Fuori

“Noi siamo fuori, tu sei a posto?” Reportage di Fuori Posto – Festival di Teatri al limite 2020

Il ritorno alla normalità è probabilmente la condizione più auspicata per questo 2021, perché l’anno appena trascorso ha significato perdita di equilibrio, restrizioni, mancanza di libertà e faticosa accettazione dei limiti imposti.

Nel 2020, infatti, ognuno ha sperimentato uno stato di malattia collettiva che potrebbe ricordare più da vicino la disabilità, ma, in fondo, anche prima di questo critico anno, chi non si e mai scontrato con la propria inadeguatezza, con un limite autoimposto, fosse anche soltanto una paura? 

Questo è uno dei messaggi più carichi di senso del Festival Fuori Posto ― giunto alla sua ottava edizione ―, riflessione preliminare o consequenziale per approcciarsi alla disabilità con apertura, empatia e assenza di pietismo. Permettere l’incontro e l’interazione tra pubblico e artisti ― perché di artisti si tratta, ancor prima che disabili ― è dunque un’esperienza imprescindibile per combattere gli stereotipi su un tema spesso trattato con eccesso di accortezza e timorosità. A marzo 2020, mese in cui avrebbe dovuto tenersi l’evento, la compresenza non è stata possibile e, così, l’associazione culturale Fuori Contesto, entro cui è nato e il festival, ne ha reinventato la forma. 

Se per l’edizione dal vivo era stato previsto uno spazio museale dentro il quale raccontare storie, durante il lockdown esso è stato ripensato in modalità virtuale e con le sembianze di una casa dove chiunque, collegandosi a a questo link, ha la possibilità di navigare in maniera gratuita e interagire con gli items presenti nelle varie stanze, che rivelano contributi video, app e giochi.

Appena terminato il lockdown, sono stati realizzati i cortometraggi in presenza e, infine, il festival si è svolto in modalità streaming con cinque appuntamenti, uno a settimana per tutto il mese di dicembre, in diretta su Facebook e YouTube.

Agli incontri, condotti da Emilia Martinelli ― direttrice artistica di Fuori Contesto e Fuori Posto, nonché regista, autrice teatrale e insegnante di DanceAbility ― hanno partecipato artisti, membri dell’associazione, professionisti o, semplicemente persone che sono entrate in contatto più o meno diretto con la disabilità, riportando la propria esperienza e gli insegnamenti appresi.

Cinque temi cardine per parlare di disabilità

Danza

Nel primo appuntamento del 3 dicembre, in occasione della Giornata Internazionale delle Persone con Disabilità, si è parlato a lungo di danza e DanceAbility a partire dalla visione di un cortometraggio, pensato durante il lockdown, sulla relazione tra il corpo e un luogo fisico ristretto: Misurarsi, dove Jacopo Curti ed Eleonora Tregambe hanno interpretato la tensione di un incontro possibile tra disabilità e normalità.

Michela Lucenti, danzatrice e coreografa della compagnia Balletto Civile, è intervenuta ponendo l’attenzione sul significato della parola “limite”: «non un muro, ma una soglia attraverso la quale ci si può mettere in ascolto» e che riguarda, senza distinzioni, ognuno di noi. 

Tutti, infatti, devono misurarsi coi propri limiti, e non soltanto da un punto di vista spaziale. Così cambia anche il significato della relazione che avviene nel tentativo, nella tensione generata dal prendere le misure tra l’altro e noi stessi anche quando l’incontro non accade, e in ciò risiede il senso dell’esperienza.

Il misurarsi tra corpi differenti è un tema che ricorre anche nel video commissionato dalla RAI in occasione delle Olimpiadi Paralimpiche Together we defy gravity, e guardarlo ha offerto il pretesto per  approfondire il concetto di gravità.

Per Michela Lucenti, ad esempio, essa rappresenta anche la volontà del dire e il peso avvertito come responsabilità. Attraverso la danza, che deve essere paritaria e non costituire un ossimoro con la parola “disabilità”, l’artista esprime la sua urgenza di stare in scena, dove la sua condizione non è un limite, ma lo sguardo per vedere oltre.

Scrittura

Anche la parola scritta e l’urgenza di narrare diventano prioritari: per superare il disagio di esprimersi sull’argomento e dare voce non soltanto alla malattia, ma anche a chi si prende cura quotidianamente delle necessità connesse. Le parole del racconto di Emilia Martinelli, nel video Blu, danno voce alla fragilità di un padre, figura a volte assente nella relazione parentale, e al bisogno di entrare in connessione col figlio che vive in un mondo a lui inaccessibile.

Solo attraverso l’adattamento, ma soprattutto con l’ascolto e la reciprocità, può essere aperta una porta di comunicazione, essenziale per riuscire a comprendersi. In un linguaggio però differente che richiede lo sforzo di essere appreso.

«Lo sguardo che si posa su un diverso è imbarazzante, sconveniente, e così avviene anche nella scrittura» ― dice nel corso della seconda diretta Maria Irene Sarti, neuropsichiatra. Il suo messaggio, però, non è solo la parola di una professionista, ma anche quello di una donna che sperimenta ogni giorno, in prima persona, una malattia degenerativa e invalidante.

Nel toccante video La mano, in cui si svela al pubblico, la chiama ironicamente “Mr. Park” e, grazie al potere terapeutico della scrittura (curioso, per lei, che per mestiere è da sempre più abituata all’ascolto), ne indaga le origini, forse legate a un lontano senso di colpa: le sue mani tremano perché hanno tradito una promessa.

«Scrivere diviene dunque un modo per essere liberi, per far uscire dalle mura (reali e immaginarie) queste storie» ― è il messaggio conclusivo di Emilia Martinelli al termine del secondo appuntamento e, in generale, una delle missioni del festival.

LIS

Il linguaggio può inoltre declinarsi in varie forme. All’inizio del terzo incontro, avente come tema la lingua dei segni italiana (LIS), Dario Pasquarella ― insegnante, regista e attore ― guida il pubblico, attraverso il video Dario chi?, nel suo mondo senza suoni, cercando di comunicare la faticosa ricerca di se stesso con un’espressività che si propone di andare oltre i segni. Si fa dunque più marcata la correlazione tra il teatro e le emozioni, che nella disabilità diventano più difficili da esprimere e che in questa forma d’arte possono trovare un linguaggio preferenziale. 

La LIS ha infatti la potenzialità di diventare uno strumento creativo, una sorta di danza e dunque un atto performativo, di cui possono servirsi persino coloro che hanno la fortuna di parlare e sentire. E per venire incontro a chi invece non può farlo, anche solo per una condizione temporanea, il Festival Fuori Posto ha arricchito il tour museale con percorsi facilitati, tramite il supporto dei sottotitoli, della lingua dei segni e delle audiodescrizioni, utilissime per chi è affetto da deficit visivi.

L’audiodescrizione si è inoltre rivelata una risorsa dalla funzione anche estetica: la danza, per esempio, mai o raramente si associa alle parole, che le conferiscono qui una forma originale, gradevole per ipovedenti e non.

Maternità, amore e vita indipendente

Gli ultimi due incontri sono risultati poi strettamente connessi tra loro, laddove la relazione genitoriale ― in particolare quella con le madri, che sono le figure principali di riferimento ― diviene cruciale per il sano sviluppo dell’indipendenza della persona con disabilità.

La visione del cortometraggio Affari di Famiglia induce a un dialogo dove si rimarca l’importanza dell’autonomia e il bisogno di far crescere i figli in modo da prepararli il più possibile a una vita senza i genitori. 

Si è presentato dunque l’esempio positivo di donne che, pur prendendosi cura dei propri figli, evitano di preservarli troppo, favorendone la socialità; «ma ci sono purtroppo ancora storie di chiusura ― ricorda il giornalista RAI e blogger di InVisibili Marco Piazza ― ed è necessario spezzare la simbiosi che a volte si viene a creare». 

Spesso, infatti, si ha l’errata convinzione che chi ha una disabilità sia una persona diversa non solo nel corpo, ma anche nei propri bisogni interiori, che sono invece gli stessi di qualsiasi essere umano. 

Il video Battito, che introduce il quinto e ultimo incontro, parla proprio di una storia di amore e sensualità, aspetti dell’esistenza che anche il disabile deve avere la possibilità di vivere, se lo desidera. Armanda Salvucci ― ideatrice, nel 2016, del progetto Sensuability ― si batte fortemente affinché tali esigenze vengano soddisfatte, e si superi l’atteggiamento pietista e il pregiudizio che i disabili siano persone che possono aspirare al massimo all’affettività, ignorando le loro sanissime pulsioni sessuali.

A volte, come si evince dal video, sono addirittura essi stessi ad avere timore a lasciarsi andare, ma non è forse il medesimo sentire che potrebbero provare tutti davanti alla propria incapacità? Non a caso, l’irriverente slogan del progetto è: “la prima volta siamo tutti disabili”. 

Poter vivere la vita da persone libere, nella mente ancor prima che nel corpo, diviene allora il valore verso cui tendere, abbattendo gli ostacoli mentali, ma anche fisici (si pensi alle cosiddette barriere architettoniche) e infine lavorativi.

Anche l’indipendenza economica gioca infatti un ruolo fondamentale per rendersi autonomi e sviluppare autostima, ed è necessario promuovere sempre più la formazione e l’inserimento nel mondo del lavoro (retribuito) come già avviene in diverse realtà portate alla luce da Maura Peppoloni, della Sezione Laziale della UILDM. 

E riconoscere infine che gli ostacoli più complicati da superare sono paradossalmente non dentro la disabilità ma all’esterno, nella mente di chi li vede, all’opposto, come creature angelicate, da trattare diversamente, non accorgendosi di tutto ciò che li accomuna a loro prima ancora che allontana. Perché è solo guardando alla propria disabilità che si può riconoscere nell’altro un po’ di se stessi.

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Attraversamenti Multipli: il bello dell’umanità che unisce l’espressione artistica e gli spazi urbani

 

Come per ogni vicenda umana, c’è un inizio e una fine. Di Attraversamenti Multipli possiamo solo dire che si è conclusa la diciottesima edizione perché i suoi enzimi, i fermenti del Festival continueranno a proliferare nelle menti di chi ha attraversato e sconfinato quella piazza. Non si ferma il lavoro, l’attività instancabile e visionaria di Alessandra Ferraro e Pako Graziani che sono già al lavoro per la prossima edizione.

Dopo il grande successo della prima, la seconda settimana di Attraversamenti Multipli è iniziata con l’odore della pioggia che evaporando dall’asfalto umido ha accompagnato la fine dell’estate e l’inizio dell’autunno. Con le diverse tonalità e le vibrazioni di tre serate di condivisione, in connessione e in uno spazio aperto dove ognuno è il benvenuto. Lo spirito del Festival è proprio questo. Ogni momento artistico che è stato messo in scena ha portato alla definizione del suo manifesto. Attraverso gli sconfinamenti su quel territorio, le persone hanno lasciato e scambiato qualcosa nella miscellanea socio-culturale di Largo Spartaco. Un’agorà sociale e cooperativa dove è importante la storia di ogni artista, performer, spettatore o passante occasionale, ma ancora più importante è il dove, la direzione verso cui ci si sta muovendo, attraversando luoghi, cuori, corpi e pensieri.

Giselda Ranieri è seduta su una panchina di marmo, in mezzo a delle bambine, con il suo giubbotto nero. È un frammento di vita in un contesto urbano; quando si alza dirigendosi verso la scena aperta, davanti al pubblico, quelle piccole donne che avranno avuto meno di dieci anni rimangono sullo sfondo, ma sono entrate nello spettacolo, in un quadro che si manifesta poco a poco. Giselda Ranieri, danzatrice, coreografa e autrice della compagnia lucchese Aldes diretta da Roberto Castello, è stata la protagonista, con il suo vestito rosso, nella serata di venerdì 21 settembre, di Blind Date.

Una performance che viene definita come una “composizione istantanea”, un affresco che inizia da quella panchina dove poco prima c’erano delle bambine sedute, ma avrebbe potuto trovarsi chiunque altro al loro posto, come per un appuntamento al buio, un’incursione o una visita inaspettata. Sulla tela neutra di quella composizione in tempo reale che è Blind Date verranno assorbiti il chitarrista e musicista Claudio Riggio, con i suoi oggetti sonori, il fotografo Umberto Tati, chiamato dentro quel momento performativo, un ragazzo street-style, dinoccolato con le sue movenze, e quel vestito rosso, il colore selettivo di un’istantanea, in uno sfondo bianco e nero dove c’è il corpo, il movimento e la forza espressiva delle loro rappresentazioni.

Giselda Ranieri

Il Pezzo orbitale dedicato a chi cade della compagnia Balletto Civile, nella stessa serata e dal lato opposto della piazza è un altro quadro vivente. Si auto-definiscono un “collettivo nomade di performers”: sono una dozzina di corpi celesti, anime artistiche, danzatori e attori, che costituiscono il nucleo stabile del gruppo e una miriade di altri compagni associati che ruotano nel loro universo spaziale con collaborazioni musicali, video-fotografiche, drammaturgiche e alla messa in scena. Capofila di questo progetto, dal 2002, è Michela Lucenti, coreografa, danzatrice e residente al Teatro della Tosse di Genova.

Ad Attraversamenti Multipli hanno portato una performance che fonde insieme il tempo presente e la vita reale. L’uguale e il diverso, la coscienza del corpo nelle sue molteplici diversità, tante voci armonizzate in un coro. Le parole dei monologhi sono su quei fogli presenti e sparsi in scena e sono materia viva come le tute bianche che si sporcano di terra, la lavagna nera di ardesia usata per lasciare un segno con il gesso, un pensiero estemporaneo. Ogni elemento della performance è tangibile. Esiste una dimensione umana in movimento nel momento in cui ogni individualità si allunga verso gli altri, tendendo le mani e gli arti, così come viene rappresentato dai performer.

Balletto Civile/Michela Lucenti |

I desideri profondi, la ricerca della clemenza divina e, nell’altro racconto, le visioni di un sogno (o di un’utopia) sono le due idee, le due prospettive presenti in God bless you di Daniele Ninarello e We are the birds of the coming storm di Dance Across Borders. In entrambi i contesti ci sono creature in movimento, uomini o uccelli, persone o personificazioni. God bless you si apre, sperimenta, capta reazioni e feedback provenienti dal pubblico. La costruzione presente in scena è quella che rappresenta un pozzo, una fontana, una piramide di bicchieri riempiti con acqua, simboli di trasparenza, funzionale per il rito del lancio della moneta. Il pubblico si emoziona nel momento del grande salto con affondo circolare e diventa una componente attiva della scena.

Ispirato al poema allegorico persiano Il verbo degli uccelli di Farid Ad-Din Attar, We are the birds of the coming storm è la messa in scena ideata e realizzata da Francesca Lombardo, Livia Porzio e Manuela Serra con la produzione DAB, Dance Across Borders e il sostegno di Chentro Sociale Tor Bella Monaca, Cubo Libro e Spettatori Migranti. È Il racconto di un volo e di uno stormo di uccelli, guidati dall’upupa, alla ricerca del loro Dio, il Simurgh, che troveranno nel proprio sé profondo.

Daniele Ninarello

I X I No, non distruggeremo Garage Zero dei Collettivo CineticO non è stata solo una performance. Essa è innanzitutto un frammento del progetto C/o, ma anche un’osservazione, la ricerca e la modulazione di identità collettive in un umano sentire universale. Abbinare alla parola test l’aggettivo sociologico potrebbe sembrare audace, in realtà il concept che ha elaborato Francesca Pennini con la sua regia predispone una situazione, un’atmosfera, un mood di comunicazione attiva e di espressione.

I X I è un dispositivo, uno strumento concreto e tangibile come una tastiera elettrica, ma è anche un sistema astratto come un concetto, una predisposizione ancestrale verso il bene o il male. Un computer keyboard con i suoi tasti, un codice da decodificare, tre performer in tutto il loro splendore fisico amplificato, tre mazze da baseball che potrebbero sembrare simili ad antenne, clave o totem fallici. Uno spazio e il pubblico romano di Attraversamenti Multipli che interagisce, si muove nell’area di Garage Zero, tocca, esplora, si raggruppa e si scompone random, osserva, incita gli altri a portare fuori i tre performer Alpha, Gamma e Delta per dare loro la libertà.

L’obiettivo finale in trenta minuti circa è lasciar venire fuori un flusso di energia che non è negativa o positiva, può essere e non essere il risultato di cause e conseguenze. Tastiere e dispositivi elettronici sono verosimilmente paragonabili a smartphone, tablet, pergamene, mobili da comporre, elettrodomestici intelligenti, postmoderni archibugi. Possono indurre alla schiavitù o al netto rifiuto, in ogni caso senza la creatività e l’esperienza, senza i sentimenti rimarranno degli oggetti; poco importa se sono costituiti da metalli nobili, titanio o selce.

CollettivO CineticO | ATTRAVERSAMENTI MULTIPLI
foto di Chiara Cocchi

La terza ed ultima settimana di Attraversamenti Multipli è stata caratterizzata da una notevole quantità di figure simboliche con forti suggestioni replicate dall’interno o provenienti dall’esterno che a volte degenerano fino a diventare compulsioni e crisi parossistiche.

Giuda è una produzione Mk, le azioni fisiche sono quelle del performer Biagio Caravano, mentre le coreografie sono di Michele Di Stefano. In 33 minuti di performance viene vissuta un’esperienza privata, con la solitudine delle cuffie che trasmettono registrazioni binaurali, rimanendo però in gruppo, dissociati e senza amalgama, nella stessa frazione temporale. Come spettatori si viene trascinati in un meccanismo di lotta contro il tempo. La condanna inflitta a Giuda è quella di rimanere imprigionato in una trama, in un loop dove ci sono i caratteri del dramma e della routine. Verrà sottoposto allo sforzo fisico di compiere o subire quelle azioni, senza autodeterminazione. Senza la possibilità di scelta, di ciò che lui sarebbe stato: l’adepto iniziato, uno dei dodici o il dodicesimo apostolo sostituito, il traditore, il diavolo, il predestinato, l’impiccato.

È tutto nella testa, ma cosa c’è nella tua testa? What’s in your head? È la domanda, il suono dell’eco che rimbomba nella performance site-specific, prima nazionale, Odissea Furiosa di Margine Operativo con Francesca Lombardo, ideata da Alessandra Ferraro e Pako Graziani che ne ha curato anche la regia. Prendendo spunto dal poema di Omero, viene rappresentata con una serie di movimenti coreografici ripetuti e linee del corpo armoniose, un’avventura che in sé contiene il senso della bellezza, il valore. Ma l’eroe è anche umano e, dunque, può essere ingannevole, guerrafondaio, violento. È tutto nella testa e la testa a sua volta è occultata, coperta con un casco da motociclista, un simbolo forte, emblematico. Elmo da battaglia o maschera, alla fine viene rimosso. La performer Francesca Lombardo se ne separa lasciandolo sulla superficie piana osservandolo immobile.

Margine Operativo “Odissea Furiosa” con Francesca Lombardo | festival ATTRAVERSAMENTI MULTIPLI |
foto di Carolina Farina

Ogni apparato complesso, sistema di cose o insieme di persone, può contenere un errore non prevedibile, indipendente dalla sua programmazione. Una piccola scheggia impazzita che si manifesta in un determinato momento. Il termine che viene usato in elettrotecnica per intendere un difetto del sistema, un errore all’interno di un programma, è “glitch”.  hanno utilizzato questa parola per la loro performance di danza, GLITCH – Project. Lo spettacolo vincitore Danza Urbana XL 2018, produzione Körper, mette in scena l’anomalia di un’ordinaria giornata lavorativa che scandisce i tempi, i ritmi ripetuti, sempre uguali e frenetici. Fino a degenerare in frustrazione, stress e voglia di evadere. Si riuscirà a vedere oltre l’orizzonte quel desiderio di salvezza e di libertà?

Un’altra prima nazionale è stata la Derivazione n.3 ideata da Salvo Lombardo, prodotta da Chiasma, con i partecipanti, i danzatori e i performer, della Masterclass, workshop specifico che si è svolto nell’ambito di Attraversamenti Multipli. Questo progetto è stato concepito e realizzato su misura per lo spazio di Largo Spartaco e fa parte di un ciclo di interventi e “derivazioni” di danza urbana effettuati in altri spazi e in altre città. La memoria è un sistema complesso, condiviso e condivisibile. Si può memorizzare un monologo, un codice numerico, un copione, uno schema di gioco, una coreografia, la mappa o la carta topografica di un posto attraverso un training, un metodo-procedura, una pratica di appropriazione. Il movimento dei corpi dei performer deriva da una serie di discipline sportive, richiamate anche dall’abbigliamento. Dall’iniziale moto centripeto, la sua forza diventa centrifuga, espandibile verso l’esterno, coinvolgendo e inglobando ogni persona o cosa.

 

Così finisce anche il racconto della diciottesima edizione di Attraversamenti Multipli. Ogni ricordo, spunto di riflessione, emozione provata e condivisa contribuiranno a mantenere viva la nostra umanità, una parola decisamente equilibrata . Non è l’abuso verbale che determina la connotazione specifica di questo termine, ma sono i fatti ad essere decisivi per riacquistare o perdere la fiducia nel genere umano, per trovarne il senso. Arte, artista, amore, solidarietà…A volte ci si trova in disaccordo e in contrasto più per il lessico, i ‘contenitori’, anziché analizzare i contenuti.

Qualcuno ha scritto: “Se volete vedere un sacco di ‘umanità’ andate a Times Square, a New York City”. In alternativa.possiamo suggerire di ritornare o passare da Attraversamenti Multipli, per la diciannovesima e prossima edizione.

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