Simone Bruscia

Riccione Teatro e il TTV Festival. Intervista al direttore artistico Simone Bruscia

La storia  di Riccione è un’ascesa luminosa tra il buio delle due guerre verso un futuro radioso che attraversa il secolo breve arrivando fino ai nostri giorni. Un folle volo alimentato dalla volontà di un popolo operoso che, grazie all’amore per il mare e i suoi arenili, ha reso Riccione immortale: uno spettacolo di colori e suoni che si rinnova col passare delle stagioni.

Riccione TTV

Non solo di spiagge affollate da turisti e di passerelle mondane dei grandi personaggi dello spettacolo, la città romagnola si è nutrita. La cultura e l’arte teatrale, infatti, dal 1947 hanno trovato una casa nella sede di Riccione Teatro, associazione che indice il più importante e longevo premio italiano di drammaturgia, oltre al Premio Tondelli, istituito successivamente e dedicato all’autorialità under 30. Inoltre, nel 1985, sotto l’egida di Franco Quadri, Riccione Teatro ha ideato anche il TTV Festival, dal 2000 divenuto appuntamento biennale: una rassegna internazionale di eventi multidisciplinari con approfondimenti trasversali su spettacolo dal vivo, televisione, cinema, performing arts e arti visive.

Giunto oggi alla sua 25esima edizione, il TTV Festival, che verrà inaugurato il 12 settembre, rappresenta un tentativo di tornare a domandarsi insieme «Come vi immaginate l’amore?», interrogativo che dà il titolo a quest’edizione e che non vuole solo rappresentare un omaggio a Pina Bausch, ma un chiaro manifesto poetico, un antidoto per combattere la paura di una pandemia che ha gettato smarrimento su una comunità intera. Un’edizione che, in continuità con il proprio retaggio, pone al centro l’innovazione e la multidisciplinarietà, grazie a una riflessione sui linguaggi del contemporaneo, a partire dall’ibridazione di nuove forme esperienziali tra l’opera d’arte e i suoi destinatari, anche in relazione alla rivoluzione digitale.

Il Riccione TTV Festival di quest’anno sarà un’edizione diffusa con numerosi ospiti tra cui Elio Germano, Alessandro Sciarroni, Deflorian/Tagliarini, Fausto Paravidino, Lucia Calamaro e Isabella Ragonese ed eventi straordinari come l’importante focus dedicato a Pina Bausch, con Julie Shanahan, dal 1988 al Tanztheater Wuppertal, che eseguirà, in esclusiva per l’Italia, assoli tratti dal repertorio originale di Pina Bausch e Marigia Maggipinto, ex danzatrice del Tanztheater, chiamata a ricreare sulle spiagge di Riccione, il passaggio più noto delle opere di Pina, la linea primavera, estate, autunno, inverno dallo spettacolo Nelken.

Artefice e motore propulsore di Riccione Teatro è Simone Bruscia, direttore artistico dell’associazione, per cui ha curato negli ultimi dieci anni le edizioni del Riccione TTV Festival e del Premio Riccione per il Teatro. La capacità visionaria di Bruscia ha permesso in questi anni di amplificare la risonanza dei nuovi talenti della drammaturgia italiana, riuscendo altresì a immaginare nuove modalità di produzione e di programmazione presso lo Spazio Tondelli di Riccione.

I risultati di una nuova sensibilità culturale verso i processi artistici e la contaminazione tra i generi non sono passati inosservati, permettendo a Riccione Teatro di guadagnare ulteriore consenso da parte di pubblico e operatori tanto da ottenere alcuni riconoscimenti, tra cui il Premio Ubu nel 2019. Con Simone Bruscia, raggiunto telefonicamente per un’intervista, esploriamo gli orizzonti di Riccione Teatro e della 25esima edizione del TTV Festival.

Simone Bruscia – Ph Daniele Casalboni
In continuità col proprio percorso, questa 25ª edizione del TTV Festival tenterà di connettere in un unico dispositivo fotografia, teatro, danza, video e drammaturgia. In che modo la direzione artistica ha tentato di far dialogare i diversi frammenti di un’opera polifonica qual è l’arte attraverso multidisciplinarietà e innovazione?

Essendo il TTV un progetto biennale si alterna, nell’attività di Riccione Teatro – insignito del Premio Ubu 2019 – che è il soggetto promotore, al Premio Riccione di drammaturgia. Il TTV è nato nel 1985 da un’idea di Franco Quadri per indagare la relazione che intercorre tra le arti sceniche e il video. Il TTV è infatti acronimo di “teatro, televisione, video”. Con le rivoluzioni tecnologiche, il progresso delle arti sceniche e del video, il TTV, che in origine era anche un premio rivolto a film-maker, si è trasformato in un festival che dirigo dal 2010.

Dalla prima edizione che ho curato ho deciso di dargli una vocazione di festival, dedicato non solo al video, ma all’immagine in rapporto con le arti sceniche e visive. L’interazione delle arti nel segno della multidisciplinarietà ha rappresentato da sempre uno degli indirizzi di ricerca del progetto. Questo corto circuito tra i diversi linguaggi innesca la programmazione del TTV che, scaturendo dal Premio Riccione, presuppone sempre una forte riflessione legata alla drammaturgia, alla scrittura, alla partitura, alla coreografia.

L’innovazione è un’altra parola chiave perché il Premio Riccione è un riconoscimento maieutico, fa sbocciare testi nuovi e mette a fuoco la sperimentazione dei linguaggi. Questa 25ª edizione del TTV è nata, proprio per la cadenza biennale dell’evento, prima del lockdown, ed è stata pensata per il mese di settembre, un periodo particolare per il territorio che questo festival abita: la Riviera Romagnola ha una sua chiara vocazione legata al turismo e quest’anno, a maggior ragione, ci siamo confrontati sul tema e abbiamo deciso di festeggiare la fine di una stagione così particolare e per certi versi straordinaria con una manifestazione culturale di respiro internazionale.

Con la Pina Bausch Foundation faremo un esperimento di comunità, Join! The Nelken Line Project, che racconta il susseguirsi delle stagioni, derivante dallo storico spettacolo della Bausch e trasformato in una sorta di sfilata. In moltissime parti del mondo, insieme alle danzatrici storiche di Pina, viene chiamato a raccolta il pubblico di un certo territorio e insieme si celebra questo inno alla vita. Insieme a Lorenzo Conti, giovane curatore della sezione danza del TTV, abbiamo pensato di organizzare la Nelken Line a Riccione, partendo dalla spiaggia di Viale Ceccarini con Marigia Maggipinto, che ha lavorato a lungo con Pina Bausch, e che guiderà un workshop introduttivo alla performance insegnando ai partecipanti la partitura coreografica, fatta di semplicissimi gesti, facilmente ripetibili. La camminata danzante si svolgerà sulla battigia e sarà accompagnata dal respiro del mare e avvolta dalla musica di Louis Armstrong che verrà trasmessa dalla Publiphono, grandi altoparlanti disseminati sulla spiaggia che da oltre cinquant’anni sono la voce estiva in filodiffusione della Riviera.

In questo TTV la spiaggia sarà di fatto il nostro teatro, la nostra arena che verrà inaugurata il 18 settembre da Alessandro Sciarroni, al tramonto, con lo spettacolo Don’t be frightened of turning the page. L’indomani, il 19 settembre, sempre sulla spiaggia, Julie Shanahan del Tanztheater Wuppertal, in esclusiva per il Riccione TTV Festival, eseguirà due assoli in un’unica serata. Il primo è un estratto di Agua, spettacolo firmato da Pina Bausch nel 2001 e nato da un lungo soggiorno-residenza del Tanztheater in Brasile.

Il secondo viene montato appositamente per Riccione dalla stessa Julie, che per farlo ha tratto ispirazione dal titolo che quest’anno si è dato il festival: “Come vi immaginate l’amore?”. Si tratta di una delle moltissime domande che Bausch poneva ai suoi danzatori per provocarne le “improvvisazioni” dalle quali, di volta in volta, germogliavano i suoi capolavori di teatrodanza. È una domanda bellissima che abbiamo deciso di rivolgere anche a noi che abbiamo concepito il progetto e agli artisti ospiti del festival.

Il 2020 segna anche il compimento dei dieci anni di ricerca avviati da Riccione Teatro su Pina Bausch. Il TTV sarà teatro di una grande mostra fotografica dal titolo Liebe Pina, che inaugureremo il 19 settembre a Villa Mussolini, con Julie Shanahan e Leonetta Bentivoglio, in cui “metteremo in scena” immagini degli spettacoli del Tanztheater e fotografie inedite di Pina scattate da Ninni Romeo. L’omaggio a Pina si conclude con Deflorian/Tagliarini che verranno a proporre il loro omaggio a Café Müller. Lo scorso anno, Deflorian/Tagliarini sono stati insigniti, a Riccione, del Premio all’innovazione drammaturgica. In occasione di questo riconoscimento, i due artisti terranno una lectio magistralis.

Come vi immaginate l’amore? è il titolo di questa 25ª edizione: una domanda poetica a cui dare una risposta attraverso l’arte. Come immagini tu l’amore?

Lo immagino nel modo in cui ho immaginato questo festival, cercando di metterci dentro un portato di vissuto che mi riguarda da vicino e che concerne l’amore per la ricerca sulle arti performative e sui linguaggi, accompagnando non solo l’aspetto professionale della mia esistenza, ma anche la mia vita. Una mia grande “ossessione” è quella di far vivere progetti culturali così ambiziosi in un luogo come Riccione, un posto magico, il posto in cui ho scelto di vivere.

È straordinario che in un luogo come questo si riesca a portare avanti, dal 1947, un progetto virtuoso come il Premio di drammaturgia che non solo resiste, ma che si è trasformato nel tempo come si è trasformata Riccione. “Come mi immagino l’amore” è anche il coinvolgimento attivo nei processi culturali di tante anime e realtà di questo territorio. Mi piace rivolgermi, anche in festival così specifici sul piano dei contenuti, a un pubblico eterogeneo che partecipa in maniera importante, proprio perché coinvolto, scoprendo la progettualità culturale.

Anche quest’anno verrà dato grande spazio alla riflessione sulle arti performative attraverso incontri e dibattiti con critici e ricercatori. Ne è un esempio il convegno Il teatro che racconta. Dedica a Fausto Paravidino, dove il drammaturgo genovese racconterà la sua idea di teatro in un incontro che riunisce collaboratori storici e critici, coordinato da Graziano Graziani e Rossella Menna. Che valore ha per Riccione Teatro e per il TTV questo tentativo di tessere un dialogo tra la storiografia, la scena contemporanea e gli spettatori?

Mi interessa e trovo fondante il tema della ricerca portato in un dialogo aperto con un pubblico ampio. Credo sia un atto doveroso e ho sempre cercato di farlo creando dei contesti che contemplassero anche la fruizione libera e la tranquillità di chi partecipa in veste di relatore. In questo caso è un convegno che mette a corto circuito la storia anche recente del Premio, un omaggio a Fausto Paravidino che ha creato un nuovo canone di scrittura per il teatro, ha innescato un nuovo immaginario, una generazione di autori di cui è diventato un simbolo.

È stato il più giovane presidente del Premio Riccione e con la sua presidenza abbiamo voluto dare un segnale forte. Questo convegno è stato inserito nell’ultimo week-end del festival, quello più prettamente teatrale, il 26 e il 27 settembre a Santarcangelo di Romagna debutterà uno spettacolo che Lucia Calamaro ha scritto per Isabella Ragonese che è anche una componente della giuria del Premio Riccione.

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DRAMMATURGIA: Amleto Take away di Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari

Amleto Take away - Berardi/Casolari, Ph Le Pera
Amleto Take away – Berardi/Casolari, Ph Le Pera

Introduzione al testo:

Amleto take away è un affresco tragicomico che gioca sui paradossi, gli ossimori e le contraddizioni del nostro tempo che, da sempre, sono fonte d’ispirazione per il nostro teatro “contro temporaneo”. Punto di partenza sono, ancora una volta, le parole, diventate simbolo più che significato, etichette più che spiegazioni, in un mondo dove «tutto è rovesciato, capovolto, dove l’etica è una banca, le missioni sono di pace e la guerra è preventiva». È una riflessione ironica e amara che nasce dall’osservazione e dall’ascolto della realtà circostante, che ci attrae e ci spaventa.

«Tutto è schiacciato fra il dolore della gente e le temperature dell’ambiente, fra i barbari del nord e i nomadi del sud». Le generazioni sono schiacciate fra lo studio che non serve e il lavoro che non c’è, fra gli under 35 e gli over 63, fra avanguardie incomprensibili e tradizioni insopportabili. In questo percorso s’inserisce, un po’ per provocazione, un po’ per gioco meta-teatrale, l’Amleto di Shakespeare. Amleto, simbolo del dubbio e dell’insicurezza, icona del disagio e dell’inadeguatezza, è risultato, passo dopo passo, il personaggio ideale cui affidare il testimone di questa indagine.

Ma l’Amleto di Amleto Take away procede anche lui alla rovescia: è un Amleto che preferisce fallire piuttosto che rinunciare, che non si fa molte domande e decide di tuffarsi, di pancia, nelle cose anche quando sa che non gli porteranno nulla di buono. È consapevole ma perdente, un numero nove ma con la maglia dell’Inter e di qualche anno fa, portato alla follia dalla velocità, dalla virtualità e dalla pornografia di questa realtà. Amleto è in seria difficoltà circa il senso delle cose, travolto da una crisi così generalizzata e profonda che mette a repentaglio storie solide e consolidate come il suo rapporto d’amore con Ofelia e il suo rapporto con il teatro. «To be o FB, questo è il problema!»

Chiudere gli occhi e tuffarsi dentro sé e accettarsi per quello che si è, isolandosi da comunity virtuali per guardare da vicino e cercare di capire la realtà in cui si vive? O affannarsi per postare foto in posa tutte belle, senza rughe, seducenti, sorridenti, grazie all’app di photoshop?
Dimostrare ad ogni costo di essere felici mettendo dei “mi piaci” sui profili degli amici. Pubblicare dei tramonti, un bel piatto di spaghetti o gli effetti della pioggia tropicale, sempre tesi anche al mare, con un cocktail farsi un selfie perché il mondo sappia, dove sono, con chi sono, e come sto. Apparire, apparire, apparire, bello, figo, number one e sentirsi finalmente invidiato.

LEGGI > Amleto Take away di Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari

Biografia Berardi/Casolari

Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari

Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari si incontrano per la prima volta nel 2001 durante la produzione dello spettacolo Viaggio di Pulcinella alla ricerca di Giuseppe Verdi di e con Marco Manchisi: nel 2008 nasce ufficialmente la Compagnia Berardi Casolari. Tra le produzioni Briganti (2003), spettacolo vincitore del Festival Internazionale di Lugano per la sezione nuova drammaturgia; Land Lover (2009), vincitore del Premio ETI – Nuove Creatività e del bando “Principi Attivi” dell’Assessorato alla Trasparenza e cittadinanza attiva della Regione Puglia; Io provo a volare – omaggio a Domenico Modugno (2010), spettacolo di teatro – musica, pluripremiato allo “JoakimInterFest” di Kragujévac (Belgrado, SERBIA) e vincitore a Napoli del Premio Antonio Landieri come miglior spettacolo del 2011. Dall’incontro nel 2010 con Cèsar Brie nasce In fondo agli occhi (2013). A ottobre 2015 la Compagnia debutta con lo spettacolo La prima, la migliore, prodotto da ERT (Emilia Romagna Teatro) vince Last Seen 2017 di Klpteatro come miglior spettacolo dell’anno. Con Amleto take away, spettacolo prodotto dal Teatro dell’Elfo, Gianfranco Berardi vince il Premio Ubu come miglior attore 2018. A ottobre 2019 Berardi Casolari debuttano con I figli della frettolosa (ultimo lavoro, coprodotto da Teatro dell’Elfo, Sardegna Teatro, Teatro della Tosse in collaborazione con l’Unione Ciechi di Milano), uno spettacolo – progetto speciale – realizzato a partire da laboratori su piazza con utenti non vedenti e ipovedenti.

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Le Bermuda della compagnia Mk. Intervista a Biagio Caravano

Il gruppo Mk si occupa di coreografia e performance dal 1999 e ruota intorno ad un nucleo originario di artisti costantemente in dialogo con altri performer e progettualità trasversali.

Con Bermudas il gruppo ha vinto il Premio Ubu 2019 per il “Miglior spettacolo di danza dell’anno. La performance è pensata per un numero variabile di interpreti (da tre a tredici), intercambiabili tra loro. La coreografia di Michele Di Stefano si propone di dare vita a una danza che permetta di costruire uno spazio sempre accessibile a qualunque nuovo ingresso. Al centro di questo sistema di movimento sono le caratteristiche singolari dei danzatori, le cui individualità sono chiamate a originare incontri e mediazioni – un campo energetico molto intenso (a cui il nome ‘Bermudas’ ironicamente fa riferimento), un rituale collettivo che gestisce e assorbe tendenze divergenti e malintesi.

Intervistiamo Biagio Caravano, uno dei fondatori del gruppo Mk nonché uno dei danzatori dello spettacolo Bermudas:

Bermudas, ispirato dalle teorie del caos, è “un organismo di movimento basato su regole semplici e rigorose che producono un moto perpetuo”, per il quale avete richiesto la consulenza matematica di Damiano Folli. Come è nato?

Di solito i lavori di MK sono il fraintendimento degli spettacoli già avvenuti. Bermudas arriva da un processo che abbiamo sviluppato in uno spettacolo precedente, Robinson, in cui c’era una parte centrale formata da nove segni che andavano a loop. Da lì è nata l’idea di Bermudas, ispirato dalla generazione di insiemi complessi a partire da condizioni elementari. Quattro gesti questa volta, ripetuti nel tempo, per costruire complessità nella relazione con gli altri corpi. È importante spostare l’oggetto dalla centralità del corpo ai confini del mondo, il più lontano possibile, e creare uno spazio dove la danza è possibile solo nel momento in cui permette ad un’altra danza di esistere al proprio fianco.

Ci sono più versioni di Bermudas: come muta in base all’interazione nello spazio?

Bermudas è fatto da 13 danzatori, non tutti contemporaneamente in scena, massimo 7, 8 persone alla volta. La cosa secondo me interessante è che non ha più bisogno di prove: noi diamo appuntamento ai danzatori in scena il giorno stesso, perché abbiamo stabilito a priori un processo basato sull’incontro e sulla mediazione. Bermudas è fatto da più persone, anche di diversa età, perché lavora proprio sull’idea della relazione, sul fatto che il tuo stare genera uno spazio sempre accessibile ad un nuovo ingresso, per cui il sistema cambia di volta in volta a seconda di chi c’è accanto a te, nonostante la produzione di segni resti immutata. I quattro segni elementari restano invariati, ma il rapporto che stabilisci col tempo, con lo spazio e con il ritmo dipende dal corpo che ti ritrovi davanti, perché immetti punti di vista differenti e quindi il modo in cui percepisci l’attività di danza.

Quindi, siccome i corpi cambiano, cambia in continuazione il sentimento di questo processo. Nasci come musicista. Che musica ti ispira?

Io e Michele di Stefano veniamo dal punk. Siamo ex musicisti, ci siamo formati a Salerno negli anni Ottanta. Penso al corpo come a una sostanza sonora, per cui la musica è sempre in continua relazione con quello che faccio. Pensiamo sempre a uno spettacolo come a una sorta di LP, di disco musicale. 

Fai parte del corpo docenti della Paolo Grassi e dell’Accademia Nazionale di Danza di Roma. Cosa hai imparato insegnando?

È sempre complicato mettere in parola quello che produci con il corpo. Perché le parole sono sempre fraintendibili, il corpo è sempre risolutore. Il corpo, messo davanti alla parola, produce sempre una chiarezza nel pensiero. E quindi la pratica di insegnare, di trasmettere informazioni in un corpo altro, produce chiarezza in noi stessi.

Quali doti dovrebbe avere un danzatore/una danzatrice?

Io lavoro sul disfacimento del concetto di soggetto. Deporre la volontà per non esistere. Essere nell’abbandono. Meno porti te stesso nel movimento, nella danza, più quella cosa in realtà ti appartiene. Più ti allontani e più ti appartiene. Si tratta di costruire uno stato che ti permetta di interfacciarti al mondo esterno. La parola che meglio esprime questo stato è resa, arrendevolezza. Quando ti arrendi davanti all’evidenza, sei pronto a guardare quella cosa e a spostarti completamente da un’altra parte. Coabitare nella diversità, uno spazio ambiguo pieno di complessità, di strategie di avvicinamento, di possibili malintesi tra i corpi.

Cosa significa per te questo UBU vinto con Bermudas, dopo il Leone d’Argento alla Biennale 2014?

Non sono uno a cui interessano i premi, ma per me significa che la strada che stiamo percorrendo in qualche maniera ha senso, ovvero un ritorno all’esterno. Questo mi interessa.

Perché hai scelto proprio la danza?

Perché la danza è il muscolo della vita, la danza mi dà delle possibilità.

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Dittico Manfredini, dal 26 febbraio al 3 marzo al Teatro India

Dal 26 febbraio al 3 marzo il Teatro di Roma – Teatro Nazionale dedica il palcoscenico del Teatro India al Dittico Manfredini, composto dai due spettacoli Luciano (dal 26 al 28 febbraio) e Al presente (dall’1 al 3 marzo), ideati e diretti da Danio Manfredini, una delle voci più intense del teatro contemporaneo che, con la sua arte d’attore e regista, sfiora stazioni umane intrise di ironica malinconia, solitudini e marginalità, decadenza e rassegnazione, attraverso il personalissimo percorso creativo che ha intrapreso tra spazi occupati, laboratori con i disabili psichici e radicalità artistica. Autore e interprete di capolavori come Miracolo della rosa (Premio Ubu 1989), Tre studi per una crocifissione e Al presente (Premio Ubu come miglior attore), lavori più corali come Cinema Cielo (Premio Ubu come miglior regista) e Il sacro segno dei mostri. Nel 2010 si confronta con il repertorio e debutta nel 2012 con lo spettacolo Il Principe Amleto dall’Amleto di Shakespeare, una produzione italo-francese (La Corte Ospitale, Danio Manfredini, Expace Malraux- Chambery, Aix en Provence). Nel 2013 riceve il Premio Lo Straniero come «maestro di tanti pur restando pervicacemente ai margini dei grandi circuiti e refrattario alle tentazioni del successo mediatico». Sempre nel 2013 riceve anche il Premio Speciale Ubu. Dal 2013 al 2016 è direttore dell’Accademia d’Arte Drammatica del teatro Bellini di Napoli. Nel 2014 debutta a Santarcangelo con Vocazione. Dal 2010 collabora con continuità con La Corte Ospitale dove dal 2012 prendono forma e vita le sue creazioni.

Luciano, primo spettacolo del dittico, in scena dal 26 al 28 febbraio, è il delirio di un folle tra pensieri, stati d’animo, suoni, visioni, voci lontane e presenze che rompono il silenzio e la solitudine. Dai corridoi della psichiatria, Luciano entra nel teatro della sua mente, intorno a lui si materializzano oggetti e presenze dell’immaginario. La spinta del desiderio lo conduce all’evasione verso luoghi abitati da chi vive ai margini. Un popolo di fantasmi torna a visitarlo in certe notti e nelle giornate senza speranza. Con aneddoti e versi poetici illumina le sue visioni. Con uno sguardo intriso di saggezza, apre spiragli di pensiero fuori da un ordinario modo di vedere. Come un visitatore che appartiene ad un altro pianeta, guarda, patisce, attraversa ciò che incontra, nel destino ineluttabile di veder passare le cose, le persone come fantasmi: apparizioni e sparizioni. «Con Luciano riattraverso i temi dell’omosessualità, della follia, della solitudine già trattati in Cinema cielo, come del resto anche nel Sacro segno dei mostri e in Tre studi per una crocifissione, per vedere come sono cambiati i tempi negli ultimi venti anni intorno a tematiche a me care – racconta Danio ManfrediniOggi osservo come il gioco si è fatto ancora più aspro e se la Samira di Cinema Cielo era più integrata in quel mondo e lo idealizzava, ora disegno una figura come Luciano che risulta un alieno anche in un mondo di marginalità. L’allucinazione di Luciano, ricreata con gli artifici del gioco teatrale, non è altro che la rivisitazione in scena di una realtà cruda, a tratti anche crudele, fatta di solitudine e di emarginazione, che è il mondo reale a cui attingo. Appunti presi dalla mia vita, disegni preparatori e dialoghi sono stati il materiale di partenza per addentrarci in questa avventura teatrale. I quadri emersi nelle prove chiedevano uno sguardo diverso dal mio per essere affrontati. Mi affido alla figura di Luciano, ritratto di un uomo del mio tempo colto in una solitudine invasa di presenze. La dimensione del tempo abbraccia la totalità di un’esistenza e rende tutto in un presente sulla scena».

Al presente, secondo spettacolo del dittico, in scena dal 1 al 3 marzo, è uno spaccato della mente e della sua inafferrabilità. In scena, un uomo e il suo doppio: una parte è immobile, assorta, riflessiva, una parte è inquieta e si identifica con i fantasmi che popolano la sua mente. Entra attraverso l’immaginazione in un flusso di associazioni inarrestabili che lo conducono in diversi spazi, in diversi tempi della sua vita. Nella solitudine rincorre i pensieri, quel dialogo interiore ininterrotto che lo accompagna, l’inquietudine provocata da ricordi, voci di persone care, immagini di un passato vago ma sempre presente e suggestioni dal mondo contemporaneo. Prende a prestito dalle patologie psichiatriche gli atteggiamenti fisici che esprimono tensioni, le amplifica attraverso quelle forme, porta alla luce le pulsioni più nascoste, cerca di dare ordine, forma, al caos della sua mente. «Il teatro è una modalità di esperienza che ti permette di vivere la vita in maniera anche più amplificata di quello che la vita stessa ti può offrire – sottolinea Manfredini – Nel tempo cresce un’affezione rispetto a questa capacità che il teatro ha di aprire delle porte, degli stati d’animo, delle condizioni mentali che molto spesso la vita non ti permette di esplorare. Nella vita, se le esplori, poi non hai più una via di ritorno. Invece nel teatro hai la possibilità di esplorarli e tornare indietro. Puoi esplorare l’assassinio senza per forza uccidere. Ti permette di ascoltare non solo la tua vita, ma anche le vite delle persone che abbiamo intorno, e di farne esperienza e capire che cosa significa avere quel tipo di destino. Però poi c’è il ritorno al sé. È un’opportunità di conoscenza straordinaria».

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Premio Ubu per il teatro 2018: nominati i vincitori

Al Piccolo Teatro Studio Melato di Milano – in diretta radiofonica su Rai Radio3 per il programma Radio3Suite – si è tenuta la celebrazione della Quarantunesima edizione del Premio Ubu per il teatro, curata dall’Associazione Ubu per Franco Quadri, con il contributo del MiBAC e di Fondazione Cariplo, e con la generosa ospitalità del Piccolo Teatro.

Il Premio Ubu per il teatro – realizzato in forma di referendum – è, storicamente, un riconoscimento dallo sguardo lungo, che cerca di individuare non solo il meglio che c’è, ma quello che verrà, aprendosi alle nuove prospettive. La quarantunesima edizione dell’Ubu è inoltre frutto di una larga partecipazione ai lavori, che ha registrato la creazione di un nuovo comitato di gestione e di una redazione partecipata alla costruzione del database che raccoglie le produzioni del teatro italiano. Applauditi da una platea di artisti, critici, operatori e appassionati del teatro, i vincitori per la stagione 2017-2018 sono stati decretati da un referendum composto da 64 votanti, tra critici e studiosi teatrali (elencati in fondo) attraverso un sistema composto da due fasi di consultazione: dapprima l’invio delle preferenze da parte di ogni referendario, poi il ballottaggio.

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I VINCITORI:

A trionfare come “Migliore spettacolo dell’anno” è Overload – di Sotterraneo che affronta attraverso lo sguardo dello scrittore David Foster Wallace la frammentarietà contemporanea, con un linguaggio teatrale inedito, dal tratto collettivo, capace di penetrare l’oscurità suscitando al contempo il sorriso (è il primo Ubu per la giovane compagnia fiorentina).

Introdotto dall’anno scorso, il riconoscimento per il “Miglior spettacolo di danza” è andato a Euforia di Silvia Rampelli, coreografa romana il cui lavoro è caratterizzato da una radicale espressività del corpo. Il Premio Ubu si distingue poi per l’attenzione riservata alla drammaturgia, infatti – oltre a premiare diversi testi (La cupa di Mimmo Borrelli è il “Miglior testo italiano” e Afghanistan: Enduring Freedom di Richard Bean, Ben Ockrent, Simon Stephens, Colin Teevan, Naomi Wallace è il “Miglior testo straniero”) – aggiudica il Premio alla carriera al napoletano Enzo Moscato, altro autore che, come Antonio Tarantino raggiunto dal riconoscimento l’anno scorso, ha nella creazione linguistica il proprio emblema. Si colloca in questa generazione di “lingue-universo” anche il premio alla “Migliore regia”, che va allo stesso Borrelli per La cupa, una magia di suoni e suggestioni in cui la fisicità dell’attore è tutt’uno con la carnalità della parola, dove il ritmo tellurico delle visioni che scaturiscono si fa capace di di raggiungere il punto più intimo dell’esistenza.

Lo sguardo internazionale degli Ubu ha rivelato quest’anno una preferenza verso il lavoro di Rimini Protokoll, che vince il premio per il “Miglior spettacolo straniero rappresentato in Italia” con Nachlass un’installazione teatrale che riflette su ciò che si lascia qui dopo la morte, opera ospitata al Teatro India di Roma per Short Theatre, al Piccolo di Milano e al Massimo di Cagliari. Ricco il carnet di attori: da Ermanna Montanari (al suo quarto Ubu come attrice, cui si aggiungono diverse altre vittorie con Marco Martinelli e con la loro compagnia Teatro delle Albe), all’ex aequo di Gianfranco Berardi e Lino Guanciale. Anche tra i nuovi attori/performer (under 35) figura un ex aequo per Marco D’Agostin e PierGiuseppe Di Tanno, che vincono al fianco di Chiara Bersani per la parte femminile. Per il “Migliore allestimento scenico” e il “Miglior progetto sonoro o musiche originali” hanno vinto rispettivamente Marco Rossi e Gianluca Sbicca per Freud o l’interpretazione dei sogni diretto da Federico Tiezzi, e Andrea Salvadori per Beatitudo, diretto da Armando Punzo. Il premio al “Miglior curatore/curatrice o organizzatore/organizzatrice, è andato ex aequo a Daniele Del Pozzo, direttore artistico del festival bolognese Gender Bender e a Francesca Corona, organizzatrice del festival romano Short Theatre diretto da Fabrizio Arcuri.

Cinque sono i Premi Speciali Ubu 2018, categoria in cui vincono di regola i tre artisti o progetti più votati, ma che quest’anno assiste a una serie di ex aequo che ha determinato l’aumento delle coppe assegnate.

Aldes per il costante lavoro di ricerca coreografica unito alla ricerca di nuovi pubblici e per aver dato vita ad un vivaio di talenti nel campo della danza contemporanea che è divenuto riferimento a livello nazionale e ha saputo creare una cifra artistica riconoscibile, ma non ancorata alla singola poetica di un unico artista.

• (ex aequo) Andrea Cosentino per la sua lunga opera di decostruzione dei linguaggi televisivi attraverso la clownerie, e in particolare per Telemomò, che attraversa i suoi lavori da anni.

(ex aequo) La possibilità della gioia. Pippo Delbono di Gianni Manzella (Edizioni Clichy, sostenuto da Emilia Romagna Teatro Fondazione) un libro prezioso frutto di vent’anni di studio, osservazione e dialogo, che restituisce con passione militante la vicenda artistica e umana di uno dei protagonisti del teatro contemporaneo; per la rarità di una scrittura avvincente che concede molto al racconto senza mai rinunciare all’analisi.

• (ex aequo) Teatro dell’Acquario – Centro RAT di Cosenza per avere nel corso degli ultimi quarantadue anni creato, inventato, organizzato il teatro, in tutte le sue forme, in una città complicata come Cosenza.

• (ex aequo) Antonio Viganò e Accademia Arte della diversità per l’alta qualità della ricerca artistica, creativa e politica in ambiti spesso marginali e con attenzione capillare alla diversità.

Premio Franco Quadri 2018 a BOUCHRA OUIZGUEN:

Attribuito dal direttivo dell’Associazione Ubu per Franco Quadri, il Premio Franco Quadri – giunto alla sua quinta edizione – è dedicato a un maestro o una promessa della creazione contemporanea, della critica o della produzione, non solo teatrale. Caratterizzato da un respiro transnazionale, va oltre le consuete categorie di genere, teso a indicare percorsi che nutrono le arti in un costante processo di rigenerazione tra passato e futuro, messo in atto dai diversi angoli della scena. Dalla motivazione: “Coreografa coraggiosa e solare, Bouchra Ouizguen ha fatto della danza uno strumento sovversivo capace di ribaltare, con una forza espressiva tutta al femminile, stereotipi e interdizioni che investono le posture delle donne nel mondo arabo. (…) Artista che si è assunta il ruolo politico di dare impulso alla nascita di una scena coreografica marocchina e araba, nell’assegnazione del Premio Franco Quadri a Ouizguen, l’Associazione vuole sottolineare il fulgore vitale di questa “perla del deserto” e testimoniare l’urgenza di un agire artistico capace di farsi caldo e militante per dischiudere, come in un battito d’ali, nuove relazioni espressive”. I termini e il contesto della consegna di questo premio, che avverrà nel corso del 2019, sono in via di definizione e verranno comunicati prossimamente.

Le coppe, il clapping, il balletto e i gruppi d’ascolto con twitter:

Campeggeranno su mensole e librerie dei vincitori le Coppe degli Ubu41. Il Premio riprende infatti per il secondo anno consecutivo una scelta già fatta in passato da Franco Quadri e dall’Associazione: “Ci è piaciuta l’idea che il Gran Premio del Teatro fosse una Coppa da torneo sportivo di ‘serie B’, associata all’immagine di un’antenna che svetta verso il cielo e che campeggia nei materiali dei Premi Ubu 41, così come nelle targhette affisse sulle Coppe” afferma il presidente dell’Associazione Jacopo Quadri. Il logo dell’Associazione Ubu per FQ è di Andrea Lancellotti. La premiazione si è svolta in un clima giocoso e sognante, grazie agli interventi musicali di Enrico Gabrielli e Sebastiano De Gennaro – che hanno proposto alcuni brani della loro collana musicale 19’40’’ dedicati alla musica per l’infanzia, oltre al celebre brano di Steve Reich, Clapping Music, che ha coinvolto il pubblico presente – e alla conduzione di Graziano Graziani e Federica Fracassi, quest’ultima impegnata anche nella divertita rivisitazione di un balletto del 1974 di Alice e Ellen Kessler, Raffaella Carrà e Mina. A seguire la trasmissione radiofonica una nutrita mappa di gruppi d’ascolto disseminati su tutto il territorio nazionale, con l’esito di una fitta partecipazione su Twitter con l’ashtag #premiubu2018 che ha primeggiato nei top trend.

Hanno partecipato al referendum per i Premi Ubu 2018:

Giovanni Agosti, Carmelo Alberti, Nicola Arrigoni, Antonio Audino, Sandro Avanzo, Rossella Battisti, Laura Bevione, Mario Bianchi, Giovanni Boccia Artieri, Roberto Canziani, Moreno Cerquetelli, Gaia Clotilde Chernetich, Tommaso Chimenti, Rita Cirio, Franco Cordelli, Masolino D’Amico, Titti Danese, Tiberia De Matteis, Francesca De Sanctis, Stefano De Stefano, Rodolfo Di Giammarco, Vincenza Di Vita, Lorenzo Donati, Roberta Ferraresi, Renzo Francabandera, Laura Gemini, Gigi Giacobbe, Maddalena Giovannelli, Graziano Graziani, Gerardo Guccini, Elisa Guzzo Vaccarino, Katia Ippaso, Sergio Lo Gatto, Fausto Malcovati, Lorenzo Mango, Gianni Manzella, Fernando Marchiori, Enrico Marcotti, Laura Mariani, Massimo Marino, Leonardo Mello, Rossella Menna, Laura Novelli, Valeria Ottolenghi, Laura Palmieri, Lorenzo Pavolini, Enrico Pitozzi, Oliviero Ponte Di Pino, Walter Porcedda, Andrea Porcheddu, Maurizio Porro, Jacopo Quadri, Elisabetta Reale, Gabriele Rizza, Ira Rubini, Rodolfo Sacchettini, Annalisa Sacchi, Attilio Scarpellini, Michele Sciancalepore, Giulio Sonno, Alessandro Toppi, Valentina Valentini, Nicola Viesti, Silvana Zanovello.

La quarantunesima edizione dei Premi Ubu è stata realizzata dall’Associazione Ubu per Franco Quadri con il contributo del MiBAC e di Fondazione Cariplo, e con la generosa ospitalità del Piccolo Teatro. Media partner Rai Radio3. Hanno collaborato Ubulibri, Fondazione Alberto e Arnoldo Mondadori, Antonio Marras.

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Premi Ubu per il teatro 2017

Al Piccolo Teatro Studio Melato di Milano – in diretta radiofonica su Rai Radio3 per il programma Piazza Verdi a cura di Elio Sabella – si è tenuta la celebrazione della Quarantesima edizione del Premio Ubu per il teatro, curata dall’Associazione Ubu per Franco Quadri, con il patrocinio del Comune di Milano-Assessorato alla Cultura, Moda e Design e con il contributo di Fondazione Cariplo e del Consiglio Regionale della Lombardia, in collaborazione con Ateatro, Il tamburo di Kattrin, Fondazione Mondadori, Ubulibri, Olinda e con la generosa ospitalità del Piccolo Teatro.

Il Premio Ubu per il teatro – realizzato in forma di referendum – è, storicamente, un riconoscimento dallo sguardo lungo, che cerca di individuare non solo il meglio che c’è, ma quello che verrà, aprendosi alle nuove prospettive. La quarantesima edizione dell’Ubu è inoltre frutto di un processo di rinnovamento, avvenuto mediante consultazione, che ha portato delle novità: 15 le categorie, dallo Spettacolo dell’anno ai Premi Speciali, con l’inserimento per la prima volta di un Premio alla carriera e di un premio al Migliore spettacolo di danza per il quale sono stati invitati a votare critici del settore. Particolare attenzione ai giovani con le categorie del Miglior attore o performer e Miglior attrice o performer under 35, ai cantieri artistici con il premio al Migliore progetto curatoriale, e alla drammaturgia, con una doppia categoria per premiare i testi o le scritture drammaturgiche sia italiane che straniere. Applauditi da una platea di artisti, critici, operatori e appassionati del teatro, i vincitori per la stagione 2016-17 sono stati decretati dai voti di una giuria di 66 referendari, tra critici e studiosi teatrali (elencati in fondo) attraverso un sistema di votazione, come sempre svoltasi in due fasi: dapprima l’invio delle preferenze da parte di ogni votante, poi il ballottaggio.

 I vincitori della quarantesima edizione del premio ubu

A trionfare come “Migliore spettacolo dell’anno” è Macbettu – di Alessandro Serra che crea una cupa connessione tra il Macbeth di William Shakespeare e i carnevali della Barbagia. Introdotto come novità assoluta il “Miglior spettacolo di danza è Sylphidarium. Maria Taglioni on the Ground di Francesca Pennini con Colletivo Cinetico. Altra novità degli Ubu40, il Premio alla carriera, che va ad Antonio Tarantino, “alfiere fuori controllo di una nuova drammaturgia”. Mentre lo sguardo internazionale degli Ubu ha rivelato quest’anno un’attenzione verso il lavoro di Milo Rau, che vince il premio al “Miglior spettacolo straniero rappresentato in Italia” per Five Easy Pieces (coproduzione CAMPO & IIPM) visto al Teatro dell’Arte di Milano il cui direttore Umberto Angelini lo ha simbolicamente ritirato, in attesa della consegna all’artista che si terrà a Bologna nel corso di una speciale lecture in primavera.

La “Miglior regia” raggiunge ex aequo Massimiliano Civica e Massimo Popolizio rispettivamente per Un quaderno per l’inverno – che si è aggiudicato anche il premio al miglior testo o scrittura drammaturgica italiana per l’autore Armando Pirozzi – e per Ragazzi di vita, tratto dall’omonimo romanzo di Pier Paolo Pasolini con la drammaturgia di Emanuele Trevi (per l’impossibilità di Popolizio a presenziare, ha ritirato il premio il direttore del Teatro di Roma, Antonio Calbi, in qualità di produttore).

Il premio al “Miglior progetto curatoriale”, è stato vinto dal corale Inferno. Chiamata Pubblica per la “Divina Commedia” di Dante Alighieri di Marco Martinelli e Ermanna Montanari che ha visto il Teatro delle Albe impiantare a Ravenna un cantiere dantesco fuori e dentro il teatro con il coinvolgimento di circa settecento cittadini.

“Miglior allestimento scenico”, categoria che abbraccia anche l’ambito dell’ideazione luci, per il lavoro del light designer Gianni Staropoli per Il cielo non è un fondale. Il premio al “Miglior progetto sonoro o musiche originali” ha confermato per la terza volta il talento di Gianluca Misiti per lo spettacolo Cantico dei Cantici, nonché il lungo sodalizio artistico con il regista e attore Roberto Latini che riceve il premio come Miglior attore.

“Miglior attrice o performer” è stata omaggiata una signora della scena come Giulia Lazzarini, protagonista di Emilia di Claudio Tolcachir cui va il premio per il “Miglior testo straniero rappresentato in Italia” (anche in questo caso, si è fatto tramite dell’attrice e dell’autore assenti, il produttore Antonio Calbi).

Pari merito agli Ubu 2017 anche il riconoscimento per la “Migliore attrice o performer under 35” che è stato attribuito a Serena Balivo e Claudia Marsicano; mentre, nella categoria maschile, si è distinto Christian La Rosa, visto nel Pinocchio di Antonio Latella.

I tre Premi Speciali Ubu 2017 sono andati a:

– L’attività editoriale AkropolisLibri – di Teatro Akropolis – per la pregevole opera di storicizzazione del presente nel presente in nutriti volumi annuali che documentano l’attività svolta nel corso del festival “Testimonianze ricerca azioni”, rilanciando anche la lezione del passato, come nel caso della pubblicazione delle opere inedite di Alessandro Fersen.

C.Re.Sco. – Coordinamento delle Realtà della Scena Contemporanea – per la sua funzione di osservatorio critico sulle politiche teatrali del nostro Paese e di “pensatoio” intorno alle questioni teoriche suscitate dalla scena contemporanea, oltre che di propulsore di iniziative finalizzate a una più viva presenza delle differenti realtà artistiche nel contesto socio-politico-culturale italiano.

Fabulamundi. Playwriting Europe – progetto ideato e realizzato da PAV – per il pluriennale contributo di accompagnamento e conoscenza della drammaturgia italiana in Europa e di quella straniera in Italia, attraverso azioni di traduzione, mise-en-espace e confronto critico. Percorso che ha ottenuto il sostegno di Europa Creativa e che svolge, di fatto, un’attività di supplenza a iniziative solitamente appannaggio di ministeri e istituzioni culturali internazionali, arrivando oggi a disegnare un circuito che tocca dieci nazioni europee – dalla vicina Francia alla più remota Romania – e coinvolge altri tredici partner tra cui, per l’Italia, Area06/Short Theatre e Teatro i.

Premio Franco Quadri 2017 a Enrico Ghezzi

Attribuito dal direttivo dell’Associazione Ubu per Franco Quadri, il Premio Franco Quadri è dedicato a un maestro o una promessa della creazione contemporanea, della critica o della produzione, non solo teatrale. Caratterizzato da un respiro transnazionale, va oltre le consuete categorie di genere, teso a indicare percorsi che nutrono le arti in un costante processo di rigenerazione tra passato e futuro, messo in atto dai diversi angoli della scena. Dalla motivazione: “Cartografo di atlanti che rigenerano la forza emotiva ed elettrica delle immagini, gli si riconosce un agire in armonia con le leggi della patafisica, proprie anche del Patalogo-Ubulibri – l’annuario dello spettacolo realizzato da Franco Quadri tra il 1979 e il 2009 – che ha potuto contare sulla sua collaborazione, negli anni Ottanta, ai nove volumi dedicati al cinema. Nell’assegnazione del Premio Franco Quadri a Enrico Ghezzi, l’Associazione vuole mettere al centro la funzione critica, indicando un cammino intuitivo, onnivoro e trasversale, capace di abbracciare in senso deuleziano derive e spaesamenti tra ‘paura e desiderio’, alla ricerca dell’enigma che, nel morso di un’arte radicale, ci tiene in vita. Con Ghezzi nel nome di Quadri si festeggia un vedere che determina il nostro posto nel mondo.” Il premio verrà consegnato a Ghezzi nel corso di un tributo alla sua opera che si terrà nella prossima primavera a Bologna, in collaborazione con la Cineteca e il suo direttore Gian Luca Farinelli.

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