti che VAGO FIORE doveva essere un fake dichiarato e scientemente costruito. E del resto la questione del fake è centrale oggi nelle più avanzate drammaturgie polivocali. Serve a sfidare il pubblico, a creare più discorso, più discernimento, più “democrazia” attorno a un tema.  Mi piace ripetere che quello che c’è di vero in VAGO FIORE è un trasporto della mente, l’unico possibile in epoca di Covid-19, che parte dall’osservazione delle suggestioni visive e dall’assorbimento di quelle uditive e termina ad occhi chiusi.

Dal 2013 il trasporto della Macchina di Santa Rosa è Patrimonio Immateriale dell’Umanità. Un riconoscimento che rende conto del valore della tradizione folklorica italiana e della necessità di preservare tale ricchezza. Come si pone VAGO FIORE circa l’accrescimento della memoria storica di quest’evento?

VAGO FIORE ricorda l’ampiezza e la longevità del rito, il suo mistero, la sua complessità. Non è immediato ricordarlo anche per i moltissimi che sanno che la Macchina di Santa Rosa è una tradizione plurisecolare. Direi che questa installazione induce a riconsiderare l’oggetto, crea nuova attenzione su di esso. Anche trascendendo l’indeterminatezza del suo passato.

In un tempo in cui il senso di comunità va disperdendosi, proiettando sempre più la comunicazione e le relazioni verso il rapporto uno a uno, in che modo l’arte, tenendo fede alla sua funzione originaria, può rinvigorire l’interazione comunitaria, restituendole una ritualità religiosa e allo stesso tempo laica?

Attraverso la collisione di quante più prospettive possibili all’interno delle drammaturgie, intese in senso lato. Il contrasto è un valore centrale nel teatro, è una chance di metamorfosi. Più allarghiamo lo spettro entro il quale i contrasti devono avvenire, più siamo efficaci come artisti. 

La programmazione del Festival, che ospita diverse opere rivolte a grandi personaggi ed eventi storici dell’epoca barocca, ha mantenuto, nonostante le difficoltà insorte a seguito della pandemia, un respiro internazionale ospitando anche progetti di drammaturghi italiani ed esteri. Qual è il punto d’incontro tra l’arte barocca e quella del nostro tempo? 

Credo che ci sia questo senso della polifonia e del carnevale, un certo dinamismo trasformativo. Per esempio, oggi è abbastanza diffusa l’idea che il rapporto tra personaggio e lingua offra moltissime possibilità. La lingua tradizionalmente può essere vista come una funzione del personaggio. Ma può essere anche viceversa. Il personaggio può essere funzione della lingua, la lingua può essere una forza misteriosa che trascina il personaggio in terre incognite. 

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Quartieri dell’Arte 2018, avanguardie in scena

È l’opera collettiva And So My Face Became My Scar, a metà tra teatro, serie tv e mostra d’arte firmata da alcuni dei più interessanti drammaturghi emergenti europei (l’italiano Joele Anastasi, l’inglese Danielle Pearson, il turco Rasim Erdem Avsar, l’irlandese Emily Gillmor Murphy), ad aprire i XXII Quartieri dell’Arte (Viterbo, 26/8-24/10), anche quest’anno sul ciclo Ricostruzione di una Città. “QdA 2018 – dice il direttore Gian Maria Cervo – esplora i legami di Viterbo e Lazio con grandi movimenti, dal francescanesimo al caravaggismo, dalle cantine-teatro alle sofisticate tecniche polivocali del XXI secolo, con spettacoli in luoghi storici e formazioni leggendarie come il Teatro Reale di Zetski Dom del Montenegro, La Fura dels Baus, Westerdals, Taide Yliopisto, il Mozarteum di Salisburgo e l’Accademia Teatrale di Varsavia. Un unico palcoscenico per narrare le avanguardie artistiche del Lazio degli ultimi 800 anni”. Tra le prime, Combattimento di Muta Imago. Omaggi a Mario Fratti e Juan Rodolfo Wilcock

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