Adriana Borriello

Guardare oltre i nostri tempi, navigando a vista. Intervista ad Adriana Borriello

Adriana Borriello

Inizia a studiare danza molto presto Adriana Borriello, a soli tre anni. Indirizzando la sua vita artistica e il suo corpo verso forme di ricerca e di espressione, di contenuti e di pensieri. Dopo il diploma presso l’Accademia Nazionale di Danza decide di perfezionarsi al Mudra di Maurice Béjart a Bruxelles, in un continuum di formazione umana e professionale, proseguito incessantemente come un fiume in piena.

Le persone che si “muovono”, nella Danza, sono quelle che scoprono, indagano e raccontano ciò che è scritto sul loro stesso corpo. Adriana Borriello è una danzatrice, coreografa, pedagoga che ha lavorato e lavora coinvolgendo e attivando nello spettatore, a livello fisico e corporeo, uno o più processi. Questo è l’aspetto fondamentale che caratterizza la dimensione della memoria (individuale o collettiva), nonché la crescita totale dell’artista.

Le parole e le considerazioni di Adriana Borriello, emerse durante questa intervista, estrinsecano quel passaggio ulteriore, quei concetti chiave che caratterizzano il suo moto interiore e la sua azione artistica. Inoltre, anticipano la sua partecipazione al Festival di Danza Internazionale Paesaggi del Corpo, convertita in evento streaming a seguito dell’emanazione dell’ultimo DPCM, con la performance La conoscenza della non conoscenza che verrà trasmessa in streaming sabato 31 ottobre alle ore 21:00.

Per prenotarsi e ricevere il link per vedere lo spettacolo su pc o su smartphone è necessario inviare una email a info@paesaggidelcorpo.it.

Un lavoro per andare in scena non dev’essere necessariamente finito, “complesso” non significa inafferrabile, il pubblico può essere coinvolto nel processo di creazione. Il gesto, il movimento e la parola sono segni che mettono in azione una relazione comunicativa tra le persone e così, solo così, per non essere vuoto, privo di significato, il movimento dev’essere significante.

Come si è svolta e come è cambiata l’esperienza di direzione artistica del progetto DA.RE. alla luce della complessità e delle criticità legate al momento di emergenza che stiamo attraversando?

Questo momento particolare, per tutto il mondo e per tutti i settori, ha modificato, influenzato la progettualità di DA.RE Dance and Research, prevista per questo 2020. Quello attuale è il terzo anno di un triennio per il quale era stato progettato, oltre a un programma didattico che avrebbe incrociato una serie di esperienze di ricerca affidate ad artisti diversi di livello internazionale, anche una serie di esperienze di approfondimento offerte agli allievi. Attività professionali nella forma di stage o tirocini indirizzate alle principali professioni: l’interprete – danzatore-performer –, l’autore – apprendista coreografo o creatore della scena –  e la figura del  didatta, nell’ambito soprattutto sociale. 

Tutto questo era già stato avviato a fine gennaio. Il lavoro più importante, però, cominciava in contemporanea con il lockdown, per cui abbiamo dovuto sospendere tutto. Per un periodo di tempo abbiamo cercato di capire l’andamento, riprogrammando più volte le attività. A un certo punto ho deciso di chiudere e di attendere gli sviluppi futuri. Abbiamo fatto partire degli incontri online evitando, per scelta personale, tutto ciò che attiene all’attività corporea, fisica a distanza.

Ho avviato delle lezioni teoriche che abbiamo offerto non solo agli studenti di DA.RE, ma in generale anche al mondo della Danza, al di là del progetto ristretto, e abbiamo avuto una rilevante partecipazione. Infine abbiamo attivato dei corsi particolari legati a dei processi di osservazione, di elaborazione creativa che contemplavano la possibilità di un lavoro individuale svolto a distanza e in confinamento, in linea con  le possibilità del momento, e degli incontri online di condivisione e di verifica, di rilancio.

Quando è stato possibile riprendere una parte delle attività in presenza, con tutte le limitazioni del caso, tra giugno e luglio, abbiamo realizzato una parte del programma così come era stato previsto. Di recente siamo stati in residenza per una settimana a Rosignano Marittimo, presso Amunia, e siamo riusciti a riprendere altre attività.

Insomma, stiamo navigando a vista. Da una parte, come tutti, stiamo cercando di realizzare il più possibile quello che era stato programmato e, dall’altra parte, io sto elaborando delle esperienze online. Possibilità future che guardino oltre questo momento particolare. Includendo inevitabilmente la previsione delle ricadute, anche quando la situazione sarà meno emergenziale.

Tutto questo impone però una riflessione. Da un lato, l’atteggiamento che ho assunto è quello di fare programmi man mano che la situazione evolve. Dall’altro guardo oltre,  spingendomi verso una progettualità a lungo termine che si adatta in qualche maniera senza svendere quella che è la nostra arte. Credo che tutto quello che sta accadendo sia anche un’occasione di riflessione, di sviluppo di altre progettualità che non sostituiscono l’arte dal vivo, ma che in qualche maniera la compendiano e la traducono in un’altra dimensione.

Proprio perché è necessario mantenere e tutelare l’arte dal vivo, la danza e la pedagogia della danza sono diventate entrambe più orizzontali e multidisciplinari?

Scinderei i due concetti. Esiste la questione della trasversalità e della circolarità tra le aree della formazione, della ricerca e della creazione artistica. Il centro del progetto DA.RE.  è basato fondamentalmente su questo. Credo fermamente che il concetto di studio, in generale, abbracci tutte le aree della danza, delle arti performative e delle arti in genere, per cui la sovrapposizione fra i campi della formazione, della ricerca e della creazione artistica, è necessaria e rappresenta un nutrimento a tutto tondo per tutti i protagonisti di questo tipo di pensiero, di atteggiamento.

DA.RE., infatti, si fonda sul concetto che studiano gli allievi, ma studiano anche i docenti, gli artisti. Tutti imparano da tutti, si mettono in circolo le varie fasi del lavoro. Anche la formazione va in questo senso. Penso che questo sia il momento opportuno per dedicarsi alla dimensione dello studio, della ricerca dell’intimità che questi campi richiedono, ancor più dell’esposizione finale.

Non necessariamente tutto deve avvenire solo dal vivo. Ci sono cose che possono essere sviluppate in diverse forme. Non penso solo al lavoro on-line, penso anche ad altri tipi di confronto come la scrittura, la lettura, il confronto attraverso il verbo, la parola, può essere un’altra forma di nutrimento. Questo non può sostituire l’arte dal vivo. Può essere un altro filone, un altro campo di ricerca e di sviluppo. 

Tra l’altro, viviamo un momento in cui, in particolare nella danza, esiste pochissima letteratura scritta. Ci si sta rendendo conto che è utile invece che le esperienze vengano tramandate attraverso la parola, lo scritto e altre forme che non sono solo quella dello spettacolo, del video. Forse potrebbe essere il momento per sviluppare in maniera più corposa questi aspetti. 

Può descriverci e raccontarci qualcosa a proposito del suo nuovo spettacolo La conoscenza della non conoscenza?

La conoscenza della non conoscenza non è uno spettacolo canonico. È una lectio performance, una sorta di conferenza spettacolo che abbraccia e si situa in quella intersezione di cui parlavo.  È un’esperienza nata in seno alla presentazione del mio libro Chiedi al tuo corpo, in cui si parla del mio lavoro. In particolare, la parte scritta da me, descrive la metodologia di lavoro che ho sviluppato mediante l’esperienza pedagogica ventennale e che nasce dalla mia esperienza di autrice, di coreografa e danzatrice.

Lo spettacolo in qualche maniera si manifesta anche attraverso il verbo perché è agito, ma è anche parlato. Attraverso la parola mette a fuoco i fondamenti del linguaggio della danza:  l’organizzazione dello spazio e del tempo attraverso il movimento. Agisce questi principi che vengono proposti e descritti al pubblico. Per cui è un continuo palleggio tra la parola che fa emergere i principi fondamentali del linguaggio della danza e l’azione che li mette in atto. È un percorso, quindi, che va dagli elementi fondativi per eccellenza ovvero il ritmo legato al visivo e al tempo, fino a elaborare il discorso sulla danza.

In che modo possono essere sviluppate nuove forme di prossimità, di contatto tra artisti e pubblico? 

Credo che stiamo vivendo un momento di evoluzione delle arti dal vivo, al di là della pandemia. Si sta di diffondendo realmente la necessità sia per il pubblico sia per gli artisti di avere un rapporto più prossimo ai processi di lavoro. Lo spettacolo ,nel senso canonico del termine, ovvero confezionato, prodotto in tutti i suoi aspetti e offerto come oggetto finito non scomparirà, esisterà. 

Sono molto interessata a quest’area in cui si mette in scena o si permette al pubblico di accedere ai lavori in fieri, a come si arriva al lavoro compiuto nella danza contemporanea. Questo permette alla gente di avvicinarsi a quei linguaggi, alle questioni che animano gli artisti, ai principi che fondano quei linguaggi autoriali. In qualche maniera soddisfano quell’elemento voyeuristico che esiste nell’essere spettatore e testimone.

Lo soddisfano e lo alimentano ulteriormente, ciò fa sì che gli artisti siano anche più comunicativi nel proprio lavoro e nei confronti dei diversi tipi di pubblico. In questo senso la prossimità va oltre il problema contingente della pandemia perché mancando la componente fisica da tenere a bada e c’è un altro tipo di prossimità che la può sostituire, può sopperire a questa mancanza. 

Al di là del mio interesse personale, c’è un orientamento che già da un po’ di anni sovrappone la pedagogia con la creazione artistica, il processo di lavoro offerto al pubblico al momento performativo compiuto. Credo che si troveranno altre forme di partecipazione, di condivisione per la relazione pubblico-evento. Questa situazione ci obbliga a navigare a vista, come suol dirsi e io mi scopro anche a guardare oltre. Nella tragedia e nella drammaticità di questa situazione mondiale, la pandemia può avere comunque degli aspetti positivi e stimolanti che devono essere colti. 

Si riuscirà a farlo se non si cavalcherà il panico che serpeggia e che viene alimentato attraverso il modo in cui stanno veicolando tutto questo. Io sono molto polemica rispetto alla stampa, per esempio perchè ogni tanto capto delle frasi, modalità di veicolare delle informazioni legate al Covid che, a mio avviso, sono da terrorismo puro. La situazione è drammatica, non va sottovalutata, le economie stanno saltando. 

È un momento di eccezionalità, come una guerra senza armi, però presuppone la capacità di guardare oltre e di vivere il momento nella sua poliedricità, in tutto quello che porta con sé. Sicuramente c’è un’utopia della speranza, ma si sta mettendo sotto la lente di ingrandimento la direzione in cui sta andando l’umanità nell’ordine dei problemi che stanno sconvolgendo l’equilibrio dell’universo, della terra. 

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10 giardini da non perdere

10 Giardini da non perdere: quando danza e tecnologia s’incontrano. Intervista ad Ariella Vidach

Articolo a cura di Caterina Giangrasso

10 giardini da non perdere
Ariella Vidach

10 Giardini da non perdere è un progetto firmato da Ariella Vidach e Claudio Prati che riflette sulle nuove forme di spettatorialità, al fine di innescare un percorso di partecipazione critica e attiva del pubblico, in grado di determinare e trasformare la scena con le sue scelte e la sua presenza.  10 giardini da non perdere si realizza attraverso una performance site specific esperienziale, un happening coreografico collettivo che vede l’attivazione di un pubblico “aumentato”, composto da danzatori, artisti e spettatori.

Come per tutti i lavori di Ariella Vidach AiEP l’apporto tecnologico tout court è parte integrante di un discorso che la coreografa porta avanti da anni, mediante progetti diversi, in autonomia e in collaborazione con altre realtà. Ariella Vidach, con una formazione avvenuta oltre oceano con Trisha Brown, Twyla Tharp, Steve Paxton, Bill T. Jones, inizia la sua attività coreografica negli anni ’80 fino alla fondazione di Ariella Vidach – A.i.E.P. nel 1996. Il suo repertorio è stato presentato in contesti nazionali e internazionali. Nel 2005 nasce il DiDstudio (Danza Interattiva Digitale), centro di formazione, promozione e ricerca sulla danza contemporanea e atelier di sperimentazione e produzione artistica della compagnia in cui Ariella Vidach svolge la sua attività di ricerca e produzione.

Inoltre, Vidach è tra i docenti della Civica Scuola Paolo Grassi ed è in prima linea nella divulgazione della ricerca tra danza e tecnologie interattive con il progetto NAO Nuovi Autori Oggi e Tec Art Eco, di cui è direttrice artistica. In questa fase di ritorno in scena per tante realtà italiane, abbiamo raggiunto Ariella Vidach per un’intervista in cui la coreografa racconta la condizione attuale della sua danza e i suoi progetti futuri. 

10 giardini da non perdere è un lavoro che consta di una scelta compositiva particolare. Come nasce questo progetto spettacolare e quanto le limitazioni imposte dal distanziamento sociale ne hanno alterato la struttura? 

10 giardini da non perdere è un progetto site specifi, in grado di adattarsi di volta in volta perché esistente nel luogo e nel momento in cui si realizza. In uno spazio chiuso avrebbe avuto una dimensione completamente diversa, lontana da quella originariamente pensata e creata. Si tratta di un concetto base del lavoro che in ogni condizione trova un suo adattamento specifico. La performance ha un ecosistema che include al suo interno anche interventi che permettono alla tecnologia di integrarsi con noi in quanto “esseri tecnologici”.

È quello che accade anche nel nostro quotidiano: si tratta di mettere i corpi in relazione con le immagini, con spazi anche distanti, quelli con cui ci connettiamo via Skype, mediante una webcam, ad esempio. Attraverso questo processo abbiamo accesso ad altri luoghi, diversi rispetto a quelli che abitiamo fisicamente con il nostro corpo. 

In occasione della replica a Paesaggi del Corpo lavoreremo utilizzando, oltre che lo spazio, una relazione tra lo spazio stesso e i danzatori. Le proiezioni avverranno sui dispositivi smartphone del pubblico, che avrà modo di accedere a un sito che gli consentirà di “connettersi” con immagini e suoni, mediante una regia creata con Claudio Prati. In questo modo, la relazione con lo spettatore si instaura a un livello più profondo poiché c’è la possibilità di attribuire a uno strumento di uso quotidiano, come lo smartphone, una funzione sociale e collettiva e non più solamente individuale.

L’attenzione e la formazione del pubblico potenziale è un tema sul quale c’è una rinnovata attenzione. In questo lavoro, come in altri del tuo repertorio, possiamo trovare forme di spettatorialità attiva. Cosa è cambiato nel tuo lavoro di creazione? Cosa ti piace trasmettere agli spettatori?

Questa domanda può aprire un capitolo molto articolato. Nel caso di 10 giardini da non perdere si tratta di una performance che presuppone una logica di partecipazione attiva a un evento di spettacolo. Ogni spettatore decide di esserci e “come” esserci, si tratta di una comunicazione che definisco “eterodiretta”. Mi piace pensare agli smartphone utilizzati come dei trasmettitori, e che lo spettatore attivo possa partecipare in modo immediato, senza stratificazioni intellettuali ma rispondendo in maniera naturale alle sensazioni.

L’arte, per me, deve invogliare un comportamento spontaneo in chi ne fruisce. A volte però, la tecnologia impone una necessità di istruzione per permettere il suo utilizzo: tutti noi ci chiediamo infatti come si usa qualcosa quando vi entriamo in contatto per la prima volta. Nel coinvolgimento della tecnologia in queste performance mi piace anche sperimentare come determinate risposte spontanee sia del pubblico sia dei danzatori, possano rivelarsi sorprendenti, interessanti in qualche modo. 

Con AiEP abbiamo fatto anche altre sperimentazioni in alcune situazioni di realtà aumentata, consentendo di fruire di una performance sia in una configurazione normale sia in una visione digitale. In occasioni del genere, cerco sempre ricevere una risposta immediata e spontanea, con lo spettatore in una condizione di tranquillità nei confronti dell’evento a cui partecipa.

Nel tuo lavoro la tecnologia è sia soggetto sia oggetto, strumento di indagine e di confronto su più livelli. Cosa ti ha ispirato rispetto al tuo lavoro Exp del 1997 e cosa ti ispira oggi? 

La possibilità di  interagire con lo spazio mediante la tecnologia continua ad incuriosirmi, è un punto fondamentale del mio lavoro sul corpo e sul movimento. Mi interessa il corpo immerso in uno spazio sensibile a prescindere dalle differenze tecniche – e tecnologiche, appunto – che si sono susseguite negli anni. Il corpo è uno strumento pieno di risorse, reagisce a tutto ciò che lo circonda e mediante le relazioni cresce e si evolve. Con la tecnologia si possono avere delle opportunità di conoscenza talvolta superiori rispetto a relazioni più semplici. 

Il corpo danzante poi agisce in base all’educazione che riceve sul movimento, aprendosi all’ascolto in una continua relazione con se stesso, per migliorarsi e adattarsi a diversi contesti. Adesso sto approfondendo la realtà virtuale che, con una dimensione immersiva, può essere ancora più totalizzante rispetto all’apporto di una tecnologia esterna che si inserisce come oggetto virtuale in un contesto reale. Il bello è che c’è sempre una nuova frontiera da esplorare. 

Quanto e in che modo l’attuale situazione storica condiziona la tua creazione artistica e la gestione di tutto ciò che c’è dietro di essa?

A parte le limitazioni ovvie devo dire che abbiamo dato una spinta in avanti ad alcuni progetti a cui stavamo già pensando: per noi lavorare in modalità “digitale” non è una novità. Avevo un’idea su un progetto volto alla creazione di una compagnia di danza virtuale che magari senza la situazione pandemica mondiale poteva svilupparsi tra qualche tempo, però trasformando la limitazione in opportunità credo non ci sia momento migliore di quello attuale.

Nessuno può prescindere da quello che succede, in particolare gli artisti che hanno una funzione di filtro, con l’obiettivo di sollecitare le sensibilità altrui. Tutto quello che succede nella società e nel nostro tempo determina quello che facciamo sia come singoli sia come parte di una comunità, a prescindere dalle sue dimensioni. Siamo in un mondo e in un tempo che ci sta dicendo delle cose molto importanti per cui mi auguro che tutti possiamo essere in grado di imparare qualcosa sempre, nel bene e nel male. 

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Paesaggi del Corpo

Al via Paesaggi del Corpo Festival. Intervista a Patrizia Cavola e Manolo Perazzi

Dal 19 settembre al 12 dicembre, Paesaggi del Corpo Festival porta la danza contemporanea internazionale a Velletri. Il programma che si estende per un lungo arco temporale, è volto alla fidelizzazione di nuovo pubblico e alla tessitura di una stretta relazione con il territorio che ospita gli eventi. Paesaggi del Corpo vuole ampliare l’offerta culturale ramificandola in luoghi solitamente esclusi dai circuiti ufficiali, mirando a una fruibilità universale della danza contemporanea.

Il Teatro Artemisio Gian Maria Volontè e la suggestiva location della Casa delle Culture e della Musica ospiteranno performance costruite in site specific, pensate ad hoc per gli spazi del festival. Accanto ai grandi nomi della danza contemporanea, tante proposte di artisti under 35 per dare una visione ampia e variegata, che vuole comprendere stili e percorsi di ricerca diversificati. Ne abbiamo parlato con Patrizia Cavola, direttrice artistica di Paesaggi del Corpo Festival.

Radici è il titolo evocativo di questa edizione di Paesaggi del corpo, avente per obiettivo la tessitura di una rete di relazioni con il territorio di Velletri e con la comunità che lo abita. Attraverso quali azioni avete costruito e state costruendo il rapporto con il territorio che ospita il festival?

Innanzitutto dalla collaborazione con i luoghi che abbiamo scelto per il festival, il Teatro e la Casa delle Culture e della Musica di Velletri, che sono gestiti dalla FONDARC nostro partner. Il nostro desiderio è quello di instaurare una relazione nonostante le tante difficoltà emerse in era Covid. Il progetto nasce da una serie di laboratori realizzati con la sede distaccata di Velletri dell’Accademia di Belle Arti e un comprensorio di scuole superiori, aventi lo scopo di coinvolgere studenti e ragazzi in attività che pongano in dialogo la danza, le arti visive, le tecnologie, la scrittura.

I partecipanti, attraverso il loro sguardo, documenteranno il festival. Abbiamo poi avviato dei laboratori con delle scuole di danza di Velletri, al termine dei quali sono previste delle restituzioni che verranno presentate in teatro. È importante che il festival si intrecci con la comunità, con la città tutta, oltre che con i luoghi deputati. Non vogliamo essere un’isola, ma puntare alla creazione di un contatto con i cittadini, attraverso la danza, superando il cliché della danza contemporanea come molto lontana dalle persone che non la praticano. Mai come in questo momento, tornare a incontrarsi attraverso il corpo, attraverso la danza è fondamentale per tutti.

La sfida di Paesaggi del corpo è proporre la danza internazionale fortificando l’offerta culturale di luoghi che, solitamente, vengono tenuti fuori dai circuiti ufficiali. Che valore ha per voi la delocalizzazione dei processi culturali che finalmente sposta l’offerta dalle grandi città?

È qualcosa cui personalmente mi sto dedicando da tantissimo tempo perché trovo necessario che la cultura, e quindi la danza, arrivino ovunque e non soltanto nelle grandi città dove già c’è molta offerta culturale. Paesaggi del Corpo è un progetto che avevo nel mio cuore da tantissimo tempo perché sono legata a questo territorio, che è il luogo in cui sono cresciuta. Nonostante abbia voluto sviluppare la mia storia stilistica e personale altrove, ho sempre avuto il desiderio recondito di portare qui la mia esperienza. Un ulteriore motivo che mi ha spinta a dare vita a questo progetto a Velletri è che in tutto il Lazio, al di fuori di Roma, esiste solo un altro festival dedicato alla danza oltre a Paesaggi del Corpo. Quindi c’è veramente bisogno di rafforzare l’offerta culturale e dislocare la danza dai grandi centri. 

Al via il 19 settembre, Paesaggi del corpo si estenderà fino al mese di dicembre. Come si articola il calendario del Festival e secondo quali criteri è stata formulata la programmazione?

Il format risponde a due esigenze: da una parte quella di costruire il festival con una serie intensiva di appuntamenti che diano modo a varie compagnie di incontrarsi, instaurando un dialogo tra gli artisti; dall’altra quella di fidelizzare il pubblico nel tempo, estendendo la programmazione e non esaurendola in una settimana, come è più canonico per i festival. Vorremmo raggiungere gli spettatori attraverso differenti modalità di fruizione, sia con spettacoli in teatro, sia con show format, brevi opere realizzate in site specific, in dialogo con i beni culturali e col paesaggio. I primi quattro appuntamenti del festival, si terranno alla Casa delle Culture e della Musica, un meraviglioso ex convento del ‘600 che verrà abitato da spettacoli pensati per questo spazio.

La programmazione cerca di andare incontro a tutti con proposte per bambini e ragazzi, spettacoli più “canonici”, altri più sperimentali. Abbiamo poi voluto dare spazio sia ad autori giovani, emergenti, sia a coreografi con lunghe storie alle spalle come la Compagnia Zappalà, Adriana Borriello e molti altri. La prima giornata sarà dedicata al futuro, nel senso che i lavori che verranno presentati sono di tre giovani coreografi: Manolo Perazzi e Gruppo e-Motion, Davide Romeo con la compagnia Uscite di emergenza, Martina Gricoli e Compagnia Motus. Ci teniamo molto a dare visibilità a compagnie, autrici e autori che spesso hanno poche occasioni per emergere.

Raggiunto telefonicamente, Manolo Perazzi racconta Crossover la performance con musiche eseguite dal vivo, in scena questa sera alla Casa della Musica e delle Culture.

In occasione dell’inaugurazione del Festival Paesaggi del Corpo, porterai in scena Crossover, uno spettacolo di cui sei interprete e coreografo. Come si è avviato il tuo percorso professionale rispetto all’attività coreografica?

Prima di avviare la mia attività come coreografo ho lavorato a un solo, Pianterreno, che ho presentato al Festival Anticorpi e poi in diverse date. Successivamente, sono stato in Messico e in Belgio, oltre che in Italia con un altro spettacolo, anche in questo caso si trattava di un solo. Con Natalia Casorati e Andrea Gallorosso ho poi lavorato alla creazione di No abla, uno sharing tra due coreografi, un pezzo a quattro mani.

Dopo quest’esperienza ho messo in pausa per un po’ l’attività di coreografo e ho continuato quella di interprete per circa 4 anni, fino a quando ho partecipato al bando di CID Cantieri di Rovereto. Vincendo il bando, è stata avviata una coproduzione e sono stato ospitato in residenza dove ho lavorato allo spettacolo Crossover, con cui sono andato in scena a Oriente Occidente Dance Festival.

In occasione dell’inaugurazione di Paesaggi del Corpo, porterò Crossover a Velletri, nato come uno studio di 30 minuti, danzato da me e da Valeria Russo accompagnati da Flavia Massimo, una musicista che esegue musica dal vivo con violoncello, synt e loop station. La versione che porterò a Velletri ha una durata di circa 20 minuti ed è un solo con musica live. Crossover è stato un esperimento, dentro c’è così tanto materiale da darmi la possibilità di avere diversi approcci stilistici e vari approcci alla coreografia. 

Con Fermo Immagine hai dato vita a una performance capace di raccontare, attraverso il corpo, la distruzione provocata dalla guerra. Come nasce questa performance?

Ho lavorato molto sulle immagini di guerra, fotografie in cui vengono immortalati corpi di persone colte in un atto straordinario che modifica l’organizzazione di questi corpi. Ho cercato quindi una qualità di movimento che rendesse quell’istantaneità, quell’urgenza. Non volevo essere quell’immagine ma raffigurarla, farne una trasposizione iconografica. 

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Paesaggi del Corpo. A Velletri un festival internazionale dedicato alla danza contemporanea

Dal 19 settembre al 12 dicembre 2020, si svolgerà a Velletri, il Festival internazionale di danza contemporanea Paesaggi del Corpo con l’obiettivo di promuovere e diffondere la conoscenza della danza contemporanea in tutte le sue declinazioni con particolare attenzione a quei lavori che si collocano in un crocevia dove si incontrano le arti, innovando e dando vita a nuovi linguaggi. Radici, titolo evocativo dell’edizione 2020 del Festival, rimanda all’aspirazione del progetto a radicarsi e a intessere una fitta rete di relazioni con il territorio, la città, le comunità e i cittadini che li abitano mettendo in primo piano la danza ovvero l’arte che predilige il corpo per raccontare l’uomo nella sua fragilità, grandezza e diversità e il suo tempo, grazie alla sua forza poetica. Il Festival verrà realizzato dall’associazione culturale La Scatola dell’Arte, sotto la Direzione artistica di Patrizia Cavola, con il contributo di Regione Lazio Assessorato alla Cultura e Politiche Giovanili, in collaborazione con FONDARC Fondazione di Partecipazione Arte e Cultura Città di Velletri e con il patrocinio del Comune di Velletri.

Paesaggi del Corpo vuole dialogare con un pubblico ampio e trasversale che includa varie generazioni, invitando i cittadini a riscoprire i luoghi attraverso la poesia della danza. Il progetto trimestrale prevede vari interventi e differenti modalità di presentazione e incontro con il pubblico: spettacoli, performance site specific e di danza urbana, residenze artistiche, laboratori con esiti pubblici, incontri, progetti speciali a carattere multidisciplinare rivolti ai giovani e agli studenti, volti a creare momenti di relazione tra la danza e altre arti, come l’arte visiva, la scrittura, la musica, le nuove tecnologie. 

La rassegna, interamente dedicata al contemporaneo, cerca di raccogliere al suo interno una rosa ampia di proposte artistiche differenti, ognuna caratterizzata dalla propria ricerca stilistica e poetica e dal proprio linguaggio innovativo, per dare una visione ampia e variegata, che vuole comprendere stili e percorsi di ricerca diversificati. Il programma prevede produzioni di compagnie italiane, internazionali e di autori e coreografi emergenti anche under 35.

Tra le molte partecipazioni, si annoverano nomi di punta nel panorama italiano come Compagnia Zappalà Danza, EgriBianco Danza, Gruppo e-Motion, Compagnia ASMED Balletto di Sardegna, DNA, Megakles Ballet – Petranura Danza, Ariella Vidach AiEP, Compagnia Atacama e la coreografa Adriana Borriello e formazioni internazionali di grande prestigio tra cui Compagnie Irene K, Cia Pe Mellado ed EnClave Danza & ES.ARTE.

Le attività di Paesaggi del Corpo si svolgeranno in differenti spazi, scelti per valorizzare il patrimonio culturale della città: il Teatro Artemisio Gian Maria Volonté,  sede degli spettacoli; la Casa delle Culture e della Musica, struttura seicentesca dell’ex Convento del Carmine, luogo denso di attrattive storiche e artistiche, che all’interno offre diversi spazi: l’Auditorium, il corpo centrale dell’ex chiesa medievale, il Chiostro, quadrangolare, coperto da un porticato con volte a crociera dove viene allestito un palco, il Giardino adornato da colonne ottocentesche, la Sala degli Affreschi, ex refettorio attualmente trasformato in spazio espositivo e sala conferenze. L’intera struttura è un luogo di ritrovo cittadino, pensato per ospitare eventi a sfondo culturale ed esso stesso monumento alla cultura da vivere quotidianamente nel silenzio del chiostro o del giardino, in un sereno sodalizio tra arte e natura. 

Accanto alla programmazione di spettacoli, il Festival metterà in atto progettualità speciali e attività di laboratorio e didattica per creare nuove opportunità per avvicinarsi alla danza contemporanea, assimilarne i nuovi linguaggi e processi creativi con il preciso scopo di formare nuovi artisti e nuovi spettatori. Tra le altre attività culturali organizzate volte a educare e promuovere il pubblico il programma prevede la messa in atto di Progetti Multidisciplinari Speciali indirizzati ai giovani in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Roma, sede di Velletri, che coinvolgerà studenti e docenti delle triennali di Pittura e Grafica Editoriale nelle attività del festival e con l’IISS C. Battisti di Velletri. 

Programma completo su: paesaggidelcorpo.it 

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