La stagione in due fasi del Piccolo Teatro di Milano

Il Piccolo Teatro di Milano riaprirà in autunno con una stagione modellata sulle esigenze delle norme sul Covid e articolata in due fasi: la prima, fino a fine anno, è stata modellata tenendo conto di tutte le regole sul distanziamento (che prevedono ad esempio l’obbligo di stare a due metri di distanza sulla scena o altrimenti di indossare mascherine ffp2), e i biglietti saranno in vendita dal 14 settembre. La seconda invece ipotizza un allentamento delle misure al fine di evitare che il distanziamento sanitario necessario per le norme anticovid diventi “distanziamento sociale”.

“Una risposta responsabile” – ha spiegato alla presentazione il direttore uscente Sergio Escobar, che dopo 22 anni lascerà la guida del teatro a fine mese – alla drammatica contingenza, in profonda sintonia con lo sforzo potente di tutta la città che sulla cultura ha sempre puntato, investito come strumento di ricostruzione sociale.

“Siamo chiamati a un impegno senza precedenti. Sarà una battaglia difficile”, ha aggiunto il sindaco di Milano Giuseppe Sala riconoscendo al Piccolo di avere “dimostrato di non arrendersi”. D’altronde questo è nel dna del teatro fondato nel dopoguerra da Paolo Grassi e Giorgio Strehler, di cui nel 2021 si celebrano i cento anni dalla nascita.

“La riapertura – ha sottolineato il presidente del Piccolo Salvatore Carrubba – è un grande atto di speranza e di fiducia per la città”. Non a caso, ospiterà anche spettacoli di altri teatri di Milano (il teatro i e il teatro della cooperativa) che avrebbero faticato a far entrare gli spettatori nelle loro sedi. “L’augurio – ha aggiunto Andrea Rebaglio vicedirettore area Arte e Cultura di Fondazione Cariplo – è che il Piccolo possa farsi interprete e capo fila di una nuova proposta”.

E allora ecco che – accantonate tre produzioni che erano in progetto e a cui si è dovuto rinunciare, fra cui una con protagonista Toni Servillo – il teatro ospiterà dall’11 settembre Tramedautore – festival internazionale delle drammaturgie, il festival Mix di cinema Gaylesbico e Queerculture, (mentre sarà a novembre il progetto Next di Regione Lombardia, realizzato con Cariplo). Il sipario si alzerà il 6 ottobre per ‘Con il vostro irridente silenzio’ ideato da Fabrizio Gifuni a partire dalle lettere e dal memoriale di Aldo Moro, ma in programma figura anche Franco Branciaroli con la Notte dell’Innominato, Paolo Rossi con Pane o libertà. Su la testa, e Lella Costa, per i cento anni dalla nascita di Franca Valeri, a interpretare La vedova di Socrate.

Sono quattro le produzioni del Piccolo in questa prima fase di stagione: Storie di Stefano Massini, andato in anteprima nella programmazione estiva del teatro, la ripresa della Tragedia del vendicatore di Declan Donnellan, ma anche la prima assoluta di Edificio 3 con la regia dell’autore argentino Claudio Tolcachir e una versione particolare di Natale in casa Cupiello in cui ha interpretare tutti i ruoli è Fausto Russo Alesi. Non senza difficoltà (date le diffidenze verso il Nord Italia e le limitazioni ai viaggi) ci saranno anche ospitalità straniere come l’anteprima del Milano Flamenco Festival, e De Living, creazione del regista Ernsan Mondtag realizzato dal teatro belga NTGent. Fra gli spettacoli previsti nel 2021 c’è invece Hamlet di Antonio Latella, che avrebbe dovuto debuttare lo scorso febbraio dopo oltre un mese di prove.

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Estate Sforzesca apre con 80 appuntamenti di musica, teatro e danza

“Un palcoscenico per Milano”: questo il titolo dell’edizione 2020 di Estate Sforzesca, che si propone, dopo il lungo periodo di lockdown, come una vera e propria piattaforma di sperimentazione per nuovi processi di produzione e nuove forme di accesso all’aperto allo spettacolo dal vivo, nel rispetto delle misure previste dalla legge.

Questa ottava edizione della rassegna, ospitata come sempre al Castello Sforzesco, offre un palco a molti operatori milanesi, la cui attività è attualmente limitata dalle norme restrittive per gli spettacoli in luoghi chiusi, e ai cittadini che per tutta l’estate, dal 21 giugno al 3 settembre, potranno assistere ogni sera a uno spettacolo live.

“Estate Sforzesca”, promossa e coordinata dal Comune di Milano|Cultura, è il cuore di Aria di Cultura, il palinsesto di iniziative che accompagna la ripresa dello spettacolo dal vivo e delle attività culturali in città, proporrà infatti 80 appuntamenti, con oltre 40 concerti, 20 spettacoli teatrali e 4 di danza, ad ingresso gratuito o a prezzo calmierato. Il programma è tuttora ‘in progress’, per questo viene annunciata oggi solo la prima parte del calendario (dal 21 giugno al 12 luglio).

“Estate Sforzesca è un grande cartellone che porterà la musica, il teatro, la danza nel cuore della città, e finalmente dal vivo – dichiara l’assessore alla Cultura Filippo del Corno –. Da qui lo spettacolo si diffonderà in tutti i quartieri, abitando chiostri e cortili, biblioteche e musei, spazi pubblici e privati, grazie al palinsesto ‘Aria di Cultura’”.

La partecipazione agli spettacoli sarà su prenotazione obbligatoria (link sul sito yesmilano.it), anche per gli spettacoli a ingresso gratuito, e l’accesso al Cortile delle Armi sarà contingentato: per ora sono previsti 360 posti a sedere opportunamente distanziati tra loro (a fronte delle 500 sedute delle precedenti edizioni) e non sono disponibili posti in piedi. Previsti anche il controllo della temperatura all’ingresso e il distanziamento fisico (ad eccezione dei gruppi familiari).

Il programma prende il via in un giorno simbolico, il 21 giugno, solstizio d’estate e Festa Europea della Musica, con “L’età d’oro dello swing”, con la Civica Orchestra di Fiati di Milano in collaborazione con la Civica Jazz Band – Civica Scuola di Musica Claudio Abbado, diretta da Enrico Intra, e Paolo Tomelleri and friends. Un inno al suono italiano, ma allo stesso tempo uno spettacolo pieno di ritmo e di “black swing” con un omaggio a Benny Goodman, Ella Fitzgerald, Cole Porter, Charles Trenet. Segue Milano e la Popular Music – Di Tempo in Tempo, uno spettacoloa cura di Franco Mussida, fondatore del CPM Music Institute, per un viaggio nel Tempo “di ieri, di adesso e di domani”, con un approccio etico/storico alla Popular Music.

Per continuare in un intreccio multidisciplinare che spazia da “I talenti delle donne” con “Lucrezia e le altre” – una produzione di Farneto Teatro, di e con Elisabetta Vergani e Silvia Romani (11 luglio) che affronta il tema della violenza di genere a partire dal mito -, all’impegno sociale, con la Compagnia Puntozero, composta da giovani detenuti e non (4 luglio); al mondo dell’infanzia e dei ragazzi con “I piccoli cantori di Milano” (25 giugno) e Ditta Gioco Fiaba con “L’isola del tesoro” (28 giugno); “Cyrano sulla luna” di MTM Manifatture Teatrali Milanesi (26 giugno) e “Vivi! come il mare – Pièce per due delfini” di Spazio Tertulliano, dalla spiccata sensibilità ambientalista (23 giugno).

Da segnalare, inoltre, ATIR Teatro Ringhiera con “La Molli. Divertimento alle spalle di Joyce” con Arianna Scommegna, regia di Gabriele Vacis,(22 giugno); Luca Uslenghi con il concerto spettacolo “Uccello di Fuoco” e “Petrouska” con le musiche di Igor Stravinsky (28 giugno); “Io, Vincent Van Gogh”, spettacolo teatrale della Compagnia Corrado d’Elia (30 giugno); “Non si sa come” di Luigi Pirandello di Pacta Arsenale dei Teatri (8 luglio).

Un’interessante contaminazione di generi (5 luglio) porta in scena “Taranta on Tour 2020, Aspettando Contaminafro”, in una miscela esplosiva di Salento e Guinea. Non manca uno sguardo internazionale con “K-Pop Summer Vibes” (12 luglio) dedicata alla scoperta della musica popolare moderna coreana.

“Games of Sforza”, OLtheatre, ci fa assaporare invece il gusto della storia, trasponendo un “Game of Thrones” ambientato all’epoca degli Sforza per conoscere meglio questa dinastia in un racconto divertente ma storicamente rigoroso (7 luglio). Altra novità dell’edizione 2020, la partecipazione de “La Milanesiana”, ospite al Castello Sforzesco con due protagonisti molto amati dal grande pubblico: Massimo Lopez e Tullio Solenghi (1° luglio).

Il programma degli spettacoli in calendario dal 12 luglio al 3 settembre verrà comunicata successivamente, anche sul sito yesmilano.it, ma segnaliamo già alcuni highlights del programma: Enrico Ruggeri, sempre nell’ambito de “La Milanesiana” (23 luglio), “Sulla morte senza esagerare”, spettacolo prodotto dal Teatro Franco Parenti” (27 luglio), “Zelig Live Show Summer Edition” (9 agosto), Guido Catalano (28 agosto), Orchestra Verdi (con 2 concerti, il 27 e il 30 agosto).

Anche questa edizione, così come la precedente, sarà ecofriendly, con lo scopo di sensibilizzare il pubblico sul tema dell’ambiente e mettere in atto buone pratiche e comportamenti virtuosi tanto dalla parte degli organizzatori che degli spettatori.

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Chiostri e periferie, la stagione estiva del Piccolo Teatro di Milano

Dal 16 giugno al 20 settembre 2020, il Piccolo Teatro di Milano darà il via alla Stagione estiva con 13 spettacoli dal vivo, per un totale di circa 50 recite complessive e dieci dirette video. Gli spettacoli saranno all’aperto, nel Chiostro Nina Vinchi (via Rovello 2), per poco meno di settanta spettatori, e, in proficua sintonia con i Municipi e con la Fondazione Cariplo, verranno riproposti, nel mese di luglio, in nove spazi dei Municipi della città di Milano, realtà significative e da anni attive per impegno sociale e vivacità culturale. Particolare attenzione viene data alle sedi dell’Housing Sociale, sostenute da Fondazione Cariplo.

Alla presentazione (via web) del cartellone non c’è stato spazio per parlare della futura guida del teatro che Sergio Escobar lascerà a novembre dopo 22 anni come direttore. Il presidente del cda Salvatore Carrubba ha detto di augurarsi una “procedura pubblica, trasparente e veloce”. È stato invece il sindaco Giuseppe Sala, in un’intervista, a confermare che non cercherà di convincere Escobar a rimanere, ma ha anzi “qualche nome in testa” del quale parlerà con il ministro dei Beni culturali Dario Franceschini. 

La programmazione del Chiostro sarà continua, da giugno a settembre, con tre recite per ciascuno dei titoli presentati, dal martedì al giovedì, per poi spostarsi nel fine settimana in altri luoghi della città metropolitana. Particolarmente stretta sarà la collaborazione con mare culturale urbano, dove verranno trasmesse in diretta, su grande schermo, le prime rappresentazioni, in contemporanea con il Chiostro e dove, ad agosto, sarà presente dal vivo Marco Paolini.

Oltre a quest’ultimo, saranno presenti artisti protagonisti anche della prossima Stagione 2020/2021: Stefano Massini, Gabriele Lavia, Sonia Bergamasco, Davide Enia, Paolo Rossi, Massimo Popolizio, Michele Serra, la Compagnia Marionettistica Carlo Colla & Figli, Lella Costa, Enrico Bonavera, Enrico Intra, e un’ospitalità delTeatro dell’Elfo, Frankenstein, nell’interpretazione di Elio De Capitani. Dal 13 al 20 settembre, le proposte di Tramedautore, che si aggiungono ai 13 spettacoli, a rinnovare una collaborazione consolidata negli anni.

> TUTTO IL PROGRAMMA

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Al Piccolo Teatro di Milano finisce l’era di Sergio Escobar

Dopo 22 anni, al Piccolo Teatro di Milano finisce l’era di Sergio Escobar. Il direttore ha confermato ieri, durante la riunione del cda, “la volontà, già precedentemente espressa, – si legge in una nota del teatro – di non chiedere il rinnovo del mandato per un nuovo quadriennio e si è dichiarato disposto a una prosecuzione – nelle forme compatibili con le norme in vigore – del proprio attuale impegno fino alla data del 30 novembre 2020, per consentire, nel frattempo, la nomina del nuovo direttore e un congruo periodo di affiancamento, come consuetudine in altre importanti Istituzioni europee”.

Il CdA, “nel prenderne atto, ha ringraziato il Direttore Escobar per la preziosa attività fin qui svolta e per l’ulteriore assunzione di responsabilità e ha espresso la volontà di favorire procedure pubbliche e trasparenti di selezione. Il CdA procederà a informare i Soci fondatori e il Mibact per definire e avviare le modalità di selezione del nuovo direttore”.

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La Scala di Milano riparte a Settembre. Approvata la stagione autunnale

Il Teatro alla Scala punta a ripartire a inizio settembre con una commemorazione delle vittime del Coronavirus, sulle note della Messa da Requiem di Giuseppe Verdi diretta da Riccardo Chailly all’interno del Duomo di Milano, mentre sono allo studio due repliche a Bergamo e Brescia..

Una grande esibizione sull’esempio dell’11 maggio 1946, quando il teatro riaprì le porte (alla fine della guerra) con un concerto diretto da Arturo Toscanini. La scelta del paragone post-bellico non è casuale. Oggi, come allora, la musica risuonerà come un simbolo di rinascita, lasciando “un segno importante ed esemplare, visibile e avvertibile a Milano, nella regione, in Italia e in tutto il mondo”. Così ha immaginato la riapertura il sovrintendente Dominique Meyer nella lunga lettera inviata negli scorsi giorni ai dipendenti.

La stagione concertistica sarà connotata dalla presenza di alcuni tra i maggiori artisti del panorama internazionale. Innanzitutto, è prevista l’esecuzione della ‘Nona sinfonia’ di Ludwig van Beethoven, sempre diretta da Chailly, in una serata speciale dedicata al personale medico nell’anno beethoveniano. Programmati per settembre anche “il concerto della Staatskapelle Dresden diretto da Christian Thielemann e quello del pianista Maurizio Pollini, mentre a novembre è previsto il recital di Anna Netrebko e a dicembre quello di Daniel Barenboim. Anche Anne-Sophie Mutter ha dato la sua disponibilità a partecipare a un concerto diretto da Riccardo Chailly“, si legge nella nota ufficiale.

La programmazione operistica, invece, riprenderà con la messa in scena di tre storiche opere di repertorio della tradizione italiana: ‘La traviata’, diretta da Zubin Mehta, nella versione di Liliana Cavani a settembre; ‘Aida’, diretta da Chailly, nello spettacolo di Franco Zeffirelli con le scene di Lila de Nobili a ottobre; e ‘La bohème’, con direttore da definire e spettacolo di Zeffirelli.

L’attività del corpo di ballo inizierà con un Gala, seguito dal ritorno di due spettacoli di grande storia e prestigio: a settembre ‘La dame aux camelias’, coreografia di John Neumeier e a ottobre ‘Il lago dei cigni’, coreografia di Rudolf Nureev.

Il tutto avvalendosi di artisti già sotto contratto per contenere i costi. Nelle proiezioni fino a settembre, infatti, il danno economico alle casse del teatro provocato dalla chiusura dallo scorso 25 febbraio arriverebbe a sfiorare i 20 milioni tra mancata vendita dei biglietti e altre spese. “Nell’immediato futuro il nostro sforzo comune sarà dedicato in via prioritaria a mantenere il pubblico scaligero e a raggiungere nuovi spettatori”, ha dichiarato il sovrintendente nella lettera ai dipendenti.

Il piano per la ripartenza è stato approvato all’unanimità dal consiglio d’amministrazione riunitosi lunedì 27 aprile in videoconferenza. In questa occasione, è stato dato il via libera anche all’accordo con i sindacati che rinvia di due anni la trattativa sul rinnovo del contratto integrativo di tutti i dipendenti del teatro, in cambio dell’impegno dei vertici della Scala a integrare fino all’80% gli stipendi che il Fis (Fondo di integrazione salariale per i lavoratori dello spettacolo) coprirebbe solo fino al 40 per cento. Il bilancio 2019 sarà approvato alla prossima riunione di maggio.

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La Scala e i suoi protagonisti: su RaiPlay il documentario in sei puntate

Nella sezione on demand di RaiPlay da oggi è disponibile il prezioso documentario delle Teche Rai sulla storia del Teatro alla Scala, tempio della lirica mondiale e tra i simboli più prestigiosi di Milano, raccontato dalla regista Dora Ossenska, dando voce ad alcuni dei più importanti nomi della scena musicale e operistica del ‘900: Maria Callas, Claudio Abbado, Herbert von Karajan, Luchino Visconti. La serie andò in onda in sei puntate nel marzo 1977.  

VAI AL SITO > https://www.raiplay.it/programmi/lascalaeisuoiprotagonisti

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Vivaldiana della Spellbound Contemporary Ballet. Intervista al coreografo Mauro Astolfi

Da venerdì 20 a domenica 22 dicembre il Teatro Carcano di Milano ospita Vivaldiana, il nuovo spettacolo di Spellbound Contemporary Ballet, che pone al centro l’idea di lavorare ad una parziale rielaborazione dell’universo di Vivaldi integrandolo con alcune caratteristiche della sua personalità di ribelle fuori dagli schemi. Da questa suggestione è partito il coreografo Mauro Astolfi per tradurre in movimento alcune creazioni di Vivaldi e raccontarne il talento e la capacità di reinventare, nella sua epoca, la musica barocca.

Musicista immerso in un contesto dominato dalla razionalità, Vivaldi si è distinto per la piena consapevolezza di andare oltre i limiti del proprio tempo e la noncuranza a muoversi contro corrente: in questo consiste la sua genialità. Da qui l’idea di Astolfi di rielaborare la sua architettura musicale cercando di restituire alla sua opera caratteristiche di unicità.

Lo spettacolo ha inaugurato nel 2019 la stagione del Grand Theater de Luxemburgcoproduttore del progetto Vivaldi Variations, serata a due parti e due firme. Mauro Astolfi e il lussemburghese Jean-Guillaume Weis si immergono nel lavoro e nella vita del musicista per mettere in scena i rispettivi pensieri ed emozioni e i diversi approcci dei due artisti, creando rispettivamente a Vivaldiana e Seasons, coreografie eseguite entrambe da una sola compagnia di danza, lo Spellbound Contemporary Ballet e dalla musica registrata dell’Orchestre de Chambre du Luxembourg.

In Vivaldi Variations e nello specifico per la creazione di Vivaldiana, come avviene la traduzione del discorso musicale in danza visibile? Quali sono gli elementi che ci consentono di individuare un’identità strutturale tra danza e musica?

In realtà non si tratta di traduzione, ma di verificare delle affinità, di interpretare delle atmosfere e percepire delle vibrazioni, farle proprie. L’identità strutturale, per quanto riguarda il mio modo di sentire la danza, è sempre frutto di un processo alchemico tra una serie di ingredienti che cambia ogni volta. Se proprio vogliamo tentare una definizione, direi che l’armonia tra la musica e il movimento e quello che potrebbe rappresentare la definizione di “identità strutturale“.

L’architettura visiva del disegno coreografico organizza la percezione dello spettatore? Stimola, coerentemente con l’intenzione del compositore barocco, l’autentico coinvolgimento dello spettatore?

Non credo che si possa parlare di autentico coinvolgimento dello spettatore, piuttosto un processo che può avvenire quando lo spettatore entra in risonanza con qualcosa che sta vedendo, sentendo. Le architetture visive, una definizione che mi piace leggere, non sono studiate per ottenere un effetto all’esterno, ma per tradurre qualcosa, che in questo caso, proviene da mie percezioni interne.

In che modo è stato rielaborato e integrato in una visione complessiva, il vissuto soggettivo dell’autore e l’esperienza estetica delle sue composizioni?

Il processo è stato molto semplice in realtà. Non ho dovuto rielaborare un’estetica, non ho dovuto cercare di far convivere i due mondi, la musica come movimento produce delle vibrazioni e quella di Vivaldi e ricca di impulsi. Se cercassi di razionalizzare attraverso delle analisi, sono sicuro che non riuscirei a muovere neanche un dito in sala prove. Gli impulsi, le vibrazioni, il magnetismo e le composizioni musicali di Vivaldi hanno suggerito i movimenti e la struttura dello spettacolo.

È possibile individuare poetica e missione della SpellBound Contemporary Ballet, nella convergenza di un sapere artistico e imprenditoriale che sia rappresentativo della contemporaneità?

Una delle missioni è proprio quella di farsi che la poetica continui a rimanere uno dei pilastri sul quale poggiare il desiderio e la volontà di continuare a creare per questa compagnia. Mi piace immaginare l’aspetto imprenditoriale come la preparazione di una grande cucina, dove vengono predisposti gli attrezzi, il forno dove verranno assemblati gli ingredienti e poi cucinati per presentarli al meglio. 
Per quanto riguarda la definizione di contemporaneità, non credo che si possa fare nulla di attuale che non sia contemporaneo, anche se si trattasse di cose antiche. Ma non vorrei uscire fuori tema. Io e Valentina Marini condividiamo questo progetto alla inesorabile, inevitabile luce della contemporaneità. La trovo difficilmente definibile e non vorrei relegarla solo ai più importanti fattori di cronaca.

L’universalità del linguaggio espressivo corporeo, la sua polivalenza e precisione semantica, può favorire l’incontro tra culture e acuire la percezione del valore della diversità come ricchezza? 

Assolutamente sì. Non credo esista niente di più efficace della danza da questo punto di vista, ma soprattutto la comprensione della diversità, che poi credo che sia lo step necessario per poterla accettare ed elaborare. La ricchezza non sta nella diversità in quanto tale se questa diversità non viene conosciuta, respirata, digerita. Altrimenti rischia di diventare un altro bellissimo espediente dialettico per farsi benvolere quando si parla con gli intellettuali della danza. L’incontro con culture diverse e la più grande delle ricchezze per come la vedo io, ma anche in questo caso bisogna mettersi nelle condizioni di conoscere veramente questa cultura, altrimenti si rischia che una semplice infarinatura di questo o di quello venga spacciato per incontri tra culture diverse. La danza, stimola una capacità che risiede nel profondo di ogni uomo che per fortuna supera tutto questo oceano di definizioni e accede alle cose più importanti e ad una conoscenza più concreta senza bisogno di leggere nulla, senza bisogno che nulla venga spiegato.

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Mangiafoco di Roberto Latini: intervista ad Elena Bucci, Marco Manchisi, Marco Sgrosso

Dopo Il teatro comico di Goldoni, Roberto Latini affronta il Pinocchio di Carlo Collodi per riflettere sulla figura dell’attore e sul senso del teatro. In scena con lui Elena Bucci, Marco Manchisi, Savino Paparella, Stella Piccioni, Marco Sgrosso e Marco Vergani. Mangiafoco, dopo il debutto in prima assoluta per Matera 2019, sarà in scena al Piccolo Teatro Studio Melato fino al 22 dicembre. Parafrasando l’iniziatico ingresso di Pinocchio nel Gran Teatrino delle Meraviglie di Mangiafoco, gli attori e le attrici protagonisti di questo lavoro, si confrontano con le proprie biografie teatrali, tra memorie e future ambizioni.

Mangiafoco - Roberto Latini. Foto © Masiar Pasquali
Mangiafoco – Roberto Latini. Foto © Masiar Pasquali

Avete alle spalle un percorso condiviso, dall’esperienza con Leo de Berardinis al Teatro Comico, e in questo spettacolo raccontate molto di voi, del vostro percorso attoriale e della nascita della vostra vocazione: come si è formato, inizialmente, questo gruppo e in che modo avete innescato e sviluppato il processo drammaturgico?

Marco Sgrosso: Elena ed io abbiamo un legame solido da lungo tempo, precedente di molti anni alla formazione del gruppo di questo spettacolo. Abbiamo fondato insieme la compagnia Le belle bandiere, che ha più di trent’anni di vita e, ancora prima, dopo esserci incontrati alla Scuola di Teatro di Bologna, avevamo condiviso un lungo periodo nella compagnia di Leo De Berardinis. Marco Manchisi ha condiviso con noi alcuni anni nella compagnia di Leo, con lui esiste da tempo un rapporto di “fratellanza teatrale”.

L’incontro con Roberto e con gli altri attori è avvenuto invece due anni fa con Il Teatro Comico, quindi è molto più recente, ma da subito si è stabilita una grande coesione artistica e umana che certamente ha aiutato Roberto a dare a Mangiafoco una struttura drammaturgica così particolare, costruita attraverso momenti di improvvisazioni singole o collettive, spunti di testi classici suggeriti da lui oppure proposti da noi e sulle nostre stesse biografie teatrali, in una dimensione di immaginarie audizioni, collegate al percorso iniziatico di Pinocchio nel momento in cui entra nel Gran Teatrino delle Meraviglie di Mangiafoco.

Marco Manchisi: Quando Roberto ha cominciato a pensare al Teatro comico, mi ha contattato dicendomi che aveva intenzione di approfondire il lavoro con la maschera e che avrebbe voluto vederci riuniti, con Marco Sgrosso ed Elena Bucci, come corpo e memoria di un lavoro condiviso con il nostro comune maestro Leo De Berardinis.

Elena Bucci: È tornata la memoria dei giorni delle scelte, sono tornati i nomi di Perla Peragallo, di Leo de Berardinis, di Antonio Neiwiller, i nostri maestri vicini tra loro e tutti testimoni di un’epoca straordinaria, sono tornati i ricordi che uniscono Roberto a noi, ma sono diventati nostri anche i ricordi degli altri, quelli che non abbiamo vissuto. Vicinanze, differenze, maestri, memoria di viaggi, spettacoli, vita, percorsi autoriali e scrittura sono diventati un patrimonio condiviso che scorre da uno all’altro, rendendoci tutti attori autori dentro l’universo immaginato da Roberto.

In questo clima di armonia e concentrazione abbiamo inseguito la nudità, l’essenza, assecondando la richiesta di Roberto di partecipare alla creazione. Questo fiume in piena si è distillato in materiale drammaturgico nel quale, nonostante l’apparente naturalezza e un certo margine di improvvisazione, ogni nota è strettamente sorvegliata e affidata alla capacità di ascolto e controllo di ognuno di noi.

Roberto Latini propone una metafora di attore burattino e burattinaio, condotto e libero allo stesso tempo: quanto vi riconoscete in questa immagine in questa fase della vostra carriera?

Marco Manchisi: Mi riconosco in questa metafora di attore burattino e burattinaio al cento per cento. Lavoro da anni, per quanto riguarda i miei spettacoli, intorno alla condizione dell’attore all’interno della fascinazione che subisce direttamente dalla scatola teatrale, la quale indica inesorabilmente, come si trattasse di un destino prescritto, la strada drammaturgica e motivazionale dei personaggi che vado a creare. In questo, anche il lavoro sulla maschera risponde al principio che sono la scena e la situazione a determinare le sorti del racconto e del movimento spirituale del personaggio.

Elena Bucci: Le immagini del burattinaio e del burattino sono per me molto potenti e hanno già attraversato diverse volte il mio cammino. Nel corso della preparazione di questo spettacolo, Roberto ha creato uno spazio di accoglienza e libertà che ha fatto rivivere la memoria della mente e del corpo restituendomi gesti, voci, ricordi vivi che sono ora parole e azioni. Sono burattino e burattinaio, anche nel corso di una sola azione: mi sento in alternanza l’uno e l’altro e ogni sera quasi mai negli stessi identici punti. Dipende dalla mia energia e dal respiro e dall’umore del pubblico che, in questo spettacolo, sento con una forza speciale perché cerchiamo di inseguire una trasparenza e una nudità sempre più abbandonate.

Se invece pensiamo a queste parole immaginando semplicemente il burattinaio come colui che governa i movimenti altrui e il burattino o marionetta come colui che esegue, riconosco di essere stata molto fortunata perché da attrice sono sempre stata invitata a praticare una libertà creativa, mentre da autrice e regista ho avuto la possibilità di creare uno spazio dove gli altri fossero altrettanto liberi, traendone grande piacere e divertimento per il pubblico e per noi. Ho potuto sperimentare quanto il teatro sia un organismo vivo, mai simile a sé stesso, dove le persone si trasformano senza fine, maestro nel depistare il pregiudizio e nel generare conoscenza, anche attraverso l’esperienza dei propri limiti e orrori che, superati e visti, possono diventare un trampolino o uno scivolo.

Marco Sgrosso: La metafora proposta da Roberto vale per la struttura drammaturgica di questo spettacolo, ma personalmente non la definirei una fase del mio percorso teatrale. Come attore, non mi sono mai sentito burattino nel senso di “manovrato”, neppure in quelle esperienze di lavoro dove la direzione registica era fortemente determinante, come certamente è stata, ad esempio, la prima fase del lavoro con Leo, in cui lui dava indicazioni ferree su come impostare e sviluppare la presenza nello spettacolo. Anche in quelle occasioni, mi sono sempre sentito libero di conciliare le indicazioni registiche con gli impulsi del mio sentire, ovviamente in armonia e senza che ciò comportasse il minimo problema di relazione.

Con Roberto, la libertà di esecuzione è molto ampia, ma ciò non vuol dire che sia anarchica o scevra del suo sguardo attento e unitario nella creazione dello spettacolo. No, non credo di essere un attore-burattino, ma nemmeno mi sento attore-burattinaio. Essere “condotto” e libero allo stesso tempo è la condizione fondamentale perché un attore sia creativo, ma non userei i termini “burattini” e “burattinaio” per definire questo stato.

Mangiafoco – Roberto Latini. Foto © Masiar Pasquali

Lo spettacolo nasce anche per Matera, dove ha debuttato in prima assoluta il 21 novembre alla Serra del Sole in occasione delle celebrazioni del 2019, e adesso è in scena in un teatro carico di storia come il Piccolo Teatro Studio Melato: come cambia il vostro lavoro a seconda dello spazio in cui agite e del pubblico con cui vi relazionate?

Elena Bucci: In questo caso abbiamo fatto un’esperienza di straordinario interesse: i Mangiafoco che ho vissuto io sono almeno tre. Uno è quello vissuto in prova, nella sala Carpi che ci ha accolto quasi fuori programma, visto che le prove erano state programmate a Matera, ma poi spostate per impreviste difficoltà tecniche. Qui abbiamo creato la drammaturgia, il ritmo, il respiro. Con la complicità dei tecnici abbiamo usato tutti gli elementi possibili e immaginato quelli che sarebbero arrivati soltanto nello spazio del Teatro Studio. Abbiamo vissuto con emozione l’affiorare dei testi, il loro intersecarsi con le musiche e con gli accenni di luce, l’arrivo degli elementi di scena, la partenza di quelli che non servivano, abbiamo indossato giorno per giorno i costumi bellissimi.

A Matera, città di una bellezza quasi paralizzante, abbiamo trovato uno spazio incastrato in una cava, senza graticcio, con il palco rialzato, certo molto diverso dal Teatro Studio. Abbiamo quindi lavorato con Roberto a una intensa trasformazione dei materiali drammaturgici, del ritmo, della gestione degli spazi. Anche da un punto di vista strettamente tecnico sono stati necessari grandi cambiamenti: era impossibile usare elementi come il lampadario o lo scivolo, bisognava trasformarli in altro. Quanto si sviluppava in profondità si è disteso in larghezza. Abbiamo immaginato quello che non poteva esserci, trasformandolo in altre azioni.

Arrivando al Teatro Studio, sono arrivate scoperte nuove: le maschere di Topolino chiedevano altri linguaggi, più fisici e meno sonori, lo spazio ha respirato in tutta la sua profondità, lo scivolo ha potuto finalmente diventare quello che Roberto aveva immaginato, i ritmi sono cambiati e anche la drammaturgia, sono arrivate le farfalle gialle immaginate da Roberto l’ultimo giorno nella Sala Carpi, quando abbiamo provato senza oggetti, senza scene e costumi. Alcune scene che erano presenti a Matera sono cadute, altre hanno cambiato posto, tutto è precipitato verso una maggiore sintesi, pur mantenendo sempre un senso di grande libertà.

Ogni luogo è animato da una particolare atmosfera, non solo legata alla fisicità: abbiamo lavorato con armonia e serenità per modificarci, senza affezionarci mai a nulla, assecondando lo spazio e addomesticandolo, trovando la strada per ricreare le giuste condizioni per il rito con il pubblico. E il pubblico ci sorprende sempre, a Matera come a Milano. Quando si pensa di avere capito dove riderà e dove starà in muto silenzio commosso, subito si è smentiti, per fortuna. E ricomincia la ricerca intorno all’imprevedibile e ricchissima natura delle emozioni, del pensiero, dell’energia, del teatro.

Marco Manchisi: A Matera il palco tradizionale così frontale ci portava una distanza infinita dal pubblico, qui al Piccolo il pubblico ci circonda ed è come se fosse in scena con noi. Questa condizione influisce certo sulla nostra performance, personalmente sento che mi spinge a cercare più fortemente una relazione con il pubblico, aiutandomi a spingere per quanto riguarda la recita più delicata della mia biografia, che non può considerarsi propriamente Teatro, ma che lo è comunque dal momento che vive sulla scena. E questa architettura a pista di circo certamente porta una maggiore forza di concentrazione in cui il detto prende forza di confessione.

Marco Sgrosso: Quando uno spettacolo è vivo, all’interno di una compagnia in armonia come questa, benché ogni spettacolo muti di sera in sera impercettibilmente, le variazioni sono di esecuzione e non di senso. I mutamenti dettati dalle condizioni diverse degli spazi di replica fanno parte dell’esercizio di questo mestiere, ma spesso sono soprattutto cambiamenti tecnici che non intaccano la sostanza emotiva, anzi a volte aiutano a re-inverdire la freschezza del sentire.

Dopo Goldoni e Pirandello, continua con Collodi la riflessione di Roberto Latini sul teatro nel teatro: perché, secondo voi, uno spettatore che non si occupa di teatro dovrebbe venire a vedere uno spettacolo che parla di teatro?

Marco Sgrosso: Innanzitutto perché un vero spettatore di teatro non credo possa non essere interessato a uno spettacolo che parla del Teatro, anzi direi che casomai può essere particolarmente stimolato a spiarne i meccanismi, i retroscena e le dinamiche. E poi per nutrire l’immaginazione, per diventare testimone attivo e partecipe e allargare gli orizzonti della fruizione. Non mi sembra una scelta logica andare a vedere solo ciò di cui ci si occupa, sarebbe un po’ come chiudersi in un piccolo bunker. Il pensiero e l’immaginazione vanno nutriti e stimolati soprattutto con ciò che non si conosce.

Marco Manchisi: È questa una fase storica in cui il teatro sta disperatamente cercando delle motivazioni valide per rappresentarsi davanti ad un pubblico. Probabilmente è stato sempre così, ma in quest’era dei social network tutti sentiamo uno smarrimento ed una generalizzazione del nostro lavoro molto pericolosa. A volte riattraversare teatralmente una vita legata alla scena può aiutare tutti a ricordare quanta fatica si fa, non solo a livello tecnico-scenico, ma anche umanamente, per poter riconsegnare ad artisti e pubblico dignità, valori ed etica.

Elena Bucci: Penso che uno spettatore si occupi sempre di teatro, anche se non sempre ne è consapevole, perché è parte integrante di un rito dove memoria e futuro, individuo e gruppo, realtà e sogno, età, censi, culture, etnie riescono a fondersi. Per me uno dei motivi del fascino del teatro, e di ogni forma artistica, è che le domande sulla sua apparenza e sostanza fanno parte della sua essenza e vanno rinnovate di continuo, per ritrovare freschezza e profondità nella creazione. Penso che quando pubblico e artisti non si interrogano più sulla loro relazione o si sta vivendo in un’epoca di straordinaria armonia, e non è il nostro caso purtroppo, o si rischia di ripetere forme vuote che non danno il nutrimento che dovrebbero, ma solo passatempo.

Credo sia un privilegio avere tanti luoghi dedicati all’arte, ma vorrei che ogni apertura o debutto fossero vissuti come se fosse la prima volta, con il fiato sospeso e la speranza di avere l’occasione per rinnovare lo sguardo, illimpidire lo spirito e avere il coraggio di mutare quello che non va. Forse in questo momento ci interroghiamo tanto sul teatro e sull’arte perché sentiamo, a volte solo d’istinto, che il mondo attuale, quando ha il volto cattivo del solo profitto, ci sta rubando il gioco, l’intuizione, il tempo, l’affetto amichevole, la benevolenza, la libertà, mentre le arti, forse, possono restituirli.

Mangiafoco – Roberto Latini. Foto © Masiar Pasquali

Nel finale ognuno di voi si paragona ad un effimero blocco di ghiaccio destinato a sciogliersi accanto al fuoco: in questo regno dell’impermanenza, cosa vorreste lasciare di voi al mondo?

Marco Sgrosso: La memoria del brivido che sento quando recito in stato di grazia. Quella traccia indefinibile di un’emozione effimera che non può essere fermata ma che continua a sopravvivere nel ricordo, come momento di luce. Questo certamente, e poi anche la lealtà e la generosità del darsi che è sempre un grande dono di condivisione.

Elena Bucci: Visto che si tratta di sogni e desideri, posso rischiare di essere presuntuosa. Vorrei lasciare qualcosa di quello che coloro che mi sono stati maestre e maestri hanno lasciato a me: la necessità di trasmettere quello che si è imparato e liberarsene, fare della paura coraggio, dei difetti virtù, dell’ingiustizia risata, del talento azioni ed energia invisibile ma potente che scorre attraverso il tempo. Mi piacerebbe che qualcuno imparasse dai miei errori come evitarli.

Certo, come tutti, preferirei essere ricordata che dimenticata, ma se di tante strade che si aprivano davanti a me ho scelto questa, nascosta e fragile, forse è stato anche per non affezionarmi a quello che sono e che faccio, per imparare a scorrere e passare, nel modo più amorevole possibile. Mi piace che quanto ho imparato serva a sbloccare il talento di altri, sono felice quando riesco a scrollarmi di dosso paure, competizione, invidie e ragionamenti per ritrovare l’infante nascosto in ognuno di noi. Mi stupisco come dal nulla arrivano gli spettacoli e la scrittura. In questa sparizione di Elena, qualcosa resta.

Marco Manchisi: Credo che ognuno di noi lasci comunque delle tracce. Quello che spero si possa ritrovare in quelle tracce che lascerò è una forma di amore universale, quell’amore che mi ha portato ad ascoltare il mio passato e che spero possa servire a qualcuno per credere in una vita futura imbevuta di amore, comprese le sofferenze che l’amore porta seco.

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Angels in America. Nonostante tutto, ancora vita

Inevitabilmente figlio del suo tempo, eppure del tutto contemporaneo. Forse è per questo che – quasi dieci anni dopo – la compagnia del Teatro dell’Elfo ha scelto di riportare in scena Angels in America, inanellando ancora settimane di tutto esaurito, anche quando lo spettatore è invitato a una maratona che non arriva poi così lontana dalle 10 ore. Guardati dagli anni venti del Duemila, gli anni Ottanta durante i quali la messa in scena di questo lavoro è valsa il Pulitzer all’autore Tony Kushner, sono – anche simbolicamente – parte di un altro millennio. L’AIDS non è più una condanna a morte certa, la caduta di una scure d’angoscia fatta di figure velate d’aloni viola. Le medicine che il giovane Prior, uno dei protagonisti dello spettacolo, ottiene per il rotto della cuffia garantiscono oggi una vita di fatto normale (anche se per il mondo tratteggiato non si potrebbe usare aggettivo più ingiusto), tanto che oggi la consapevolezza sulla prevenzione sta – lo raccontano i dati – calando anche nella Milano “vicina all’Europa”. 

Ai giovani che hanno affollato la sala dell’Elfo ci sarebbe stato probabilmente bisogno di spiegare del tutto cos’era il Maccartismo di cui Roy Cohn è alfiere e braccio armato, e non è difficile immaginare che tutti gli spettatori siano andati a scartabellare in rete (sentendosi dentro a una serie tv) per scoprire chi fossero i Rosenberg, uccisi dalle arringhe di Cohn con il marchio d’infamia di traditori e comunisti, che è costato la carriera e spesso la vita ad artisti e comuni cittadini lungo gli anni cinquanta.
Non solo: pochi dei membri della comunità LGBT milanese, che si è inevitabilmente data convegno in Corso Buenos Aires, ricordavano per esperienza certi parchi e certi incontri notturni rubati e senza cerimonie, che qualcuno dei più esperti nella storia del movimento rimanda al battuage di cui raccontava qualche amico più grande e che è stato, per decenni e sicuramente fino al momento rappresentato, il solo modo di trovare qualche momento d’amore (e di sesso) per gli omosessuali sulle due sponde dell’Atlantico. Sebbene tutto questo possa, ad alcuni, apparire lontano, è proprio osservandolo che può accadere che ci si accorga di quanto in realtà non lo sia. 

Di quanto quello di Roy Cohn sia, anche oggi, il volto del potere. Di chi “ce l’ha fatta” e quando si scopre a sua volta malato non ha bisogno di scegliere di nascondere – pur facendolo – ciò che semplicemente non è. Perché, spiega con una chiarezza lancinante: “Le etichette servono solo a capire quale posizione occupa nella gerarchia sociale, nella catena alimentare, chi appartiene a quella categoria. Gli omosessuali non hanno potere. Io ho potere.” 

E se pure alcuni dei protagonisti di questa “fantasia gay” si riconoscono invece con una libertà quasi sorprendente nel viversi. Così è per il giovane Prior, un Angelo Di Genio impeccabile e mai sopra le righe che impersona il giovane protagonista, risolto e innamorato, sereno nel vivere una vita piena e del tutto “fuori dall’armadio”, fino a che non viene investito dalla diagnosi dell’AIDS, e soprattutto per un esilarante Alessandro Lussiana, Belize infermiere ed ex fidanzato di Prior: la rappresentazione perfetta della “queen” di cui oggi ci si sta forse dimenticando la forza autenticamente dirompente.  È davvero così lontana la paura di chi, come il Joe di Giusto Cucchiarini, cerca ancora le parole per descriversi a se stesso, schiacciato dalla fede ma più ancora da una società che ci vuole irregimentati in matrimoni banali e zuccherosi, non importa se sostenuti da vagonate di psicofarmaci? In un tempo che vuole affermarsi – almeno in Italia, almeno nella “civilissima Milano” – pienamente libero e inclusivo, è davvero parte del passato chi, come Joe, assistente di Cohn, mormone e impeccabile agli occhi esterni, passa la vita a lottare contro se stesso e il proprio orientamento, ripetendosi che “basta che la mia condotta sia come so che deve essere”?

E soprattutto quanto non è lontana l’incapacità di convivere col dolore, la paura e l’angoscia, che l’appartenenza a una minoranza acuisce ma che in realtà non conosce distinzioni di genere, quando si parla di sentimenti che barcollano. Quanti, quotidianamente, mendicano la comprensione di una resa a chi chiede presenza mentre prova a sopravvivere somigliando a se stesso? Allora forse il Louis, di Umberto Petranca, il fidanzato di Prior, che invece ancora preferisce il basso profilo, e di fronte alla diagnosi dell’uomo che lo ama fugge e si costruisce un’altra vita con Joe, fatta di rassicurate segretezza e assenza d’impegno, diventa difficile da condannare per molti, e per molti altri l’ennesimo ripetersi di una storia già vissuta.
Ciò che sorprende –  soprattutto oggi – e spaventa sono però gli angeli del titolo, portatori eterei e distruttivi di un nuovo giudizio universale. In un’atmosfera lisergica e surreale che, pur mantenendo delle note di cupezza in costante sottotraccia, deve molto all’estetica camp che il movimento LGBT riconosce da sempre come cifra, si consuma il girotondo festoso e drammatico e insieme sopra il quale “dio è già scappato dove non si sa, il buon dio se n’è andato chi sa quando ritornerà”, avrebbe cantato De Andrè. Un dio che gli angeli vogliono richiamare al suo posto, per dare luogo a un ordine necessario che ha però scelto i rifiutati, gli omosessuali, i derelitti come suoi portavoce, e che invece gli uomini (siano essi protestanti, ebrei, mormoni) sentono il bisogno finalmente di allontanare da sé. Un dio che porta un messaggio inquietante, che parla all’oggi con ancora più urgenza. Che attraverso i suoi messaggeri grida l’imperativo a non mischiarsi, a non contaminarsi: parole rivolte a un mondo, quello nuovo che ormai ha superato il limite del millennio, che dall’incontro, dalla migrazione, dalla mescolanza, è condizionato e – più ancora – è costituito e fondato.

Ci vuole allora uno spettacolo-mondo come questo, e una compagnia di attori di prima grandezza perfettamente centrati, per gettare ancora uno sguardo in avanti e fare i conti con chi siamo stati, chi siamo diventati nel tempo trascorso e a che punto siamo nel cammino verso ciò che diventeremo. Non solo ma anche come parte di una minoranza, una scheggia di quell’altro che tutti siamo per qualcuno, che si porta dietro la “peste che gli si è voluta attribuire, i suoi fantasmi e le sue speranze, e nonostante tutto, “ancora vita.

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Deflorian/Tagliarini

Deflorian/Tagliarini, ritratto d’artista alla Triennale Milano Teatro. Intervista a Daria Deflorian

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Ritornare al passato per orientarsi nel presente è il filo rosso che Triennale Milano Teatro propone per la stagione 2019/2020, in cui la multidisciplinarità artistica apre visioni e sguardi obliqui sulla scena contemporanea. La programmazione, costellata da classici senza tempo, rivisitati e rivitalizzati da uno sguardo nuovo, e da spettacoli contemporanei divenuti ormai classici, vede in scena, tra gli altri: il duo Deflorian/Tagliarini, ai quali il Teatro dedica un ritratto d’artista, proponendo tre spettacoli della compagnia: Rewind (8-9 ottobre 2019), Reality (10-11 ottobre), Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni (12-13 ottobre). Per l’occasione abbiamo intervistato Daria Deflorian.

Rewind è un omaggio a Café müllerQuasi niente prende spunto da Deserto rossoRealityparte da un reportage di Mariusz Szczygiel, Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazionidalle pagine iniziali del romanzo L’esattore di Petros Markaris: perché sentite il bisogno di partire da opere esistenti? 

La prima volta è stato un caso. Volevamo dedicare qualcosa a una nostra maestra comune, Pina Bausch e avendo a casa la registrazione video di Cafè Mülller abbiamo cominciato a guardarlo insieme e questa gesto è diventata la base del lavoro. Ma in realtà sia io che Antonio venivamo già – individualmente – da dei lavori che erano sempre dedicati o a partire da qualcos’altro. Debiti alla letteratura, al teatro stesso, ad artisti. Certo erano lavori più frammentari, non avevamo trovato ancora una nostra lingua. Ma ad entrambi non era mai successo nemmeno prima di partire da un testo teatrale compiuto. Nello stesso tempo non siamo nemmeno quel tipo di autore che sa immaginare un mondo e lo scrive, quel tipo di autore che inventa dei personaggi, una trama. Veniamo entrambi dalla performance, dove il reenactment è una pratica diffusa. 

C’è un filo conduttore che le lega? 

Siamo attratti da figure più spesso femminili, comunque fragili, a volte decisamente marginali, indubbiamente gente comune, che non ha nulla di eroico e a cui non è successo nulla di glorioso, ma nemmeno di troppo tragico.

Che rapporto avete con le opere d’arte contemporanee e del passato?

Siamo entrambi appassionati di arte contemporanea, sicuramente il ‘900 è il nostro secolo, e ogni volta c’è almeno un artista le cui opere ci sembra parlino di quello che stiamo progettando. Il rapporto è sempre di estrema libertà, l’influenza poi non è così leggibile nei lavori, ma sono sempre punti di partenza molto importanti.

Nel 2014 avete pubblicato Rewindrzeczy/cose e Reality e Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni nella Trilogia dell’invisibile per Titivillus, nel 2017 Il cielo non è un fondale per Cue Press, nel 2019 Quasi niente per Luca Sossella Editore. Come affidate la studiata e apparente provvisorietà dei vostri spettacoli alla permanenza del testo edito?

È stato grazie a Ce ne andiamo per mandarvi altre preoccupazioni, terzo lavoro (che non a caso ci ha fatto vincere il premio Ubu come miglior nuova drammaturgia nel 2014) che, nonostante la nostra timidezza nel considerarci autori, abbiamo cominciato a guardare a quello che avevamo scritto fino a quel momento come a una traccia significativa dello spettacolo. Come sempre non è una traccia esauriente, ma questo vale per tutti i testi teatrali o quasi. Ma nemmeno la ripresa video di uno spettacolo rispetta la verità della scena. Nè i totali tristi e noiosi, nè i video dal montaggio sincopato che rincorrono il cinema. Alla fine il libro rimane l’oggetto più bello, a nostro parere.

E qual è per voi oggi la funzione della drammaturgia?

È una parola molto ampia. Ognuno oggi la usa in modo diverso. Volendo essere semplici (rispetto ad una questione che semplice non è) potremmo dire che la drammaturgia è una colla. Tu hai tanti materiali diversi, eterogenei, che di fatto tali rimangono, ma che grazie alla colla, alla drammaturgia, vengono poi percepiti e di fatto sono un oggetto unico, diventano qualcosa che non sarebbe esistito senza quell’opera compositiva. Oppure potremmo dire che la drammaturgia è una visione che permette di re-immaginare tutti i materiali che hai accumulato durante i mesi di prova. Finché non arriva quella visione non riesci a capire cosa buttare, cosa tenere, cosa mettere prima, cosa mettere dopo.

Ne La società della stanchezza Byung-Chul Han scrive: «In quanto società dell’azione, la società della prestazione si evolve lentamente in una società del doping (…). L’eccessivo aumento delle prestazioni porta all’infarto dell’anima». Credete che questa dinamica riguardi anche, in un certo senso, i meccanismi di produzione del teatro contemporaneo?

Assolutamente sì. Ne parliamo spesso, ne siamo inevitabilmente vittime. Viviamo dentro questa società. Cerchiamo di proteggerci grazie al repertorio, portiamo in giro tutti i nostri spettacoli contemporaneamente, senza rincorrere una novità all’anno. Abbiamo la fortuna di lavorare anche all’estero: a ottobre porteremo Reality a Cracovia, come diciamo noi portiamo Janina Turek, la protagonista polacca del lavoro, a casa. Eravamo lì a provarlo nel 2010. A novembre portiamo Il cielo non è un fondale a Madrid, dopo averlo fatto a Lisbona la scorsa stagione. E così via. Altra protezione è cercare di allungare il più possibile il tempo di preparazione di un lavoro. È fondamentale dimenticarsi per il più a lungo possibile che stai preparando un prodotto, qualcosa che va venduto. Certo, nessuna protezione è sufficiente. Viviamo tutti dentro un vasto, assoluto mercato. 

In un’intervista rilasciata ad Anna Bandettini dichiarate che Quasi niente non intende esprimere nichilismo, ma «una sia pur piccola resistenza attiva di chi è preoccupato dei fili che si sono spezzati e di un mondo che ci vuole più soli, cinici ed egoisti». Quale processo vorreste innescare nel pubblico che viene a vedervi?

Qualunque risposta rischia di essere retorica. Ma rischiando allora la retorica fino in fondo diciamo che ci piacerebbe cambiare la vita delle persone che vengono a teatro. Ci sono spettacoli che hanno cambiato la nostra, quindi questa cosa è possibile. Lo sappiamo. Sono cose che riguardano l’individuo e non il pubblico nel suo insieme. E certo non c’è nessuna ricetta che ti garantisca di riuscirci, però è chiaro che quello è il desiderio.

A febbraio 2020 per il Festival Vie di Modena debutterà il vostro nuovo progetto, Chi ha ucciso mio padre, basato sul libro di Edouard Louis. Cosa, di questo testo, vi ha colpito e sotto quali aspetti il lavoro che ne è scaturito vi sembra diverso rispetto ai vostri spettacoli precedenti? 

Il racconto teatrale di Edouard Louis (pubblicato in Italia da Bompiani) è arrivato al momento giusto, dopo che Mark Fisher era entrato letteralmente in scena attraverso la lettura di un suo saggio (Buono a nulla) dentro Quasi niente. Ragionamento e racconto. Dimensione collettiva e storia personale. Edouard nonostante la giovane età è un maestro in questo. Inoltre in Quasi niente scrittura di scena e scrittura a tavolino si sono alternate più del solito. Siamo pronti a provare un testo “dato”. Siamo ancora in prova. Capiremo col tempo qual è lo spostamento. Partiamo da due grosse novità per noi: per la prima volta non saremo in scena io e Antonio e come dicevo, le parole saranno quelle di Edouard Louis. In scena ci starà Francesco Alberici, attore (ma anche regista e autore dei suoi lavori) che lavora con noi dal 2016. La storia è quella di un figlio che parla ad un padre che non è in grado di ascoltare. Una rabbiosa dichiarazione d’amore a un padre difficile, scontroso, violento. Il figlio che lo ha negato per anni riapre il dialogo e lo “riguarda”. Un’azione intima e storica allo stesso tempo. Toccante e urticante. Il debutto sarà a Modena al Festival Vie a fine febbraio. Ed Edouard sarà con noi. 

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