Simone Bruscia

Riccione Teatro e il TTV Festival. Intervista al direttore artistico Simone Bruscia

La storia  di Riccione è un’ascesa luminosa tra il buio delle due guerre verso un futuro radioso che attraversa il secolo breve arrivando fino ai nostri giorni. Un folle volo alimentato dalla volontà di un popolo operoso che, grazie all’amore per il mare e i suoi arenili, ha reso Riccione immortale: uno spettacolo di colori e suoni che si rinnova col passare delle stagioni.

Riccione TTV

Non solo di spiagge affollate da turisti e di passerelle mondane dei grandi personaggi dello spettacolo, la città romagnola si è nutrita. La cultura e l’arte teatrale, infatti, dal 1947 hanno trovato una casa nella sede di Riccione Teatro, associazione che indice il più importante e longevo premio italiano di drammaturgia, oltre al Premio Tondelli, istituito successivamente e dedicato all’autorialità under 30. Inoltre, nel 1985, sotto l’egida di Franco Quadri, Riccione Teatro ha ideato anche il TTV Festival, dal 2000 divenuto appuntamento biennale: una rassegna internazionale di eventi multidisciplinari con approfondimenti trasversali su spettacolo dal vivo, televisione, cinema, performing arts e arti visive.

Giunto oggi alla sua 25esima edizione, il TTV Festival, che verrà inaugurato il 12 settembre, rappresenta un tentativo di tornare a domandarsi insieme «Come vi immaginate l’amore?», interrogativo che dà il titolo a quest’edizione e che non vuole solo rappresentare un omaggio a Pina Bausch, ma un chiaro manifesto poetico, un antidoto per combattere la paura di una pandemia che ha gettato smarrimento su una comunità intera. Un’edizione che, in continuità con il proprio retaggio, pone al centro l’innovazione e la multidisciplinarietà, grazie a una riflessione sui linguaggi del contemporaneo, a partire dall’ibridazione di nuove forme esperienziali tra l’opera d’arte e i suoi destinatari, anche in relazione alla rivoluzione digitale.

Il Riccione TTV Festival di quest’anno sarà un’edizione diffusa con numerosi ospiti tra cui Elio Germano, Alessandro Sciarroni, Deflorian/Tagliarini, Fausto Paravidino, Lucia Calamaro e Isabella Ragonese ed eventi straordinari come l’importante focus dedicato a Pina Bausch, con Julie Shanahan, dal 1988 al Tanztheater Wuppertal, che eseguirà, in esclusiva per l’Italia, assoli tratti dal repertorio originale di Pina Bausch e Marigia Maggipinto, ex danzatrice del Tanztheater, chiamata a ricreare sulle spiagge di Riccione, il passaggio più noto delle opere di Pina, la linea primavera, estate, autunno, inverno dallo spettacolo Nelken.

Artefice e motore propulsore di Riccione Teatro è Simone Bruscia, direttore artistico dell’associazione, per cui ha curato negli ultimi dieci anni le edizioni del Riccione TTV Festival e del Premio Riccione per il Teatro. La capacità visionaria di Bruscia ha permesso in questi anni di amplificare la risonanza dei nuovi talenti della drammaturgia italiana, riuscendo altresì a immaginare nuove modalità di produzione e di programmazione presso lo Spazio Tondelli di Riccione.

I risultati di una nuova sensibilità culturale verso i processi artistici e la contaminazione tra i generi non sono passati inosservati, permettendo a Riccione Teatro di guadagnare ulteriore consenso da parte di pubblico e operatori tanto da ottenere alcuni riconoscimenti, tra cui il Premio Ubu nel 2019. Con Simone Bruscia, raggiunto telefonicamente per un’intervista, esploriamo gli orizzonti di Riccione Teatro e della 25esima edizione del TTV Festival.

Simone Bruscia – Ph Daniele Casalboni
In continuità col proprio percorso, questa 25ª edizione del TTV Festival tenterà di connettere in un unico dispositivo fotografia, teatro, danza, video e drammaturgia. In che modo la direzione artistica ha tentato di far dialogare i diversi frammenti di un’opera polifonica qual è l’arte attraverso multidisciplinarietà e innovazione?

Essendo il TTV un progetto biennale si alterna, nell’attività di Riccione Teatro – insignito del Premio Ubu 2019 – che è il soggetto promotore, al Premio Riccione di drammaturgia. Il TTV è nato nel 1985 da un’idea di Franco Quadri per indagare la relazione che intercorre tra le arti sceniche e il video. Il TTV è infatti acronimo di “teatro, televisione, video”. Con le rivoluzioni tecnologiche, il progresso delle arti sceniche e del video, il TTV, che in origine era anche un premio rivolto a film-maker, si è trasformato in un festival che dirigo dal 2010.

Dalla prima edizione che ho curato ho deciso di dargli una vocazione di festival, dedicato non solo al video, ma all’immagine in rapporto con le arti sceniche e visive. L’interazione delle arti nel segno della multidisciplinarietà ha rappresentato da sempre uno degli indirizzi di ricerca del progetto. Questo corto circuito tra i diversi linguaggi innesca la programmazione del TTV che, scaturendo dal Premio Riccione, presuppone sempre una forte riflessione legata alla drammaturgia, alla scrittura, alla partitura, alla coreografia.

L’innovazione è un’altra parola chiave perché il Premio Riccione è un riconoscimento maieutico, fa sbocciare testi nuovi e mette a fuoco la sperimentazione dei linguaggi. Questa 25ª edizione del TTV è nata, proprio per la cadenza biennale dell’evento, prima del lockdown, ed è stata pensata per il mese di settembre, un periodo particolare per il territorio che questo festival abita: la Riviera Romagnola ha una sua chiara vocazione legata al turismo e quest’anno, a maggior ragione, ci siamo confrontati sul tema e abbiamo deciso di festeggiare la fine di una stagione così particolare e per certi versi straordinaria con una manifestazione culturale di respiro internazionale.

Con la Pina Bausch Foundation faremo un esperimento di comunità, Join! The Nelken Line Project, che racconta il susseguirsi delle stagioni, derivante dallo storico spettacolo della Bausch e trasformato in una sorta di sfilata. In moltissime parti del mondo, insieme alle danzatrici storiche di Pina, viene chiamato a raccolta il pubblico di un certo territorio e insieme si celebra questo inno alla vita. Insieme a Lorenzo Conti, giovane curatore della sezione danza del TTV, abbiamo pensato di organizzare la Nelken Line a Riccione, partendo dalla spiaggia di Viale Ceccarini con Marigia Maggipinto, che ha lavorato a lungo con Pina Bausch, e che guiderà un workshop introduttivo alla performance insegnando ai partecipanti la partitura coreografica, fatta di semplicissimi gesti, facilmente ripetibili. La camminata danzante si svolgerà sulla battigia e sarà accompagnata dal respiro del mare e avvolta dalla musica di Louis Armstrong che verrà trasmessa dalla Publiphono, grandi altoparlanti disseminati sulla spiaggia che da oltre cinquant’anni sono la voce estiva in filodiffusione della Riviera.

In questo TTV la spiaggia sarà di fatto il nostro teatro, la nostra arena che verrà inaugurata il 18 settembre da Alessandro Sciarroni, al tramonto, con lo spettacolo Don’t be frightened of turning the page. L’indomani, il 19 settembre, sempre sulla spiaggia, Julie Shanahan del Tanztheater Wuppertal, in esclusiva per il Riccione TTV Festival, eseguirà due assoli in un’unica serata. Il primo è un estratto di Agua, spettacolo firmato da Pina Bausch nel 2001 e nato da un lungo soggiorno-residenza del Tanztheater in Brasile.

Il secondo viene montato appositamente per Riccione dalla stessa Julie, che per farlo ha tratto ispirazione dal titolo che quest’anno si è dato il festival: “Come vi immaginate l’amore?”. Si tratta di una delle moltissime domande che Bausch poneva ai suoi danzatori per provocarne le “improvvisazioni” dalle quali, di volta in volta, germogliavano i suoi capolavori di teatrodanza. È una domanda bellissima che abbiamo deciso di rivolgere anche a noi che abbiamo concepito il progetto e agli artisti ospiti del festival.

Il 2020 segna anche il compimento dei dieci anni di ricerca avviati da Riccione Teatro su Pina Bausch. Il TTV sarà teatro di una grande mostra fotografica dal titolo Liebe Pina, che inaugureremo il 19 settembre a Villa Mussolini, con Julie Shanahan e Leonetta Bentivoglio, in cui “metteremo in scena” immagini degli spettacoli del Tanztheater e fotografie inedite di Pina scattate da Ninni Romeo. L’omaggio a Pina si conclude con Deflorian/Tagliarini che verranno a proporre il loro omaggio a Café Müller. Lo scorso anno, Deflorian/Tagliarini sono stati insigniti, a Riccione, del Premio all’innovazione drammaturgica. In occasione di questo riconoscimento, i due artisti terranno una lectio magistralis.

Come vi immaginate l’amore? è il titolo di questa 25ª edizione: una domanda poetica a cui dare una risposta attraverso l’arte. Come immagini tu l’amore?

Lo immagino nel modo in cui ho immaginato questo festival, cercando di metterci dentro un portato di vissuto che mi riguarda da vicino e che concerne l’amore per la ricerca sulle arti performative e sui linguaggi, accompagnando non solo l’aspetto professionale della mia esistenza, ma anche la mia vita. Una mia grande “ossessione” è quella di far vivere progetti culturali così ambiziosi in un luogo come Riccione, un posto magico, il posto in cui ho scelto di vivere.

È straordinario che in un luogo come questo si riesca a portare avanti, dal 1947, un progetto virtuoso come il Premio di drammaturgia che non solo resiste, ma che si è trasformato nel tempo come si è trasformata Riccione. “Come mi immagino l’amore” è anche il coinvolgimento attivo nei processi culturali di tante anime e realtà di questo territorio. Mi piace rivolgermi, anche in festival così specifici sul piano dei contenuti, a un pubblico eterogeneo che partecipa in maniera importante, proprio perché coinvolto, scoprendo la progettualità culturale.

Anche quest’anno verrà dato grande spazio alla riflessione sulle arti performative attraverso incontri e dibattiti con critici e ricercatori. Ne è un esempio il convegno Il teatro che racconta. Dedica a Fausto Paravidino, dove il drammaturgo genovese racconterà la sua idea di teatro in un incontro che riunisce collaboratori storici e critici, coordinato da Graziano Graziani e Rossella Menna. Che valore ha per Riccione Teatro e per il TTV questo tentativo di tessere un dialogo tra la storiografia, la scena contemporanea e gli spettatori?

Mi interessa e trovo fondante il tema della ricerca portato in un dialogo aperto con un pubblico ampio. Credo sia un atto doveroso e ho sempre cercato di farlo creando dei contesti che contemplassero anche la fruizione libera e la tranquillità di chi partecipa in veste di relatore. In questo caso è un convegno che mette a corto circuito la storia anche recente del Premio, un omaggio a Fausto Paravidino che ha creato un nuovo canone di scrittura per il teatro, ha innescato un nuovo immaginario, una generazione di autori di cui è diventato un simbolo.

È stato il più giovane presidente del Premio Riccione e con la sua presidenza abbiamo voluto dare un segnale forte. Questo convegno è stato inserito nell’ultimo week-end del festival, quello più prettamente teatrale, il 26 e il 27 settembre a Santarcangelo di Romagna debutterà uno spettacolo che Lucia Calamaro ha scritto per Isabella Ragonese che è anche una componente della giuria del Premio Riccione.

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Emanuele Aldrovandi

Autore e rappresentante di una nuova generazione teatrale. Intervista al drammaturgo Emanuele Aldrovandi

Di Emanuele Aldrovandi, emiliano classe 1985, possiamo senza dubbio asserire che sia uno fra gli autori più talentuosi nel panorama drammaturgico italiano under 35. Giovane certo, ma già con tanti testi pubblicati e premi vinti lungo il suo cursus honorum, fra cui ricordiamo il più importante riconoscimento italiano per la nuova drammaturgia il “Premio Riccione Pier Vittorio Tondelli”, conquistato nel 2013 con Homicide House.

Aldrovandi, rappresentante autorevole di una nuova generazione di drammaturghi sia per i temi sia per le forme drammaturgiche originali utilizzate, nel 2015 è finalista al “Premio Riccione” e al “Premio Scenario” con Scusate se non siamo morti in mare, al “Premio Testori” con Allarmi! e vince il “Premio Hystrio” con Farfalle. Sempre con Farfalle, nel 2016 vince il Mario Fratti Award. Fra le sue ultime opere citiamo Isabel GreenNessuna pietà per l’arbitro, Il Generale. I suoi testi sono pubblicati in Italia da CUE Press e sono tradotti in inglese, tedesco, francese e catalano.

Si occupa anche di insegnamento, tenendo da anni un corso di scrittura a Reggio Emilia con il Centro Teatrale MaMiMò e collaborando con vari enti di formazione fra cui Residenza Idra, Accademia Perduta e la Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi.

Emanuele Aldrovandi
Emanuele Aldrovandi

Da dove parti per scrivere un testo?

Mi verrebbe da dire che ogni volta è diverso, ma dovendo trovare un filo conduttore credo che finora le idee siano quasi sempre nate da pensieri, problemi, paradossi, sentimenti o situazioni reali a cui non riuscivo a trovare una soluzione. L’invenzione di storie e personaggi mi serve per dare forma a qualcosa di complesso che non potrei esprimere in nessun altro modo e che, in un certo senso, scopro e approfondisco proprio attraverso quelle storie e quei personaggi. Questo vale anche quando lavoro su “commissione”, cerco sempre di essere sincero con i miei dubbi.

Come capisci di essere arrivato alla stesura definitiva?

Le dead-line. All’inizio erano le esercitazioni all’Accademia, poi le scadenze dei premi e dopo, quando i miei testi hanno cominciato a essere messi in scena, i debutti. Mi dicevo: “Lo puoi cambiare fino al giorno del debutto”. Poi però andavo alla prima e mi veniva voglia di spostare ancora una parola o invertire una frase. Ho dovuto metterci un limite. Le pubblicazioni e le traduzioni sono molto efficaci: quando vedo un testo pubblicato o tradotto in una lingua che non conosco mi dico “Ok, adesso non ci puoi fare più niente”.

Racconti storie fortemente connesse con il presente: credi che il teatro possa avere un impatto sulla società?

No. Almeno non in modo diretto e immediato. Perché il teatro non è più la “piazza” della nostra società. Gli spettacoli che vogliono “sensibilizzare”, “scandalizzare” o “muovere” infatti mi fanno sempre un po’ pena, perché in generale vengono visti quasi solamente da pubblico già sensibilizzato, già scandalizzato o già mosso e questo ovviamente non incide affatto sulla società, è solo un tipo di intrattenimento diverso da quello mainstream. Io però credo fortemente nell’impatto che l’arte drammatica può avere sul futuro, perché il teatro è uno dei pochi luoghi in cui le persone possono prendersi il tempo di andare in profondità di qualcosa.

E più la nostra vita diventerà un susseguirsi continuo di situazioni e stimoli parcellizzati, più sarà raro e cruciale riuscire a ritagliarsi degli spazi di profondità, in cui il contesto ti obbliga a lasciare il cellulare in tasca, a non parlare con nessuno e a immergerti in quello che sta succedendo. Per questo credo che il teatro continuerà a essere necessario.

Cosa vorresti che dicesse un tuo lettore o spettatore dopo aver letto o visto rappresentato un tuo testo?

Io vorrei che le persone uscissero arricchite nella complessità del ragionamento. Non perché “sanno più cose”, ma perché le hanno viste da punti di vista che non si aspettavano e questo le ha fatte pensare. Vorrei rompere le sinapsi incrostate che limitano il nostro modo di vedere la realtà e che ci portano a semplificare, a creare dicotomie e avere pregiudizi. Questo, rispondendo anche alla domanda di prima, non ha un impatto sul presente, ma può averlo sul futuro.

Come ti rapporti alle messe in scena dei tuoi testi? Segui le prove?

Soffro. Ma col tempo ho imparato a soffrire con distacco. Seguo le prove il meno possibile. Cerco di rispondere a tutte le domande che mi vengono fatte e che possono servire per la riuscita del lavoro, ma in generale credo sia giusto che l’autore faccia un atto di fiducia nei confronti del regista e degli attori. Poi in realtà ogni progetto è diverso per cui la vera risposta è: dipende.

Insegni drammaturgia alla Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi e al Centro Teatrale MaMiMò: come si insegna a scrivere? Ci sono delle regole imprescindibili per comporre un testo teatrale?

In campo artistico le regole servono solo per poter essere infrante. Però bisogna conoscere il materiale di cui è composta la cosa che si vuole infrangere, altrimenti si finisce nel ridicolo. Credo che il compito di una scuola sia offrire sguardi competenti e profondi che possano arricchire i percorsi degli allievi, ma ogni percorso è diverso e non c’è niente di imprescindibile.

Quali sono i tuoi drammaturghi contemporanei preferiti, italiani e stranieri?

Italiani Paravidino, Carnevali e Santeramo. Stranieri Mayorga. Se invece di “preferiti” (termine che obbliga a un sintesi) mi avessi chiesto quali sono quelli che “mi piacciono” avrei fatto un elenco molto più lungo: credo che la drammaturgia italiana stia vivendo un momento molto florido di cui forse ci si renderà conto compiutamente solo fra qualche anno.

 Se bruciassero tutti i libri del mondo e ne potessi salvare solo uno, quale sceglieresti?

I fratelli Karamazov.

Sei tra i giovani drammaturghi italiani più premiati. Secondo te cosa serve al teatro in questo momento?

Che la qualità conti più della quantità. Che i numeri siano il mezzo e non lo scopo. Che gli organizzatori siano al servizio degli artisti e non viceversa.

Prossimi progetti?

Andare a New York a maggio a vedere la produzione americana di Farfalle/Butterflies (sarà in scena per due settimane al The Tank Theater). Finire di scrivere un testo per la prossima stagione per Marco Plini che ogni tanto mi chiama minaccioso: “Allora, stai a lavorà a ‘sto testo o no?”. Ultima cosa, ma non in ordine di importanza: dedicarmi alla regia, sia a teatro (la prossima stagione metterò in scena Farfalle, sarà la mia prima regia), sia al cinema (ho appena finito di girare un cortometraggio e sto scrivendo una sceneggiatura per un lungo).

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Intervista a Pier Lorenzo Pisano, vincitore del Premio Riccione “Pier Vittorio Tondelli”

Intervistiamo il drammaturgo Pier Lorenzo Pisano: nato a Napoli, studia a Venezia, laureandosi in Conservazione dei Beni Culturali. Intraprende un percorso attoriale specializzandosi presso la Guildhall School Of Music and Drama (Londra). Comincia a lavorare come attore e assistente alla regia per cinema e teatro, e come montatore in vari progetti tra cui il documentario Torn – Strappati, vincitore di un Nastro d’Argento e presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. Completa la sua formazione diplomandosi come regista cinematografico presso il Centro Sperimentale di Roma (scuola nazionale di cinema). Il suo cortometraggio di esordio Così in terra, è stato selezionato in concorso al Festival di Cannes 2018. Parallelamente si dedica alla scrittura ottenendo riscontri nei maggiori premi italiani di drammaturgia e sceneggiatura, tra cui il Premio Hystrio 2016 con Fratelli, il Premio Riccione-Tondelli nel 2017 con Per il tuo bene e il Premio Solinas 2018.

Per il tuo bene ha debuttato in Italia a gennaio presso il teatro delle Passioni di Modena e presso l’Arena del sole di Bologna con la regia dell’autore. È stato rappresentato, in traduzione francese, presso il Théâtre Ouvert (Parigi). La versione francese è stata inoltre presentata in apertura del Festival di Avignone 2018, nel programma “Forum des Nouvelles Écritures Dramatiques Européennes”.

Qual è stato il primo incontro con il teatro?

Da piccolo non stavo mai fermo, i miei mi spedivano ai corsi di teatro per stancarmi. Ricordo la prima volta che sono stato dietro le quinte: ho scoperto tutto quel mondo nascosto, enorme e polveroso che sono i camerini, i corridoi…un labirinto da esplorare. Più che per il corso in sé, andavo lì per il fascino di quel posto. Ho fatto anche qualche laboratorio al liceo, cose ignobili, ma molto divertenti. L’incontro con il vero teatro però è stato a Venezia. C’è questo teatrino minuscolo, l’Avogaria, che da fuori non sembra nemmeno un teatro; è un palazzo normale con una piccola porta che dà su un campo. Poi quando entri scopri un palco con file di sedie, tutto in miniatura. Ho iniziato lì, come attore.
L’incontro con la drammaturgia è stato successivo. Ho sempre scritto molto, anche se non per il teatro. La prima volta forse avevo buttato giù un piccolo testo per un bando, non ricordo bene, e poi ho continuato. Sceglievo dei bandi e scrivevo. Non inviavo i testi; mi servivo delle scadenze per portare a termine la scrittura, come una sorta di allenamento.

Quali sono state le esperienze più proficue e importanti per la tua formazione di attore?

L’esperienza attoriale più significativa l’ho avuta a Firenze. Ho seguito un seminario di un mese con Anatolij Vasiliev, sperimentando il suo metodo degli étude. Semplificando tantissimo: si lavora sulle situazioni emotive e sulle strutture di potere, sostituendo le immagini del testo con immagini personali. Il risultato è che quando provi la scena rivivi davvero il percorso del personaggio, ed ogni volta che la ripeti, succede di nuovo. Non c’è recitazione. Alla fine, quando ritorni al testo vero e proprio, la scena funziona perchè ormai la dinamica si è sedimentata.

Per quanto riguarda l’ambito drammaturgico ?

Ho un bellissimo ricordo dell’incontro con Michele Santeramo, a San Miniato. Ha un metodo creativo molto personale, ed è generoso. Ti dice: io faccio così, tu prendi quello che vuoi. Ricordo una frase che sintetizza molte cose, forse è sua o è rubata a sua volta: “Tutte le battute sono Scusa o Vaffanculo. Il resto è chiacchiericcio”. Ho scritto un dialogo di Fratelli che prende questo suggerimento alla lettera. Anche l’incontro con Mark Ravenhill è stato importante, perché mi ha spostato il fuoco ancora di più sulla famiglia, che era il tema di cui lui si interessava in quel periodo. C’è stato uno scambio molto forte con gli altri ragazzi del laboratorio, che venivano da ogni parte del mondo. Ogni famiglia ha delle regole diverse, eppure si dà per scontato che le proprie regole valgano per tutti. Ma una famiglia di Taiwan non funziona come una famiglia napoletana, anche se saltano fuori punti di contatto incredibili.

Perché hai scelto la famiglia come tema d’indagine sia in “Fratelli” sia in “Per il tuo bene”?

Mi ha sempre affascinato. Ogni grande narrazione è una storia di famiglia. Prendi tutta la mitologia greca, egiziana, indiana…Anche il cristianesimo: la storia di un figlio e di un padre lontano. Persino Star Wars non è nient’altro che questo: tre generazioni, di padre in figlio. È qualcosa da cui siamo irresistibilmente attratti. Ti racconto questa cosa: tempo fa ho avuto una discussione con mio padre e abbiamo litigato. Sul momento non mi era importato molto, ma quando sono tornato a casa mi sono accorto che mi tremavano le mani. È questa la forza della famiglia. Sono rapporti che ti spostano, che hanno un potere enorme su di te, che tu lo voglia o meno.

In questo senso come si pone la tua esperienza di vita rispetto all’ideazione drammaturgica di “Fratelli” e “Per il tuo bene” ?

Quando scrivo, scrivo di cose che mi bruciano. Butto giù la prima stesura in pochissimo tempo, come un flusso, perché sono temi, contesti e personaggi che mi toccano molto. Non è una scrittura autobiografica, non c’è la mia vita dentro, in nessuno dei testi ci sono cose che mi sono successe davvero. Ma sono dinamiche che conosco. E c’è sicuramente il mio punto di vista. Poi, comunque, rileggendomi capisco molte cose su di me. Capisco perché i personaggi dicono certe cose. Il testo mi fa un po’ da specchio.

Quale sono le affinità e quali le divergenze fra questi che possiamo considerare finora i tuoi testi più importanti?

Diciamo così: Fratelli è un testo drammatico e un tentativo di capire come sopravvivere al dolore – se si può. Per il tuo bene è un testo drammatico e un tentativo di capire come sopravvivere alla famiglia – se si può uscirne. Sono due angolazioni diverse, a partire dal tipo di scrittura. Fratelli si costituisce quasi interamente di monologhi, flussi di coscienza molto dilatati. Ogni monologo ha moltissime immagini con le quali i personaggi costruiscono il mondo della storia. Per il tuo bene è più tradizionale, ci sono luoghi definiti e la scrittura alterna i dialoghi a un tipo particolare di monologhi brevi, quasi delle dichiarazioni.
Poi, in Fratelli c’è un tempo diverso: il racconto si riavvolge all’indietro attraverso salti temporali, con un meccanismo di disvelamento sia della trama sia emotivo, anche se il flusso resta nel complesso abbastanza chiaro. E c’è un tipo di rapporto tra i fratelli molto stretto, in un certo senso involuto, post-apocalittico: sono chiusi nel loro microcosmo, e sentono il peso infinito di un’assenza.
In Per il tuo bene il tempo è lineare, ci sono più personaggi, e c’è un discorso che oltre a parlare di famiglia, approfondisce come la famiglia vede gli estranei e come ci si rapporta. Fratelli è più specifico; Per il tuo bene è più esaustivo. Fratelli è già esploso. Per il tuo bene è in punta di piedi, è tutto in bilico, potrebbe succedere qualunque cosa da un momento all’altro, ma non ancora.

Oltre a scrivere di teatro, ti occupi anche di cinema: come cambia il tuo modus operandi quando scrivi una sceneggiatura?

Banalmente, la differenza più grande è che la sceneggiatura racconta per immagini, mentre il teatro è scrittura di scena pura, con le dovute eccezioni. Poi, la sceneggiatura non è un prodotto finito, è uno strumento di lavoro concreto, che per questo richiede un’impaginazione molto precisa, ad esempio per effettuare lo spoglio. C’è anche una questione culturale: il testo teatrale può diventare qualcosa di sacro e intoccabile, e sono tutti gli altri a doverci girare intorno. La sceneggiatura invece continua a cambiare -per le mani del regista cinematografico o degli attori stessi- fino al giorno in cui non si gira la scena. Il vantaggio di scrivere per entrambi i media è che puoi provare ad unire il meglio dei due mondi. La forte scrittura di scena del teatro, dialoghi in cui anche se non si dice nulla emergono i rapporti e il conflitto, e il rigore descrittivo della sceneggiatura, che ti impedisce di essere troppo didascalico. Scrivere una bella sceneggiatura, comunque, in quanto testo da lavoro, non è sempre indicativo del risultato finale, richiede un regista bravo. Invece, nel caso della trasposizione cinematografica di un testo teatrale, ci sono mille esempi positivi: mi vengono in mente Killer Joe, o Carnage. Se la regia è buona, il testo fa un ulteriore salto, altrimenti mantiene comunque la sua efficace scrittura di scena.

Quali sono le sensazioni dopo aver ricevuto un premio prestigioso come il Premio Tondelli? Che ricordi hai della serata di premiazione e dell’incontro con alcuni fra i più importanti nomi del teatro italiano contemporaneo?

Pensare di essere nella stessa, ristretta lista, con gli altri autori che hanno ricevuto questo premio è incredibile. Sul palco Fausto Paravidino ed Emma Dante hanno letto l’inizio del testo. Dopo ho avuto occasione di parlare e confrontarmi con i giurati, tutte persone che stimo molto e di cui seguo il lavoro nei vari ambiti. È stato emozionante, e un bellissimo regalo.

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54° Premio Riccione per il Teatro: i vincitori

Sabato 23 settembre, in piazzale Ceccarini, si è celebrata la 54ª edizione del Premio Riccione per il Teatro, manifestazione che pochi giorni fa ha ricevuto la medaglia del Presidente della Repubblica. Nato nel 1947, il più longevo concorso italiano di drammaturgia ha festeggiato i suoi primi 70 anni con una serata-evento presentata da Graziano Graziani (Radio 3) e dall’attrice Silvia D’Amico. Alla serata, culminata con la premiazione dei vincitori del concorso, ha partecipato anche la giuria, presieduta da Fausto Paravidino e composta dallo stesso Graziani e da Giuseppe Battiston, Arturo Cirillo, Emma Dante, Federica Fracassi, Claudio Longhi, Renata Molinari, Laurent Muhleisen e Christian Raimo.

Assegnato con cadenza biennale all’autore di un testo teatrale (in italiano o in dialetto) ancora non rappresentato, il Premio Riccione per il Teatro (5000 euro) è andato quest’anno a Vitaliano Trevisan per Il delirio del particolare. Ein Kammerspiel. Nato a Sandrigo (Vicenza) nel 1960, Trevisan è uno dei più affermati scrittori e drammaturghi italiani e ha già ricevuto una menzione speciale al Premio Riccione nel 2015. Per il teatro ha curato l’adattamento di Giulietta di Federico Fellini e ha scritto, tra gli altri, Il lavoro rende liberi e Solo RH, portati in scena rispettivamente da Toni Servillo e Roberto Herlitzka; di recente ha inoltre adattato Il giocatore di Dostoevskij. Al cinema ha lavorato come attore e sceneggiatore in diversi film, tra cui Primo amore di Matteo Garrone.

Trevisan ha superato gli altri finalisti Carlotta Corradi (Nel bosco), Francesca Garolla (Tu es libre) e Fabio Massimo Franceschelli (Damn and Jammed). Tutti i finalisti restano comunque in gara per un premio di produzione da 15.000 euro, assegnato per favorire la rappresentazione dell’opera presentata in concorso. Franceschelli ha inoltre conquistato la menzione speciale “Franco Quadri” (1000 euro), riservata al testo che meglio coniuga scrittura teatrale e ricerca letteraria. Nato a Roma nel 1963, Franceschelli si alterna tra saggistica e drammaturgia, critica e narrativa. È autore di commedie, monologhi e drammi rappresentati in Italia e all’estero, ed è redattore della rivista di drammaturgia contemporanea Perlascena.

Come accade da molti anni, il concorso – organizzato da Riccione Teatro e dal Comune di Riccione con il sostegno della Regione Emilia-Romagna e di Hera – riserva un riconoscimento a sé agli autori under 30, il prestigioso Premio Riccione “Pier Vittorio Tondelli” (3000 euro). In questa categoria è risultato vincitore Pier Lorenzo Pisano con Per il tuo bene, storia di una famiglia che cerca di superare con leggerezza un momento difficile. Anche questa, come ogni famiglia, ha le sue regole. E si basano tutte sul ricatto d’amore. Nato a Napoli nel 1991, laureato in conservazione dei beni culturali a Venezia, Pisano ha studiato come attore, perfezionandosi alla Guildhall School of Music and Drama di Londra, e ha approfondito il suo interesse per la scrittura teatrale con Michele Santeramo, Stefano Massini e Mark Ravenhill. Ha già ottenuto i primi riscontri come drammaturgo e sceneggiatore (Hystrio e Solinas, tra gli altri) e ha lavorato anche come assistente alla regia e montatore cinematografico. Di recente si è diplomato al corso triennale di regia del Centro sperimentale di cinematografia.

In finale, Pisano ha superato Christian Di Furia (Un pallido puntino azzurro), Riccardo Favaro (Nastro 2), Tatjana Motta (Nessuno ti darà del ladro). I finalisti partecipano anche in questo caso all’assegnazione di un premio di produzione (10.000 euro).

Quest’anno è stato inoltre introdotto un Premio speciale per l’innovazione drammaturgica, assegnato fuori concorso a una personalità capace di aprire nuove prospettive al mondo del teatro. Il premio è andato a Chiara Lagani, attrice e drammaturga ravennate, fondatrice della compagnia Fanny & Alexander. A decidere il vincitore, che sarà protagonista di una personale al prossimo Riccione TTV Festival, è stato un comitato scientifico formato dai critici di quattro riviste: Lorenzo Donati (Altre Velocità), Francesca Pierri e Andrea Pocosgnich (Teatro e Critica), Francesca Serrazanetti (Stratagemmi), Carlotta Tringali (Il Tamburo di Kattrin).

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