La Giara di Roberto Zappalà dal 12 al 22 giugno al Teatro Regio di Torino

Il nuovo progetto di Roberto Zappalà e della sua Compagnia porta in scena in prima assoluta dal 12 al 22 giugno, sul palcoscenico del Teatro Regio di Torino, La Giara, creazione in atto unico liberamente ispirata all’omonima novella di Luigi Pirandello. Lo spettacolo che vede protagonisti undici interpreti maschili, su partitura musicale di Alfredo Casella, suonata dal vivo da orchestra e tenore del Teatro Regio di Torino. Lo spettacolo è parte di una serata a due titoli infatti viene eseguite insieme alla Cavalleria Rusticana per la regia di Gabriele Lavia. La Giara è una produzione di Scenario Pubblico CZD – Centro Nazionale di Produzione della Danza in collaborazione con il Teatro Regio di Torino.

La Giara che Pirandello scrisse nel 1906 (pubblicata nel 1909 sul Corriere della Sera) e dalla quale successivamente nel 1916 trasse un atto unico, nasce in qualche modo con intenzioni d’avanguardia. Il balletto infatti è una commedia coreografica in un atto commissionata a Casella da Rolf de Maré per i suoi Ballets Suédois, una compagnia dalle scelte musicali e artistiche innovative. A partire da Pirandello Roberto Zappalà realizza un pezzo di danza dove le atmosfere e i temi vengono filtrati come sempre alla luce della propria sensibilità contemporanea.

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MANICOMIO! MANICOMIO! Sei personaggi in cerca d’autore in mostra al Teatro Valle

MANICOMIO! MANICOMIO! Sei personaggi in cerca d’autore in mostra al Teatro Valle dal 13 aprile al 2 giugno. Alla vigilia dei cento anni (1921-2021) da quella burrascosa prima del 10 maggio del 1921, il teatro propone ai suoi visitatori una mostra per ripercorrere la storia di uno dei testi più emblematici del Novecento, attraverso sei celebri allestimenti che ne hanno segnato il destino.

Attorno alla figura del grande drammaturgo siciliano, ai ricordi della prima e delle successive messinscene, si struttura questa mostra che disegna un percorso a tappe scandito dall’alternarsi dei sei allestimenti in un viaggio che dal 1921 arriva ai giorni nostri, fra locandine d’epoca, testi dei più autorevoli critici del tempo e testimonianze lasciate da Pirandello: una mappatura di memorie e riflessioni restituite al pubblico, in sessioni tematiche, con ricostruzioni nello spazio e proiezioni video, oltre che con materiali testuali e fotografici.

Sei personaggi per sei allestimenti che ricostruiscono e documentano sei messinscene storiche, per riportare alla luce la “molteplicità della verità” che questo testo ha disseminato lungo tutto il secolo scorso. La mostra è stata inaugurata sabato 13 aprile con la prima sessione dedicata allo storico debutto del 1921 con la compagnia diretta da Dario Niccodemi, in esposizione fino al 21 aprile. Si prosegue con la prima ripresa moderna e filologica di Giorgio De Lullo con la compagnia de “I giovani” nel 1964 (dal 25 al 28 aprile); Pirandello chi?, spettacolo di suggestioni e visioni che Memè Perlini costruì nel 1973 e che fu uno dei manifesti della neoavanguardia romana (dal 2 al 5 maggio); la lettura di Mario Missiroli che sottolinea la differenza tra i Personaggi e gli Attori, vestendoli in abiti settecenteschi pronti a una recita goldoniana (dal 9 al 12 maggio); la versione rigenerativa e straniante di Carlo Cecchi del 2003 (dal 16 al 19 maggio); la ricerca e la messa in prova di In cerca d’autore. Studio sui Sei personaggi di Luca Ronconi con gli allievi dell’Accademia D’Amico nel 2012 (dal 23 maggio al 2 giugno).

In cerca d’autore. Studio sui Sei personaggi di Luca Ronconi
In cerca d’autore. Studio sui Sei personaggi di Luca Ronconi

L’irrompere in teatro dei sei personaggi – con la loro storia di vergogne familiari borghesi che chiedono a un gruppo di attori di dar vita al loro dramma – è rievocata in modo spettacolare in sala e sul palcoscenico del Valle da una vera e propria ricostruzione dei personaggi e del capocomico nell’atto dell’ingresso sulla scena. La suggestione è ricreata e fatta rivivere con manichini posizionati come indicato da Pirandello e vestiti con i costumi della Sartoria Farani, inseriti nel gioco di proiezioni di Ernani Paterra. Una installazione che accompagnerà l’avvicendarsi degli allestimenti per l’intera durata della mostra, a rievocare la forza del testo e della sua storica rottura con la tradizione.

A guidare il viaggio un ciclo di incontri con protagonisti e personalità della scena teatrale che di volta in volta apriranno le sessioni dedicate ai sei diversi allestimenti (ciascuna alle ore 17), invitando il pubblico a momenti di ricordo e approfondimento. Inaugura la mostra il 13 aprile l’intervento di Paolo Petroni con una introduzione sulla storica prima di Pirandello. La seconda esposizione dedicata alla messinscena di Giorgio De Lullo è accompagnata il 26 aprile dalla proiezione di un filmato dell’allestimento del 1964. La terza esposizione è introdotta da un ricordo su Memè Perlini e sugli anni delle cantine romane, il 2 maggio, con la proiezione dell’allestimento del 1973. La quarta esposizione il 9 maggio accoglie un intervento di Monica Guerritore e, a seguire, la proiezione di un filmato dell’edizione del 1993 di Mario Missiroli. La quinta esposizione è introdotta il 16 maggio dal filmato della versione di Carlo Cecchi. La sesta esposizione il 23 maggio apre con l’intervento di Roberta Carlotto che ripercorre il lavoro di Luca Ronconi al Centro Teatrale Santacristina.

Inoltre, accompagna la mostra un programma di Colazioni con i Sei Personaggi per chiacchierare attorno a Pirandello. Tre colazioni domenicali – 12, 19, 26 maggio (sempre ore 11) nel Foyer del Teatro Valle – a cura del giornalista e critico teatrale Graziano Graziani, che condurrà delle “interviste impossibili” al fianco di tre scrittori chiamati a conversare ognuno a proprio modo sulle figure dei personaggi.

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I giganti della montagna: Roberto Latini al Teatro Vascello di Roma

L’11 e il 12 aprile al Teatro Vascello di Roma andrà in scena lo spettacolo “I giganti della montagna” di Luigi Pirandello, adattamento e regia Roberto Latini prodotto da Fortebraccio Teatro.

Roberto Latini
Roberto Latini

Note di regia “I giganti della montagna”:

Terzo dei miti moderni di Pirandello.Dopo il religioso “Lazzaro” e il sociale “La Nuova Colonia”, I Giganti della Montagna è il mito dell’arte. Rappresentato postumo nel 1937, è l’ultimo dei capolavori pirandelliani ed è incompleto per la morte dell’autore.
La vicenda è quella di una compagnia di attori che giunge nelle sue peregrinazioni in un tempo e luogo indeterminati: al limite, fra la favola e la realtà, alla Villa detta “la Scalogna”. Non aggiungerò parole alla trama, ma voglio dire di altre possibilità che vorrei assecondare.
La più importante è rispetto al fascino del “non finito”, “non concluso”; all’attrazione che ho sempre avuto per i testi cosiddetti “incompiuti”. Sono così giusti rispetto al teatro: l’incompiutezza è per la letteratura, per il teatro è qualcosa di ontologico.
Trovo perfetto per Pirandello e per il Novecento che il lascito ultimo di un autore così fondamentale per il contemporaneo sia senza conclusione. Senza definizione. Senza punto e senza il sipario di quando c’è scritto – cala la tela.
Voglio rimanere il più possibile nell’indefinito, accogliere il movimento interno al testo e portarlo sul ciglio di un finale sospeso tra il senso e l’impossibilità della sua rappresentazione.
I Giganti della Montagna è un classico che penso si possa permettere ormai il lusso di destinarsi ad altro possibile.
Dopo le bellissime messe in scena che grandi registi e attori del nostro Teatro recente e contemporaneo ci hanno già regalato, penso ci sia l’occasione di non resistere ad altre tentazioni.
Provarci, almeno. La compagnia di attori che arriva alla Villa della Scalogna sembra avere, in qualche forma, un appuntamento col proprio doppio.
Cotrone e Ilse stanno uno all’altra come scienza e coscienza, gli stessi Giganti, mai visti o vedibili, sono così nei pressi di ognuno da potersi sentire come proiezioni di sé.
Voglio immaginare tutta l’immaginazione che posso per muovere dalle parole di Pirandello verso un limite che non conosco. Portarle “al di fuori di tempo e spazio”, come indicato nella prima didascalia, toglierle ai personaggi e alle loro sfumature, ai caratteri, ai meccanismi dialogici, sperando possano portarmi ad altro, altro che non so, altro, oltre tutto quello che può sembrare. Le parole, le parole, le parole! sono queste il personaggio che ho scelto.
Se i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo, per andare appena oltre, per provarci almeno, devo muovere proprio da quelli.

R. L.

Per maggiori informazioni > http://teatrovascello.it/2017-2018/schede/giganti-della-montagna.htm

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TEATRALMENTE #6 – Prossemica e modelli di comunicazione

Quando ho frequentato il primo laboratorio di teatro, tempo fa, ero giovane e avevo aderito a quel corso perché lo frequentava anche il ragazzo che mi piaceva. Non conoscevo niente di quel mondo, solo qualcosina: non dare le spalle al pubblico, usare bene la voce, non dondolare mentre parli, la tenda solitamente rossa che si apre e si chiude si chiama sipario. Insomma cose così. Pian piano ho scoperto che non solo la tenda aveva un nome, e che stavo poggiando i piedi su un legno chiamato palco, ma che il gioco del teatro ha delle regole che hanno dei nomi.

La Zattera. Sappiamo cos’è una zattera. A teatro la zattera diventa una sorta di metafora. Mi auguro che nessuno si sia mai trovato in occasione di dover usare una zattera oggigiorno, ma è di facile intuizione il fatto che se ci si siede tutti a destra o tutti a sinistra su di un pezzo di legno galleggiante le probabilità di finire in acqua sono molto alte. Quello che non ho mai capito è se “zattera” fosse un termine usato solo da quell’insegnante o se rientrava in un linguaggio universale per dire “distribuitevi nello spazio in maniera equidistante senza lasciare buchi sulla scena”.
Poi ho scoperto che alcuni dicevano prossemica per indicare una regola simile. In realtà la parola prossemica , esclamata con vigore e a volte velata impazienza, suonava quasi come un’aggressione se qualcuno stava impallando (altro termine tecnico teatrale usato spesso per dire “mi stai coprendo, così non mi vede nessuno”) il compagno o pestandogli i piedi… allora al richiamo prossemica ci si riposizionava in maniera equidistante nello spazio.

Col tempo ho scoperto che la prossemica è una vera e propria disciplina, una scienza che studia l’uso che fanno le persone della distanza. La prossemica è quella branca della psicologia che studia i comportamenti spaziali, ovvero il modo in cui ci collochiamo nello spazio e regoliamo le nostre distanze rispetto agli altri e all’ambiente.
Il primo studioso a fare ricerche estensive in questo ambito è stato l’antropologo E.T. Hall il quale, al termine della seconda guerra mondiale, venne incaricato di studiare come riavvicinare le culture “nemiche” tedesca e giapponese a quella degli Stati Uniti, così che la successiva cooperazione per la ricostruzione procedesse con maggiore collaborazione e senza incomprensioni.
Come tipicamente avviene in qualsiasi comportamento non verbale, nella grande maggioranza dei casi noi non scegliamo consapevolmente a che distanza stare dagli altri, o in che punto metterci in un gruppo. Tutto avviene in modo inconsapevole, spontaneo, veloce e fluido.
“Fra le tante cose che parlano di noi c’è anche il modo in cui ci collochiamo nello spazio e regoliamo le nostre distanze rispetto agli altri e all’ambiente. Queste distanze non hanno solo la funzione di proteggerci, ma ci permettono anche di comunicare. Il nostro spazio personale rivela infatti la nostra posizione sociale, il nostro sesso, la nostra personalità, il tipo di relazione che stiamo intrattenendo o desideriamo intrattenere, il nostro grado di soddisfazione, insoddisfazione, disagio”

Possiamo dire che, in generale, le distanze si accorciano fra persone che si somigliano, per un aspetto o per un altro. Per esempio, le distanze fra individui di età simile sono minori di quelle che si stabiliscono fra individui di età diverse. Lo stesso avviene fra persone che hanno lo stesso status sociale, economico, culturale, ecc.
Non tutti, comunque, manteniamo le stesse distanze a parità d’età e di sesso. Le ricerche hanno dimostrato che anche i fattori di personalità giocano un ruolo importante. Individui ansiosi o introversi, ad esempio, mantengono distanze personali maggiori rispetto ad individui non ansiosi o estroversi. Coloro che hanno un’alta autostima, tendono a rapportarsi con gli altri a minore distanza rispetto a persone che hanno una bassa autostima.
Un discorso a parte, però, merita il livello di attrazione reciproca. Se fra una femminuccia e un maschietto c’è una reciproca attrazione, e i due interagiscono, di solito, piano piano e progressivamente, le distanze…si accorciano. In alcune ricerche si è voluto vedere se questo sia dovuto prevalentemente alla femmina, al maschio, oppure ad entrambi. Questi studi suggeriscono che in casi del genere l’avvicinamento è da attribuire ad una strategia messa in atto principalmente, indovinate un po’ (rullo di tamburi), dalla femmina.

Ebbene si. Dobbiamo sempre fare tutto noi, si sa!

Si potrebbe continuare a fare miliardi di esempi su quanto si possa capire di una persona in base al suo modo di rapportarsi con lo spazio, ma chiunque abbia l’abitudine di osservare attentamente il mondo che ci circonda, avrà già avuto modo di sperimentare quanto detto. È divertente, provateci.

Quindi osservare è un buon inizio per provare a capire le persone e come relazionarsi agli altri. Persone e personaggi.
E in un attimo torniamo a teatro e rianimiamo questo termine: prossemica. Entrare in un personaggio timido, introverso, quasi timoroso di ciò che lo circonda, significherà non solo modificare la voce rendendola tremante e flebile, porterà a tenere le braccia chiuse a proteggersi e quasi a nascondersi, abbastanza lontano da ciò di cui si ha timore ma non abbastanza da attirare l’attenzione.

Prendiamo ad esempio un autore che faceva largo uso di didascalie nelle sue opere: Pirandello e precisamente i cari Sei Personaggi in cerca d’autore. Quando entrano in scena e il nostro meticoloso Luigi li descrive non lascia nulla di intentato. Per esempio, la Madre, e cito: “sarà come atterrita e schiacciata da un peso intollerabile di vergogna e d’avvilimento. Velata da un fitto crespo vedovile […] mostrerà un viso non patito, ma come di cera, e terrà sempre gli occhi bassi..”
Ora sappiamo tutti di che personaggio stiamo parlando, e un attore che interpreterà la Madre saprà come vestirne i panni anche grazie alla prossemica suggerita dall’autore.

Lo so che alla fine dell’articolo viene da pensare “vabbè, ma dai si sa”, e in effetti è giusto. Continui ad avere la sensazione di non aver imparato niente di nuovo, che hai solo dato un nome ad una cosa che sapevi già, che hai solo scoperto che si fanno studi su cose “ovvie”. In effetti è giusto. La psicologia ti fa sentire un po’ come quando scopri che qualcuno ha brevettato “Tergicristalli per occhiali da vista pratici e leggeri” prima di te. Qualcuno lo ha pensato prima di te, qualcuno l’ha scritto, e tu no! Per questo motivo molti dicono che la psicologia sia finzione, esattamente come il teatro!

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