Enzo Moscato

TESI DI LAUREA: Notazioni linguistiche sul teatro di Enzo Moscato

Moscato

TITOLO TESI > Notazioni linguistiche sulla lingua del teatro di Enzo Moscato con intervista all’autore
ISTITUTO >  Università degli studi di Napoli Federico II – Corso di laurea triennale in Lettere Moderne
AUTORE > Gianluigi Montagnaro

INTRODUZIONE DELL’AUTORE

Viviamo un periodo storico in cui i linguaggi drammaturgici tendono verso l’appiattimento estremo del significante, la cui banalizzazione comporta un impoverimento conseguente del significato. Moscato propone, per leggere la pluridimensionalità contemporanea, un linguaggio altrettanto barocco, capace di fungere da riflesso di quella babele linguistica che è null’altro che il mondo. La tesi analizza il percorso generale delle tre fasi drammaturgiche dell’autore, che si concretizza nel passaggio da un plurilinguismo di ispirazione classica, dove status sociale, educazione e relazione scenica del personaggio influenzano e dominano la lingua, ad un plurilinguismo divoratore di identità, di limiti e di realismi. La lente di ingrandimento, in particolare, è puntata su tre testi: I primi due sono Pièce Noire e Ragazze sole con qualche esperienza, appartenenti alla prima fase poetica. 

‘’La costruzione della trama e dell’intreccio è condotta in maniera praticamente Eduardiana: vi è la rottura di un equilibrio e il conseguente adoperarsi dei personaggi, che tentano di riportare la situazione allo stato iniziale. Lo sviluppo nella trama, inoltre, avviene attraverso una struttura dialogica anch’essa classica; conflitto e meccanismo di azione/reazione logica accompagnano la narrazione verso la risoluzione’’.

Questa struttura drammaturgica impone al plurilinguismo di Moscato il rispetto della connessione tra status e linguaggio. In altre parole, ogni personaggio deve parlare la lingua che il proprio status sociale, la propria educazione e il rapporto emotivo con l’altro riflettono. Il terzo è Partitura: il punto di non ritorno, il nodo che unisce le fasi della scrittura di Moscato.
De-narrazione e de-costruzione, commistione tra generi letterari, tra realtà e immaginazione e fusione di elementi espressivi appartenenti a diverse lingue (Inglese, francese, spagnolo e latino) generano una parola/suono intrisa di misteri ancestrali, metafisica, che figura come flusso magmatico incontrollato, il quale si concede ad una pluralità di letture: quella letterale, quella metafisica, quella analogica e infine temporale. Lo spartito diviene polisemico e i piani di ascolto generati divengono molteplici.

‘’Nel rifiuto dell’ideologia come mezzo totalizzante per possedere il mondo, l’autore riduce la parola a puro suono, o meglio, ad un rumore fra i tanti che produce il deflusso lento, continuo e impietoso dei giorni. La parola, non più utilizzata come segno chiuso, univoco (ossia ridotto al solo valore logico e descrittivo), viene affrancata dalla gabbia del significato tout court’’.

L’ultimo capitolo, invece, analizza i contagi interdisciplinari tra il barocco degradato di Moscato e i linguaggi della nuova scena Trap/rap napoletana e italiana. Questo mondo, infatti, sembra realizzare in piena regola quella Babele descritta da Moscato, dove ogni lingua si mescola alle restanti divenendo significante, suono, rumore in un’epoca dove le distanze si accorciano e i luoghi di vita e incontro divengono metafisici. Le lingue tradizionali restano, ma vengono ripetutamente tradite, arricchite, corrotte, come tra le righe di Partitura. Allo stesso modo il pastiche linguistico sembra essere teso alla ricerca dell’incontro-scontro tra le culture diverse che, in fin dei conti, condividono lo stesso destino.

LEGGI LA TESI DI LAUREA > NOTAZIONI LINGUISTICHE SUL TEATRO DI ENZO MOSCATO

Gianluigi Montagnaro nasce a Vico Equense nel 1996. Studia alla scuola del Teatro di Napoli, diretto da Renato Carpentieri, che gli dà la possibilità di lavorare con Giuseppe Rocca, Michele Monetta, Claudio di Palma, Laura Curino, Enrico Bonavera e lo stesso Carpentieri, sotto la cui direzione partecipa al Napoli Teatro Festival con Pastiche n°0. Si è laureato alla triennale di Lettere Moderne all’Università degli studi di Napoli Federico II, e frequenta tuttora il corso di Filologia Moderna presso la stessa.

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campania teatro festival

Campania Teatro Festival, la 14° edizione dal 12 giugno all’11 luglio 2021

159 eventi per un mese di programmazione in luoghi all’aperto e in totale sicurezza. 10 sezioni, 70 debutti assoluti e 3 nazionali. Anteprima il 19 marzo con il Maestro Riccardo Muti al teatro Mercadante. A settembre spazio alla sezione Danza e a quella Internazionale con gli spettacoli della regista argentina Marina Otero, del coreografo greco Dimitris Papaioannou e del regista svizzero Cristoph Marthaler.

Campania Teatro Festival

Stesso slogan, nuovo Festival. Stesso slogan, Il teatro rinasce con te, perché a distanza di un anno la vera rinascita del settore teatrale appartiene ancora alla categoria degli annunci e dei buoni propositi. Nuovo Festival perché questa edizione 2021, la quinta diretta da Ruggero Cappuccio, passerà alla storia per essere quella dove il Napoli Teatro Festival diventa il Campania Teatro Festival.

Un modo per anticipare il futuro di una manifestazione che dal 2022 estenderà sempre più la sua azione culturale da Napoli all’intera regione, rendendo organico il legame e l’unitarietà tra i beni paesaggistici e architettonici, ma anche per ribadire e meglio specificare l’impegno concreto della Regione Campania a sostegno di una rassegna multidisciplinare, organizzata dalla Fondazione Campania dei Festival presieduta da Alessandro Barbano, che sa coniugare la cultura nazionale e internazionale con la bellezza di alcuni dei luoghi più suggestivi e simbolici del territorio campano.

Una ricchezza che viene esaltata, valorizzata e veicolata non solo attraverso il coinvolgimento di tante importanti realtà del panorama teatrale italiano ed estero, ma anche con l’attenzione al talento e alle professionalità di molte produzioni e compagnie che operano da anni in Campania, con un impegno che in alcuni casi non è solo artistico ma anche sociale. Saranno più di 1500 i lavoratori dello spettacolo della nostra Regione che faranno parte del Campania Teatro Festival 2021. Un segnale concreto di sostegno non formale a chi continua a subire quotidianamente sulla sua pelle le dure conseguenze economiche della pandemia in un settore da sempre in difficoltà. In attesa, e con l’auspicio, che lo Stato faccia stabilmente la sua parte, come accade in altri Paesi d’Europa, riconoscendo diritti che al momento sono ancora negati.

Sede principale del Festival, con l’allestimento di ben otto palchi, sarà quest’anno il Real Bosco di Capodimonte, che ospiterà per un mese una vera e propria cittadella teatrale tra Cortile della Reggia, Casino della Regina, Giardino Paesaggistico di Porta Miano, Manifattura della Porcellana, Giardino Paesaggistico Pastorale, Praterie della Capraia, il Giardino dei Principi e lo spazio del Cisternone, dove si terranno gli eventi del DopoFestival. Una scelta dettata da tre motivi, tutti egualmente importanti: la vastità degli spazi, fondamentale per i tempi che ancora viviamo, la felice esperienza della precedente edizione e il rapporto di grande collaborazione con il direttore Sylvain Bellenger.

Gli altri eventi si svolgeranno nel Teatro Grande di Pompei, al Belvedere di San Leucio a Caserta, a Montesarchio (in piazza Umberto I e nel Museo Archeologico del Sannio Caudino), nel Teatro Naturale di Pietrelcina, nell’Anfiteatro di Avella e a Salerno, nel Chiostro del Duomo e all’esterno del teatro Ghirelli. Appuntamenti a Napoli ci saranno anche nell’Archivio di Stato di Napoli, nel Refettorio del Chiostro di San Domenico Maggiore, a Made in Cloister e, sempre a Capodimonte, nella Sala Causa. L’anteprima del 19 marzo con il Maestro Riccardo Muti si terrà al teatro Mercadante, mentre gli spettacoli di settembre andranno in scena in tre diversi teatri cittadini: il Bellini, il Trianon e il Politeama.

Capodimonte, luogo tra i più rappresentativi dell’Epoca Borbonica, sarà anche centrale ne “Il sogno reale. I Borbone di Napoli”, un Progetto Speciale di Ruggero Cappuccio curato da Marco Perillo, che, rispondendo alla mission della Fondazione di promuovere e valorizzare i beni del patrimonio culturale materiale e immateriale della Regione, vuole coinvolgere, attraverso un focus storico e artistico sul secolo del Regno, alcuni dei principali siti borbonici della Campania. Il progetto, oltre a sette storie inedite redatte da narratori e interpretate da sette diversi attori, che andranno in scena nel Giardino dei Principi, prevede anche la pubblicazione di una guida stampata degli stessi siti, a cura dello stesso Marco Perillo, che sarà distribuita gratuitamente al pubblico che seguirà gli spettacoli in programma al Festival.

Il Campania Teatro Festival viaggia nel segno della continuità rispetto al passato, adottando ancora una volta uno schema che ne ha fatto in poco tempo una delle realtà culturali più riconosciute e riconoscibili del nostro Paese, apprezzata sempre di più in ambito internazionale come testimonia la costante e rilevante presenza nella rete Italia Festival e nell’EFA ( European Festival Association). Anche quest’anno sui 38 spettacoli di prosa nazionale saranno 29 i debutti assoluti, ribadendo quell’attenzione alle drammaturgie contemporanee che è ormai uno dei tratti distintivi della manifestazione. L’85% dei testi teatrali rappresentati al Campania Teatro Festival sono di autori viventi.

Confermate le 10 Sezioni (Prosa Italiana, Internazionale, Osservatorio, SportOpera, Danza, Musica, Letteratura, Cinema, Mostre, Progetti Speciali), a riprova di una multidisciplinarità che ha caratterizzato tutte le edizioni dirette da Ruggero Cappuccio e rappresenta la vera e propria anima del Festival. Otto di queste sezioni sono programmate tra giugno e luglio, mentre quelle dedicate alla Danza e agli spettacoli Internazionali sono previste nel mese di settembre.  In particolare, per le Compagnie straniere sono già fissati tre debutti nazionali che hanno date e luoghi definiti: l’8 e il 9 al teatro Bellini di Napoli lo spettacolo della regista argentina Marina Otero, il 16 e il 17 il nuovo lavoro del coreografo greco Dimitris Papaioannou al teatro Politeama di Napoli, mentre il 23 e il 24 andrà in scena al teatro Bellini l’ultima creazione del regista svizzero Cristoph Marthaler, con Graham F. Valentine.

Protagonisti di questa edizione, che si aprirà in anteprima il 19 marzo al teatro Mercadante di Napoli con il concerto dell’Orchestra giovanile “Luigi Cherubini” diretta dal Maestro Riccardo Muti (disponibile gratuitamente dal 26 marzo in streaming su live.napoliteatrofestival.it, cultura.regione.campania.it, ansa.it e ravennafestival.live), saranno, tra gli altri:

Massimo Andrei, Laura Angiulli, Valeria Apicella, Virginia Acqua, Corrado Ardone, Lello Arena, Euridice Axen, Roberto Azzurro, Nadia Baldi, Marco Baliani con I Filarmonici di Busseto, Marianella Bargilli, Consuelo Barillari, Peppe Barra, Mariano Bauduin, Maria Vittoria Bellingeri, Sonia Bergamasco, Giovanni Block, Alessio Boni, Andrea Bonioli, Simona Boo, Simone Borrelli, Luca Brignone, Elena Bucci, Roberto Caccioppoli, Fortunato Calvino, Capone & Bungt Bangt, Pino Carbone, Renato Carpentieri, Benedetto Casillo, Marianna Celia, Alì Chahrour, Daniele Ciprì, Roberto Colella (La Maschera), Paolo Coletta, Marina Confalone, Antonello Cossia, Emilia Costantini, il poeta e drammaturgo Giuseppe Conte, Enzo Curcurù, Laura Curino, Floriana D’Ammora, Roberto D’Avascio, Alessandra D’Elia, Emanuele D’Errico, Elio De Capitani, Rosaria De Cicco, Eduardo De Crescenzo, Concita De Gregorio, Ettore De Lorenzo, Massimo De Matteo, Francesca De Nicolais, il Maestro Roberto De Simone, Roberta Lidia De Stefano, Marco Dell’Acqua, Francesco Di Bella (24 Grana), Pino Di Buduo, Claudio Di Palma, Cristina Donadio, Igor Esposito,  Lalla Esposito, Gina Ferri,  Vincenzo Fiorillo, Flo, Gianluigi Fogacci, Adriana Follieri, Peppe Fonzo, Iaia Forte, Simona Fredella, Francesca Gammella, Mario Gelardi, Lello Giulivo, Gnut, Gianluca Gobbi, Enzo Gragnaniello, Yari Gugliucci, Paolo Iammarrone, Davide Iodice, Antonella Ippolito, Karima, Lamberto Lambertini, Gaetano Liguori, Teresa Ludovico, Claudio Malangone, Maldestro, Valter Malosti, Milena Mancini, Vinicio Marchioni, Milva Marigliano, Christoph Marthaler, Gea Martire, Leopoldo Mastelloni, Juan Olivier Mazzariello, Luciano Melchionna, Peppe Miale, Manuele Morgese , Enzo Moscato, Erica Mou, Massimo Munaro, Barbara Napolitano, Roberto Nobile, Marina Otero, Davide Paciolla, Ginestra Paladino, Alessandro Palladino, Ivo Parlati,  Daniel Pennac, Silvio Perrella, Luca Persico in arte ‘O Zulù (99 Posse), Riccardo Pippa con la Compagnia I Gordi, Alessio Pizzech, Alessandro Preziosi, Francesco Procopio, Carlotta Proietti, il violinista Alessandro Quarta, Raiz (Almamegretta), Danilo Rea, Dario Rea, Stefano Reali, lo psicanalista Massimo Recalcati, Maria Rippa, Stefania Rocca, Francesco Roccasecca, Michele Rossiello, Gabriele Russo, Davide Sacco e Agata Tomšič, Davide Sacco (non è un refuso, ma semplice omonimia), Renato Salvetti, Dario Sansone (Foja), Lara Sansone, Lina Sastri, Irene Scarpato (Suonne d’Ajere), Davide Scognamiglio, James Senese, Peppe Servillo, Marco Sgrosso, Benedetto Sicca, Virgilio Sieni, Giuseppe Sollazzo, Marina Sorrenti, Gianni Spezzano, Gabriella Stazio, Marina Turco, John Turturro, Stefano Valanzuolo, Graham F. Valentine, Patricia Zanco, Roberto Zappalà, Francesco Zecca e Luca Zingaretti.

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mercato dell'arte

TESI DI LAUREA: Il mercato dell’arte dal vivo

mercato dell'arte
 OVO Mart Company, Ph – Davide Mancini

TITOLO TESI > Il mercato dell’Arte dal vivo: criticità ed opportunità del danzatore in Italia
ISTITUTO > Università Federico II di Napoli– Corso di laurea triennale in Cultura e Amministrazione dei Beni Culturali
AUTRICE > Rebecca Curti

INTRODUZIONE DELL’AUTRICE

“Il nostro Paese rappresenta a livello internazionale un’importante fucina di arte e cultura, anche se, nella storia italiana degli ultimi decenni, periodi di grande fioritura artistica si sono alternati a periodi bui, sia dal punto di vista della produzione che della fruizione.”

Queste le parole dell’ex Ministro per i beni e le attività culturali, Giuliano Urbani. Questa tesi si pone l’obiettivo di descrivere il mercato dell’arte dal vivo in Italia e delinearne l’andamento degli ultimi anni, volgendo particolare attenzione al settore del teatro, con le teorie economiche ed i meccanismi di produzione che lo riguardano, ed infine al settore della danza contemporanea italiana.

Oggi il nostro paese è tornato ad essere un importante palcoscenico internazionale, la produzione di spettacolo è aumentata considerevolmente: dal 2013, anno di massima criticità per il settore teatrale, al 2016 gli spettatori del teatro italiano sono aumentati del 2,5%. Sebbene si pensi sia una percentuale molto bassa, il rapporto annuale del 2017 di Symbola e Unioncamere afferma che: “Il Sistema Produttivo Culturale e Creativo genera 89,9 miliardi di euro, arrivando a muovere nell’insieme il 16,7% del nostro PIL nazionale”.

Questo accade grazie ad un numero consistente di professionisti del settore che produce beni e servizi che vengono acquistati dai consumatori, andando così a costituire quello che oggi viene chiamato il mercato dell’arte. Ebbene, il presente lavoro si pone l’obiettivo di descrivere il mercato dell’arte dal vivo nelle sue potenzialità e criticità. Quest’ultime, in particolare, derivano dal fatto che il mercato dell’arte sostanzialmente nasce e si sviluppa secondo la creatività personale dell’artista, la quale rende complicata l’analisi secondo i consueti modelli economici (Cap. I).

Nel secondo capitolo, grazie a studi teorici e modelli econometrici, ho cercato di delineare (su base di dati empirici ISTAT e SIAE) l’andamento e lo sviluppo del settore teatrale italiano degli ultimi anni, individuandone i periodi di minore e maggiore fruizione. Quando si parla di partecipazione alla vita culturale ed artistica di un territorio, una variabile da tenere in considerazione è sicuramente quella della sensibilità della domanda rispetto al reddito dei cittadini.

Così è nato il focus sul Napoli Teatro Festival Italia. L’evento napoletano costituisce un esempio per quanto riguarda la sensibilità della domanda al prezzo sul territorio. Dall’edizione 2017, con la supervisione della nuova direzione artistica, è stata adottata una politica di prezzo differente rispetto agli anni precedenti che ha fatto registrare quasi un raddoppio delle presenze e degli incassi finali.

Da subito è stato chiaro che il pubblico napoletano non è indifferente agli eventi culturali presenti nel territorio, ma l’adozione di una diversa politica di prezzo dimostra che v’è un’indiscussa difficoltà economica per la partecipazione ad eventi culturali come quello del teatro, che rimane indubbiamente, ancora, un servizio d’élite accessibile a pochi. Con i dovuti accorgimenti ed approfondimenti che lo studio riporta, il Festival sembrerebbe l’impresa che maggiormente riesce a soddisfare la domanda da questo punto di vista.

Il terzo capitolo, entra nello specifico e si occupa di una branca del settore: la danza. Nonostante i successi degli ultimi tempi, il danzatore italiano guarda ancora con sfiducia il suo futuro lavorativo a causa della mancanza di centri e compagnie riconosciute a livello internazionale. È stato formulato e somministrato a 130 danzatori provenienti da tutta Italia un questionario circa le proprie esperienze lavorative e prospettive di vita.

Non solo, a rispondere sono stati anche insegnanti di danza che hanno espresso le proprie perplessità in merito anche alla loro professione. Il risultato è stato che proprio l’insegnamento risulta essere, ancor più dell’attività di danzatore, la vera piaga del settore a causa della mancanza di corsi d’insegnamento non qualificati o riconosciuti a livello nazionale.

Con le conclusioni, si è cercato di lasciare uno spiraglio di luce con l’approvazione della nuova legge sullo spettacolo. Sebbene si attendano ancora i decreti attuativi, la legge presenta anch’essa potenzialità e criticità allo stesso tempo. Il settore del teatro in Italia, oggi, è il settore più confusionario che ci sia ed una legge, per quanto accorpi determinate pratiche, sicuramente restituirà un minimo di equilibrio per porre le basi ad un nuovo Inizio per il teatro italiano.

LEGGI LA TESI DI LAUREA > IL MERCATO DELL’ARTE DAL VIVO: CRITICITÀ ED OPPORTUNITÀ DEL DANZATORE IN ITALIA

Rebecca Curti nasce a Napoli nel 1996. Dopo essersi diplomata come ballerina professionista, si perfeziona nel contemporaneo ed hip-hop, danzando nella compagnia MartGroove con la quale partecipa a concorsi e programmi Sky come Italia’s Got Talent. Per Amnesty International coreografa il flash-mob tenutosi a Napoli in occasione del 50° compleanno dell’associazione. Nel frattempo ha l’opportunità di seguire in qualità di assistente maestri come Mauro Mosconi e Marco Auggiero. Con quest’ultimo collabora tutt’oggi per numerose produzioni ed eventi, tra i quali, Universiade2019 per il quale è stata assistente alle coreografie per la cerimonia di apertura. Collabora con Festival, quali: Napoli Teatro Festival Italia (NA), Oriente Occidente Festival (TN), Dominio Pubblico (RM). Si è laureata in Cultura e Amministrazione dei Beni Culturali all’Università Federico II di Napoli con una tesi in economia dello spettacolo dal vivo ed attualmente è studentessa per il corso magistrale DAMS presso l’Università di Roma La Sapienza.

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Putéca

Una bottega di teatro e umanità. Intervista a Putéca Celidonia

Putéca Celidonia è una giovane compagnia napoletana formata da ex-allievi della Scuola del Teatro Stabile di Napoli. La sua identità è composta da interventi di diverso tipo: da un lato l’intensa attività formativa in contesti non facili come il rione Sanità, l’istituto di detenzione giovanile di Nisida e il centro di accoglienza per migranti a Caserta. Dall’altro l’attività scenica della compagnia, con lo spettacolo Dall’altra parte. 2+2=? che ha debuttato al Napoli Teatro Festival e si è aggiudicato il Premio Giovani Realtà del Teatro

Nella nostra conversazione il drammaturgo e regista Emanuele D’Errico e gli attori Clara Bocchino e Dario Rea – a cui si aggiungono nella formazione della compagnia Marialuisa Diletta Bosso, Teresa Raiano, Umberto Salvato mostrano la profonda sincerità che anima il loro lavoro, al punto da scontrarsi con i tempi dettati dai meccanismi produttivi del teatro in Italia. L’urgenza di qualcosa di vero e forte da raccontare, nutrita dal calore delle strade napoletane, sta però ottenendo riconoscimento: Putéca Celidoniaha infatti vinto il premio ANCT, conferito dall’Associazione Nazionale dei Critici di Teatro

Parlando dei rischi e delle difficoltà che un giovane gruppo si trova ad affrontare, D’Errico ci ha raccontato in modo semplice e potente l’obiettivo che stanno perseguendo: «ognuno di noi ha rinunciato alle attività da scritturato perché lavorare in autonomia ci rende felici».

Parliamo dei vostri laboratori. Che tipo di lavoro fate con i bambini del rione Sanità, con i ragazzi detenuti a Nisida e i migranti dello Sprar? Diversificate l’approccio o i principi sono gli stessi?

Dario Rea: Abbiamo iniziato con i bambini in Sanità in maniera del tutto spontanea. Il fratello di Emanuele, Davide D’Errico, è presidente della Onlus Opportunity che ha preso in gestione questi due locali confiscati alla camorra nel rione Sanità e si è offerta di mettercene a disposizione uno. Con questo rifugio ci siamo chiesti cosa potessimo restituire al quartiere e abbiamo iniziato semplicemente mettendo un cartello sulla porta con scritto “giovedì prossimo laboratorio di teatro per bambini”. 

La settimana dopo si è presentata la prima bambina, poi le iscrizioni sono aumentate sempre di più fino a doverle chiudere. Abbiamo iniziato soprattutto giocando, lavorando sulla coscienza dello spazio e delle proprie emozioni. Abbiamo trattato questi bambini come degli attori, con orari da prove, alla fine dell’anno abbiamo fatto con loro uno spettacolo grazie a Campania dei festival.

Clara Bocchino: Sono tre linguaggi differenti, senz’altro. Quello che utilizziamo con i bambini è molto diverso rispetto a quello che usiamo con i ragazzi e le ragazze a Nisida, dove va a nostro favore il fatto che non siamo troppo distanti di età. Proviamo a entrare nel loro “mood” per portarli nel nostro. È un discorso completamente diverso con i ragazzi dello Sprar di Caserta, considerando che lì la comprensione dell’italiano è limitata, poi con le mascherine non ne parliamo. Ma in quel caso è veramente uno scambio, anche noi stiamo imparando tanto da loro.

Emanuele D’Errico: Affrontiamo un tema scelto da noi in base alla situazione in cui ci troviamo. Le drammaturgie che vengono prodotte come risultato dei laboratori nascono dalla relazione tra noi e chi ci troviamo davanti. Nello spettacolo dei bambini, chiamato Non c’è differenza tra me e il mondo, ci sono tutta una serie di elementi che provengono da cose che i bambini stessi hanno inventato. 

Allo stesso modo, la drammaturgia su cui stiamo lavorando a Nisida si chiama Tappo’ Munno?, che significa “Tutto a posto mondo?”: tappo’ è una locuzione che i ragazzi utilizzano in continuazione. Lo spettacolo parte dal tema da noi proposto della cosmogonia, dopodiché ognuno di loro doveva inventare una storia su come il mondo è nato. Ne sono uscite alcune incredibili, ad esempio secondo una di queste il mondo sarebbe nato da una sfida tra bar nell’universo. Per loro è stata veramente una sorpresa recitare facendo semplicemente quello che fanno tutti i giorni ma mettendolo in forma, così da sublimare la loro quotidianità.

D.R.: Quando si lavora in situazioni come il carcere la tentazione è quella di far diventare tutto uno sfogo, di parlare della condizione in cui queste persone si trovano. Invece il lavoro che abbiamo fatto è stato quello di basarci sull’immaginazione e la fantasia, dando il messaggio per cui distaccandosi dalla propria storia personale si può essere qualsiasi cosa, in modo che potessero raccontarsi per come fossero in quel momento e non per il loro passato. 

Rimanendo sempre a Sanità, le immagini che ho visto del festival ‘A voce d’’o vico sono veramente belle, sembra esserci stato molto coinvolgimento e partecipazione. Ci raccontate di quella esperienza?

E.E.: È stato magico, sono accadute tante cose che non ci aspettavamo. Gli spazi nel quartiere sono minuscoli e ci siamo subito chiesti come potessimo far esibire i bambini. Abbiamo pensato ai balconi, in modo da portare il teatro nelle loro case…non il Netflix del teatro, ma il teatro del vicolo. Tutto questo peraltro prima della pandemia, siamo stati un po’ anticipatori sul simbolo dei balconi. Abbiamo deciso di affiancare ai bambini degli attori ed attrici riconosciuti e anche dei musicisti come Eugenio Bennato.

La cosa più bella è che gli abitanti del quartiere hanno vissuto il festival come se fosse la propria festa. Spontaneamente ci hanno aiutato a pulire la strada, ci hanno portato i dolci, ci hanno detto: «Adesso quando tornano ad esibirsi? Dobbiamo fare una colletta e farli tornare!». Dopo Settembre d’’o vico volevano ottobre d’’o vico, novembre d’’o vico… questo entusiasmo è stata la nostra soddisfazione più grande. Purtroppo quest’anno non siamo riusciti a farlo e ci è dispiaciuto tantissimo, soprattutto per loro.

Un’altra iniziativa che abbiamo fatto a Sanità, insieme alla onlus Opportunity, è stata “Il vicolo della cultura” installando delle piccole librerie a forma di edicole votive, è un book sharing a cielo aperto che finora tutti gli abitanti hanno rispettato, non ci sono stati furti o danneggiamenti. Anche in quel caso per l’inaugurazione abbiamo fatto delle recite dai balconi lungo tutta la via, chiedendo alle persone di entrare nelle loro case. ‘A voce d’’o vico ci ha permesso di guadagnarci la loro fiducia.

D.R.: Tutti gli artisti che hanno partecipato alla manifestazione, circa quattordici per cinque appuntamenti, lo hanno fatto gratuitamente. Eugenio Bennato, Maurizio Capone, Antonella Morea, Maldestro…hanno capito la bellezza di tutto questo, ma volendo riproporlo ci riesce difficile immaginarlo nuovamente senza un supporto economico, purtroppo non semplice da ottenere. Tra i progetti per il futuro ci piacerebbe portare il festival nei quartieri periferici delle altre città d’Italia.

Come vi siete attrezzati per l’emergenza covid? Avete portato avanti le attività?

C.B.: Purtroppo il laboratorio con i bambini abbiamo dovuto interromperlo, gli spazi non ci permettevano di portarlo avanti. Proviamo comunque a mantenere un contatto con loro, per quanto possibile. A Nisida e allo Sprar siamo riusciti ad andare avanti al netto di qualche breve interruzione.

D.R.: Questo periodo di parziale sospensione in realtà è stato per noi molto importante, ci siamo presi questo tempo per riorganizzarci al nostro interno e per discutere tra noi gli obiettivi della compagnia e le modalità per raggiungerli. Abbiamo riflettuto tanto sull’opportunità o meno di portare in scena il nostro spettacolo, Dall’altra parte. 2+2=?, con le restrizioni sul distanziamento.

E.E: Nel caso specifico di questo spettacolo abbiamo sviluppato un’intuizione che avevamo già, infatti la drammaturgia prevedeva tre gemelli nella pancia della mamma legati tra loro da una corda. Il distanziamento ci ha spinto a sperimentare sempre più a fondo cosa si potesse fare legati a questa corda, l’impedimento è diventato un’opportunità, ma in altri casi non lo avremmo portato in scena, non tutti gli spettacoli si possono adattare. Eravamo in stagione al Mercadante con un altro lavoro che è saltato e che è difficile immaginare nei prossimi tempi, perché prevede una scenografia di 2 metri per 2 con cinque attori all’interno.

Nei vostri piani futuri pensate di continuare a tenere insieme l’attività della compagnia e quella laboratoriale?

E.E: Noi immaginiamo la nostra attività divisa in tre parti: produzione, formazione e territorio. Sono tutte e tre strettamente legate, anzi vorremmo arricchire l’una con l’altra. L’anno prossimo lanceremo un corso di scenografia e realizzazione di costumi, sarebbe un sogno se in un bene confiscato alla camorra lavorassero delle persone per realizzare i costumi dei nostri spettacoli. Riusciamo a fare tutte e tre le cose perché per noi una prerogativa fondamentale è darci il tempo necessario

Dall’altra parte. 2+2=? è stato un viaggio di due anni. Abbiamo bisogno di un periodo abbastanza lungo per portare avanti un progetto nel modo giusto, certo poi sarebbe importante che lo spettacolo girasse e fosse visto anche in altre città. Il lavoro a cui ci stiamo dedicando ora necessiterà almeno di un anno e mezzo di preparazione.

Parte da Giorni felici di Beckett ma trasportato in un basso napoletano, con una coppia di anziani rinchiusi in casa. Vorremmo trasformare la sabbia di Beckett in una matassa di filo, anche perché in Sanità tutte le donne cuciono, da qui l’idea di legarlo al laboratorio che partirà. Io ho tradotto Giorni felici in napoletano, poi abbiamo bussato alle porte del quartiere e abbiamo fatto delle interviste che abbiamo inserito nel testo, oltre a una parte libera di scrittura.

D.R: Ci siamo resi conto che la nostra poetica nasce proprio dalla tripartizione delle nostre attività. I lavori partono da una necessità del territorio, diventano laboratori e poi produzioni. Il senso di quello che stiamo facendo è molto più grande di fare uno spettacolo e basta, c’è un mondo dietro e quindi ci prendiamo il tempo per raccontare tutto questo.

Può essere considerato strano che una compagnia giovane, nata da appena due anni, non voglia partecipare ad alcuni bandi ma noi pensiamo sarebbe importante dare vita ad un circuito di distribuzione virtuoso dove la priorità sia quello che si sta raccontando ed è impossibile che tutti i mesi si abbia qualcosa da dire. Per indagare veramente qualcosa c’è bisogno di tempo, che non corrisponde a quello della logica di produzione che c’è in Italia in questo momento.

E.E: È un po’ frustrante lavorare per due anni ad un progetto, vincere un premio, spendere dei soldi di tasca propria e poi non riuscire a distribuirlo. Anche nei teatri nazionali si investe magari mezzo milione per realizzare uno spettacolo che va in scena per due settimane e poi muore lì, abbiamo lavorato come attori in produzioni come queste e viene da chiedersi che senso abbia.

È un problema che stiamo affrontando anche nei vari tavoli di C.Re.S.Co (Coordinamento delle Realtà della Scena Contemporanea) di cui facciamo parte, naturalmente non possiamo risolverlo noi, nel nostro piccolo proviamo a creare il nostro sistema ma certo la sostenibilità è difficile da ottenere. L’alternativa è tornare a fare gli scritturati ma sarebbe una frustrazione.

C.B: Vorrei che Putéca Celidonia, come anche tutte le altre compagnie del sud, girassero un po’ di più al nord. Quest’estate sono stata ad Urbino a Fai il tuo Teatro, la prima edizione di questo appuntamento bellissimo di formazione per compagnie e operatori. Ho avuto la prova tangibile che in Campania viviamo in un altro mondo rispetto ad alcune regioni. Credo e spero che il nostro lavoro possa spingere ad un cambiamento di questo sistema un po’ incancrenito che c’è qui da noi.

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Napoli Teatro Festival Italia. Presentata la tredicesima edizione

Il teatro rinasce con te. È un invito a rivivere le emozioni del teatro lo slogan della tredicesima edizione del Napoli Teatro Festival Italia, la quarta diretta da Ruggero Cappuccio, realizzata – nonostante l’emergenza sanitaria – con il forte sostegno della Regione Campania e organizzata dalla Fondazione Campania dei Festival, presieduta da Alessandro Barbano.

Inizialmente fissata per giugno e poi rinviata a causa della pandemia, la manifestazione torna con una ricca programmazione quasi interamente a cielo aperto che si declina tra teatro, danza, letteratura, cinema, video/performance, musica e mostre: 130 eventi, per un calendario di un mese, distribuiti in 19 luoghi tutti all’aperto con una sola eccezione: il Teatro di San CarloPlatee allestite nel rispetto delle distanze di sicurezza, divise tra Napoli e altre città della Campania (Salerno, Solofra, Pietrelcina e Santa Maria Capua Vetere), dove andranno in scena creazioni italiane e coproduzioni a conferma dell’attività produttiva della Fondazione. 

L’edizione 2020 presenta 34 spettacoli di prosa nazionale, di cui 28 prime assolute, consolidando la struttura in sezioni, ormai tratto distintivo della direzione artistica firmata Cappuccio.
Italiana, Osservatorio, Danza, SportOpera, Musica, Letteratura, Cinema, Mostre, Progetti Speciali: il Festival rinnova la sua grande attenzione alla multidisciplinarità in un dialogo che mira a una visione organica e interdisciplinare dell’arte. La sezione Internazionale, che negli anni passati ha portato a Napoli grandi nomi della scena contemporanea, è stata invece riprogrammata a partire dall’autunno e vedrà in scena, tra gli altri, il coreografo greco Dimistris Papaioannu, l’artista belga Jan Fabre, e Ramzi Choukair Sulayman Al-Bassam.

Con l’intento di supportare la ripresa di un settore in grave difficoltà in quest’anno segnato dalla crisi economica indotta dal Covid-19, NTFI conferma l’attenzione e il sostegno a favore di produzioni e compagnie del territorio campano e napoletano, insieme a tante realtà del panorama nazionale.

Tra i protagonisti di questa edizione Silvio Orlando, Vinicio Marchioni, Francesco Montanari e Gianmarco Saurino, Bruno Fornasari, Andrea De Rosa, Luana Rondinelli, Antonio Piccolo, Lino Musella, Federica Rosellini, Ciro Pellegrino, Laura Angiulli, Joele Anastasi, Salvatore Ronga, Lucianna De Falco, Francesco Saponaro, Lara Sansone, Vincenzo Nemolato, Chiara Guidi, Claudio Ascoli, Marcello Cotugno, Ettore De Lorenzo, Massimiliano Gallo, Alessio Boni, Gianni Farina, Sarah Biacchi, Lina Sastri, Franca Abategiovanni, Riccardo Pippa, Corrado Ardone, Ferdinando Bruni e Francesco Frongia, Federico Tiezzi e Sandro Lombardi, Roberto Rustioni, Enzo Vetrano, Stefano Randisi, Mario Scandale, Arturo Cirillo, Valentina Picello, Francesco Tavassi, Mariangela D’Abbraccio,  Euridice Axen, e le compagnie Anagoor, Carrozzeria Orfeo,  Casa del Contemporaneo, Nuovo Teatro Sanità, e Mutamenti/Teatro Civico 14.  

Per la sezione Musica si avvicenderanno invece Roberto De Simone, Raffaello Converso, Pippo Delbono e Enzo Avitabile, i Foja, Stefano Valanzuolo con Sarah Jane Morris e i Solis String Quartet, Massimiliano Sacchi, Maria Mazzotta, Francesco Di Cristofaro, Valerio Sgarra, Ars Nova, Ciro Riccardi, EbbaneSis, i Folkonauti, Raffaella Ambrosino, Ambrogio Sparagna con Iaia Forte, Giada Colagrande, Roberta Rossi, Ivo Parlati e Nadia Baldi, Renato Salvetti e Antonella Ippolito. Nella sezione Danza si segnala la partecipazione del coreografo francese figlio di minatori di origine italiana Alexandre Roccoli. 

La collaborazione con il Teatro Stabile di Napoli – Teatro Nazionale si concretizza attraverso la coproduzione di due spettacoli inseriti nella sezione Progetti Speciali del Festival con Mimmo Borrelli, Renato Carpentieri, Claudio Di Palma. Tra gli altri protagonisti della sezione del NTFI, da anni ormai terreno di sperimentazione di nuove pratiche sceniche, Roberto D’Avascio, Carlo Geltrude, Maria Rosaria Omaggio, Marco Dell’Acqua, Alberto Conejero, Davide Scognamiglio e Daniele Ciprì.  

Nel Real Bosco di Capodimonte e al circolo Canottieri per la sezione SportOpera a cura di Claudio Di Palma, che propone 8 spettacoli di cui 7 in prima assoluta, si alterneranno Mariano Rigillo, Patrizio Oliva, Pino Maddaloni, Fulvio Cauteruccio, Andrea Zorzi, Beatrice Visibelli e Nicola Zavagli, Rosario Giglio, Marina Sorrenti, Chiara Baffi, Rossella Pugliese, Antonio Marfella, Paolo Cresta, Ferdinando Ceriani, Gennaro Ascione, Alfonso Postiglione.

E ancora per la sezione Letteratura, progetto a cura di Silvio Perrella, ospiti Maurizio Bettini, Daniele Ventre, Caterina Pontrandolfo, Alberto Rollo, Mimmo Borrelli, Silvia Bre, Piera Mattei, Claudio Damiani, Vincenzo Frungillo, Igor Esposito, Maria Grazia Calandrone, Sonia Gentili, Enza Silvestrini, Fiorinda Li Vigni, Mariafelicia De Laurentis, Antonio Biasiucci, Alfio Antico. 

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Presentata la dodicesima edizione del Napoli Teatro Festival Italia

La dodicesima edizione del Napoli Teatro Festival Italia, la terza diretta da Ruggero Cappuccio, realizzata con il sostegno della Regione Campania, presieduta da Vincenzo De Luca, e organizzata dalla Fondazione Campania dei Festival, guidata da Alessandro Barbano, presenta, dall’8 giugno al 14 luglio, una ricca programmazione che si declina tra teatro, danza, letteratura, cinema, video/performance, musica, mostre e laboratori. Oltre 150 eventi, per 37 giorni di programmazione, distribuiti in 40 luoghi tra Napoli e altre città della Campania (Salerno, Benevento, Caserta, Carditello, Baia, Amalfi, Pietrelcina e Mercogliano), dove andranno in scena creazioni mai presentate in Italia — prime nazionali e internazionali —, e coproduzioni che confermano l’attività produttiva del Festival.

Il Napoli Teatro Festival Italia si pone come organismo di crescita culturale e sociale, in tal senso favorirà la partecipazione del pubblico, continuando a proporre un’oculata politica di prezzi, con biglietti popolari (da 8 a 5 euro) e agevolazioni assolute per le fasce sociali più deboli. L’edizione 2019 presenta 29 eventi internazionali, di cui 19 prime in Italia tra prosa e danza, e 44 prime di spettacoli italiani. Il NTFI amplia anche la sua struttura e diventano 12 le sezioni del festival. Alle 11 già consolidate del progetto artistico di Ruggero Cappuccio (Italiana, Internazionale, Osservatorio, Danza, SportOpera, Musica, Letteratura, Cinema, Mostre, Laboratori, Progetti Speciali) si aggiunge la nuova sezione dedicata al Teatro Ragazzi, che quest’anno propone Puglia Showcase Kids, una vetrina di spettacoli e momenti di approfondimento rivolta alla migliore produzione per ragazzi, promossa dalla Regione Puglia, ideata e realizzata dal Teatro Pubblico Pugliese.

Il direttore Ruggero Cappuccio conferma grande attenzione alla natura multidisciplinare del festival e alle scritture contemporanee — non solo alla drammaturgia ma a tutte le scritture di scena e alle arti in generale —, in una visione trasversale e interdisciplinare. Nell’edizione 2019 del festival, a Napoli si incroceranno lingue e sonorità diverse, linguaggi innovativi e tradizione della scena, antico e contemporaneo, che caratterizzano una programmazione tesa a favorire una ricongiunzione organica tra le arti. Il NTFI 2019 promuove inoltre la creazione e la circuitazione internazionale di rappresentazioni di prosa e danza contemporanea, mette in scena spettacoli e concerti in sedi non convenzionali, valorizzando il patrimonio culturale della città di Napoli e della regione Campania, dà spazio a realtà teatrali emergenti, propone mostre e attività espositive, offre possibilità di confronto e formazione ai giovani attraverso laboratori gratuiti, presenta uno spazio per il cinema e per la letteratura, investe in progetti speciali legati alla drammaturgia, alla letteratura dello sport, alla ricerca e alla divulgazione scientifica.

Particolarmente significativi, in questa dodicesima edizione, sono i temi della multiculturalità, della pluridentità e dell’apertura ai flussi culturali del mondo contemporaneo. La rete creata con altri Festival internazionali (Les Bancs Publics – festival Les Rencontres à l’échelle; Shubbak festival of London; Weimar art festival; Palais des Beaux Arts Bozar; Dancing on the Edge festival; Festival di Ravenna e Festival di Spoleto), gli Istituti di cultura (Institut Français; Goethe-Institut; Istituto Cervantes e il British Council), e le fondazioni culturali (Fondazione Nuovi Mecenati – Fondazione franco-italiana di sostegno alla creazione contemporanea), fonda un nuovo progetto di cooperazione culturale, che coinvolge artisti rifugiati in Italia e in Europa, in collaborazione con le Università del territorio (Università degli Studi di Napoli Federico II, Università degli Studi Suor Orsola Benincasa, Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli) e altre istituzioni europee, al fine di dare sostegno e palcoscenico alla creazione artistica post-migratoria e ad un nuovo concetto di Europa basato sull’inclusione e sul dialogo. Un progetto che possa sostenere non soltanto le diversità di provenienza, ma anche differenti visioni artistiche, confermando l’apertura alle creazioni che raccontano la migrazione e il ruolo degli artisti in esilio in Europa, in un’ottica che favorisca il welfare culturale e la cooperazione. In prima nazionale e in prima assoluta, grandi artisti europei o rifugiati in Europa presenteranno a Napoli le loro nuove creazioni.

Il Napoli Teatro Festival e la Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee, il prossimo autunno, presenteranno, al Madre · museo d’arte contemporanea Donnaregina, il Progetto Pina Bausch, che celebra la grande coreografa e ballerina tedesca. I lavori prevedono un’ouverture già nel corso del Festival, a giugno, con Moving with Pina, una conferenza danzata sulla poetica, la tecnica, la creatività di Pina Bausch di Cristiana Morganti, storica interprete del Tanztheater di Wuppertal, e il laboratorio La spontaneità del movimento, a cura di Kenji Takagi, anch’egli membro del Tanztheater Wuppertal Pina Bausch, dove lavora tutt’oggi. L’edizione 2019 rende omaggio al grande regista lituano Eimuntas Nekrošius, recentemente scomparso, da sempre legato a Napoli e al Festival, con la mostra Il Meno Fortas di Eimuntas Nekrošius, a cura di Marius Nekrošius e Nadežda Gultiajeva, che espone fotografie, bozzetti, appunti e gli oggetti di scena degli spettacoli del grande maestro nati nel teatro da lui fondato; e ancora con lo spettacolo Zinc, allestimento del regista lituano ispirato ai romanzi del premio Nobel per la letteratura Svetlana Aleksievič.

Per il terzo anno consecutivo, Palazzo Reale di Napoli sarà la sede principale del Festival, confermando l’obiettivo di valorizzazione dei beni architettonici e paesaggistici della Campania, oltre a rappresentare un luogo di assoluta centralità in città. Oltre alla biglietteria e all’Infopoint, ospiterà proiezioni, incontri, spettacoli, mostre e concerti. Il suo Giardino Romantico accoglierà il Dopofestival, curato da Massimiliano Sacchi, e vi sarà allestito il bookshop e un’area ristoro.

Numerosi sono i teatri della città coinvolti nella manifestazione (Teatro San Ferdinando, Teatro Trianon-Viviani, Teatro Nuovo, Politeama, Teatro Sannazaro, Galleria Toledo, Teatro Diana, Teatro Mercadante, Sala Assoli, Nest, Teatro Elicantropo). Anche molti spazi di grande pregio storico-artistico saranno sede degli eventi del festival, come il Museo Madre, Palazzo Fondi, Ansa del Teatro San Carlo, la Chiesa Donnaregina Vecchia, la Chiesa di Santa Maria della Colonna, Palazzo Venezia, Palazzo de’ Liguoro, Palazzo della Commedia Futura, Made in Cloister, Auditorium 900, la Farmacia degli Incurabili, a Napoli, ai quali si aggiungono i luoghi della città da valorizzare, come i Campetti di calcio della Sanità, piazzetta Trinchese, il  Carcere di Poggioreale. Altri siti prestigiosi saranno la sede degli eventi ospitati in Regione, come l’Anfitetro di Pompei, il Duomo di Salerno, l’Abbazia di Mercogliano, il Duomo di Amalfi, la Reggia di Caserta, il Teatro Naturale di Pietrelcina, Palazzo Fruscione di Salerno, Teatro Civico 14 e la Reggia di Carditello. Anche quest’anno, prosegue la collaborazione con il maestro Mimmo Paladino, che ha creato la nuova immagine del Festival, in linea con l’identità della programmazione 2019, per il catalogo e i materiali promozionali, che diventano così oggetti d’arte.

MAGGIORI INFORMAZIONI > https://www.napoliteatrofestival.it/

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1987-2017 trenta anni uniti: mostra celebrativa di Teatri Uniti

1987-2017 trenta anni uniti è il titolo della mostra a cura di Maria Savarese realizzata in collaborazione e durante il Napoli Teatro Festival, che chiuderà il 2 ottobre a Palazzo Reale, nata per celebrare la ricorrenza di tre gruppi che si misero assieme, ma soprattutto per far riflettere su quel che accadde allora e ancora oggi può essere d’esempio.

Nel 1987 tre compagnie teatrali dell’area napoletana, non per superare un momento di difficoltà, ma anzi per dar forza ai propri primi successi, da ‘Tango glaciale’ di Mario Martone con ‘Falso movimento’ a ‘E…’ con allusione a Eduardo di Toni Servillo col ‘Teatro studio di Caserta’ e il disperato ‘Titanic The End’ del ‘Teatro dei Mutamenti’ di Antonio Neiwiller (prematuramente scomparso nel 1993), decisero di mettere assieme i propri progetti senza annullare le proprie individualità, fondando ‘Teatri Uniti’.“Nonostante le difficoltà che inevitabilmente ci sono state – racconta Servillo – nel bene e nel male, non ce ne siamo mai andati da Napoli, che ora ci è stata ora vicina, con le sue istituzioni, ora lontana, consci della necessità di solleticarle e dar loro fastidio sempre”. E’ Martone quello che per primo rende quel marchio noto e gli dà forza, prima firmando un ‘Riccardo II’, poi lo spettacolo rivelazione con Servillo su testo di Enzo Moscato, ‘Rasoi’, che debutta al Valle di Roma con istantaneo successo, quindi aprendosi una strada verso il cinema con ‘Morte di un matematico napoletano’ e il successo di ‘Amore molesto’, mentre Servillo collabora con Leo de Berardinis per esempio nello storico ‘Ha da passà ‘a nuttata’ e assieme inizia la sua carriera cinematografica.

La mostra, composta di fotografie, locandine, documenti oltre che di una proiezione con riprese di spettacoli, si sviluppa in una serie di percorsi, tra cui sono quello dedicato a Thierry Salmon e Theo Anghelopulos che va dal ‘Filottete’ a quel sorprendente ‘Teatri di guerra’, quello dedicato a Leo De Berardinis, quello al femminile per la Ramondino e Merini, quello neiwilleriano con Steve Lacy e Tadeusz Kantor, quello dedicato a Cesare Garboli e così via, passando dalla ‘Trilogia della villeggiatura’ a ‘Birre e rivelazioni’, raccontando un percorso che ha lanciato Teatri Uniti a livello internazionale, tra Parigi, New York, Londra o il Cairo, sperimentando, mettendosi in gioco, collaborando, specie nel caso di Servillo, col Piccolo di Milano (con cui è in tournee anche quest’anno con ‘Elvira’), ma sempre sentendo forte il senso e il legame con le proprie radici e la tradizione, come dimostra, per esempio, l’attenzione e la riproposta di lavori di Eduardo De Filippo. A settembre, quando sarà pronto il catalogo della mostra e probabilmente organizzata una giornata di studi, l’esposizione si arricchirà del documentario di Pacifico e Liguori ‘Il teatro al lavoro’ e vedrà la presentazione di un lavoro nuovo di Andrea Renzi con l’Ensemble Dissonanze su testi di Samuel Beckett.

Attorno a questa mostra c’è poi sempre a Napoli lo spazio che il Museo Madre dedica ai 40 anni di lavoro di Mario Martone, una retrospettiva tra teatro, cinema e opera lirica dal 1977 a oggi che ha al centro il filmato col montaggio di brevi testimonianze e documenti, costruito dal regista stesso, che ha la durata di oltre nove ore e in cui si rivede anche ovviamente lo storico postmoderno e multimediale ‘Tango glaciale’ del 1982, ma assieme il ‘Tango glaciale Reloaded’, ripresa filologica ma non nostalgica o solo documentaria realizzata quest’anno da Anna Redi e Raffaele Di Florio con un gruppo di giovani che hanno preso il posto che fu di Licia Maglietta, Andrea Renzi, Thomas Arana. Insomma diversi appuntamenti per rivivere una stagione felice, un momento coraggioso di apertura e collaborazione, cosa così rara nel nostro teatro, che ancora sta dando i propri frutti: “Come un impasto di lievito madre, la spinta delle origini continua a fermentare e nutrire la prospettiva fondante di una dimensione indipendente e non istituzionalizzata – conclude Servillo – lontana dalle forme consolatorie della napoletanità, rivendicando con orgoglio una natura scarrozzante che ci porta da Napoli nel mondo”.

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Il paese di chi se ne va: al Napoli Teatro Festival debutta la Compagnia PrimeLune Lunedì 18 giugno a Napoli, presso il Cortile delle Carrozze di Palazzo Reale, nell’ambito del Napoli Teatro Festival, la compagnia PrimeLune debutta con Il paese di chi se ne va.

Napoli. È un sabato d’agosto, 1960. Caterina ‘a pazza si aggira per le strade del quartiere con in mano una torta con una candelina. “Panna e cioccolato a vivi e muort lev’ ‘o sciat” continua a bisbigliare ed Alice incuriosita decide di seguirla.

Inizia così il suo viaggio senza tempo nel paese che è sempre esistito, che esisteva sin da prima di mai. Ad accoglierla una piccola comunità che attende con ansia l’inizio di una festa. Nelle ore che scandiscono l’attesa, un turbinio di urla festanti, di giochi infantili, di idee sussurrate, di riti gridati e preghiere dovute, di sogni raccontati e desideri mancati, di balli, confessioni, catastrofi e canti. Alice affronta spaventata e divertita la quotidianità delirante di quel paese lontano lontano. E i suoi ricordi riaffiorano, le storie si mescolano e ritornano le favole narratele dal padre.

“È nella fede costante che riponiamo in un sogno o in una favola la dimostrazione concreta della loro esistenza. E Alice si ritrova a scontrarsi con la veridicità di questo assunto –spiega l’autrice e regista Francesca Muoio- Col cortocircuito di una realtà dominata proprio dalle dinamiche di quei sogni e quelle favole che, mischiandosi a quelle di vita reale, ne stravolgono il senso, lo sintetizzano, lo enfatizzano.Tutto è possibile nell’onirica danza tra prosa e poesia consumata nel paese di chi se ne va. Tutta questa tempesta di suoni, parole ed immagini inonda la piccola Alice che, solo dopo aver affrontato l’intero viaggio, solo dopo aver attraversato paure e memorie, fantasie e silenzi potrà partecipare alla festa tanto attesa dagli abitanti del luogo. Una ballata di voci e di corpi. Una ricostruzione di fatti irrealmente avvenuti. Quel girotondo tribale ed eterno in cui la vita e la morte, tenendosi per mano, ostinate girano disperatamente e gioiosamente assieme”.

Un cast corposo composto da Anna Carla Broegg, Marianita Carfora, Cesare D’arco, Valeria Frallicciardi, Francesca Muoio, Davide Paciolla, Enrico Sortino, Luca Trezza e infine la piccola Morena Di Leva, di soli 10 anni. Lo spettacolo andrà in scena nel Cortile delle Carrozze di Palazzo Reale, a partire dalle 21:30 per il Napoli Teatro Festival

 

 18 GIUGNO || ORE 21.30 || CORTILE DELLE CARROZZE DI PALAZZO REALE || NAPOLI TEATRO FESTIVAL

Scene e grafiche Giulio Villaggio
Costumi Antonietta Rendina
Luci e audio Martin Emanuel Palma
Musiche originali di Edoardo Simeone
Coreografie Sara Lupoli
Burattini Selvaggia Filippini
Aiuto regia Davide Paciolla
Assistente alla regia Raffaele Parisi
Distribuzione Theatron 2.0
Una produzione di PrimeLune Teatro

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Napoli Teatro Festival Italia: presentato il programma dell’undicesima edizione

Presentato in conferenza stampa, mercoledì 14 febbraio 2018, al Teatrino di Corte di Palazzo Reale, il programma del Napoli Teatro Festival Italia. L’undicesima edizione, la seconda diretta da Ruggero Cappuccio, organizzata dalla Fondazione Campania dei Festival, organismo in house della Regione Campania presieduto da Luigi Grispello, inizierà il prossimo 8 giugno e proseguirà fino al 10 luglio.

Una stagione di grandi numeri che ascrive il Festival tra le realtà più attive e significative del panorama internazionale e che accoglie, nei 34 giorni di programmazione effettiva, ben 85 compagnie, tra nazionali ed internazionali, impegnate per 160 recite complessive.

Proseguendo in una direzione avviata con successo nella passata stagione, la nuova edizione del Festival consolida un progetto culturale che individua, da quest’anno e fino al 2020, il suo principale obiettivo nella ricongiunzione organica tra le arti della scena, realizzandone una ricognizione multidisciplinare e trasversale sintetizzata in undici sezioni.

Iniziando dalla PROSA, con 55 titoli tra le produzioni internazionali (9), quelle nazionali (28), i debutti in regione (5) e gli spettacoli della sezione OSSERVATORIO (13) che offre spazio e visibilità ai progetti di compagnie di indubbia qualità sostenendone l’avvio del processo produttivo.

Una lunghissima edizione che accoglierà le “prime” della sezione dedicata al TEATRO INTERNAZIONALE costruita intorno alle figure di Declan Donnellan (con “Périclès, Prince de Tyr” di William Shakespeare al Teatro Politeama l’11 e 12 giugno), Isabelle Huppert (nella lettura de“L’amant” di Marguerite Duras al Teatro di San Carlo l’11 giugno), Rabih Mroué (con “Sand in the eyes”, lettura non accademica sulla propaganda e sui metodi di reclutamento degli estremisti islamici, al Teatro Trianon Viviani il 13 giugno), Thierry Collet (con “Dans la peau d’un magicien” in cui l’artista mescola frammenti di vita e trucchi di magia per raccontare il mondo interiore di un prestigiatore, alla Galleria Toledo il 14 e 15 giugno). La sezione prosegue con “Brodsky/Baryshnikov”, omaggio di Mikhaïl Baryshnikov alla poesia di Joseph Brodsky per la regia di Alvis Hermanis, al Teatro Politeama il 28 e 29 giugno; con “Clown 2 ½” uno spettacolo del Theater an der Ruhr, per la regia di Roberto Ciulli in cui si guarda al mondo ed alle sue contraddizioni attraverso gli occhi di un clown, al Teatro Trianon Viviani l’1 luglio.

Inizia con “Private confessions” nell’adattamento e regia di Liv Ullmann, al Teatro Politeama il 17 e 18 giugno, un significativo segmento in tre spettacoli dedicati al grande regista e drammaturgo svedese Ingmar Bergman nel centenario della sua nascita (il 14 luglio 1918 ad Uppsala). Sempre di Bergman, il Festival ospita, in contemporanea il 3 e 4 luglio, sia “Scene da un matrimonio” per la regia di Andrej Konchalovskij al Teatro Mercadante, che “Scènes de la vie conjugale” con Laetitia Casta e Raphaël Personnaz per la regia di Safy Nebbou, al Teatro Politeama.

Autori, registi, attori contemporanei che incrociano la modernità della SEZIONE ITALIANA in cui, tra i tanti titoli proposti, si segnalano “Medea per me” di e con Lina Sastri, “Afghanistan” di Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani, “Il seme della tempesta” per la regia di Cesare Ronconi con Mariangela Gualtieri, “Who is the King?” un progetto su Shakespeare di Lino Musella, Andrea Baracco, Paolo Mazzarelli, “Sei” adattamento da Pirandello di Spiro Scimone e Francesco Sframeli, “Si nota all’imbrunire” di Lucia Calamaro con Silvio Orlando, “La donna che piange nonostante Picasso” con Ginestra Paladino progetto a cura di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia,

Storia di un’amicizia” di Fanny e Alexander tratto da L’Amica geniale di Elena Ferrante, “Dante Alighieri. Fedeli d’amore” di e con Ermanna Montanari e Marco Martinelli, “Onde” di Elena Bucci liberamente ispirato alle opere e alle vite di Virginia Woolf e Katherine Mansfield, “Regina Madre” di Manlio Santanelli con Fausto Russo Alesi e Imma Villa per la regia di Carlo Cerciello, “Sotto il Vesuvio niente” di Pasquale De Cristofaro e Peppe Lanzetta, “Operetta 2” rilettura di Camus per la regia di Renato Carpentieri, “Abitare la battaglia (conseguenze del Macbeth)” regia di Pierpaolo Sepe, “Sogno di una notte di mezza estate” di William Shakespeare un progetto di Roberto Roberto per la regia di Michele Schiano Di Cola, “Barry Lindon” (memorie)” di Giancarlo Sepe, “La resa dei conti” di Michele Santeramo con Daniele Russo per la regia di Peppino Mazzotta, “Edoardo II” da Christopher Marlowe per la regia di Laura Angiulli, “La vita dipinta” di Igor Esposito con Tonino Taiuti, “Il paese che non c’è” di Fabrizio Saccomanno e Gianluigi Gherzi, “Diario di un pazzo” con Nando Paone per la regia di Alessandro Maggi, “Fuoriscena” di Fortunato Calvino con Gino Rivieccio e Paola Quattrini, “Il Gatto” da Georges Simenon per la regia di Alvia Reale, “Hamletas” di Sara Biacchi, “Anfitrione” di Teresa Ludovico, “La ridicola notte di P.” di Marco Berardi per la regia di Federico Vigorito, “Holzwege | Sentieri interrotti” di Loredana Putignani e Youssef Tayamoun, “La filosofia di Bertrando Spaventa” tre letture di Renato Carpentieri.

A questi si aggiungono i debutti in REGIONE di “Come i pianeti con il sole (Leggende d’oro, la vita dei Santi)” drammaturgia e regia di Peppe Fonzo, “Canto degli esclusi” concertato a due per Alda Merini con Alessio Boni e Marcello Prayer, “Di un Ulisse, di una Penelope” di Marilena Lucente con Roberto Solofria e Ilaria Delli Paoli, “Moby Dick” nella lettura di Alessandro Preziosi, “Il Cantico dei Cantici e altre storie” di e con Luca Zingaretti.

Per la sezione OSSERVATORIO in programma le regie di Lorenzo Salveti, Antonio Piccolo, Giovanni Meola, Francesca Muoio, Adriana Follieri, Gabriele Russo, Carmine Borrino, Tommaso Tuzzoli, Enzo Marangelo, Silvio Peroni, Fabio Pisano, oltre agli spettacoli realizzati dai giovani allievi delle scuole di Teatro del territorio.

Proseguendo con la DANZA, che in 8 titoli accoglie produzioni di diversi Paesi (dall’Italia alla Tunisia, Francia, Libano, Argentina, Inghilterra, Belgio) e la MUSICA con 8 concerti programmati in vari spazi del Capoluogo, tra il Cortile d’Onore di Palazzo Reale e il Teatro Diana, nonché in regione con le serate al Duomo di Salerno, all’Abbazia di Mercogliano, al Duomo di Amalfi, alla Reggia di Caserta.

La sezione DANZA sarà tesa alle esplorazioni contemporanee del corpo e della scena e presenterà “Tomorrowland” creazione e interpretazione di Annabelle Chambon, Cédric Charron, Jean-Emmanuel Belot, “Paradise lost (lies unopened beside me)” di Lost Dog, ideazione, regia e interpretazione di Ben Duke, “Wakan – la terra divorata” creazione e interpretazione di Gilles Coullet, “La conferenza degli uccelli” per la regia di Anna Redi, “Duo Goldberg” coreografie di Adriana Borriello, “Un Poyo Rojo” coreografia di Luciano Rosso e Nicolás Poggi per la regia di Hermes Gaido, “May he rise and smell the fragrance” coreografia Ali Chahrour, “Au temps où les arabes dansaient…” ideazione e coreografia Radhouane El Meddeb.

Nella sezione MUSICA si annunciano i concerti dei Foja (al Cortile d’Onore di Palazzo Reale il 10 giugno) e, a seguire, “La voix humaine” di Francis Poulenc, soprano Leona Peleskova, pianoforte Julian Smith, regia di Riccardo Canessa (al Teatro Diana il 19 giugno), il Beggar’s Theatre in concerto a cura di Mariano Bauduin (al Cortile d’Onore di Palazzo Reale il 29 giugno), Andrea Bonioli 4tet e Javier Girotto (al Cortile d’Onore di Palazzo Reale il 2 luglio). Ad essi si aggiungono quelli programmati in regione: “La voce dei venti sonori” dal Laboratorio delle Alme a cura di Stefania Rinaldi all’Abbazia di Mercogliano (Avellino) il 29 giugno, proseguendo con Enzo Gragnaniello & Solis String Quartet al Duomo di Amalfi il 30 giugno, “Sirene e ninfe napolitane” della Pietà de’ Turchini con il soprano Naomi Rivieccio, direttore Stefano Demicheli alla Reggia di Caserta il 3 luglio, “L’armonia sperduta”, elaborazioni ed orchestrazioni di Roberto De Simone, voce e chitarra Raffaello Converso al Duomo di Salerno il 7 luglio.

La sezione SPORTOPERA a cura di Claudio Di Palma racconta, tra mostre, incontri, proiezioni e spettacoli della passione dei grandi scrittori per il tema dell’agòne, dal 18 al 28 giugno al Teatro Sannazaro di Napoli

Dalle INSTALLAZIONI/VIDEO/PERFORMANCE (con “Food distribution – della guerra e del turismo” installazione di luci in strada a cura di Davide Scognamiglio e Daniele Ciprì, con

“On my great grandfather steps”la mostra/installazione dal progetto “Ellis Island” di Igor Maurizio Meta, quella sul “Futurismo” di Domenico Mennillo, quella fotografica “Sahara te quiero” a cura di Romeo Civilli), si passa alle MOSTRE (con 8 esposizioni dedicate, ad esempio, a Patroni Griffi, Tomasi di Lampedusa, Tina Pica, Mario Martone e Teatri Uniti), al CINEMA (con 10 serate a Palazzo Reale dedicate a Vittorio De Sica), alla sezione dedicata alla LETTERATURA (intitolata “Qui”, a cura di Silvio Perrella in programma a Villa Pignatelli dal 13 al 23 giugno) ed ancora a quella riservata ai PROGETTI SPECIALI che propone il “Napoli Strit Festival” (réunion degli artisti di strada ideata da Ettore De Lorenzo nel Centro Storico di Napoli, l’8 e 9 giugno), il “Mercato dell’arte e della civiltà” (maratona – indagine in 12 ore sul teatro contemporaneo a cura di Davide Sacco, il 17 giugno a Santa Fede Liberata nel Centro Antico).

Particolarmente significativo lo spazio destinato alla decima sezione in programma, dedicata ai LABORATORI, che sintetizza uno dei nodi centrali del Napoli Teatro Festival Italia ovvero il rapporto tra i Maestri e i giovani talenti, l’incontro tra i linguaggi e le generazioni unite nella vitale trasmissione dei saperi. Durante tutta la programmazione, dall’8 giugno al 10 luglio, si attiveranno in Campania 14 laboratori sulle arti sceniche riservati a 600 attori under 35 che potranno confrontarsi con Eimuntas Nekrosius e Tomi Janežič (che rinnovano per il secondo anno consecutivo la loro presenza a Napoli) e con Ben Duke, Gilles Coullet, Eugenio Barba (insieme a Lorenzo Gleijeses e Julia Varley), Annabelle Chambon e Cédric Charron (del Teaching Group di Jan Fabre), Punta Corsara (con Emanuele Valenti, Marina Dammacco e Gianni Vastarella), Gabriella Salvaterra per il Teatro de los Sentidos, Michele Monetta, Peppe Lanzetta, Stefania Rinaldi, Davide Iodice, Loredana Putignani.

Anche per il 2018 il Festival continua la collaborazione con Mimmo Paladino. L’artista ne progetta nuovamente l’immagine, il catalogo e i materiali promozionali, che diventano così oggetti d’arte, oltre che elementi informativi.

 

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As-saggi di Danza #14 – La bellezza indelebile del Grande Domatore di Dimitris Papaioannou

Sul palcoscenico del Teatro Politeama, all’interno del Napoli Teatro Festival, è andato in scena The Great Tamer di Dimitris Papaioannou. Il nome di questo regista, artista visivo, coreografo e curatore è legato non solo all’apertura delle Olimpiadi nel 2004, ma anche alla consacrazione a livello internazionale con Primal Matter (2012) e Still Life (2014).

Nato in Atene nel 1964, Papaioannou si è formato all’Edafos Dance Theater: il suo percorso attraversa la danza, il teatro fisico, la scenografia e il disegno luci, ed è permeato da una grande conoscenza delle arti visive. Oltre alle opere già citate bisogna ricordare Medea (2008) e Nowhere (2009), quest’ultimo riallestito con danzatori italiani nel 2016 al Festival di Ravello. Un punto fermo della produzione di questo artista è il grande legame con la cultura greca e il senso di appartenenza alla sua terra, di cui tutta la sua arte è sottesa. I suoi performers sono greci come gli artisti con cui lavora per gli allestimenti: Dimitris Papaioannou porta al centro del panorama culturale europeo un paese con una storia complessa e un presente accidentato.

In questa monumentale produzione – ben dieci i performer – il racconto è un filo teso lungo una storia universale e collettiva, attraverso immagini e riferimenti alla cultura europea, ma soprattutto greca. La scena è aperta, il performer è già presente in un paesaggio lunare dalle tinte scure, una superficie sconnessa e ondeggiante fatta di pannelli sovrapposti. Le scene si svolgono senza soluzione di continuità attraverso archetipi ereditati da artisti in apparenza lontanissimi fra loro: una scarpa che ha radici profonde nel terreno ricorda l’immaginario di Jannis Kounellis, recentemente scomparso, uno degli esponenti di punta dell’arte povera. In comune con Papaioannou, attraverso le loro creazioni raccontano la storia di una umanità in crisi e sempre alla ricerca di una rinascita, di una via d’uscita dall’ineluttabilità del Tempo e che rifiuta la morte.

Per quanto scontato possa essere, Dimitris Papaioannou riesce nel tentativo che molti coreografi – forse perché non propriamente tale – cercano di raggiungere: riportare il corpo ad essere il portatore di significato, testimone della visione dell’artista. Il corpo del performer decide da che parte stare, si scompone, si deforma e si fa sviscerare; entra ed esce dal terreno e da altri corpi e ripete in maniera compulsiva un atto, come un Sisifo condannato a ripetere lo stesso ciclo.

Lo spettacolo scorre senza picchi di energia eccessivi, sempre attraverso tableaux di grande respiro e spesso intervallati da attese, interruzioni e sguardi che richiamano il teatro di Beckett: l’unico momento che può essere definito propriamente “di danza” si concentra nello splendido e raffinato gioco di mani e di articolazioni di uno dei danzatori, incantando il pubblico, ma viene bruscamente interrotto dalla rottura di un pannello: a scapito del piacere estetico comune, Papaioannou ci dice cosa pensa della danza. Non è gioco tecnico né piacere edonistico e autoreferenziale, ma è solo un momento di scoperta del corpo, funzionale a qualcosa di più grande. Quella che crea non è danza, e lui non è – solo – un coreografo: ma della danza prende la primordialità del movimento, non si sofferma sulla contemplazione estetica se non per riportare tutto al umano nudo e crudo, alla performatività come mezzo di comunicazione con l’altro.

Attraverso i molteplici riferimenti all’arte fiamminga e rinascimentale – gli esempi più evidenti sono le Lezioni di anatomia del dottor Tulp di Rembrandt (1632) che si trasforma in un banchetto composto dalle viscere dell’uomo, un Cristo Morto di Mantegna (ca. 1500) il cui corpo viene continuamente coperto e svelato, ma anche nel tema della Deposizione di Caravaggio (1602 ca.) e negli incarnati fiamminghi di Van Der Weyden – in questo spettacolo si procede in un continuo ciclo di fecondità, giovinezza, invecchiamento e rigenerazione. Il rapporto fra un’umanità sviscerata e ricomposta con cura e la terra da cui proviene, che rigetta continuamente i corpi dei performer. L’uomo è rappresentato come colui che domina il mondo su cui sta in equilibrio, ma il memento mori è quello rappresentato nel suo scheletro.

Di questa sequenza instancabile ci rimane un solo elemento, che con il suo soffio fa volteggiare un fazzoletto: un gioco infantile ma che rivela la leggerezza e la ineluttabilità del nostro vivere.

Di Andrea Zardi
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