La quotidiana sacralità secondo Lucia Calamaro

La quotidiana sacralità secondo Lucia Calamaro

«Tutti i finali dei miei pensieri sono finiti in un luogo che non conosco», dice Silvio, lo stesso luogo dove forse si annidano i finali dei libri che Lucia non riesce più a scrivere. Entrambi hanno suggestioni, creazioni o piuttosto frammenti di sé che «non reggono i metri», sbotta la scrittrice, pensieri «fragili come bambole di porcellana, gonfi di morte». È una eco potente quella che risuona tra i protagonisti degli ultimi due lavori di Lucia Calamaro, dramaturg e regista formata in Francia, da anni tra le penne più interessanti e amate del teatro italiano. Calamaro ha portato nuovamente in scena, alla fine del 2019, due testi che permettono di tracciare un breve, inevitabilmente parziale, quadro della parabola di un talento sorprendente del teatro contemporaneo, che ha scelto una strada di creazione molto personale, che passa per testi scritti e poi portati in scena come abiti cuciti addosso ai suoi protagonisti, per i quali – soli – sono stati intessuti. Un metodo che pretende, innanzitutto, una scelta accurata degli interpreti, tra attori di straordinaria forza espressiva ed emotiva. A cui lascia i propri nomi e che accompagna alla ricerca del proprio sé.

Silvio, ad esempio, protagonista di Si nota all’imbrunire, solitudine di un paese spopolato, è Silvio Orlando nei panni di un uomo che, dopo la vedovanza, sceglie di ritirarsi in un luogo isolato in cui qualsiasi intrusione, in particolare quella dei famigliari, è un’insopportabile violenza. Lucia, la scrittrice di Smarrimento che non riesce più a scrivere e per questo viene forzata dagli editori a una serie di conferenze-incontri col pubblico è invece una Lucia Mascino al suo primo, fortunato monologo teatrale, la cui genesi per lei è dichiarata fin dalla locandina. Come si diceva, la scrittura per Calamaro autrice è il precipitato dell’incontro, una sintesi quasi alchemica in cui l’autrice si specchia e si muove negli occhi dell’interprete, in una mimesi di reciproca possessione che passa attraverso una lingua adamantina, esatta e intimamente poetica, costruita per dire l’indicibile delle pieghe di pensieri che trovano le parole anche quasi oltre la coscienza di chi le pronuncia. Pensieri come lava o magma sotterraneo che emerge dalla crepa di una mente troppo piena che pensa di dire mentre tace, nel caso di Silvio, o zampilli d’esplosione appassionate pur senza perdere la misura di un cammino sempre in sottrazione, nella ricerca spasmodica di Lucia di tendere una mano a chi l’ascolta.

La spicciolaggine antinarrativa del quotidiano

Di queste parole che sgorgano naturali lasciando nel fondo la sensazione del controllo quasi irreale con cui sono scritti, Calamaro fa i compassi utili a tracciare quella che potrebbe apparire una geografia di fallimenti, che danno forma a quella che in Smarrimento chiama la «spicciolaggine antinarrativa del quotidiano», la vena (dorata) di tutti i suoi testi. A fallire, nei due testi, sono però soprattutto le persone che li circondano, gli altri. I figli di Silvio nel primo caso, che fanno lavori che il padre non capisce o vivono di sogni sbagliati e aspirazioni fallimentari, il marito di Lucia nel secondo, che nel suo mondo fatto di padelle e di confronto costante con una moglie vincente e proiettata all’esterno, sente il peso di un’esistenza in cui è inessenziale al mondo. Le personificazioni di chi, sembra suggerire l’autrice, non può, non vuole, non riesce a confrontarsi con se stesso. I due protagonisti, al contrario, scontano la solitudine di chi sa. Convinti o consapevoli di dire, attraverso le mani di Calamaro trovano nella parola un ponte verso l’altro, pur vestendosi entrambi del «fascino delle persone che non si dedicano». Una frase che, non a caso, torna in entrambi i testi. Come dichiarazione di intenti quasi incipitaria, nel caso della scrittrice Lucia, come postura di tutta la pièce nel caso di Silvio, padre burbero che scaccia con fastidio freddo e burrascoso i figli arrivati per passare del tempo con un padre eremita del mondo. Anche in questi due lavori della drammaturga si esalta così la parola, quella parola che, direbbe Testori «si fa vita, si inossa, si fa realtà» , e così, diceva l’autore novatese, si redime dopo decenni in cui anche e soprattutto in teatro è stata vilipesa e calpestata. Una parola che è anche, sempre, rimando letterario, indigesto a entrambi i protagonisti – e di nuovo, nel filo che lega i due testi, lo dicono entrambi in maniera quasi speculare. Tutti e due detestano le citazioni eppure il loro parlare ne è intessuto, costituito con costanza quasi ossessiva. E non può essere altrimenti, nella spasmodica ricerca (che è dell’autrice) del mezzo esatto per l’affidamento di un testimone di una spaventosa sincerità.

Lo sforzo e il coraggio, cioè, nell’ammissione della propria fragilità davanti a uno sconosciuto, che abbia il volto di un lettore incontrato per caso (ma chi legge non è forse il più intimo conoscitore di uno scrittore?) per Lucia o di un famigliare (il più vicino e misterioso degli estranei?). Così i due protagonisti svettano e simboleggiano tutte le «umanità mal sintonizzate» , si dice in Si nota all’imbrunire, che finora raramente avevano trovato un racconto di tale precisione. Figure che per marcare la propria differenza devono essere totalmente comuni e totalmente “altro”: entrambi hanno tracciato un altrove, uno spazio sacro: sia esso una villa isolata o siano le pagine di un libro. Una immagine che, quando Lucia Calamaro passa dalla penna alla regia scenica traduce in scenografie immediatamente riconoscibili. La sua quotidiana sacralità si colloca e trasforma in spazi abitati dal monocolore sugli sfondi e da tanto bianco nelle scenografie minimaliste o per linee pulite, dando all’insieme una esplosione di luce e di vuoti da riempire dove il colore. Così, l’apparente quiete, il procedere sul filo senza mai spingere all’eccesso dell’emotività spicciola i suoi personaggi, non è che la raffigurazione della capacità di fronteggiare se stessi.
In un altro eloquente parallelo, entrambi riconoscono e stigmatizzano con parole sovrapponibili la propria consuetudine a «evitare la vita», eppure si dibattono come animali in gabbia in consapevolezze dolenti che hanno la forza della sincerità che spesso ognuno cerca di evitare.

«Vivo da convalescente. Campo difendendomi, ma non so da che»

Ammette Lucia, mentre Silvio «lotta contro qualcosa, non so come si chiama, ma so che è difficile». Due rappresentazioni della stessa vita, che nel primo spettacolo esplodono e prendono la forma di un dialogo tra  più personaggi, mentre nel secondo implodono moltiplicando la stessa interprete in molte voci senza che – alla chiusura del sipario – esista tra l’uno e l’altra una reale differenza. Due interpreti maiuscoli, simboli di genio degli aspetti più veri del reale proprio perché lo incarnano. Come le messe in scena, restando al contempo sospesi nel tempo e nello spazio, in spettacoli che parlano di quanto di più concreto esiste lasciando però un’impressione eterea. Trucchi di radianza attraverso cui Lucia Calamaro ripete (legandosi a se stessa senza essere tautologica) i propri topoi –, dichiarandolo senza nascondersi. Del resto, fa dire a Lucia, sempre in bilico tra omonimia, sorellanza e alter ego:  «Basta avere una qualche ossessione per essere migliore». Lo fa per riconoscere e provare a dire la cosa più semplice e difficile: l’esistenza. Lo smarrimento e la luce della consapevolezza che «esserci è tutto. Il resto si riduce a poco» .

Scritture. Nuove voci della drammaturgia Italiana al Teatro India

Scritture. Nuove voci della drammaturgia Italiana al Teatro India

Spazio alle nuove narrazioni del presente e alle giovani voci della scrittura contemporanea. Il Teatro India apre il suo palcoscenico a sei giovani autori-autrici in scena con i loro testi per Scritture, un progetto artistico della drammaturga e regista Premio Hystrio 2019 alla drammaturgia, Lucia Calamaro, con la consulenza alla drammaturgia di Graziano Graziani. Sei autori-autrici – Marco Ceccotti, Mariagiulia Colace, Mariasilvia Greco, Luca Oldani, Costanza Pannacci, Sara Parziani – portando sul palco urgenze generazionali e punti di vista sul mondo attraverso sei testi attorno ai temi dell’autobiografia, della famiglia, della crescita. Un progetto inedito prodotto da Teatro di Roma che, in collaborazione con Fivizzano27 e Carrozzerie|n.o.t, sostiene le realtà artistiche emergenti per dare spazio a idee, temi, capacità e potenzialità del mondo contemporaneo.

Scritture si articola in una rassegna di sei giorni – 11 e 12 maggio e dal 16 al 19 maggio (ore 18.30 e 20.30) – che vede alternarsi sei testi – primi studi, spettacoli o mise en espace, in doppia replica – così da comporre una “piccola epica drammaturgica”. Il progetto nasce dalla pratica laboratoriale immersiva svolta dai sei giovani allievi durante il “Campus” al Teatro India – un vero e proprio vivaio di artisti tutorati e seguiti dalla stessa Calamaro – per offrire spazio e possibilità di crescita a nuove voci attivando una rete di formazione e slancio produttivo a sostegno delle nuove creatività. «Siamo convinti che anche in quest’epoca che ci scappa tra le mani, ci sia un gran bisogno di parole – racconta Lucia Calamaro – Parole buone a dire la vita, meglio di quanto si riesca normalmente a capirla. Speriamo davvero che qui, ne troverete alcune».

Si inizia con ASSENZA SPARSA. Appunti scenici per qualche domanda sull’amicizia (11 maggio ore 18.30 e 12 maggio ore 20.30) di e con Luca Oldani, che ci porta accanto ad un letto, in rianimazione, nella stanza 780.01 di un ospedale, dove un ragazzo di ventisette anni, un attore, è in coma. Perché sia lì e come ci sia arrivato non è dato saperlo, c’entra il teatro. Una storia di amicizia, di coma, di morte.

QUESTA SPLENDIDA NON BELLIGERANZA. Una storia così, poi così e infine così (11 maggio ore 20.30 e 12 maggio ore 18.30) di Marco Ceccotti, con Giordano Domenico Agrusta, Luca Di Capua e Simona Oppedisano. Un padre, pacifista emotivo, si guadagna da vivere decorando sanitari per dittatori lontani, per lo più abbastanza sanguinari. Una madre, ironizzatrice cronica, cerca la felicità nei libri horror. Un figlio, ossessionato dalla morte, racconta finali di libri e di film a persone che sono agli sgoccioli, e non avranno il tempo di saperli. Un sequestro che nessuno si aspettava fa da motore a questo ritratto di famiglia.

ANCHE I CORI RUSSI MI CONSOLANO. Ode a un padre militante (16 maggio ore 18.30 e 17 maggio ore 20.30) di Mariagiulia Colace, con Alessandro Cosentini, Mariagiulia Colace e Mariasilvia Greco, il racconto di un uomo che passa il suo tempo seduto a una scrivania. Vuole servire a qualcosa: firma petizioni, sogna la Camera, il Campidoglio. Ascolta Maria Callas e i Cori dell’armata Russa. Sogna un ruolo che sia di esempio ai cittadini, ai capi di stato, ai condomini, alle sue figlie. Non gli resta molto tempo, eppure gli basterebbero un paio d’ore per cambiare il mondo.

IL MONDO CIECO. Indagine su un gruppo di genitori scomparsi sotto gli occhi dei figli assenti (16 maggio ore 20.30 e 17 maggio ore 18.30) di Costanza Pannacci, con Carolina Balucani, Alessandro Pezzali e Emilia Verginelli (che ne cura anche l’adattamento). Nel mondo cieco, Carlotta rievoca un passato infantile fatto di solitudine e assenze. Mentre si interroga su cosa le impedisce di progredire nel presente si imbatte nei Duchi del Lussemburgo, due figure immaginarie che dichiarano di abitare la casa da quando è nata e di aver assistito agli eventi come due testimoni silenziosi. I Duchi accompagnano il percorso di rievocazioni e deduzioni di Carlotta a volte ostacolandolo e altre favorendolo, fino a indicare una possibile via di uscita per lasciarsi la casa e il passato alle spalle.

ROMANZO DI UN’ANAMNESI (18 maggio ore 18.30 e 19 maggio ore 20.30) di e con Sara Parziani nella storia di una bambina, del suo mondo esteriore popolato da genitori, medici, insegnanti e del suo mondo interiore popolato da personaggi fantastici. Una bambina che porta con sé problematiche fisiche che con il tempo spariscono, cambiano, si ripresentano. In una lotta interiore tra il volere essere come gli altri e il diventare se stessa, cresce e si confronta con un’idea di differenza che ci rende tutti uguali.

AMO I PARAGRAFI CORTI. Lezioni introduttive sulla solitudine (18 maggio 2019 ore 20.30 e 19 maggio ore 18.30) di Maria Silvia Greco, con Mariagiulia Colace, Francesco Aiello e Emilia Brandi. Silvia ha un suo metodo infallibile per studiare: ha le cuffie antirumore per non distrarsi. Deve laurearsi, non può perdere tempo ma passano i mesi, le sessioni e un malessere non più gestibile la agita. I genitori la osservano preoccupati, accudenti, colpevolizzanti, onnipresenti, disarmati.

Biennale Teatro 2019: focus sulle drammaturgie

Biennale Teatro 2019: focus sulle drammaturgie

Il 47. Festival Internazionale del Teatro diretto da Antonio Latella e organizzato dalla Biennale di Venezia presieduta da Paolo Baratta si svolgerà a Venezia dal 22 luglio al 5 agosto: 14 gli artisti in programma, ognuno con più titoli in una sorta di breve “biografia artistica”; 28 gli spettacoli con 23 novità, di cui 2 in prima europea e 6 in prima assoluta.

Dopo il focus sulle registe europee e l’indagine sul rapporto attore/performer, il 47. Festival Internazionale del Teatroaffronta il suo terzo atto con Drammaturgie, “titolo volutamente lasciato al plurale – spiega il Direttore Antonio Latella – proprio perché crediamo che, nel ventunesimo secolo, sono tante e differenti le drammaturgie per la scena e, direi, per tutto ciò che concerne lo spettacolo dal vivo. (…) In questo terzo atto cercheremo quindi di evidenziare diversi tipi di drammaturgia e dell’essere drammaturghi, dal ruolo drammaturgico rivestito dalla Direzione Artistica al regista autore o autrice che mette in scena i propri testi; dal gemellaggio tra registi e autori che scrivono per loro e per gli attori di un ensemble all’artista-performer che traccia percorsi scrivendo per la scena; dalla scrittura propria del teatro visivo a quella del teatro che ha una matrice musicale o che è a stretto contatto con il teatro-danza. Citando per ultima, ma forse prima per importanza, la drammaturgia destinata al teatro-ragazzi, nata per creare un nuovo pubblico, crescerlo e proteggerlo dall’ovvietà, proponendo grande teatro non rivolto soltanto a un pubblico giovane o molto giovane”.

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Proprio dal teatro-ragazzi dell’olandese Jetse Batelaan, Leone d’Argento, prende il via il 22 luglio il Festival, riallacciandosi a una tradizione della Biennale che in passato aveva dato ampio spazio a questo settore, oggi forte di un rinnovamento linguistico che lo rende partecipe degli sviluppi della ricerca teatrale. War e The Story of the Story, presentati alla Biennale, rappresentano lo stile visionario che questo regista e autore intreccia a una vena filosofica affrontando miti e temi di oggi. Ma è anche nel segno di Heiner Müller che si apre il 47. Festival Internazionale del Teatro. Con il più osannato, controverso e imprescindibile degli scrittori tedeschi si misurano infatti la scrittura registica, la biografia e la storia di due nomi di punta della scena europea e dei loro ensemble: dai Balcani Oliver Frljić, autore di una graffiante e provocatoria messinscena di Mauser, e dalla Germania Sebastian Nübling, che realizza TheHamletmachine con l’Exile Ensemble. Il nome di Sebastian Nübling – in questo ideale gemellaggio fra registi e autori proposto dal Festival – si associa anche a quello di Sibylle Berg, autrice di culto tradotta in più di trenta lingue, per The So-Called Outside Means Nothing to Me, premiato da Theater Heute come testo dell’anno nel 2014.

Per la prima volta in Italia arrivano alla Biennale Teatro le australiane Susie Dee – regista, attrice, direttrice di teatro – e Patricia Cornelius – una delle voci più forti della drammaturgia di lingua inglese – che da trent’anni costituiscono un inossidabile sodalizio artistico votato al teatro indipendente e militante. Coraggioso nei temi, tra degrado morale e critica sociale, tutti improntati all’oggi e spesso affidati programmaticamente a team di sole donne. Da questo retroterra nascono anche i due spettacoli presentati alla Biennale: Shit e Love. Cerca invece il “timbro riconoscibile” di un classico del teatro come Il giardino dei ciliegi di Cechov Alessandro Serra, artigiano della scena che della scrittura cura ogni aspetto – costumi, luci, scene, musiche – e che da più di vent’anni persegue una sua idea di teatro-laboratorio con la compagnia Teatropersona. Atteso in questa prova dopo il successo internazionale di Macbettu.

Tra gli autori che mettono in scena i propri testi, il Festival ospita la cilena Manuela Infante, scrittrice di primo piano della scena sudamericana ma anche direttrice del prestigioso Teatro de Chile oltre che regista, i cui spettacoli sono stati presentati in tutta Europa e negli Stati Uniti e i testi tradotti in inglese e in italiano. Della Infante si vedranno due spettacoli, due esilaranti ma profonde riflessioni – suffragate dalle più moderne correnti di pensiero – per un teatro non antropocentrico: Estado Vegetal, un one-woman-show che prende spunto dalle teorie rivoluzionarie sulla vita e l’intelligenza delle piante del filosofo Michael Marder e del neurologo Stefano Mancuso; e Realismo, ispirato alla corrente filosofica del realismo speculativo che “ricolloca” il mondo degli oggetti stravolgendo le abituali gerarchie. Anche Paola Vannoni e Roberto Scappin, noti come Quotidianacom, lavorano sul linguaggio facendo del meccanismo dialogico, quello sinteticamente indicato come Q/A, una cifra stilistica, tra folgoranti battute e siparietti surreali intinti nel curaro, o incongrui al limite dell’assurdo. A Venezia presentano segmenti della loro biografia artistica con L’anarchico non è fotogenico, Sembra ma non soffro e la novità Il racconto delle cose mai accadute.

Già apprezzato ma meno conosciuto al grande pubblico, il regista e autore Pino Carbone alla Biennale Teatro propone ProgettoDue, che mette in rapporto due lavori distanti nel tempo ispirati al mondo della fiaba e del mito. Si tratta di BarbabluGiuditta scritto con Francesca De Nicolais e di PenelopeUlisse con Annacarla Broegg: due testi che operano un rovesciamento dei punti di vista nella scrittura (sono le due autrici a dare voce a Barbablu e Ulisse mentre il regista scrive le battute dei personaggi femminili) e che si strutturano drammaturgicamente sull’esempio del melodramma. Infine, Pino Carbone presenta la novità assoluta Assedio da Cyrano de Bergerac: riscrittura che trasporta l’eroe romantico ai nostri giorni, sullo sfondo dell’assedio di Sarajevo, quando la guerra irrompe nella vita con le sue devastazioni mutando per sempre i nostri destini. Lucia Calamaro è riconosciuta autrice di un teatro fondato sulla lingua, un teatro di parola che nasce sulla scena e che richiede ai suoi attori di essere “atleti della parola” (Christian Raimo), affrontando temi universali attraverso storie personali. Alla Biennale Lucia Calamaro presenta il suo nuovo lavoro: Nostalgia di Dio.

PenelopeUlisse - Regia di Pino Carbone

PenelopeUlisse – Regia di Pino Carbone

Il Festival ospita anche nomi che sono punta avanzata fra gli artisti-performer: il tedesco residente ad Amsterdam Julian Hetzel, formato alle arti visive e alla musica, la belga Miet Warlop, con studi nelle arti multimediali, l’ensemble di teatro musicale Club Gewalt da Rotterdam. Invitati nei contesti più diversi, sono figure poliedriche che spostano i confini delle diverse discipline mettendo in gioco le reciproche influenze e proponendo nuovi linguaggi drammaturgici dove la scrittura è per lo più scrittura scenica e non testuale. Per la prima volta in Italia, Julian Hetzel, autore di performance dal segno politico, è invitato alla Biennale con tre opere. All Inclusive è stato paragonato alla versione teatrale del film di Ruben Ostlund The Square: al centro l’estetizzazione della violenza che un cumulo di macerie provenienti dall’area del conflitto siriano rappresenta, sollevando il velo sulla linea sottile e ambigua tra sfruttamento e impegno nel processo artistico. The Automated Sniper riflette sull’oscillazione tra reale e virtuale, sulla “ludicizzazione” della violenza, quando le guerre sono combattute sempre più a distanza, attraverso i droni, per cui guardare in uno schermo equivale a uccidere. I’m Not Here Says the Void è un “poema” sull’assenza tra teatro visivo, danza, scultura, musica elettronica, un lavoro sull’immaginazione e sulla realtà come creazione dello spettatore.

Ha fatto il giro del mondo Mystery Magnet di Miet Warlop, oltre ad aver vinto il premio Stuckemarkt Theatertreffen nella sezione per nuovi modi di teatro, con la sua trama di colori, forme e figure che prendono vita in un universo allucinato e stravagante. Di Miet Warlop si vedrà anche Ghost Writer and the Broken Hand Break, performance fondata sull’ossessione per il movimento concentrico: tre performer danzano sul proprio asse come dervisci rotanti, fanno esplodere la loro potenza nascosta propagando negli spettatori un senso di libertà. Monteverdi e David Bowie, Wagner, Skrjabin e Kaynee West, ma anche Andy Warhol e Marcel Duchamp: è l’energia esplosiva (questo significa Gewalt) del collettivo di sette performer, cantanti, musicisti, attori che offrono una vitale e anticonformista alternativa al mondo dell’opera. Alla Biennale, che li ospita per la prima volta in Italia, si vedranno Yuri, ovvero ascesa e caduta del “signore degli anelli”, il ginnasta olandese Yuri Van Gelder, e la techno-opera Club Club Gewalt 5.0 Punk, un night club folle ed eclettico con le sue esplosive esibizioni musicali e un bar che non chiude mai.

È infine Jens Hillje, premiato con il Leone d’Oro alla carriera, a compendiare in varia misura tutte le declinazioni del drammaturgo oggi. Per anni condirettore artistico della Schaubühne di Berlino che ha rivoluzionato insieme a Thomas Ostermeier e Sasha Waltz, Hilljie rappresenta il drammaturgo che non è più solamente artefice della scrittura o dell’elaborazione di testi teatrali. Oggi Hillje è condirettore artistico del Gorki Theater, che ha contribuito a rendere fulcro della nuova scena berlinese, collaborando con i più importati nomi della scena internazionale ma anche cercando sinergie fra giovani artisti, autori, registi, scoprendo nuovi talenti e creando anche un nuovo pubblico.

Il tema drammaturgie sarà sotto i riflettori di un simposio con alcuni esponenti delle migliori riviste internazionali di teatro; il tema sarà, inoltre, oggetto degli incontri quotidiani con gli artisti del Festival, moderati da Claudia Cannella, critica di teatro e direttrice della rivista “Hystrio”, con la traduzione simultanea di Ilaria Matilde Vigna.

Voci impronte femminili nella città di Roma: una staffetta nel tempo in duemila anni di storia

Voci impronte femminili nella città di Roma: una staffetta nel tempo in duemila anni di storia

Teatro di Roma e Enciclopedia delle Donne insieme per l’8 marzo presso il Teatro Villa Torlonia con una staffetta enciclopedica “Voci impronte femminili nella città di Roma“, una maratona con una selezione di voci di donne che hanno lasciato un segno a Roma, lette da altrettante donne protagoniste della vita culturale della Capitale. (ingresso libero con prenotazione obbligatoria a community@teatrodiroma.net)

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Dall’enciclopedia delle donne si affacciano punti di Roma attraverso le voci di: Ilaria Alpi, Lucrezia Borgia, Palma Bucarelli, Carla Capponi, Luisa De Filippo, Cristina di Svezia, Marcella dell’Aventino, Margherita Fuller, Fulvia, Mariella Gambino, Artemisia Gentileschi, Rita Levi Montalcini, Anna Magnani, Teresa Mattei, Fillide Melandroni, Maria Montessori, Elsa Morante, Cristina Trivulzio di Belgioioso, Adelaide Ristori. Una per tutte, tante per migliaia e milioni.

Così, la giornata di giovedì 8 marzo (ore 18) al Teatro di Villa Torlonia porta in scena una staffetta nel tempo in duemila anni di storia attraverso diciotto storie di vita tratte dalle voci di enciclopediadelledonne. Sono donne vissute, nate o passate da Roma, che hanno disegnato la vita di questa città, e non solo, che ritrovano attraverso la voce di chi leggerà la loro storia, la propria stessa impronta, l’eco della propria voce. Dare voce è il lavoro della storia e della memoria, pertanto a raccoglierne il loro testimone altrettante voci e artiste del nostro tempo: Elena Arvigo, Giovanna Bozzolo, Lucia Calamaro, Caterina Cardona, Francesca Ciocchetti, Veronica Cruciani, Eleonora Danco, Maria Ida Gaeta, Rossella Lama, Manuela Mandracchia, Dacia Maraini, Simona Marchini, Anna Mattei Strinati, Michela Murgia, Maria Camilla Pallavicini, Valeria Palumbo, Letizia Paolozzi, Tosca.