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Il potere dei ventenni. Maura Teofili racconta Powered by REf

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Inserirsi in quell’età di passaggio che va dai venti ai trent’anni fornendo strumenti e conoscenze per affrontare le complesse dinamiche del palcoscenico. È questo lo spirito di Powered by REf, l’opportunità messa in campo dal Romaeuropa Festival per la seconda volta nell’ambito della sezione Anni Luce dedicata alle giovani generazioni. 

Una proposta che risponde a diverse mancanze: sicuramente quella di un budget produttivo per chi è ancora agli esordi ma anche di percorsi formativi che permettano di orientarsi in un mondo complesso, non solo dal punto di vista artistico ma anche tecnico e organizzativo. Insomma una finestra per affacciarsi sul mondo dei professionisti grazie alla collaborazione di numerose realtà radicate sul territorio: Carrozzerie_n.o.t, 369gradi, ATCL – Circuito Multidisciplinare del Lazio, Spazio Rossellini, Periferie Artistiche – Centro di Residenza Multidisciplinare Regione Lazio e Teatro Biblioteca Quarticciolo

La curatrice della sezione Anni Luce e coordinatrice del progetto è Maura Teofili, una figura importante per la scena artistica romana in particolare per quanto riguarda la formazione e il sostegno alla creazione. È infatti co-direttrice di Carrozzerie_n.o.t, spazio indipendente che, dopo numerose difficoltà, sembra poter finalmente riprendere le attività. 

Nel frattempo abbiamo chiesto a Maura Teofili di illustrarci meglio quest’opportunità offerta dallo storico festival internazionale di arti performative – la call scade il 20 luglio.

Quali sono le novità rispetto all’edizione dello scorso anno?

Quest’anno la proposta è più strutturata, tutti i partner coinvolti si sono impegnati per fornire risorse importanti. Riusciremo ad assicurare quindici giorni di residenza retribuita ai progetti vincitori grazie al Centro di residenza della Regione Lazio, con un intero teatro a disposizione e più tempo per lavorare sulla proposta. Ci sarà un percorso di affiancamento con un tutor tecnico che permetterà di affrontare il palcoscenico a cui si aggiungeranno degli incontri per spiegare le basi della contabilità a cura di 369gradi. Abbiamo previsto poi delle fasi di feedback artistico con la partecipazione di tutti i partner, affinché i gruppi possano elaborare e rendere accessibili agli altri le loro idee. 

Lo scorso anno questo tipo di confronto è avvenuto al margine di quanto previsto dalla call, stavolta lo abbiamo reso parte integrante dell’opportunità. Gli spettacoli dei gruppi vincitori saranno presentati al Romaeuropa ma quello non sarà il momento finale, sarà solo un passaggio nel percorso di messa in scena. Quell’esperienza permetterà un confronto a partire dal quale i progetti si consolideranno poi nella seconda fase di residenza, a cui seguirà la presentazione finale. 

Credi che il mondo delle arti performative sia attualmente accessibile alle giovani compagnie?

Le occasioni per accedere al settore sono limitate, bisogna implementarle per sfondare quella «soglia». Romaeuropa accoglie artisti molto importanti, ma proporre un’opportunità come Powered by REf serve a dimostrare che è fondamentale creare possibilità di incontro e relazione per ascoltare le voci delle giovani generazioni. In generale la sezione Anni Luce sta diventando un laboratorio, l’intenzione del direttore artistico Fabrizio Grifasi è di andare a cercare il potenziale che c’è tra i giovani, con la possibilità di intercettare anche quelle che sono delle primissime volte. È importante ascoltare quello che i ragazzi e le ragazze hanno da dire, anche se è ancora acerbo bisogna coglierne le possibilità di sviluppo e aiutarli a realizzarle.

Sei soddisfatta del percorso che hanno svolto i progetti vincitori dello scorso anno?

Sì, siamo molto contenti di come si sono sviluppati i progetti, quello di Secteur in.Verso — una compagnia italo-francese composta da tre ragazze — sarà ospitato nella prossima edizione di Anni Luce. È uno spettacolo che mette a fuoco il rapporto tra essere umano e ambiente in chiave ecologica, con una grande preparazione teorica alle spalle. Le ragazze state molto mature nel trovare autonomamente altri partner che le sostenessero, sia in Francia che in Italia. Anche gli altri progetti però non sono stati abbandonati, continua un’attenzione e un dialogo per aiutarli ad individuare occasioni di crescita e formazione che sono importanti affinché capiscano anche cosa non vogliono dire, cosa non vogliono fare, quali sono i linguaggi che non li riguardano. 

Cosa vorresti vedere da parte degli artisti che si presenteranno quest’anno?

Io mi accingo all’attesa dei progetti con uno spavento entusiasta, ho grande fiducia e spero sempre di trovare una proposta che mi inchiodi alla sedia e che non mi lasci alternative. In questo momento però credo che dobbiamo renderci conto che un anno e mezzo lontani dalle scene, con l’impossibilità di vedere teatro e di alimentarsi, avrà un effetto sui giovanissimi. Spero di essere presa in contropiede dalle richieste, di trovare qualcosa di inatteso. Abbiamo l’occasione di dialogare nuovamente con il pubblico in una modalità che non è più neutra, la situazione ha sviluppato un’attenzione maggiore anche sui contenuti. La tempesta è appena passata, forse stiamo vivendo gli strascichi. 

Ci ritroviamo in una terra molto fertile a livello di tematiche, ma il tempo di elaborazione è ancora da venire. In questo spazio lo sguardo degli artisti — e non parlo solo dei giovani naturalmente — può inserirsi in maniera imprevedibile. Forse non riusciremo ancora quest’anno a vedere spettacoli che si interrogano su questi temi, ma mi aspetto che tutto ciò agirà nei progetti presentati, anche se parleranno di argomenti che non hanno connessioni specifiche, perché saranno portate e vissute dagli spettatori. È un contesto che rende il dialogo molto concreto e contemporaneo e sarà importante per i linguaggi futuri, perché ci sarà un grande bisogno di aiuto per rielaborare tutto quello che è accaduto.

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Settimo Cielo

Concedere tempo. La residenza artistica targata Settimo Cielo

Settimo Cielo
Gloria Sapio e Maurizio Repetto

In un’epoca in cui il fuggevole incedere della vita fa scivolare il quotidiano in una danza di ritmi battenti, concedere del tempo è un atto generoso. Al Teatro La Fenice di Arsoli, la dilatazione temporale è tutta dedicata agli artisti. Gloria Sapio e Maurizio Repetto, direttori della residenza artistica Settimo Cielo, impegnati da più di vent’anni in progetti artistici, di produzione, programmazione e formazione in campo teatrale, stabilendosi nel cuore della Valle dell’Aniene, hanno decretato la propria mission: destinare energie e risorse alla ricerca e ai processi artistici.

Le numerose attività portate avanti da Settimo Cielo – che comprendono, oltre ai percorsi di residenza, laboratori, spettacoli e attività formative –hanno riunito una comunità di artisti e cittadini, riuscendo a tessere un forte legame con il territorio. Nata come associazione culturale, divenuta residenza artistica e dal 2018 parte, insieme a Twain Centro Produzione Danza, Ondadurto Teatro e Vera Stasi, del Centro di Residenza multidisciplinare del Lazio Periferie Artistiche, Settimo Cielo crede nella contaminazione generazionale, offrendo la propria esperienza ai giovani talenti della scena nazionale.

In tale direzione muove anche la costituzione dell’organico, di cui è entrato a far parte il drammaturgo e regista Giacomo Sette che in questa intervista, insieme a Gloria Sapio e Maurizio Repetto, racconta l’esperienza di Settimo Cielo.

Ragionando su una linea progettuale che parte dalla ricerca sulla storia del costume popolare e i mezzi di comunicazione di massa, per arrivare alla crescita dei luoghi attraverso le pratiche spettacolari, qual è stata l’evoluzione di Settimo Cielo dalla sua costituzione fino al 2015, quando il Teatro La Fenice di Arsoli è diventato una Residenza Artistica Nazionale?

Gloria Sapio: Settimo Cielo nasce da un desiderio di autonomia progettuale mio e di un gruppo artisti. Le proposte ruotavano intorno a un repertorio, un percorso drammaturgico e di ricerca portando avanti da me e Paola Sambo, con cui abbiamo a lungo formato un duo artistico. I nostri spettacoli erano profonde immersioni nella storia del costume, condotte anche attraverso il canto. 

Tutto aveva un profondo legame con la nostra condizione di donne, com’è stato per il nostro primo spettacolo, Un bacio a mezzanotte, costruito attraverso delle lunghissime sedute in emeroteca, con uno studio sulle riviste di fine anni ‘50 e ‘60. L’ultima residenza che abbiamo ospitato quest’anno è stata quella di Giulia Trippetta, con un progetto dal titolo La moglie perfetta che indaga, proprio attraverso gli stessi materiali da noi utilizzati, il problema del femminile. Questo è stato l’inizio di Settimo Cielo, percorso che ho condiviso con Paola Sambo per dieci anni. 

Ho sempre desiderato dedicare uno spazio alla nostra associazione e ciò è avvenuto quando si è presentata l’occasione di Officina Culturale, un progetto promosso dall’ex Assessore alla cultura della Regione Lazio, Giulia Rodano, rivolto a compagnie senza una sede che andavano a radicarsi in un luogo. Alessandro Berdini, direttore di Atcl Lazio, fu molto lungimirante e ci offrì la possibilità di portare avanti il nostro progetto nel territorio in cui ci troviamo oggi, che era già stato attraversato dal circuito. 

Nel frattempo, anche Maurizio Repetto era entrato a far parte dell’associazione come collaboratore e socio ed entrambi ci sentimmo molto stimolati da questa avventura. Anche prima di approdare in questi luoghi, come compagnia abbiamo sempre avuto la volontà di non fermarci allo spettacolo, aprendo ad attività collaterali. Quando siamo arrivati nel territorio della Valle dell’Aniene, abbiamo utilizzato questa peculiarità del gruppo moltiplicando le attività proposte sul territorio.

La fascinazione per il progetto proveniva dall’aver avvertito di poter avere una funzione. Al successivo progetto di Officina Culturale abbiamo stabilito la nostra sede in sette piccoli comuni della Valle dell’Aniene pur non avendo ancora un luogo fisico. Nel 2014, abbiamo iniziato a cercare un luogo che ci potesse accogliere, trovando una sponda nel Sindaco neoeletto di Arsoli, che ci ha affidato il Teatro La Fenice di Arsoli che era stato già oggetto di una ristrutturazione ma mancava di qualsiasi dotazione tecnica.

Atcl è stata da subito al nostro fianco per aiutarci a organizzare una programmazione. Da officina culturale siamo diventati quindi una Residenza Artistica e dal 2018 siamo parte di Periferie ArtisticheCentro di Residenza multidisciplinare del Lazio insieme ai partners TWAIN Centro Produzione Danza, Ondadurto Teatro e Vera Stasi.

Il radicamento nei luoghi che ospitano la residenza emerge dalle attività multidisciplinari che proponete, ed è, tra i vai obiettivi, finalizzato alla diffusione della cultura dello spettacolo dal vivo in zone decentrate. Qual è il vostro legame con il territorio e con la comunità e in quali azioni si sostanzia questa relazione?

Maurizio Repetto: Il territorio così come il teatro, la letteratura, la lingua è qualcosa di vivo che muta nel tempo. Da quando siamo giunti qui fino ad oggi sono cambiate tante cose, anche il nostro rapporto con il territorio si è modificato. Prima del nostro arrivo nella Valle dell’Aniene non c’era un teatro attivo che offrisse una proposta culturale organica di spettacolo dal vivo. 

Abbiamo fin da subito trovato una comunità molto disponibile e anche molto interessante, che ci ha dato modo di venire a contatto con un mondo rurale, che i più anziani amavano raccontarci e che mano a mano è andato dissolvendosi, ma da cui abbiamo tratto molta ispirazione. Non abbiamo aperto il nostro teatro qui proponendo la nostra idea di programmazione, abbiamo piuttosto coinvolto la comunità nella costruzione di spettacoli che parlavano di loro.

Ciò ha fatto sì che, intorno a Settimo Cielo, si creasse a sua volta una comunità di persone interessate sempre di più al discorso dello spettacolo, della costruzione della scrittura, della regia, della memoria. Questa nostra attività ha formato uno zoccolo duro di spettatori che poi si è riversato nel sistema del Teatro di Arsoli e per cui andare a teatro è diventata una consuetudine. 

Di questo, hanno beneficiato anche le residenze poichè queste persone che prendevano parte in maniera trasversale ai percorsi laboratoriali e alle proposte artistiche di Settimo Cielo hanno manifestato grande curiosità per il processo di creazione, potendo interloquire direttamente con gli artisti. Peraltro, fin da subito abbiamo proposto al nostro pubblico spettacoli di artisti di grande valore ma molto spesso sconosciuti al pubblico vasto, e devo dire che la nostra proposta ha vinto. Questo per dire che gli spettatori si abituano alla qualità se gli viene offerta. 

Rispetto al progetto di Residenza Artistica, La Fenice di Arsoli è un luogo che, fedele all’attività di scouting di giovani talenti, ospita e supporta il processo artistico di artisti e compagnie. Che valore ha, oggi, e ancor di più in un momento di affanno per il settore dello spettacolo, investire sulla ricerca?

Gloria Sapio: Crediamo molto nelle contaminazioni tra generi e linguaggi ma crediamo soprattutto nella contaminazione tra generazioni. Abbiamo aperto le nostre attività e le nostre progettualità anche agli under 30, incrementandone la presenza anche in virtù della partecipazione ai bandi. Questa operazione assume per noi un valore rilevante sia perché ci permette di conoscere giovani artisti e sostenerli, sia perché pensiamo che quando si incontrano più generazioni, senza prevaricazione da parte di chi ha maggior esperienza, possano prodursi dei risultati inaspettati.

Maurizio Repetto: L’esperienza del centro di residenza, che ovviamente ha ampliato le possibilità di accoglienza, ci ha anche consentito di specializzarci: eravamo soliti ospitare anche la danza contemporanea, pur non avendo uno spazio del tutto conforme tecnicamente alle necessità, ma che adattavamo in modo che i danzatori potessero usufruirne al meglio. 

Oggi, godendo del sostegno dei nostri partner, possiamo offrire agli artisti la residenza che meglio si confà alla tipologia di intervento artistico e, nel caso della danza ad esempio, Twain è il maggiore riferimento. Per quanto riguarda Settimo Cielo, oltre a portare avanti i generi teatrali e le ricerche artistiche che ci sono più vicine, lasciamo sempre aperto uno spiraglio, ospitando anche il teatro di figura, la musica, figurando quindi tra le poche residenze in Italia che consentono un percorso di ricerca multidisciplinare. 

Giacomo Sette: Sono entrato in contatto con Settimo Cielo attraverso una residenza durante la quale fui ospitato come dramaturg. La prima cosa che mi colpì fu la cura che Gloria e Maurizio dimostrarono di avere nei confronti del mio percorso artistico, mettendo a disposizione, anche da un punto di vista tecnico, tutto ciò di cui avessi bisogno. Dal 2018 il rapporto è diventato sempre più profondo. Venni richiamato per scrivere e dirigere un testo, via via me ne sono stati proposti altri, avviando il processo di inserimento nell’organico di Settimo Cielo.

Venivo trattato come drammaturgo e regista, quindi esattamente per ciò che volevo essere, una cosa che dovrebbe essere normale ma che non accade molto spesso. Solitamente si investe sui giovani convincendoli del fatto che il loro sia un percorso che, prevedendo una crescita, può comprendere delle battute d’arresto. Poi, al primo errore intercorso si tende a scartarli. Gloria e Maurizio, invece, hanno una visione molto più prospettica e questo mi ha davvero conquistato.

Il rapporto intergenerazionale è molto importante, soprattutto in un’età delicata come la mia, quella dei 30 anni, perché consente di confrontarsi con un mestiere, con una conoscenza completamente diversa dalla propria e con un’esperienza decisamente maggiore

Soffermandoci ancora sulle residenze, facendo un bilancio di questa prima triennalità che volge al termine, quali ulteriori azioni ritenete necessarie per lo sviluppo del comparto relativo alle residenze artistiche?

Gloria Sapio: Uno dei problemi principali è quello del consolidamento dell’esperienza progettuale, che corre sempre il rischio di essere parcellizzata. Quindi certamente è necessaria una maggiore garanzia di continuità.

Maurizio Repetto: Il secondo tema riguarda il garantire risorse economiche utili a portare avanti una residenza artistica che, oltre a un sostegno tecnico, assicura vitto, alloggio, tutoraggio e sostegno alla produzione. Il costo totale per ogni singola residenza diventa considerevole. Necessaria sarebbe inoltre un’azione del Ministero volta a inserire i giovani che affrontano il percorso di residenza nei circuiti di distribuzione, dando loro modo di mostrare gli esiti del proprio lavoro. Ad esempio, i teatri che sono predisposti a ospitare progetti relativi alla nuova drammaturgia, dovrebbero interloquire maggiormente con i centri di residenza.

Abbiamo aperto un dialogo con Romaeuropa Festival che ha inserito in programmazione Fabiana Iacozzilli che aveva precedentemente portato avanti una residenza artistica da noi con lo spettacolo La classe, arrivato addirittura a essere candidato al Premio Ubu. In conclusione direi che occorrono più risorse, un maggior coordinamento e una garanzia di solidità per i progetti.

Nel nostro sistema teatrale odierno (considerata o meno la pandemia), qual è secondo voi il ruolo di una residenza artistica e qual è, in tal senso, la vostra mission?

Gloria Sapio: La residenza artistica deve certamente impegnarsi in un’opera di scouting, dando sostegno agli artisti giovani senza però dimenticare gli over 35 che molto spesso, avendo meno possibilità, tendono all’abbandono della professione. Anche questo è un fenomeno che va assolutamente arginato. Fondamentale è poi il rapporto col territorio, che quasi sempre nel caso delle residenze è un territorio periferico che resta fuori dai circuiti ufficiali. 

Questo consente all’artista un incontro con un pubblico genuino, non costituito solo da addetti ai lavori, che riesce a restituire un feedback senza remore. Il bacino di pubblico che si è creato intorno a Settimo Cielo è una delle grandi fascinazioni che ha la nostra residenza, muovendosi su un doppio arricchimento: per gli artisti e per il territorio che cresce acculturandosi. 

Maurizio Repetto: Le residenze artistiche hanno anche la possibilità di dare grande valore al tempo. Avere individuato nelle zone periferiche, negli spazi extraurbani o nella provincia le sedi ideali per le residenze non è una scelta casuale: l’isolamento cui si sottopongono gli artisti è preziosissimo proprio perché riduce al minimo le distrazioni. Essere in una bolla temporale in cui potersi dedicare completamente alla creazione, al proprio progetto è veramente impagabile.

Giacomo Sette: Oggi più che mai c’è bisogno di un’esperienza del genere. In un momento storico come quello che stiamo vivendo, la mission di una residenza diventa anche quella di individuare artisti meritevoli e “salvarli”.  L’esperienza che Gloria e Maurizio mettono al servizio degli artisti, consente anche di creare un centro di ricerca veramente strutturato che permetta a molti talenti di non perdersi.

Si tratta di focalizzare delle forze artistiche che spesso non hanno le spalle abbastanza coperte per farcela e che invece possono nascondere dei tesori. Questa è una caratteristica molto esclusiva di Settimo Cielo e della residenza artistica del Teatro La Fenice di Arsoli, che va sostenuta stimolata, potenziata e perseguita. 

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Alessandro Sesti

Il teatro che cura l’oblio. Intervista ad Alessandro Sesti

Alessandro Sesti
Alessandro Sesti – Ph Stefano Preda

Quando il dolore è forte al punto da non poter essere affrontato, spesso, si ricorre all’oblio. Eppure la dimenticanza è un fendete a doppia lama: curativa; distruttiva, talvolta. E se voltare lo sguardo aiuta a proseguire il cammino, mantenere vivo il ricordo nel cuore dei più consente di estirpare il male alla radice. Il teatro, in questo, può svolgere una funzione importante. Per il suo potere catartico, tanto caro agli antenati ellenici, per la sua capacità di parlare a molti. 

Il dolore, anche quello più intimo e individuale, può essere una goccia dispersa in un mare di sofferenza collettiva. La nostra penisola è immersa in queste acque da troppo tempo, funestata com’è dall’affare mafioso. L’oblio, allora, non può più essere accettato, perché voltare lo sguardo significa indebolire la grande rivoluzione che tanti eroi moderni, inciampati nel tranello malavitoso, portano avanti per rinvigorire la battaglia per il bene comune.

L’operazione artistica di Alessandro Sesti, drammaturgo, performer e direttore artistico del Festival Strabismi, persegue quest’intento: ricordare che la mafia è intorno a noi, dentro di noi. Anche quando non è tangibile. 

Prima con Ionica, spettacolo incentrato sulla vicenda di Andrea Dominijanni, la cui testimonianza ha consentito l’arresto di otto capi cosca, poi con Luca 4,24, spettacolo vincitore del premio della critica “Dante Cappelletti” nel 2019, dedicato alla storia del più giovane testimone di giustizia italiano, Sesti si addentra in queste vite stravolte, maneggiandole con delicatezza, per mantenere accese le luci sulla lotta alla mafia. 

Ospite in residenza di Periferie Artistiche, continua la propria ricerca su Luca 4,24, i cui esiti saranno presentati in una prova aperta il 23 agosto al Teatro La Fenice di Arsoli. In questa intervista Sesti racconta il proprio approccio drammaturgico e i progetti futuri, riflettendo sul teatro che sarà. O che dovrebbe essere.

Nel mese di agosto Periferie Artistiche ti ha ospitato in residenza al Teatro La Fenice di Arsoli, dove hai lavorato allo spettacolo Luca 4,24. La mafia è un tema ricorrente nelle tue esperienze teatrali degli ultimi anni, cosa ti ha spinto a farne il perno della tua creazione drammaturgica?

Faccio una correzione: non sono la mafia o l’illegalità il perno della mia creazione, ma è l’urgenza, la necessità. In questo momento della mia vita ho bisogno di raccontare le storie di eroi contemporanei e rimanere aderente alla realtà. Ho urgenza di utilizzare il teatro come veicolo per sensibilizzare e far sapere, quanto più possibile, che alcune dinamiche mafiose non sono lontane o chiuse nel mondo artificioso delle fiction tv, ma sono intorno a noi. O, peggio ancora, dentro di noi.

Lentamente mi sto spostando da questo focus. Sto raccogliendo materiale per dei nuovi progetti che mi vedranno collaborare con vari artisti. Si spazia dalla performance sonora che sto costruendo insieme a Nicola “Fumo” Frattegiani intorno al tema dell’alzheimer, a un progetto sull’Umbria e, più in generale, su quella parte di storia popolare che rischia di andare perduta. Infine, il prossimo anno andrò in scena con uno dei miei artisti preferiti.

Condannare la mafia ogni giorno, con ogni mezzo disponibile, senza dimenticare il suo potere mortale nei periodi di apparente inattività, significa lottare per il bene comune. In questo, il teatro può giocare un ruolo importante di denuncia e di sensibilizzazione. Quanto la tua operazione artistica vuole perseguire questo obiettivo mantenendo vivo il dibattito intorno alla lotta alla mafia?

Per quel che mi riguarda, ho sempre avuto una repulsione per le persone che si lamentano delle meccaniche della società, di ciò che le circonda, senza però far nulla per provare a cambiarlo. Credo che in ogni mestiere, ad ogni livello, si possa fare qualcosa, nel proprio piccolo, per importare una rivoluzione umana e migliorare ciò che è intorno a noi. Ecco perché racconto queste storie: ho l’opportunità di  far aprire occhi e cuore di chi mi ascolta.

I miei lavori, a partire già da Fortuna, sono stati spesso ospitati nelle scuole ed è li che sono avvenute le reazioni più belle. In quei momenti, ho capito che le nuove generazioni reagiscono esattamente come le vecchie, bisogna solo premere i tasti giusti. Diciamo che, piuttosto che sederci a osservare e giudicare, preferiamo portare un messaggio e vedere dei risultati, sperando che qualcosa, un giorno, possa davvero cambiare.

Alessandro Sesti
Alessandro Sesti – Ph Valeria Pierini

Come Luca 4,24, anche Ionica si occupa della vicenda di un testimone di giustizia, Andrea Dominijanni, la cui testimonianza ha consentito l’arresto di otto capi cosca. Per creare la drammaturgia di Ionica hai vissuto sotto scorta di massimo livello. Cosa ha significato per te calarti in una realtà così dolorosa e in che modo hai lavorato sull’aspetto più intimo di queste vite stravolte dall’affare mafioso?

Per raccontarti cosa ho vissuto quei giorni, non credo basterebbe questa intervista. Posso però dirti che oltre ai fatti raccontati nello spettacolo, ce ne sono altrettanti che ho lasciato fuori e che raramente condivido. Sono momenti preziosi che non voglio mettere in piazza. Vivere in quella situazione è qualcosa di inimmaginabile e pensare che Andrea e la sua famiglia vivono così ogni giorno, fa comprendere la fortuna che abbiamo e quanto diamo per scontate certe cose.

Ed è proprio qui che si è fermato il fuoco del mio racconto: sugli affetti di Andrea e su tutto ciò che c’era prima e ora non c’è più; sulla normalità divenuta ormai un tenue miraggio; sul pranzo della domenica rimasto sacro e immutato perché, alla domenica, Andrea non esce mai di casa, ma resta con la sua famiglia, intorno a un tavolo, come molti di noi.

Sarebbe stato inutile raccontare a fondo eventi così terribili da sembrare irreali, avrei forse creato una distanza col pubblico anziché prenderlo per mano. Il dramma sta nel raccontare le cose così come sono, se aggiungessi alcuni racconti efferati, crudi o storie di violenza si tratterebbe quasi di pornografia. Occorre nascondere le sfaccettature più nere, se non sono condivisibili per l’ascoltatore. 

Faccio un esempio molto semplice: se raccontassi aneddoti cruenti, omicidi, magari riguardanti la faida dei boschi, non si potrebbe mai creare una connessione con chi ascolta. Se parlassi di solitudine dovuta alla violenza minacciata dalla mafia, parlerei solo di quella solitudine e non di quella che possiamo conoscere tutti.

Immagina, però, che qualcosa possa negarti il contatto con i tuoi cari, o ti faccia avere la sensazione che qualcuno possa non arrivare al pranzo della domenica. Probabilmente avremo più possibilità di vivere un’emozione perché il pranzo della domenica, avvolti dai parenti, l’abbiamo fatto tutti almeno una volta nella vita. Una faida ndranghetista, lo dubito fortemente. 

Una piccola storia a margine voglio lasciartela. Prima ho detto che Andrea la domenica non esce mai di casa. Bene, devi sapere che lui, cristiano praticante, andava a messa ogni domenica. Da quando vive sotto scorta ha deciso di andare solo alla messa del sabato pomeriggio e rimanere tutto il giorno in casa. Perché?

«E come perché? I ragazzi – la scorta – devono stare con la famiglia la domenica. Come tutti». Mi rispose.

Continuando a dedicarti al progetto di Luca 4,24, spettacolo vincitore nel 2019 del Premio della giuria critica “Dante Cappelletti”, quali aspetti del processo artistico intendi sviluppare durante la permanenza ad Arsoli?

Luca 4,24 è stato realizzato in collaborazione con 2MaD Collective, con la regia di Debora Renzi che cura anche le coreografie di Mattia Maiotti, il danzatore che è in scena con me. Durante la residenza abbiamo deciso di concentrarci principalmente sul rapporto fisico sulla scena tra me e Mattia. A questo dovremo legare le musiche originali realizzate dai Grandi insegne il grande allibratore, la band che lavora in sinergia con noi a questo progetto. Il tutto, coadiuvati sempre dal nostro fonico e guida spirituale, Nicola “Fumo” Frattegiani. Seguirà poi un momento in cui saremo raggiunti dal nostro tecnico Marco Andreoli e, da lì, inizieremo a ragionare su altri aspetti come il disegno luci.

Nel frattempo, tutto è sempre in balìa di cambiamenti e nuovi frammenti di testo. Questo, proprio grazie a Luca il testimone di giustizia. Ogni volta che lo sento al telefono ha sempre in serbo un pensiero, una parola, un racconto che ti lasciano con il sorriso e gli occhi lucidi. Quel ragazzo è un sole nelle nostre vite e rinnova sempre l’energia con cui approcciamo al lavoro. Anzi, per dirla con parole sue «Io sono solo un seme e voi siete la mia acqua». 

Periferie artistiche crede nella possibilità di creare economie intorno alla ricerca e al processo creativo. Una scommessa coraggiosa portata avanti in un tempo in cui molti, invece, si trovano, per scelta o necessità, a insistere sulla produzione. In qualità di artista e di direttore artistico, in quale misura ritieni che la ricerca possa essere il giusto punto di partenza per ripensare il nostro affannato sistema teatrale?

Ho grande fiducia nelle persone, un po’ meno nei sistemi che queste hanno creato. Una realtà come quella del Centro di Residenza Settimo Cielo di Arsoli dovrebbe essere un esempio, per l’umanità che offre. Gloria, Maurizio, Rossella e Giacomo sono un esempio di bellezza. Sono stati loro a cercare me per il lavoro che facevo e non il contrario, cosa di per sé già assai rara. Non solo, non hanno mai perso contatto nei mesi in cui progettavamo questa residenza.

È curioso che si chieda sempre a noi artisti quale possa essere il modo per ripensare il nostro sistema teatrale. Mi dirai che sono anche un direttore artistico. Touché. Ma prendiamola così. Strabismi Festival non è altro che il festival in cui vorrei andare tutti gli anni, perché è fatto di persone che hanno la cura di farti star bene. È un luogo dove non si promette niente e non ci si riempie la bocca di parole, non si mette la critica al centro della questione, ma gli artisti. È un incontro tra artisti e pubblico. Portiamo avanti progetti basati sugli spettatori, sui giovani, fino a quelli delle scuole elementari, perché si, saranno loro il pubblico di domani. Con difficoltà, ma ce la facciamo.

Ora, non sto qui a dire che noi siamo bravi e gli altri no. Sono due anni che Kilowatt Festival ci ospita e per me, loro sono sempre un esempio da tener ben presente. Un teatro sano è possibile. Ne sono certo. Basta uscire dalle dinamiche delle e-mail e farsi due chiacchiere in più al telefono, perché sembra incredibile ma se ci si parla, poi ci si capisce pure. Credo che sarebbe bellissimo vedere nelle programmazioni di teatri e festival, almeno a cadenza biennale, un rinnovo totale del cartellone o perché no, delle produzioni. Magari i Teatri Stabili diventerebbero incubatori di nuovi talenti e non luoghi stupendi dove pellicce con esseri umani al seguito vanno a vedere dal vivo il volto noto della televisione. 

Immagina se diventasse un obbligo, forse creeremmo una variabile in più nella distribuzione e non avremmo quelle programmazioni fossilizzate da decenni solo per necessità ministeriali e simili.

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PERIFERIE ARTISTICHE: un libero spazio di sperimentazione. Intervista a Loredana Parrella

PERIFERIE ARTISTICHE

Laddove i tempi di creazione sono sempre più ridotti, PERIFERIE ARTISTICHE, Centro di Residenza multidisciplinare del Lazio, si pone come un’oasi di libera sperimentazione. Una casa dove creare, immaginare, crescere. Potendo usufruire di diversi spazi teatrali dislocati sul territorio regionale, grazie alla sinergia tra i 4 soggetti promotoriTwain, Settimo Cielo, Ondadurto Teatro e Vera Stasi –, PERIFERIE ARTISTICHE si afferma come polo culturale nel Lazio e sul territorio nazionale e internazionale.

A partire dal triennio 2018/2020, il Centro di Residenza ha ottenuto il sostegno del MiBACT e della Regione Lazio, riuscendo a far progredire il proprio modello di co-progettazione e assicurando, anche a seguito della pandemia, uno spazio di creazione a tutti gli artisti selezionati per l’anno 2020. Il palinsesto delle attività è molto vario, concretizzandosi in un’alternanza di ospitalità, percorsi formativi rivolti agli artisti in residenza, alle giovani professionalità e al pubblico, favorendo il dialogo con il territorio.

In questa intervista, Loredana Parrella, che insieme a Gloria Sapio, Lorenzo Pasquali e Silvana Barbarini cura la direzione artistica, racconta la mission di PERIFERIE ARTISTICHE: creare ricchezza intorno al tema della ricerca.

Volendo ripercorrere questa prima triennalità di sostegno istituzionale che volge al termine, quali sono stati i momenti più pregnanti del vostro progetto e quali obiettivi avete raggiunto?

I Centri di Residenza sono stati inseriti dal Ministero tra i beneficiari dei contributi statali a partire dal triennio 2018/2020, anche se molte strutture si occupano di ospitalità da diversi anni. Già nel 2015 era stato firmato il patto Stato-Regioni avviando una prima triennalità con residenze artistiche riconosciute. Dal 2018, Twain si è insediato sul territorio di Tuscania potendo usufruire di diversi spazi teatrali.

Quando si è aperta la possibilità di creare un Centro di Residenza per ogni regione, Twain ha proposto a tre realtà del territorio, con le quali collabora da anni – Settimo Cielo, Ondadurto Teatro e Vera Stasi –  di fondare un ATS e lavorare a un progetto comune. Grazie all’esperienza pregressa già maturata in tutte le strutture abbiamo potuto unire le differenti competenze per mettere in atto un progetto articolato, coerente e ben coordinato. 

Questa collaborazione ha dato vita, nella Regione Lazio, a un Centro di Residenza multidisciplinare in grado di ospitare progetti di teatro, danza, arti performative, circo contemporaneo e musica. Un luogo di accoglienza, cura e supporto alla ricerca artistica di compagnie e artisti, affermati ed emergenti, del panorama nazionale e internazionale. Una casa in cui il tempo è sospeso e interamente dedicato al processo creativo, con laboratori permanenti di formazione per giovani performers, danzatori, attori, musicisti, registi  e coreografi. 

Un’operazione dinamica anche per la dislocazione in diverse cittadine del Lazio: Twain opera a Ladispoli presso il Centro D’Arte e Cultura e, insieme con Vera Stasi a Tuscania, gestisce il Supercinema e diversi spazi comunali tra cui il Teatro il Rivellino e l’Ex Tempio Santa Croce; Ondadurto Teatro lavora nel comune di Antrodoco, presso il Teatro Comunale Sant’Agostino; Settimo Cielo svolge la propria attività al Teatro La Fenice di Arsoli. PERIFERIE ARTISTICHE è caratterizzato dalla possibilità di avere a disposizione spazi differenti che si adattano alle necessità dei vari progetti. 

Dando vita a questo Centro ci siamo assunti una responsabilità nei confronti degli artisti. Siamo consapevoli che le Residenze sono quel segmento fondamentale dello Spettacolo dal vivo che assolve al ruolo di accogliere i processi di studio e ricerca.  Nel momento in cui un artista viene scelto e gli viene data la possibilità di sperimentare, deve poter lavorare serenamente e senza pressioni. 

Il nostro obiettivo è creare ricchezza intorno al tema della ricerca: sostenere gli autori, sia under sia over 35, è un valore fondamentale per la crescita culturale ed economica del Paese. L’apertura ai giovani ha una finalità diversa rispetto a quella nei confronti di un autore già avviato. Questa differenza ricade anche sul modo in cui strutturiamo le nostre ospitalità: ai giovanissimi sono dedicate le “residenze trampolino” rivolte ad artisti appena diplomati da corsi di formazione professionale e che muovono i primi passi nell’ambito della creazione.

Per questo tipo di residenze abbiamo attivato delle convenzioni con accademie come CAU escuela de circo y teatro con Proyecto Insomnia, Accademia di Arte  Drammatica Nico Pepe di Udine, Fondazione Majid – Locarno, Rete Diculther – the Digital Cultural Heritage, Arts and Humanities School e con la Facoltà di danza del Department 3 – Performing Arts di Francoforte. Durante il periodo di residenza i giovani artisti sono seguiti da tutor con differenti competenze che monitorano l’andamento del progetto.

PERIFERIE ARTISTICHE
Loredana Parrella

La mission di un Centro di Residenza non è mettere a disposizione una sala prove ma essere un punto di riferimento per gli artisti, comprendere quali siano le necessità di ciascuno e mostrargli la strada mettendo a disposizione spazi, tempi per la ricerca e competenze. Siamo molto soddisfatti del lavoro svolto in questi tre anni anche se l’arresto brutale imposto dalla diffusione del Covid-19 ci ha messo inizialmente in seria difficoltà. Il lockdown ci ha costretto, come è accaduto a tutti, a una pausa forzata durante la quale abbiamo mantenuto attiva la comunicazione con i nostri artisti.

Grazie anche al fatto che  non abbiamo ricevuto tagli economici sui finanziamenti da parte delle Istituzioni, siamo riusciti a garantire l’impegno preso con tutti i progetti programmati nel 2020. In questi mesi stiamo recuperando alcune residenze, sia dal vivo sia in modalità remota, e a tal proposito abbiamo ideato il progetto “Residenze a distanza di sicurezza” per quegli artisti che non possono essere fisicamente presenti nel nei nostri spazi. 

Dopo il momento di stallo imposto dalla pandemia, le residenze previste per il 2020 ripartiranno all’interno del progetto “Residenze a distanza di sicurezza”. Come si articoleranno i percorsi di residenza ripensati alla luce delle limitazioni vigenti? 

Per ogni residenza viene strutturato un progetto specifico e, a seconda del luogo e della condizione delle varie nazioni in cui si trovano gli artisti, vengono prese in considerazione diverse possibilità di realizzazione. Quando le residenze devono essere condotte da remoto, si cercano delle sale nelle città in cui vivono gli autori e il lavoro viene portato avanti seguendo un diario di bordo giornaliero, monitorato da un tutor attraverso una piattaforma online.

Tutte le strutture del Centro di Residenza hanno creato un gruppo di spettatori attivi, che a Tuscania abbiamo chiamato “Pionieri della visione”, ad Arsoli ”spettAttori” e ad Antrodoco “Critici per caso”, che segue gli artisti in residenza lavorando sotto la guida di un coordinatore. Se si tratta di una residenza in loco, questo gruppo attraversa la sede di lavoro dell’artista, se si tratta di una residenza a distanza l’incontro avviene attraverso mezzi digitali. Il digitale può essere una grande esperienza a patto che non diventi una sostituzione dello Spettacolo dal vivo.  I mezzi digitali consentono un tipo di sperimentazione che ogni artista deve voler scegliere. 

Nel nostro caso, la “distanza di sicurezza” è stata un modo per non soccombere alla crisi e garantire lo sviluppo dei progetti anche a distanza, assicurando sempre la libertà di creazione di ogni autore.

PERIFERIE ARTISTICHE è un progetto internazionale che ospita le indagini creative di artiste e artisti italiani ed esteri, mettendo a disposizione diversi spazi disseminati nelle province di Roma, Viterbo e Rieti. Dal 2018, sono stati attivati, oltre ai laboratori per performer, anche dei percorsi formativi per spettatori aperti alla comunità locale. Qual è il vostro rapporto con il territorio? 

Il Centro di residenza ha amplificato il lavoro che ogni realtà, pur continuando a coltivare l’internazionalità, porta avanti da più di dieci anni nei propri luoghi. Non ci poniamo come degli invasori che occupano degli spazi per far avanzare le proprie progettualità, piuttosto, abbiamo cercato di entrare in relazione con il territorio, nutrendoci della storia e cogliendone aspetti sommersi dell’immaginario della comunità che lo abita.

Parlando direttamente a nome di Twain, inizialmente abbiamo trovato poca attitudine alla danza, per cui ciò che ha richiesto più tempo non è stato programmare quegli spettacoli che i cittadini non si aspettavano di vedere, ma instaurare con loro un rapporto umano e di fiducia. Fin dagli inizi, abbiamo portato le nostre performance in strada facendo sì che le persone si avvicinassero alla danza senza aver paura di non comprendere.

Ciò che crea distanza è la mancanza di fiducia dello spettatore nei confronti di sé stesso e di ciò che gli viene proposto. È l’atto della partecipazione che consente a tutti di avvicinarsi al mondo dell’arte e di condividere i differenti immaginari proposti dagli autori. Ho sempre avuto la certezza che fosse indispensabile creare gruppi di studio appartenenti a questa schiera di pubblico.

Ho trovato molto stimolante dare voce ai loro punti di vista e alle loro competenze fornendogli nel contempo degli strumenti di lettura. La relazione che l’artista instaura con questo nucleo di spettatori è spassionata, perché non ha secondi fini, quindi riesce a stabilire l’interazione dell’artista con il territorio e contribuisce al nutrimento reciproco.

In un momento di forte difficoltà per l’intero settore dello spettacolo dal vivo, offrire la possibilità di esplorare il processo creativo significa mettere in campo energie nuove da cui ripartire. Quali sono le prospettive di PERIFERIE ARTISTICHE? Come si inserisce il vostro lavoro nel nuovo assetto culturale nazionale?

Anche se questa crisi ha messo in ginocchio un settore che già versava in condizioni difficili, PERIFERIE ARTISTICHE ha continuato a operare e in collaborazione con gli altri Centri nazionali e con le Residenze sui territori abbiamo attivato uno scambio di competenze e di buone pratiche che ci ha portato ad interfacciarci con il Ministero. Abbiamo richiesto misure straordinarie riguardanti il regolamento a sostegno della programmazione 2020: in questo modo stiamo garantendo lo sviluppo dei progetti e la libertà di creazione contribuendo a sostenere il sistema dello spettacolo dal vivo. 

Per quanto riguarda il nostro Centro di residenza tutti gli artisti inseriti nell’annualità 2020 sono stati riconfermati. Lo spettacolo dal vivo ha dimostrato di avere la forza necessaria per affrontare l’emergenza di questi mesi e di saper immaginare un futuro possibile. 

Le Residenze appaiono senza dubbio come realtà in grado di dare concreto sostegno ad artisti e compagnie all’interno di un’azione di rinascita delle pratiche artistiche. Un solo appunto rispetto alla riapertura dei teatri e alla ripartenza frettolosa di programmazione che sta togliendo alle strutture la possibilità di riprendersi, ricercare, e ristrutturarsi. 

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