Piccolo Teatro Grassi

Coordinamento Spettacolo Lombardia occupa il Piccolo Teatro Grassi

Piccolo Teatro Grassi

In occasione della Giornata Mondiale del Teatro, giornata di mobilitazione in tutto il territorio nazionale, il Coordinamento Spettacolo Lombardia ha deciso di intraprendere l’occupazione pacifica di un luogo simbolico come il Piccolo Teatro Grassi di via Rovello (Milano). È stato scelto questo luogo per la sua storia. Il Teatro Grassi è “il primo teatro comunale di prosa d’Italia”, nato con l’impegno di essere “un teatro d’arte per tutti”.
Come dicono le parole dei fondatori, il teatro è “il luogo dove una comunità, liberamente riunita, si rivela a se stessa: il luogo dove una comunità ascolta una parola da accettare o da respingere, perchè, anche quando gli spettatori non se ne avvedono, questa parola li aiuterà a decidere nella loro vita individuale e nella loro responsabilità sociale”.
In queste parole si riconosce il Coordinamento che ha dato vita a questa azione.

Viene quindi istituito un Parlamento Culturale Permanente come luogo di incontri, assemblee, dibattiti, laboratori e proposte artistiche. Sono chiamati a partecipare le lavoratrici e i lavoratori, le imprese culturali, le piccole e medie compagnie, le istituzioni e tutte le realtà che compongono il settore, per un’assunzione di responsabilità condivisa.
Per costruire una ripartenza sostenibile da tutti, a partire dai più fragili, considerando il lavoro come centralità e motore di tutte le categorie, non solo del settore culturale.

A questa azione partecipano anche le studentesse e gli studenti delle Scuole, delle Università e delle Accademie di Milano come parte integrante e fruitrice del mondo della Cultura. Saranno al nostro fianco oggi per non diventare i precari di domani. “Prove per uno spettacolo vivo” è un gesto artistico e politico che rivendica lo spazio che da più di un anno è stato negato alla Cultura, per discutere/denunciare le contraddizioni che la pandemia ha fatto emergere duramente nella nostra società. 

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La stagione in due fasi del Piccolo Teatro di Milano

Il Piccolo Teatro di Milano riaprirà in autunno con una stagione modellata sulle esigenze delle norme sul Covid e articolata in due fasi: la prima, fino a fine anno, è stata modellata tenendo conto di tutte le regole sul distanziamento (che prevedono ad esempio l’obbligo di stare a due metri di distanza sulla scena o altrimenti di indossare mascherine ffp2), e i biglietti saranno in vendita dal 14 settembre. La seconda invece ipotizza un allentamento delle misure al fine di evitare che il distanziamento sanitario necessario per le norme anticovid diventi “distanziamento sociale”.

“Una risposta responsabile” – ha spiegato alla presentazione il direttore uscente Sergio Escobar, che dopo 22 anni lascerà la guida del teatro a fine mese – alla drammatica contingenza, in profonda sintonia con lo sforzo potente di tutta la città che sulla cultura ha sempre puntato, investito come strumento di ricostruzione sociale.

“Siamo chiamati a un impegno senza precedenti. Sarà una battaglia difficile”, ha aggiunto il sindaco di Milano Giuseppe Sala riconoscendo al Piccolo di avere “dimostrato di non arrendersi”. D’altronde questo è nel dna del teatro fondato nel dopoguerra da Paolo Grassi e Giorgio Strehler, di cui nel 2021 si celebrano i cento anni dalla nascita.

“La riapertura – ha sottolineato il presidente del Piccolo Salvatore Carrubba – è un grande atto di speranza e di fiducia per la città”. Non a caso, ospiterà anche spettacoli di altri teatri di Milano (il teatro i e il teatro della cooperativa) che avrebbero faticato a far entrare gli spettatori nelle loro sedi. “L’augurio – ha aggiunto Andrea Rebaglio vicedirettore area Arte e Cultura di Fondazione Cariplo – è che il Piccolo possa farsi interprete e capo fila di una nuova proposta”.

E allora ecco che – accantonate tre produzioni che erano in progetto e a cui si è dovuto rinunciare, fra cui una con protagonista Toni Servillo – il teatro ospiterà dall’11 settembre Tramedautore – festival internazionale delle drammaturgie, il festival Mix di cinema Gaylesbico e Queerculture, (mentre sarà a novembre il progetto Next di Regione Lombardia, realizzato con Cariplo). Il sipario si alzerà il 6 ottobre per ‘Con il vostro irridente silenzio’ ideato da Fabrizio Gifuni a partire dalle lettere e dal memoriale di Aldo Moro, ma in programma figura anche Franco Branciaroli con la Notte dell’Innominato, Paolo Rossi con Pane o libertà. Su la testa, e Lella Costa, per i cento anni dalla nascita di Franca Valeri, a interpretare La vedova di Socrate.

Sono quattro le produzioni del Piccolo in questa prima fase di stagione: Storie di Stefano Massini, andato in anteprima nella programmazione estiva del teatro, la ripresa della Tragedia del vendicatore di Declan Donnellan, ma anche la prima assoluta di Edificio 3 con la regia dell’autore argentino Claudio Tolcachir e una versione particolare di Natale in casa Cupiello in cui ha interpretare tutti i ruoli è Fausto Russo Alesi. Non senza difficoltà (date le diffidenze verso il Nord Italia e le limitazioni ai viaggi) ci saranno anche ospitalità straniere come l’anteprima del Milano Flamenco Festival, e De Living, creazione del regista Ernsan Mondtag realizzato dal teatro belga NTGent. Fra gli spettacoli previsti nel 2021 c’è invece Hamlet di Antonio Latella, che avrebbe dovuto debuttare lo scorso febbraio dopo oltre un mese di prove.

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Chiostri e periferie, la stagione estiva del Piccolo Teatro di Milano

Dal 16 giugno al 20 settembre 2020, il Piccolo Teatro di Milano darà il via alla Stagione estiva con 13 spettacoli dal vivo, per un totale di circa 50 recite complessive e dieci dirette video. Gli spettacoli saranno all’aperto, nel Chiostro Nina Vinchi (via Rovello 2), per poco meno di settanta spettatori, e, in proficua sintonia con i Municipi e con la Fondazione Cariplo, verranno riproposti, nel mese di luglio, in nove spazi dei Municipi della città di Milano, realtà significative e da anni attive per impegno sociale e vivacità culturale. Particolare attenzione viene data alle sedi dell’Housing Sociale, sostenute da Fondazione Cariplo.

Alla presentazione (via web) del cartellone non c’è stato spazio per parlare della futura guida del teatro che Sergio Escobar lascerà a novembre dopo 22 anni come direttore. Il presidente del cda Salvatore Carrubba ha detto di augurarsi una “procedura pubblica, trasparente e veloce”. È stato invece il sindaco Giuseppe Sala, in un’intervista, a confermare che non cercherà di convincere Escobar a rimanere, ma ha anzi “qualche nome in testa” del quale parlerà con il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini. 

La programmazione del Chiostro sarà continua, da giugno a settembre, con tre recite per ciascuno dei titoli presentati, dal martedì al giovedì, per poi spostarsi nel fine settimana in altri luoghi della città metropolitana. Particolarmente stretta sarà la collaborazione con mare culturale urbano, dove verranno trasmesse in diretta, su grande schermo, le prime rappresentazioni, in contemporanea con il Chiostro e dove, ad agosto, sarà presente dal vivo Marco Paolini.

Oltre a quest’ultimo, saranno presenti artisti protagonisti anche della prossima Stagione 2020/2021: Stefano Massini, Gabriele Lavia, Sonia Bergamasco, Davide Enia, Paolo Rossi, Massimo Popolizio, Michele Serra, la Compagnia Marionettistica Carlo Colla & Figli, Lella Costa, Enrico Bonavera, Enrico Intra, e un’ospitalità delTeatro dell’Elfo, Frankenstein, nell’interpretazione di Elio De Capitani. Dal 13 al 20 settembre, le proposte di Tramedautore, che si aggiungono ai 13 spettacoli, a rinnovare una collaborazione consolidata negli anni.

> TUTTO IL PROGRAMMA

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Al Piccolo Teatro di Milano finisce l’era di Sergio Escobar

Dopo 22 anni, al Piccolo Teatro di Milano finisce l’era di Sergio Escobar. Il direttore ha confermato ieri, durante la riunione del cda, “la volontà, già precedentemente espressa, – si legge in una nota del teatro – di non chiedere il rinnovo del mandato per un nuovo quadriennio e si è dichiarato disposto a una prosecuzione – nelle forme compatibili con le norme in vigore – del proprio attuale impegno fino alla data del 30 novembre 2020, per consentire, nel frattempo, la nomina del nuovo direttore e un congruo periodo di affiancamento, come consuetudine in altre importanti Istituzioni europee”.

Il CdA, “nel prenderne atto, ha ringraziato il Direttore Escobar per la preziosa attività fin qui svolta e per l’ulteriore assunzione di responsabilità e ha espresso la volontà di favorire procedure pubbliche e trasparenti di selezione. Il CdA procederà a informare i Soci fondatori e il Mibact per definire e avviare le modalità di selezione del nuovo direttore”.

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Piccolo Teatro di Milano. Presentata la stagione 2019-2020

“Il teatro è luogo del confronto internazionale. L’Europa non esiste se non si confronta con il mondo”: questa la premessa del direttore Sergio Escobar alla nuova stagione del Piccolo, che vedrà in scena 11 nuove produzioni firmate – tra gli altri – da Emma Dante, Antonio Latella, Roberto Latini, Stefano Massini e Toni Servillo.

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Tra i registi stranieri, sarà Thomas Ostermeier, al suo debutto al Piccolo, ad aprire la stagione con ‘Ritorno a Reims’, tratto dal libro di Didier Eribon, con Sonia Bergamasco. Declan Donnellan, che aveva aperto questa stagione con la sua Tragedia del Vendicatore diventa regista residente del Piccolo: una collaborazione che porterà a una nuova produzione nel 2020/2021.
La stagione 2019/2020 vedrà anche il debutto mondiale di un’opera musicale su Leonardo creata da Michael Nyman in collaborazione con Studio Azzurro, e del progetto ‘La parola giusta: l’Italia delle stragi’ interpretato da Lella Costa e diretto da Gabriele Vacis.

Tutta la programmazione > https://www.piccoloteatro.org/it/seasons/2019-2020

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La tragedia del vendicatore. Intervista a Alessandro Bandini, Martin Chishimba e David Meden

Dopo il successo delle sue geniali regie di testi shakespeariani come CymbelineMacbeth e Racconto d’inverno, per la prima volta Declan Donnellan dirige una produzione in lingua italiana: La tragedia del vendicatore di Thomas Middleton che ha debuttato al Piccolo Teatro di Milano.

«Middleton e Shakespeare – spiega Donnellan – si affermarono in una Londra teatro di cambiamenti dirompenti. Era un tempo di boom economico e bancarotta, dominato da un disagio sociale destinato a sfociare nella rivoluzione che avrebbe, alla fine, completamente distrutto il contesto culturale dei due autori. Leggendo Middleton si percepisce una minaccia incombente, che cresce come un tumore invisibile fino a scoppiare, alimentata dal rancore e dall’ingiustizia. Ci parla di un governo corrotto, invischiato in loschi affari, di un popolo che si compra al prezzo dei beni di consumo.

Un connubio di intrighi, corruzione, lussuria, narcisismo e brama di potere sullo scenario di una corte del Seicento spaventosamente contemporanea, in cui si aggirano personaggi ai quale l’autore ha attribuito nomi “parlanti”, così da connotarne fin da subito il ruolo e il comportamento. In occasione del del dedebutto abbiamo intervistato gli attori dello spettacolo Alessandro Bandini, Martin Chishimba e David Meden:

• Come si sono svolte le selezioni?

DAVID MEDEN: Quando Declan è stato chiamato per questa prima produzione al Piccolo, era la prima volta che lavorava con una compagnia italiana di attori. Il Piccolo è un teatro stabile, ma non ha un suo ensemble fisso e perciò è stato avviato un processo di selezione, durato in maniera discontinua un paio di mesi, da ottobre a dicembre, durante i quali lui voleva sempre rivedere gli attori almeno due volte. Nei provini veniva richiesto un pezzo da Shakespeare, o comunque elisabettiano, ma l’attenzione non era tanto incentrata sulle nostre proposte, quanto piuttosto sul lavoro su delle coordinate che abbiamo poi sviluppato durante le prove. Nella seconda fase ci ha fatto lavorare su delle piccole improvvisazioni, chiedendoci un’autonomia di proposta.

ALESSANDRO BANDINI: Secondo me è stato soprattutto un incontro umano: Declan valutava le nostre reazioni alle sue suggestioni, anche a livello di empatia.

• Per quanto riguarda la creazione dei personaggi, come si è svolto il lavoro?

MARTIN CHISHIMBA: Credo che i personaggi siano nati dalle improvvisazioni. Declan diceva: “La situazione è questa, andate, fatemi vedere cosa riuscite a fare con questa scena” e dopo, magari, dieci minuti si ritornava con una proposta, ovviamente all’interno di un percorso immaginario dello spettacolo.

ALESSANDRO BANDINI: È stata una bella sfida, secondo me. È come se lui ci avesse consegnato un terreno carico di racconti in cui noi potevamo affondare i nostri piedi da soli. Non ci ha mai detto per esempio: “tu sei stupido e hai voglia di potere”. Anzi per prima cosa ci ha parlato del potere in quanto tale e delle dinamiche umane che stanno alla base di questo testo, dove tutti i personaggi, a un certo punto, scoprono di essere soli. Avevamo delle parole, un vocabolario a cui appigliarci, per esempio “spazio”, “posta in gioco”, “varcare una soglia”, che ci permettevano di aprire subito degli immaginari, e proprio da questo terreno fertile il personaggio poi poteva sbocciare da solo.

DAVID MEDEN: Declan ci diceva: “Cerco di creare le condizioni affinché poi la vita accada sul palco. Non posso dirvi come può accadere, però posso provare a creare le condizioni”. Insisteva sul fatto che per lui dirigere significa mettere in una direzione opportuna qualcosa che però deve essere già in movimento, deve già esistere per conto proprio. Ci metteva costantemente di fronte alla nostra responsabilità di attori, perché sul palco dobbiamo dare sempre e a prescindere il 100% e non il 60, perché il nostro mestiere è quello.

MARTIN CHISHIMBA: Declan insisteva molto sul fatto che un personaggio è complesso come una persona nella vita reale, ha molte sfumature e per poter crescere deve essere esplorato a 360 gradi.

ALESSANDRO BANDINI: Ci ha sempre detto che durante la scena in cui stai recitando lo spazio fuori di te e ciò che sta accadendo altrove sono estremamente più importanti rispetto a te. E per la maggior parte degli attori questo è difficile da accettare. Però è stupefacente come ciò da un lato ti responsabilizzi, come dice David, ma dall’altro ti deresponsabilizzi, perché sai che c’è sempre qualcosa di più grande di cui tu sei al servizio.

• Cito da Doppiozero un estratto della recensione di Maddalena Giovannelli: “Difficile sostenere che sete di potere e desiderio di vendetta non siano questioni universali e sempre attuali. Ma è sufficiente, questa dichiarazione d’intenti, per aprire un vero dialogo con il contemporaneo, con il pubblico di oggi, con la vita là fuori?”. Come vi ponete di fronte a questa provocazione?

DAVID MEDEN: Immagino che il problema, quando affronti un testo classico o contemporaneo, sia sempre l’urgenza. Ma in ultima istanza, come diceva Donnellan, tu non sai perché scegli di mettere in scena proprio quel testo. Allo stesso modo uno non sa perché vuole il potere. Non avrebbe senso leggere tutto in chiave psicologica: ci sono degli istinti umani che non si possono spiegare. Quindi andarsi sempre a chiedere perché uno ha messo in scena un determinato testo e che collegamento c’è col presente mi sembra una questione di lana caprina. Detto questo, penso che questo testo abbia una superficiale connessione con il contemporaneo che può essere colta senza neanche venire a vedere lo spettacolo, già leggendo il libretto di sala. Se uno spettatore vuole vedere il Duca come un possibile Berlusconi è libero di farlo, ma personalmente la connessione con il contemporaneo che più mi ha entusiasmato è quella umana: analizzando quelle scene nella loro essenza, risulta chiaro che non riguardano esclusivamente una specifica epoca storica. C’è una madre che vuole vendere una figlia, un patrigno che noi figliastri vogliamo veder morto a tutti i costi… La corte non è altro che una persona dal riconosciuto carisma, circondata da persone che la rincorrono e che farebbero di tutto per avere il suo posto, sì, ma anche solo per prendere il posto dei lacchè precedenti.

MARTIN CHISHIMBA: La cosa bella di ogni spettacolo, secondo me, soprattutto in Europa, e lo dico da Zambiano, è che il teatro serve all’immaginazione, a smuovere l’umano, l’energia dentro, a far sì che il nostro immaginario, il nostro pensiero non sia bloccato. Parlare oggi di vendetta e dei vari drammi che sono in questo testo è un’occasione per guardarci allo specchio. È un costante confrontarsi e chiedersi in quale direzione sta andando l’umano.

ALESSANDRO BANDINI: No, non è sufficiente; ma è un tentativo e quindi già il fatto che qualcuno ci provi, pur magari non riuscendoci, è già di per sé un prezioso forziere da cui attingere. Ma, soprattutto mi viene da chiedere: dove ci collochiamo quando parliamo di contemporaneo? Trovo molto interessante un testo che ci ha accompagnati durante il lavoro, L’attore politico. Donnelan ci ha sempre ricordato che la battuta riguarda unicamente l’adesso e l’altro. E che cosa c’è di più contemporaneo del preoccuparci dell’altro, qui ed ora? Soprattutto in un contesto in cui, in italia e nel mondo, siamo proiettati su di noi e sul futuro?

• Non siete unicamente attori scritturati, state percorrendo con decisione strade parallele indipendenti. Come immaginate e auspicate il teatro di domani?

MARTIN CHISHIMBA: Ho avuto la fortuna di incontrare una cultura molto importante come quella italiana e, più in generale, greco-latina. Sono Zambiano, noi sfortunatamente siamo stati colonizzati, quindi metà della nostra storia è stata cancellata e per me il teatro è l’unica forma di comunicazione che permette di tornare indietro nel tempo. Lo utilizzo come portavoce fondamentale, per me è l’unico ponte rimasto che può costruire il passato. Quando faccio i miei spettacoli in Zambia, cerco di risvegliare la coscienza attraverso l’immaginazione. Finché un popolo non ha cultura, non potrà mai diventare economicamente libero. Vorrei un teatro ampio, con un’offerta diversificata e un underground più forte. Il mio teatro include musica e danza: più l’attore è completo, più vediamo l’artista.

ALESSANDRO BANDINI: Il teatro è sempre più relegato ai margini, e per questo lo vorrei pericoloso. Vorrei che non fosse comodo per chi lo guarda e che ci spingesse oltre la nostra comfort zone. L’attore deve scontrarsi sempre di più con l’essere autore di un fatto teatrale, appropriandosi quindi di un proprio spazio, di un proprio respiro e sopratutto di un proprio tempo.

Ho fondato un gruppo con la mia classe, siamo agli inizi, e non vogliamo andare verso ciò che già sappiamo fare. Abbiamo dei punti saldi grazie alla scuola, ma vogliamo prenderci anche delle libertà, delle autonomie. Il teatro secondo me si sta spostando e delocalizzando dai sui spazi noti e chiusi per straripare come un fiume in piena. Infatti noi stiamo pensando a uno spettacolo da fare nei club, nelle discoteche. Questo nostro lavoro mi rende vivo, al di là dell’esperienza con Declan che è stata una ricchezza meravigliosa e una valida strada da cui partire. Il teatro che vorrei infine è sicuramente un teatro fatto di contaminazioni, le stesse che noi ragazzi percepiamo e verso le quali ci stiamo aprendo.

DAVID MEDEN: Vorrei che il teatro, anziché rinchiudersi su sé stesso in questioni intestine, riuscisse ad aprirsi e ad essere una forma d’arte sempre più ampia, che riesca a raggiungere uno spettro di pubblico sempre più elevato. Quello che mi piace dell’incontro con maestri come Donnellan o Ronconi è scoprire delle sensibilità diverse, ovvero uno sguardo sul mondo e sui rapporti umani. Vedere nelle maglie della realtà delle sfumature sempre più sottili. Vorrei che il teatro riuscisse, sia per chi lo fa che per chi lo vede, a non accontentarsi mai del pressapochismo. Un testo che ho scoperto per caso e che per me è un punto di riferimento è il testamento di Rodin. Lui lo ha scritto rivolgendosi a giovani scultori, ma credo sia valido anche per noi attori. Diceva che quando ti rapporti con un maestro non devi mai imitarlo, ma cercare di coglierne quella che è l’essenza. L’occhio che lui ha sulla natura e l’amore che ha per il mestiere che fa, son quelle le cose da catturare, alla fine. Poi dice di non confidare nell’ispirazione, l’ispirazione non esiste, tutto quello che devi fare è lavorare come un onesto operaio. Ecco, mi piacerebbe un teatro basato non tanto sulla fortuna effimera del talento che arriva, quanto su qualcosa che si costruisce giorno dopo giorno, con la fatica di chi sta lì, prova e fa, più come un onesto operaio che come un artista improvvisato. Rodin diceva che alla fine il mondo si salva se tutti cominciano ad avere anime d’artista, perché l’artista ama quello che fa, non si accontenta e mette in ciò che fa una cura costante.

• Qual è il tesoro più prezioso che la scuola del Piccolo vi ha lasciato in dote?

MARTIN CHISHIMBA: La consapevolezza.

DAVID MEDEN: Un modo di guardare questo mestiere.

ALESSANDRO BANDINI: La scoperta dell’essere umano.

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In scena al Piccolo Teatro di Milano “Bestie di scena” di Emma Dante Dopo lo straordinario successo della scorsa Stagione sfila di nuovo, sul palcoscenico del Teatro Strehler, l’umanità fragile di Bestie di scena, prima regia di Emma Dante per il Piccolo. Una coproduzione con Compagnia Sud Costa Occidentale, Teatro Biondo di Palermo e Festival di Avignone.

Un corteo di creature primitive e fragili, una comunità in fuga, una ronda silenziosa che muove i primi incerti passi, che non ha via d’uscita ma che immagina, si illude, lotta, vibra, indifesa, di vita. Li illumina lo sguardo della regista (e autrice), donna di teatro, che plasma fino al possesso il corpo vivo di chi è in palcoscenico.

“Le Bestie di scena – spiega Emma Dante – finiscono su un palcoscenico pieno d’insidie e di tentazioni, il luogo del peccato, il mondo terreno. Lì c’è tutto ciò che serve: la casa, la stanza dei giochi, l’odio, l’amore, il sentiero, il rifugio dove trovar riparo, la paura, il mare, il naufragio, la trincea, la tomba dove piangere i morti, i resti di una catastrofe… Le bestie di scena non fanno altro che immaginare. S’illudono di vivere, tenendo tra le mani oggetti in prestito, nutrendosi di poltiglie, farfugliando brandelli di storie. Come i bambini credono nei giochi e, alienati da tutto, se ne lasciano incantare fino agli eccessi della demenza. Ballano, cantano, urlano, litigano nei dialetti del sud, seducono, impazziscono, amano, ridono, combattono… Dopo aver affrontato svariate prove, dalla quinta arriverà l’ennesimo comandamento, l’ultimo, il più terribile. Solo allora gli “imbecilli” disubbidiranno. Sceglieranno di restare nudi in schiera davanti a noi. La loro scoperta sarà di essere sempre stati nudi e di non essere stati altro che quello. Non avrà più senso raccogliere, coprirsi, compiere altre azioni ma semplicemente stare, e guardare”.

MAGGIORI INFO 

Piccolo Teatro Strehler (Largo Greppi – M2 Lanza), dal 9 al 20 maggio 2018

Bestie di scena

ideato e diretto da Emma Dante
con Elena Borgogni, Sandro Maria Campagna, Viola Carinci, Italia Carroccio, Davide Celona,
Sabino Civilleri, Roberto Galbo, Carmine Maringola, Ivano Picciallo, Leonarda Saffi,
Daniele Savarino, Stephanie Taillandier, Emilia Verginelli, Marta Zollet
Daniela Macaluso, Gabriele Gugliara
elementi scenici Emma Dante
luci Cristian Zucaro
coproduzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Atto Unico / Compagnia Sud Costa Occidentale,
Teatro Biondo di Palermo, Festival d’Avignon

 Nello spettacolo sono presenti scene di nudo integrale: se ne consiglia la visione a un pubblico maggiore di 16 anni.

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