Alessio Esposito. Attore vincitore del Premio Speciale della 46esima edizione dei Premi internazionali Ennio Flaiano

Intervista all’attore Alessio Esposito, vincitore del Premio Speciale Flaiano

Con un parterre di grandi nomi e i protagonisti di rilievo dalla letteratura al teatro, dal cinema al giornalismo, si è svolta domenica 7 luglio in piazza Salotto a Pescara la cerimonia di consegna del Pegaso d’oro in occasione della 46esima edizione dei Premi internazionali Ennio Flaiano. Tra le personalità presenti  e premiate, tra cui Piera Degli Esposti, Antonello Avallone, Gabriele Lavia, Jacopo Gassman, c’era un giovane talento under 35, l’attore isernino Alessio Esposito. La giuria teatro composta da Giovanni Antonucci, Gianfranco Bartalotta, Antonio Calenda, Masolino D’Amico e Marco Praticelli ha conferito ad Alessio Esposito il Premio Speciale. Le ragioni di tale scelta sono state motivate con la breve ma efficace definizione che ha accompagnato l’importante riconoscimento.“Promessa e certezza del teatro italiano”. 

Il curriculum di Alessio Esposito è ricco di esperienze di incontri; ha abbracciato i classici del teatro ed ha esplorato drammaturgie nazionali e contemporanee, attraversandole. Attore trentenne, con uno spiccato impegno nel sociale e una personalità poliedrica vissuta  e condivisa con il Gruppo della Creta, la compagnia teatrale con cui Esposito è impegnato a progettare e e a organizzare nuove attività artistiche. 

46esima edizione dei Premi internazionali Ennio Flaiano
46esima edizione dei Premi internazionali Ennio Flaiano

Qual è stata la reazione a caldo nel momento in cui ti è stata comunicata la notizia del Premio Speciale Flaiano? Qual è la riflessione a posteriori a pochi giorni dalla consegna del Pegaso d’oro ? 

Sicuramente è stata una sorpresa perché non me l’aspettavo e non sono per niente abituato a momenti e a premi così importanti. È vero, ho vinto il Fringe quest’anno, però non è un evento della stessa portata. Il Premio Flaiano è stato straordinario anche perché c’erano decine di personalità come Gabriele Lavia, Piera Degli Esposti. Mi sono trovato in mezzo a dei mostri sacri del Teatro ed è stata una bella, grande soddisfazione. Nonostante ciò, anche dopo una situazione del genere, non ho modificato le mie abitudini. Il giorno dopo ero al teatro ad aiutare i miei compagni e a fare il lavoro di manovalanza di sempre. Non è cambiato assolutamente nulla in me: sono rimasto fedele a me stesso. 

La motivazione per l’attribuzione del Premio Speciale, nella sezione teatro, recita: «Giovane trentenne, promessa anzi certezza del Teatro Nazionale». Quanto una definizione può allargare o, all’opposto, restringere i confini di una persona, di un attore? Che importanza hanno per te le parole?

Come diceva Nanni Moretti: «Le parole sono importanti». Ogni singola voce ha la sua rilevanza. I miei amici amano chiamarmi “cumpà”. Cumpari, compare. Un termine che per me è importantissimo. È innanzitutto un codice affettuoso che ricorda altri tempi. Ormai il dialetto si è un po’ perso, perciò mi riporta un po’ ad un’epoca passata. Mi dà un senso di vicinanza con i miei compagni, con Cristiano (Demurtas, ndr) che ha mantenuto i vari nomignoli, dall’inglese all’italiano, con cui ci siamo sempre chiamati. Ogni singola parola ha la sua valenza soprattutto nel mio mestiere dove sono fondamentali. Ogni nome, ogni definizione ha un peso. Ho lavorato tanto sulla tecnica, sui testi, come ogni attore dovrebbe fare. Poi ovviamente le parole possono anche essere distrutte, massacrate, ma bisogna avere sempre coscienza di cosa si tratta altrimenti non si può pretendere di fare questo lavoro.

Hai iniziato a recitare ancora prima di diplomarti nel 2015 presso l’Accademia Internazionale Di Arte Drammatica del Teatro Quirino a Roma. Qual è la tua opinione su cosa è importante all’interno di un percorso formativo?

Naturalmente lo studio e la tecnica sono fondamentali per un attore, ma credo che stare sul palco lo sia di più. In questo senso, esordire in teatro a 18 anni, nella piccola provincia da dove provengo, mi ha aiutato molto. Da quel momento in poi ho sentito la necessità di andare fuori. A Roma ho iniziato a incontrare tante persone, all’interno della scuola dell’Accademia. A confrontarmi con ognuno di loro. Fare più conoscenze possibili è importante per saper distinguere e selezionare cosa vuoi imparare e da chi. Serve anche per sviluppare la capacità di saper dire di no a quei progetti dove non c’è affinità. Più cose fai e più ti rendi conto cosa è bene fare e cosa no. 

C’è un dibattito in atto che sembra mettere in contrapposizione il teatro sociale che salva dall’emarginazione, che incontra le persone nei contesti urbani e periferici contro un teatro professionistico, concentrato a salvaguardare tradizione e competenze piuttosto che misurarsi e sporcarsi con i cambiamenti della società. Cosa ne pensi?

Ho avuto la fortuna e la possibilità di praticare il teatro sociale facendo spettacoli all’interno di case circondariali come quella di Isernia, quella di Santa Maria Capua Vetere, a Rebibbia con la sezione teatrale e non quella cinematografica. Abbiamo portato uno spettacolo in scena al Teatro Argentina con la regia di Valentina Esposito e Laura Andreini. Il teatro sociale credo abbia ancora una certa importanza. Anche noi con il nostro gruppo (Gruppo della Creta, ndr)  cerchiamo di farlo. Un paio di anni fa abbiamo realizzato uno spettacolo itinerante, Orientheatre: giro di vite, per il Festival Labirinto. Attori e spettatori si orientavano ed effettuavano un percorso per le strade del quartiere di Torpignattara. Si partiva dalla struttura chiusa, dalle quattro mura, e si usciva fuori dove gli eventi accadevano, nella vita reale, per poi ritornare alla fine all’interno del Teatro Studio Uno. 

Adesso ci sono parecchi progetti, tanti bandi che nascono con l’obiettivo di riqualificare zone e quartieri periferici in tutte le città, da Roma a Milano, a Torino. C’è il bisogno di ritornare un po’ al passato, quando c’era tanta di questa attività. Non credo che sia finito tutto, ce n’è ancora bisogno. Anche il teatro classico, di sala, è giusto che esista, non lo vedo come una cosa deleteria. Un testo che parla di società, dei costumi, portato all’interno delle quattro mura può diventare una forma di teatro sociale quando riguarda tutti noi e non è una storia  fantastica, inventata. 

Generazione XX


Quali sono stati i momenti più significativi che hai vissuto nella stagione teatrale conclusa da poco?

Ho fatto vari spettacoli sono stato fortunato perché quest’anno ho lavorato parecchio e sono molto contento. Non ho un momento in particolare, quasi tutti. La particolarità di quest’anno è che ogni lavoro fatto è stato bello, ha avuto un buon successo quindi è stato davvero un anno positivo già con Generazione XX  a novembre, qui a Roma, poi con L’attesa con cui abbiamo vinto i premi miglior regia, miglior attrice e miglior attore (Alessio Esposito, ndr) al Fringe Festival. E poi le opere liriche, I Tre Barba. Hanno avuto un successo enorme piacciono alle famiglie soprattutto ai bambini. Questa è la cosa più bella: quando al teatro in prima fila ci sono dei bambini che ascoltano con attenzione, sorridono e si divertono. Percepire lo stare bene di tutte quelle persone che mi sono trovato davanti, sentire il loro stato di benessere a teatro. 

Come attore e come uomo che vive in una società senti l’urgenza, la necessità di un maggiore impegno in un momento storico come il nostro carente di umanità e sensibilità? 

Spesso mi ritrovo a pensare, a riflettere sul perché facciamo il nostro mestiere. Questa è una domanda che ognuno di noi dovrebbe porsi. Perché faccio l’attore? Perché scrivo? Che cosa voglio, vogliamo dire?  Queste domande credo che siano collegate agli aspetti etici, politici, sociali e culturali. Tutto quello che diciamo muove dalla necessità di dirlo? Oppure perché speriamo di cambiare qualcosa, aiutare le generazioni future, noi stessi che viviamo un presente così martoriato?

La risposta a tutte queste domande potrebbe arrivare da una rivoluzione culturale: a partire da tutte le forme di arte, dalla letteratura alla pittura, non solo nel teatro. Penso utopicamente che un giorno si scenderà in piazza a milioni per farci sentire. Credo che stia rinascendo la  voglia di fare manifestazioni, alzare la voce, però non è ancora abbastanza. Siamo ancora un po’ troppo silenziosi, soprattutto noi italiani che tendiamo a chiuderci nel nostro piccolo guscio e a lamentarci troppo. Invece c’è bisogno di agire. Fare vuol dire reinventare: bisogna ritornare ad essere geniali perché non ci sono più gli intellettuali. Tutto è finito, morto, a partire da una cosa semplicissima che è quella che dovrebbe nascere dal cuore, dalla pancia, ovvero l’umanità. La cosa peggiore di tutte è che non siamo più umani, non ci guardiamo più negli occhi. Con l’avvento dei social media, di internet, la nostra modalità di azione è diventata quella di scrivere una frase più o meno banale nella nostra bacheca. In questo modo crediamo che si possa risolto tutto, invece non funziona così. 

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Generazione XX: Apoteosi Pop. Intervista ad Anton Giulio Calenda, tutti i colori di un teatro che brulica di vita

Torna in scena a Roma, il 29 Maggio al Teatro Vittoria, per la rassegna “Salviamo i talenti”, Generazione XX, uno spettacolo volutamente “sgrammaticato e colorato”, come lo definisce Anton Giulio Calenda, l’autore del testo. I vari personaggi, molti dei quali hanno i nomi dei colori, sono interpretati dagli attori del Gruppo della Creta. Alessandro Di Murro ha firmato la regia di quello che è uno spettacolo ricco di contenuti e suggestioni, tanto da non sembrare un’opera prima. Ogni cosa si muove alla perfezione, con i tempi giusti, con un ritmo e una narrazione incalzante ed è evidente l’amalgama tra le attrici e gli attori del cast.

La compagnia è formata da giovani attori che si sono formati presso la Nuova Accademia Internazionale di Arte Drammatica del Teatro Quirinetta di Roma. Amano definire il loro Teatro indipendente e collaborativo. Visione e concretezza in parti uguali: la scelta che rivendicano con dignità Jacopo Cinque, Cristiano Demurtas, Alessandro Di Murro, Alessio Esposito, Pamela Massi, Giulia Modica, Laura Pannia, Lida Ricci e Bruna Sdao vuole posizionarsi fuori dagli schemi del teatro ufficiale. Ed è sicuramente un bene ritrovare un sussulto di emancipazione e di libertà ancora oggi, in tempi di omologazione e di crisi d’identità. Il Festival Labirinto è la creatura e la punta dell’iceberg del Gruppo della Creta, un luogo concepito nel 2016 dove albergano cultura e creatività, la caratteristica più manifesta di cooperativa di artisti, materia umana malleabile come la creta appunto.

Un vortice di storie quello di Generazione XX dove gravitano due strane coppie Linda e Giacomo, da una parte, la vecchia paralitica e il figlio obeso dall’altra. Interagiscono più o meno direttamente con due presenze ingombranti quella della politica rappresentata dagli onorevoli Romo e Meringuer e quella della televisione con Bianco “tutti i diritti riservati”. Unico canale e show televisivo, il Talent of Nation. Bianco come uno spettro costante, rumore bianco o white noise. Nero come una voce narrante che cerca di definire e misurare i segmenti di non-vita. Un grande vuoto, pesante come una zavorra, un non-luogo che è la nostra società con il suo delirio bulimico di hashtag, slogan di pubblicità, lavori part-time, ragion di stato, discoteche e cocktails, soldi e altro ancora. Una non dimensione dove i concetti di tempo e vita scorrono veloci, dove la moralità e l’immoralità si esplicitano con i paradossi. C’è sempre qualcuno che rischia di morire e qualcuno che muore sacrificandosi, ma quello che sembra un margine di libertà appare come una tecnica di persuasione occulta e ingannevole. Il resto lo spiega Anton Giulio Calenda che abbiamo raggiunto e intervistato.

Quali sono state le circostanze in cui si sono manifestate e sviluppate l’inclinazione alla scrittura e la dimensione di autore teatrale?

La mia è una famiglia di artisti, più precisamente di teatro. Mio padre è un regista, mia madre è un’attrice. Quando ero piccolo, vivevo con mia nonna perché i miei genitori lavoravano in giro per l’Italia, quando poi ritornavano mi portavano con loro. Diciamo che questa dimensione artistica è sempre stata presente nella mia vita. La cosa strana è che, a differenza di molti altri, non ho esordito fin da giovanissimo. Ho avuto un’educazione borghese, nel senso più bello, tranquilla. C’è stata una sorta di dicotomia, da una parte l’educazione e dall’altra il teatro che mi facevano vedere e conoscere i miei. Diventato grande, sono venuto a Roma da Riccione, dove sono nato, e da quel momento in poi ho iniziato a fare l’attore, prima negli spettacoli con mio padre.

Parallelamente portavo avanti gli studi, mi sono laureato in Scienze Politiche, e ho unito ciò che sentivo nelle lezioni universitarie con la scrittura per il teatro che è sorta, è sgorgata da sé . Avevo cominciato a comporre delle poesie, piccole cose. Volevo scrivere un romanzo, ma era troppo grande come impresa. Il tutto è confluito nel teatro. Diciamo che questi due binari alla fine si sono uniti e Generazione XX per me rappresenta questa unità: collegare il teatro con delle cose che non sono prettamente teatrali,che provengono dall’esterno. Esperienze vissute attraverso un mio percorso che è un po’ meno di quello canonico e di formazione teatrale tradizionale. Pur essendo figlio di artisti, non ho frequentato scuole o accademie. Ho voluto portare all’ennesima potenza l’essere un po’ “sgrammaticato”. Ciò credo raggiunga la sua apoteosi in questo spettacolo pop, un po’ irregolare, molto colorato e che va a picchiare sui temi a me più cari.

E le esperienze più significative?

Le esperienze più significative che mi fanno arrivare fino a Generazione XX sono state sicuramente l’ambiente della mia famiglia, i miei studi e anche il mio essere sempre tanto interno e molto esterno al Teatro. Ovviamente si tende ad odiare le assenze dei propri genitori e ad amare la vicinanza, le loro presenze. Da questa sorta di scissione è nata una cosa che è molto teatrale e al tempo stesso è anche l’antitesi stessa del Teatro. Paradossalmente è la prima cosa con cui sono riuscito ad esordire, ma è venuto fuori come un riassunto di quelle che sono state tutte queste tappe.

Quello che emerge da Generazione XX è un disagio generazionale, una proiezione verso il futuro compromessa dal peso ingombrante del passato, ma non si tratta forse di vivere in una sorta di eterno presente?

Sì è un ritratto esatto quello che stai evidenziando. Sento che in Italia soprattutto la crisi generazionale sia diventata più acuta oggi. Ho avuto modo di conoscere e visitare altri paesi che noi ignoriamo, come le Filippine, l’Indonesia, posti che noi ancora reputiamo “Terzo Mondo”. In realtà lì i giovani sono ottimisti, il tasso di disoccupazione è basso, sanno fare tante cose e sono imprenditori, anche nel piccolo. Ho voluto parlare degli anni ’70 perché secondo me se non si elaborano certe ferite, che sono diventate zavorre, il sistema politico e il dibattito in seno alla popolazione civile rimangono stagnanti, così come la cultura e l’arte.

Di conseguenza, se non ci riappacifichiamo, il futuro diventerà ancora più difficile. Vero è che l’Italia nasce da ferite, siamo stati gli ultimi in Europa a raggiungere l’unità, l’indipendenza ancora oggi è messa in dubbio, ci sono tante fratture tra Nord e Sud, tra Chiesa e Stato laico, abbiamo avuto un Partito Comunista e un Partito della Chiesa entrambi fortissimi, siamo uno dei paesi più peculiari in Europa però se questi argomenti continuano a rimanere slogan televisivi, se non c’è una discussione, un approfondimento è difficile guardare al futuro, è difficile crearsi un’identità. La crisi giovanile è infatti una crisi d’identità.

Il futuro rielaborato in termini di sviluppo tecnologico ha sacrificato l’estensione dell’umanità della cultura dell’arte?

In teatro c’è una specie di sfasatura da quando si scrive a quando si va in scena. Ho cominciato a scrivere Generazione XX circa tre anni fa, quando ero più piccolo. Avevo 23- 24 anni adesso vado per i 27. Un po’ la mia visione è cambiata, al tempo ero molto più nichilista, Adesso sono riuscito ad adeguare e ad avvicinare il concetto della tecnologia a un mio benessere più che a un malessere ideologico. Certamente siamo di fronte a degli scenari che da una parte sono inquietanti, ma dall’altra sono curiosissimi e vanno molto più avanti di quanto può fare il mio testo teatrale. Quando scrivevo non pensavo che le elezioni si sarebbero giocare, di lì a breve, solamente su Facebook. In questi giorni, in Cina hanno presentato il primo telegiornale con un anchorman robot, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e lì sono più avanti di noi. Al tempo ero molto pessimista e questo si vede tanto in Generazione XX.

Oggi serve una forte identità personale, come anche della società e della politica. Per governare certe cose e far sì che vadano a favore di tutti. Ogni grande innovazione ha causato benefici e problemi, a volte tragedie. La gente si lamentava dei treni, delle macchine e in entrambi i casi ci sono stati dei vantaggi per tutti. Pensiamo anche a quanto possa far discutere il nucleare. Che l’umanità sia un po’ schiacciata è vero. Le prime cose che noi conosciamo possono sembrare negative, in realtà ci sono anche molti aspetti positive, tutto sta a come vengono gestite. Quello che si vede nel nostro spettacolo è l’uso negativo, gli slogan, il rumore bianco che si sostituiscono al dibattito politico, al guardarsi negli occhi, al parlare.

É un tema di grande attualità quello sull’identità: individuale e personale da una parte, di gruppo e collettiva dall’altra. Quali sono le tue riflessioni a riguardo?

In Generazione XX è assolutamente presente questo, le due cose credo siano come un cerchio che si autoalimenta al suo interno. Noi formiamo la nostra identità in un gruppo e il gruppo è fatto di singole identità.. Oggi viviamo un momento dove, secondo me, si parla di identità in una maniera assolutamente sbagliata perché la si intende come una barriera, come un confine. Io trovo che l’uso che si fa dell’identità è paralitico, vuole rispolverare il vecchio sotto la maschera finta del nuovo. L’identità è fondamentale ma non dobbiamo aver paura di modificarla in qualsiasi momento, non deve essere intesa come un limite.

Anche perché in Italia spesso ci vantiamo di essere il paese più bello del mondo ed in effetti è vero perché abbiamo una penisola bellissima. Sarebbe giusto però assumersi, come dicono i politici di Generazione XX, non solo gli onori ma anche gli oneri. Quello che arriva al di là del mare non deve alimentare una paura. Credo che potremmo essere ancora molto più forti, più avanti, più vivi e anche più ottimisti se riuscissimo a capire che superare le nostre fobie significa cogliere un’opportunità. L’identità non viene Lesa, semmai accresciuta.

Quel cerchio di cui parlavo può trovarsi all’interno di noi stessi, all’interno della nostra società, di un continente. I problemi a cui noi facciamo riferimento non possono essere considerati come vediamo le cose in TV, come spettacoli, diventerebbero piccoli e parziali. Se la gente si sposta è perché innanzitutto sono esseri umani e in tutti i secoli è avvenuto così,ma succede anche perché noi abbiamo inquinato la Terra da molto prima di altri paesi e facciamo parte di alleanze – giustissime, non voglio fare quello che dice “No USA”- che hanno portato guerre, distrutto patrimoni giganteschi. Per il nostro benessere, abbiamo spesso sfruttato certi territori, certi paesi, la conseguenza di ciò è che oggi ci sono dei flussi migratori che sono diventati un fenomeno dalle vaste proporzioni.

Ovviamente, in un paese dove tutto funziona, questi esodi non spaventerebbero così tanto. Il nostro Paese, purtroppo, è molto complicato e la gente vede difficoltà dappertutto. Bisognerebbe con grande fatica, con grande calma, far capire alle persone che questo circolo può diventare da vizioso a virtuoso. Stare bene noi è fare stare bene gli altri. Ci sono degli esempi, Riace è un caso d’identità totale, accresciuta e non lesa, ma anche un esempio di buona politica. Uno sguardo al futuro, fatto sul campo, sul territorio, che fa star bene tutti e che non è fatto come uno slogan.

Quali sono state e sono le sinergie, lo scambio di esperienze e di contatti umani con la compagnia Gruppo della Creta e con il regista Alessandro Di Murro?

Ho conosciuto il Gruppo della Creta attraverso due esperienze. La prima è stata una sorta di antipasto, ci siamo trovati nel 2015 io e Alessandro Di Murro a lavorare nello stesso spettacolo. Era La Passione, con la regia di mio padre, già messo in scena varie volte. In quella occasione l’aveva ripreso, io facevo la parte di San Giovanni e lui San Pietro. Successivamente ci siamo un po’ persi di vista, io mi dovevo laureare e avevo scritto un testo di 200 pagine. La Compagnia mi invitava a vedere i loro spettacoli come nel caso di “Cassandra” o come con il Festival Labirinto grazie al quale sono diventati un po’ più conosciuti, soprattutto a Roma. Piano piano il nostro dialogo si è intensificato.

A un certo punto, ho proposto ad Alessandro di leggere il mio testo e lui, dopo una settimana, mi ha chiesto di incontrarci poiché aveva riscontrato un grosso potenziale. Mi aveva invitato però a tagliare alcune parti. Ho risposto di sì anche perché sono un tipo che è disponibile alla collaborazione e ai suggerimenti del regista.Ci siamo messi a lavorare facendolo diventare un testo più snello e teatrale, parliamo di un anno fa più o meno. Successivamente il gruppo della Creta si è riunito ed io ho saputo successivamente che al gruppo era piaciuto molto il copione di Generazione XX ed erano disposti a lavorare.

È stato molto gratificante, abbiamo cominciato a fare dapprima un laboratorio, successivamente sono iniziate le prove dello spettacolo. C’è stato anche il grande aiuto di Domenico Franchi che è un maestro riconosciuto, ma per noi è stato veramente un angelo. Lui ha costruito questa scenografia importantissima che risolve tutte le varie dinamiche del testo e, infine, abbiamo beneficiato dell’apporto di due attori esterni Giulia Fiume e Federico Le Pera che ha fatto le prime edizioni di Generazione XX e che è stato successivamente sostituito da Federico Galante. Sono stati molto bene con noi, si sono inseriti alla grande, abbiamo fatto una anteprima allo Spazio, la prima nazionale è stata al Festival di Todi , adesso siamo a Roma. É stato come una palla di neve che piano piano è diventata sempre più grande e speriamo cresca ancora di più. Uno spettacolo così, per la sua vastità, merita di stare fisso in un luogo. Questa è una cosa che accomuna non solo noi, ma anche tante altre compagnie, trovare cioè i luoghi adatti ad essere teatro.

Come proseguiranno a breve termine le tue attività di storytelling e il legame con il Teatro?

Per quanto riguarda l’attività teatrale, io sono un po’ atipico, nel senso che voglio fare tante cose, talmente tante che un giorno dovrebbe essere di 72 ore. Abbiamo in progetto con Alessandro un altro testo che è l’opposto di quello che è attualmente in scena, vogliamo concentrarci su una cosa più piccola, ovviamente folle anche questa, altrimenti noi ci potremmo annoiare, scritta sempre da me con Alessandro alla regia.Non sappiamo ancora quanti e se ci saranno degli attori, perché non prevede personaggi. Vogliamo fare qualcosa molto vicino a una performance, una mise en espace. Se tutto va bene dovrebbe vedere la luce tra febbraio e marzo, siamo proiettati verso quel periodo.

Ho scritto anche altri testi che prima di iniziare a Generazione XX pensavo fossero più facilmente spendibili. Poi, però, diciamo che il tempo e i fatti mi hanno smentito. Quello che è venuto alla luce prima è stato talmente grande che ha assorbito tutte le mie, le nostre energie. Per fare un mese di prove bisognava essere pronti un mese prima. Nel frattempo spero di conoscere tante più cose possibili, lavoro nei musei, per Zètema Progetto Cultura (ente strumentale di Roma Capitale NdR) al Foro di Cesare. Mi piacerebbe fare tanto altro a teatro, non mi vedo soltanto come autore. Non mi vedo ancora come regista forse perchè ho ancora l’ombra di papà che è ingombrante, mi piacerebbe portare avanti l’attività di attore.

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GENERAZIONE XX, al Teatro Sala Uno di Roma dall’8 novembre

Al Teatro Sala Uno di Roma giovedì 8 novembre alle ore 21 il debutto romano di GENERAZIONE XX, di Anton Giulio Calenda. Con un cast di giovanissimi composto da Stefano Bramini, Jacopo Cinque, Alessio Esposito, Giulia Fiume, Federico Galante, Laura Pannia, Lida Ricci e Bruna Sdao, regia di Alessandro Di Murro.

Lo spettacolo è una ricerca sulla comprensione delle dinamiche post-moderne di produzione di immagini e stereotipi comportamentali che plasmano l’esistenza delle nuove generazioni. GENERAZIONE XX è il risultato della riflessione fatta da una giovane compagnia teatrale che intende indagare e comprendere la propria identità storica e il proprio essere nel mondo contemporaneo. Il tutto con uno sguardo stupito e attento sulla società, dal privilegiato punto di vista della gioventù.

GENERAZIONE XX è la storia d’amore di Linda e Giacomo, “due giovani fidanzati gravati dal peso della vita”. Le crudeltà che a questi due personaggi verranno inflitte e che loro stessi si troveranno obbligati a infliggersi reciprocamente non costituiscono altro che una lente di ingrandimento volta ad analizzare il paesaggio distopico ove la trama si svolge: la “Nazione”. “Con la N maiuscola”: ci terrà a precisare Nero con cinico e beffardo scrupolo (perché commettere errori in questo carosello surreale e ipertecnologizzato non è consentito, benché la sorte di ognuno sia già scritta in maniera grottescamente prevedibile al pari dei canovacci televisivi su cui da anni si assiste incessantemente al sorgere di personaggi privi di qualsiasi sfumatura di talento). La Nazione, territorio immaginario dove l’azione si svolge, è un evidente non-luogo, eppure un altrettanto chiaro rimando alla storia politica e sociale dell’Italia degli anni settanta, quando la classe politica, in nome della salvaguardia della Democrazia, si trovò a risolvere urgenti dilemmi morali attraverso decisioni di cui ancora oggi sentiamo l’effetto ma che già allora rischiavano di risultare un mezzo così pesante da giustificare a stento il fine.

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GENERAZIONE XX

Teatro Sala Uno l’8, 9, 10, 11, 16, 17 novembre alle ore 21.00 e il 18 novembre alle ore 18.00.
Scritto da: Anton Giulio Calend
Regia: Alessandro Di Murro
Con: Stefano Bramini, Jacopo Cinque, Alessio Esposito, Giulia Fiume, Federico Galante, Laura Pannia, Lida Ricci e Bruna Sdao
Musiche: Enea Chisci 
Scene: Domenico Franchi 
Costumi: Laura Giannisi
Luci: Marco Macrini
Direttore di produzione: Pino Le Pera
Una produzione: Gruppo della Creta | Fattore K | Golden Show srl – Impresa sociale, in collaborazione con Todi Festival 
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Al Todi Festival il debutto di “Generazione XX” prodotto dal Gruppo della Creta

Al Todi Festival lunedì 27 agosto alle 21 (Teatro Comunale) il debutto nazionale di GENERAZIONE XX, di Anton Giulio Calenda. Con Stefano Bramini, Jacopo Cinque, Alessio Esposito, Giulia Fiume, Federico Le Pera, Laura Pannia, Lida Ricci e Bruna Sdao, regia di Alessandro Di Murro. Musiche di Enea Chisci.Una produzione Gruppo della Creta | Todi Festival | Fattore K | Golden Show Trieste.

Lo spettacolo è una ricerca sulla comprensione delle dinamiche post-moderne di produzione di immagini e stereotipi comportamentali che plasmano l’esistenza delle nuove generazioni. GENERAZIONE XX è il risultato della riflessione fatta da una giovane compagnia teatrale che intende indagare e comprendere la propria identità storica e il proprio essere nel mondo contemporaneo. Il tutto con uno sguardo stupito e attento sulla società, dal privilegiato punto di vista della gioventù.

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GENERAZIONE XX è la storia d’amore di Linda e Giacomo, “due giovani fidanzati gravati dal peso della vita”. Le crudeltà che a questi due personaggi verranno inflitte e che loro stessi si troveranno obbligati a infliggersi reciprocamente non costituiscono altro che una lente di ingrandimento volta ad analizzare il paesaggio distopico ove la trama si svolge: la “Nazione”. “Con la N maiuscola”: ci terrà a precisare Nero con cinico e beffardo scrupolo (perché commettere errori in questo carosello surreale e ipertecnologizzato non è consentito, benché la sorte di ognuno sia già scritta in maniera grottescamente prevedibile al pari dei canovacci televisivi su cui da anni si assiste incessantemente al sorgere di personaggi privi di qualsiasi sfumatura di talento). La Nazione, territorio immaginario dove l’azione si svolge, è un evidente non-luogo, eppure un altrettanto chiaro rimando alla storia politica e sociale dell’Italia degli anni settanta, quando la classe politica, in nome della salvaguardia della Democrazia, si trovò a risolvere urgenti dilemmi morali attraverso decisioni di cui ancora oggi sentiamo l’effetto ma che già allora rischiavano di risultare un mezzo così pesante da giustificare a stento il fine.

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#Anticipazione: ‘o Princepino in scena il 25 Agosto al Barbuti Salerno Festival

Di nuovo in scena, dopo il debutto romano, lo spettacolo prodotto dal Gruppo della Creta ‘o Princepino di Aniello Nigro con la regia di Cristiano Demurtas. Lo spettacolo è rientrato nella XXXII edizione del Barbuti Salerno Festival ed andrà in scena il 25 Agosto 2017 alle ore 21.15, presso Largo Santa Maria dei Barbuti – Salerno (Info Evento).

“Esitò ancora un poco, poi si alzò. Fece un passo. Io non riuscivo a muovermi. Ci fu solo un lampo giallo intorno alla sua caviglia. Lui rimase un istante immobile. Non gridò. Cadde dolcemente, come cade un albero. Non fece nemmeno rumore, per via della sabbia”.

Saint-Exupery fa terminare così l’incredibile racconto del “Piccolo Principe”. In molti pensano che il Piccolo Principe muoia alla fine del romanzo; altri pensano che abbia semplicemente lasciato il suo corpo terreno per tornare sulla propria stella. In pochi pensano invece che abbia continuato il suo viaggio, finendo vecchio e stanco in un ospizio sul pianeta della dimenticanza. Inizia così il viaggio a ritroso di questo vecchio principe. I pochi elementi rimasti della sua esistenza faranno scaturire in lui una serie di pensieri, che lo porteranno a ricordarsi di essere stato bambino.

Prima che venisse pensato come testo, ‘o Princepino è stato concepito come uno spartito musicale. Una composizione teatrale che considera ogni parola, ogni sillaba, come una nota da vibrare. Il lavoro del drammaturgo, durante la stesura finale del copione, è stato concertato insieme agli altri componenti del progetto, regista, attori e musicisti, come se questi fossero, insieme all’autore, elementi di un’orchestra. Il lavoro è stato svolto sui significanti, prima ancora che sui significati, cercando di lasciare la ricerca di questi ultimi direttamente al pubblico dell’esibizione. L’opera è resa come una scena universale, davanti alla quale ognuno può riconoscersi con la propria esperienza, scavando e ricercando il senso a diversi livelli di profondità, facendosi guidare dalle proprie sensazioni.

In questo senso, lo spettacolo è didattico, perché mette lo spettatore davanti ad uno specchio esistenziale, che riflette sì l’esperienza dell’osservatore, ma nello stesso tempo scuote dal punto di vista sensoriale la coscienza di chi guarda, accompagnando lo spettatore verso una disposizione di ascolto vicina all’auto-analisi. Non c’è soluzione, non ci sono risposte, nel contempo, però, ci sono molte domande, che chi assiste alla messinscena può portare in dote ai suoi più intimi ragionamenti. Questi interrogativi chiederanno a Ninno, il nostro protagonista, di trovare risposta.

È forse una delle cose più difficili quella di saper leggere la libreria del nostro essere, nonostante si possa dire che i punti in comune tra le varie esistenze possano sembrare molti. La difficoltà insita in questo compito è data forse da una implicita tendenza alla solitudine, dal fatto che il nostro è il mondo della dimenticanza, della fugacità, delle monadi in cui siamo isolati. È da questo pensiero che nasce la necessità di cercare costantemente la semplicità e l’essenzialità dell’essere bambino, per trovare quei punti che ci aiutano nella comprensione di noi stessi, nella ricerca verso la condivisione.

NOTE DI REGIA

“Un vecchio che muore è una libreria che brucia”, recita un vecchio detto africano. Saper leggere i libri che compongono la nostra“biblioteca personale” è la chiave di volta per poter raggiungere la condizione di essere umano pensante. Siamo tutti degli esseri da esplorare, il nostro corpo e ciò che vi è contenuto sono costantemente in trasformazione: chi siamo stati e cosa saremo sono componenti che accompagnano costantemente la nostra persona. Immersi però nelle convenzioni, nel sistema politico-sociale, riusciamo a distinguere noi stessi? Riusciamo a distinguerci dalla massa?

(Cristiano Demurtas)

RASSEGNA STAMPA

CulturaMente

Periodico Italiano Magazine

BARBUTI SALERNO FESTIVAL

VENERDÌ 25 AGOSTO || ORE 21.15  

Gruppo della Creta

o’ Princepino 

drammaturgia Aniello Nigro

regia Cristiano Demurtas

con Alessio Esposito, Amedeo Monda

musiche Enea Chisci, costumi Giulia Barcaroli, scene Bruna Sdao, aiuto regia Gabriele Merlini, tecnico audio e luci Pietro Frascaro, organizzazione Sara Papini,  progetto fotografico Selena Franceschi, comunicazione e distribuzione Theatron 2.0 , si ringraziano Cesare D’Arco, Andrea Migliaccio, Stefania Minciullo, Marco Quaglia, MaTeMù, Accademia Popolare dell’Antimafia

 

 

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FESTIVAL LABIRINTO, progetto del Gruppo della Creta

Pubblichiamo la raccolta completa delle diverse uscite dello storytelling dedicato alla seconda edizione del Festival Labirinto che si è svolto presso il Teatro Studio Uno di Torpignattara (Roma) dal 15 al 28 maggio 2017. La kermesse, nata nel 2016 per volontà degli attori del Gruppo della Creta, è concepita come un’intersezione culturale dove poter incontrare artisti provenienti dalle discipline e dai contesti più vari.

#FocusOn: Il Festival Labirinto secondo il Gruppo della Creta

Abbiamo concepito Labirinto nel 2016 , spinti dal desiderio di trovare un luogo dove cultura e creatività possano esistere senza giudizio. Per questo, il Festival è un’intersezione culturale dove poter incontrare artisti provenienti dalle discipline e dai contesti più vari, un porto franco dove esibire e condividere le proprie creazioni. Questa idea si concretizza nell’immagine di un..(CONTINUA A LEGGERE)

#AnticipAzione: Programma e percorsi del Festival Labirinto

Dopo l’importante successo della prima edizione del festival Labirinto, il Gruppo della Creta ha deciso di imbarcarsi nell’organizzazione della seconda edizione. Le novità saranno tantissime. Come nella prima edizione lo spettatore potrà orientarsi tra diverse forme artistiche: dal teatro alla video arte. Le novità di quest’anno saranno la drammaturgia, la musica, i workshop ed una performance che..(CONTINUA A LEGGERE)

#FocusOn: Festival Labirinto e il Gruppo della Creta

Intervista ad Alessandro Di Murro del Gruppo della Creta per scoprire il concept del progetto..(CONTINUA A LEGGERE)

#TheatronConsiglia: Festival Labirinto, workshop di Drammaturgia e di Recitazione

l Festival, come un labirinto, presenta diversi ingressi e strade di esplorazione. Tra queste spiccano i workshop, che consentono di scegliere tra due sentieri diversi, accompagnati da due guide: il percorso di drammaturgia con Giampiero Rappa e quello di recitazione con Max Mazzotta. Grazie al pretesto offerto dal tema di Labirinto II, “Noi giovani del futuro”, servendosi della loro..(CONTINUA A LEGGERE)

#FocusOn: Orientheatre, teatro urbano a Torpignattara

In programmazione all’interno del Festival Labirinto II presso il Teatro Studio Uno il 21 e 28 maggio 2017 abbiamo partecipato alla prima assoluta di Orientheatre: giro di vite, ispirato al romanzo “Il giro di vite” di Henry James. Prendendo spunto dalla disciplina dell’orienteering, o orientamento, che consiste nell’effettuare un percorso caratterizzato da punti di controllo chiamati “lanterne” e con l’aiuto esclusivo di una cartina topografica, gli attori del..(CONTINUA A LEGGERE)

#AnticipAzione: ‘o Princepino al Teatro Studio Uno dal 25 al 27 maggio

Prima che venisse pensato come testo, ‘o Princepino è stato concepito come uno spartito musicale. Una composizione teatrale che considera ogni parola, ogni sillaba, come una nota da vibrare. Il lavoro del drammaturgo, durante la stesura finale del copione, è stato concertato insieme agli altri componenti del progetto, regista, attori e musicisti, come se questi fossero, insieme all’autore, elementi di..(CONTINUA A LEGGERE)

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#FocusOn: Orientheatre, teatro urbano a Torpignattara

In programmazione all’interno del Festival Labirinto II presso il Teatro Studio Uno il 21 e 28 maggio 2017 abbiamo partecipato alla prima assoluta di Orientheatre: giro di vite, ispirato al romanzo “Il giro di vite” di Henry James. Prendendo spunto dalla disciplina dell’orienteering, o orientamento, che consiste nell’effettuare un percorso caratterizzato da punti di controllo chiamati “lanterne” e con l’aiuto esclusivo di una cartina topografica, gli attori del Gruppo della Creta hanno ideato l’evento urbano Orientheatre. Sostituendo le “lanterne” con attori, gli spettatori sono invitati ad orientarsi nel quartiere di Torpignattara, come dentro ad una drammaturgia spaziale. Seguendo le più moderne correnti di “riappropriazione territoriale”, che consistono nella valorizzazione delle zone depresse urbane ed extraurbane, messe in moto in più parti del mondo dai più svariati gruppi di ricerca teatrale e artistica, il Gruppo propone una possibilità esperienziale di spettacolarizzazione dell’impianto urbanistico, che diventa scenografia e set delle narrazioni degli attori disseminati nella zona.

Con queste premesse artistiche ha inizio il viaggio attraverso Torpignattara, periferia a sud-est di Roma; in una stanza oscura del Teatro Studio Uno una donna dal sembiante diabolico accoglie i viaggiatori impartendo loro le direttive della missione all’interno del labirinto urbano e fornendo alcuni oggetti che dovranno essere restituiti ai rispettivi proprietari – attori da raggiungere durante l’esplorazione della città. Una volta fornite le necessarie indicazioni per recarsi al primo punto di incontro, può cominciare l’iter attraverso le strade di una città oscura, avvolta nel caos calmo di un mistero che vive fra la realtà quotidiana e l’illusione drammatica.

Un percorso itinerante, ideato dall’estro registico di Alessandro Di Murro, che ci conduce attraverso le vie affollate di Torpignattara per conoscere i luoghi, le storie e le persone che compongono l’eterogenea realtà periferica di Roma. Così camminando accanto ai palazzi decadenti che fiancheggiano la strada, per quei marciapiedi multietnici dove si respirano altri profumi e si ascoltano nuove lingue, si può vivere una strana ed eccezionale sensazione di disorientamento. Attraversando gli archi dell’acquedotto Alessandrino si giunge al parco, luogo nevralgico di aggregazione sociale della zona in cui famiglie con bambini in festa colorano il verde inaridito e oppresso dall’incuria e del degrado depositatisi in cumuli di immondizia e di barbarie. Qui viene a costituirsi la scenografia naturale dell’incontro con il primo attore della performance di Orientheatre. Alla vista di uno degli oggetti della nostra refurtiva teatrale balenano in lui i ricordi di una giovinezza perduta, storie di amicizie ormai compromesse dall’avvento di nuove persone e nuovi interessi, di una nostalgia insostenibile a cui è condannata la memoria, la paura estrema di chi è costretto ad avventurarsi in solitaria per la propria strada.

Con la morte nel cuore salutiamo e continuiamo il tragitto arrivando davanti al Mausoleo di Sant’Elena, monumento funerario in cui furono deposte in un sarcofago le spoglie di Sant’Elena madre dell’imperatore Costantino. Un nuovo incontro segna la seconda tappa di questa avventura: una giovane ragazza dalle dolci ed esili forme ci invita a restituirgli ciò che le appartiene – alla vista dell’oggetto riemerge un passato lontano eppure così vivido nei suoi occhi color ebano in cui vivono i ricordi rimasti offesi dall’oblio del tempo come quelle anfore o pignatte – da qui il nome Torpignattara – inserite per alleggerire il peso della cupola del Mausoleo, oggi ben visibili a causa del crollo della volta.

Non c’è tempo per fermarsi a pensare e senza far domande saliamo su una macchina lì vicino parcheggiata, subito in moto sulla Casilina in direzione ostinata e contraria: il conducente, fermandosi in una via stretta ci ordina di entrare al civico 17. Ad aspettarci una giovane fanciulla dai capelli d’ambra che ci fa accomodare sulla terrazza di casa; incanta gli ospiti con un monologo di grande tensione drammatica, incarna la parabola esistenziale di chi non ha smesso di sognare, di chi ha avuto il coraggio di riprovare, a vivere, a sbagliare, ad amare, a ricercare il bene nonostante tutto il male del mondo. Accende il giradischi e la musica di Jimmy Fontana fa vibrare l’aria, la ragazza in un attimo scompare – al posto suo ne appare un’altra che ci conduce fuori dall’uscio di casa nella meraviglia di una scena surreale.

Non si ha nemmeno il tempo di realizzare ciò che accade che con un telefono in mano siamo pronti a seguire altre indicazioni per giungere al nostro prossimo obiettivo. Dopo un lungo peregrinaggio per le strade di Torpignattara, arriviamo a destinazione. Sotto i portici di un palazzo con una chitarra in mano un musicista di strada intona una lirica d’amore, struggente nella sua passione crepuscolare; mentre ci lasciamo ammaliare dalle note arriva d’improvviso una ragazza invasata dalla paura di essere sfrattata dal garage in cui abita. Ci racconta la sua vita travagliata, le promesse e le speranze affidate alle parole vacue di un promesso sposo ormai scappato altrove. Nella disperazione ci rivela la maestosa pittura murale di Nicola Verlato dedicata a Pier Paolo Pasolini al lato di un palazzo della borgata; consegnandoci una chiave, si congeda con l’invito a riportare i nostri umili resti in teatro dove il viaggio era iniziato, lì dove un altro viaggio presto ricomincerà.

 

 

ORIENTHEATRE

giro di vite

TEATRO STUDIO UNO

21 e 28 Maggio 2017

drammaturgia: Tommaso Cardelli, Alessandro Di Murro

regia: Alessandro Di Murro

aiuto regia: Francesco Ippolito

con

Jacopo Cinque, Giulia Modica, Laura Pannia, Lida Ricci e Bruna Sdao

DURATA PERFORMANCE: 50 minuti.

Il primo turno ha inizio alle ore 17.00, l’ultimo alle ore 20.00 ed è prevista una partenza ogni 20 minuti. La prenotazione è obbligatoria.

Teatro Studio Uno

Via Carlo della Rocca, 6 00177 Roma

tel  +39 349/4356219 – +39 329/8027943 – email info.teatrostudiouno@gmail.com

Orari evento: primo turno ore 17.00 – ultimo turno ore 20.00 (partenza ogni 20 minuti)

Prezzo biglietti: intero €10,00 (prenotazione obbligatoria)

 

[Orientheatre non è solo un ibridazione ben ingegnata fra uno spettacolo teatrale e una performance urbana ma soprattutto un tentativo di conoscenza dello spazio che ci circonda attraverso la connessione della propria persona con il circostante: è una possibilità unica per smarrirsi nelle strade di Roma in un artificio drammatico realizzato ad hoc come se fosse un tentativo necessario per perdersi e ritrovare sé stessi attraverso la scoperta della bellezza di nuovi spazi sconosciuti ai nostri occhi, di altri colori, di altri volti che questa Roma meticcia ha da offrirci. ]

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#AnticipAzione: ‘o Princepino al Teatro Studio Uno dal 25 al 27 maggio

Debutta il 25 maggio al Teatro Studio Uno (Roma) , nell’ambito del festival delle arti Labirinto II, ‘o Princepino di Aniello Nigro, regia di Cristiano Demurtas.

“Esitò ancora un poco, poi si alzò. Fece un passo. Io non riuscivo a muovermi. Ci fu solo un lampo giallo intorno alla sua caviglia. Lui rimase un istante immobile. Non gridò. Cadde dolcemente, come cade un albero. Non fece nemmeno rumore, per via della sabbia”.

Saint-Exupery fa terminare così l’incredibile racconto del “Piccolo Principe”. In molti pensano che il Piccolo Principe muoia alla fine del romanzo; altri pensano che abbia semplicemente lasciato il suo corpo terreno per tornare sulla propria stella. In pochi pensano invece che abbia continuato il suo viaggio, finendo vecchio e stanco in un ospizio sul pianeta della dimenticanza. Inizia così il viaggio a ritroso di questo vecchio principe. I pochi elementi rimasti della sua esistenza faranno scaturire in lui una serie di pensieri, che lo porteranno a ricordarsi di essere stato bambino.

Prima che venisse pensato come testo, ‘o Princepino è stato concepito come uno spartito musicale. Una composizione teatrale che considera ogni parola, ogni sillaba, come una nota da vibrare. Il lavoro del drammaturgo, durante la stesura finale del copione, è stato concertato insieme agli altri componenti del progetto, regista, attori e musicisti, come se questi fossero, insieme all’autore, elementi di un’orchestra. Il lavoro è stato svolto sui significanti, prima ancora che sui significati, cercando di lasciare la ricerca di questi ultimi direttamente al pubblico dell’esibizione. L’opera è resa come una scena universale, davanti alla quale ognuno può riconoscersi con la propria esperienza, scavando e ricercando il senso a diversi livelli di profondità, facendosi guidare dalle proprie sensazioni.

In questo senso, lo spettacolo è didattico, perché mette lo spettatore davanti ad uno specchio esistenziale, che riflette sì l’esperienza dell’osservatore, ma nello stesso tempo scuote dal punto di vista sensoriale la coscienza di chi guarda, accompagnando lo spettatore verso una disposizione di ascolto vicina all’auto-analisi. Non c’è soluzione, non ci sono risposte, nel contempo, però, ci sono molte domande, che chi assiste alla messinscena può portare in dote ai suoi più intimi ragionamenti. Questi interrogativi chiederanno a Ninno, il nostro protagonista, di trovare risposta.

È forse una delle cose più difficili quella di saper leggere la libreria del nostro essere, nonostante si possa dire che i punti in comune tra le varie esistenze possano sembrare molti. La difficoltà insita in questo compito è data forse da una implicita tendenza alla solitudine, dal fatto che il nostro è il mondo della dimenticanza, della fugacità, delle monadi in cui siamo isolati. È da questo pensiero che nasce la necessità di cercare costantemente la semplicità e l’essenzialità dell’essere bambino, per trovare quei punti che ci aiutano nella comprensione di noi stessi, nella ricerca verso la condivisione.

ASCOLTA L’ITERVISTA RADIOFONICA AL REGISTA CRISTIANO DEMURTAS E ALL’ATTORE ALESSIO ESPOSITO

 

NOTE DI REGIA

“Un vecchio che muore è una libreria che brucia”, recita un vecchio detto africano. Saper leggere i libri che compongono la nostra “biblioteca personale” è la chiave di volta per poter raggiungere la condizione di essere umano pensante. Siamo tutti degli esseri da esplorare, il nostro corpo e ciò che vi è contenuto sono costantemente in trasformazione: chi siamo stati e cosa saremo sono componenti che accompagnano costantemente la nostra persona. Immersi però nelle convenzioni, nel sistema politico-sociale, riusciamo a distinguere noi stessi? Riusciamo a distinguerci dalla massa?

(Cristiano Demurtas)

 

GRUPPO DELLA CRETA

Il Gruppo della Creta è composto da giovani attori uniti per costruire un teatro collaborativo dove le abilità di ognuno possano sostenere il lavoro di tutti.
Fuori dagli schemi del teatro ufficiale, più vicini alla cooperativa e al teatro indipendente, i membri del Gruppo credono in un teatro di ricerca che si basa sul lavoro di palcoscenico e sulla ricerca di nuovi format e modalità per creare un dialogo diretto con il pubblico.

Componenti: Jacopo Cinque, Cristiano Demurtas, Alessandro Di Murro, Alessio Esposito, Pamela Massi, Giulia Modica, Laura Pannia, Lida Ricci, Bruna Sdao.

CRISTIANO DEMURTAS

Cristiano Demurtas nasce a Orbetello (Gr), il 30/11/1993. Finiti gli studi, si trasferisce a Roma, dove si diploma presso l’Accademia Internazionale di Arte Drammatica del Teatro Quirino. Si avvicina alla regia assistendo registi come Alvaro Piccardi, Alessandro Fabrizi, Daniele Nuccetelli, Lorenzo De Liberato, Stefano Patti ed altri. Dal 2016 è co-organizzatore del Festival di Teatro Ecologico di Stromboli.

ALESSIO ESPOSITO

Alessio Esposito nasce a Isernia, il 07/09/1990. Inizia il suo percorso teatrale, partecipando ad un laboratorio per gioco, entrando poi nel Centro Artistico di Sperimentazione Teatrale diretto da Salvatore Mincione Guarino. Nel 2008 diventa socio della compagnia C.A.S.T. e nel 2010 apre il Piccolo Spazio Libero “Il Proscenio”. Nel 2012 si trasferisce a Roma e nel 2015 si diploma presso l’Accademia Internazionale di Arte Drammatica del Teatro Quirino di Roma diretta da Alvaro Piccardi.

AMEDEO MONDA

Amedeo Monda nasce a Gallarate (VA), il 02/02/1990. Nel 2005 inizia i suoi studi di chitarra classica presso l’Istituto comunale “Palmiero Giannetti” di Grosseto, conseguendo il diploma di teoria musicale, solfeggio, armonia e storia della musica. Si laurea nel 2017 presso l’ ISSM Rinaldo Franci di Siena. Collaboratore del Gruppo della Creta dal 2015, artista di strada e attualmente chitarrista dell’Orchestra Mattarella e del duo Trieste meolo roncade.

ANIELLO NIGRO

Laureato alla Sapienza di Roma in Scienze Umanistiche, con indirizzo Teatro e Arti Performative, specializzato in drammaturgia, Aniello Nigro nasce come attore, recitando in varie compagnie professionistiche per poi passare esclusivamente alla scrittura per il teatro. È autore di trentaquattro testi teatrali tra cui si ricordano: T: Tralasciando Godo; Logiche Kamikaze; Le signore Cannavaccio; Le Mani nel fuoco; Madre Teresa di via Margutta; I gabbiani di Napoli; Il soldato Woyzeck; MacBeth – La poltrona; Racconto; Prigionia: femminile singolare.

 

GIOVEDÌ 25 | VENERDÌ 26 | SABATO 27

SALA TEATRO | 21.00 | durata 70’ | teatro

Gruppo della Creta

o’ Princepino – primo studio (2017)

prima assoluta

drammaturgia Aniello Nigro

regia Cristiano Demurtas

con Alessio Esposito, Amedeo Monda

musiche Enea Chisci, costumi Giulia Barcaroli, scene Bruna Sdao, aiuto regia Gabriele Merlini, organizzazione Sara Papini, progetto fotografico Selena Franceschi, si ringraziano Cesare D’Arco, Stefania Minciullo, Marco Quaglia, Vittorio Stasi, MaTeMù, Accademia Popolare dell’Antimafia

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#AnticipAzione: Programma e percorsi del Festival Labirinto

Dopo l’importante successo della prima edizione del festival Labirinto, il Gruppo della Creta ha deciso di imbarcarsi nell’organizzazione della seconda edizione. Le novità saranno tantissime. Come nella prima edizione lo spettatore potrà orientarsi tra diverse forme artistiche: dal teatro alla video arte. Le novità di quest’anno saranno la drammaturgia, la musica, i workshop ed una performance che sfrutti l’ambiente urbano circostante al teatro.

Inoltre, quest’anno Labirinto è sostenuto da SIAE – Società Italiana degli Autori ed Editori, patrocinato dal Municipio V del Comune di Roma e partecipa al calendario di eventi per celebrare i 90 anni di Torpignattara, grazie al Comitato di quartiere di Torpignattara. La seconda edizione del festival Labirinto si svolgerà presso il Teatro Studio Uno di Roma, in via Carlo della Rocca 6, dal 15 al 28 maggio 2017.

PERCORSI

 > ICARO – Bando di teatro:

Il rito teatrale è inteso come quel luogo fisico in cui può avvenire la commistione artistica perfetta: ecco il perché della creazione del bando Icaro, il cui intento è quello di trovare spettacoli affini alla tematica del festival. Icaro è figlio di Dedalo, l’architetto che ha costruito il celebre labirinto di Creta per ordine del re Minosse, il quale li rinchiuse insieme nello stesso. Dedalo per salvare se stesso e il figlio costruisce delle ali di cera. Mentre i due fuggono verso la libertà, Icaro, per bramosia di arrivare al sole, cade in mare a causa del calore che scioglie la cera delle ali. Il bando è finalizzato alla ricerca di spettacoli “che mirino al sole”, ma che abbiano l’intelligenza di non far sciogliere le proprie ali. Nella programmazione generale del festival saranno presentati quattro spettacoli: Il bello dei bambini è che un giorno saranno adulti – regia di Tiziano Caputo (vincitore Bando MID 2017 – sezione Icaro); Tre once di lana nera – regia di Giacomo Troianiello (vincitore Bando MID 2017 – sezione Icaro); Icaro – regia di Massimiliano Aceti (vincitore Bando MID 2017 – sezione Icaro); o’ Princepino – regia di Cristiano Demurtas (nuova produzione del Gruppo della Creta).

La giuria del concorso è composta dagli attori del Gruppo della Creta: Jacopo Cinque, Cristiano Demurtas, Alessandro Di Murro, Alessio Esposito, Pamela Massi, Giulia Modica, Laura Pannia, Lida Ricci, Bruna Sdao.

> DEDALO – Bando drammaturgia: 

Una delle novità della seconda edizione è il bando di drammaturgia Dedalo. Dedalo è l’architetto che ha costruito il celebre labirinto di Creta per ordine del re Minosse, che lo rinchiuse all’interno con il figlio Icaro. Ci affascina pensare al drammaturgo come colui che costruisce un labirinto, ci si perde, riesce a fuggire e vede davanti ai suoi occhi la caduta del figlio. Il bando Dedalo, finalizzato alla ricerca di drammaturghi che possano proporre la loro visione della realtà attraverso la scrittura scenica, ha premiato il testo Achemenide – È Soltanto Un poema Epico Minore di LiberaImago con una residenza creativa nello stesso Teatro Studio Uno nella stagione 2017/2018 ed una pubblicazione del testo nella collana Scena Muta, grazie alla collaborazione con Editori Progetto Cultura. La giuria del concorso è composta da: Silvio Bambagiotti, Arnaldo Colasanti, Brunilde Di Giovanni, Alessandro Di Somma.

> VIDEO ARTE:

Nella prima edizione di Labirinto, il videomaker Mattia Mura (Fabrica) ha esposto tre video installazioni, indagando il tema del festival. Quest’anno, grazie alla collaborazione con Nicolas Vamvouklis (Fabrica) e K-Gold Temporary Gallery, presenteremo una selezione di opere di giovani videoartisti internazionali. Il progetto Brave New World, tratto dal romanzo dello scrittore inglese Aldous Huxley Il Mondo Nuovo, è curato da Nicolas Vamvouklis ed è stato presentato da K-Gold Temporary Gallery dall’8 al 28 agosto 2016 nell’isola di Lesbo, in Grecia, con il supporto di NEON – Organization for Culture and Development.

“Diversi eppure così simili, gli individui vivono in un circolo vizioso in cui nuove necessità e nuovi desideri sono sempre in attesa di essere esauditi”.

Il programma di screening include un nucleo estremamente eterogeneo di lavori che mettono in questione la relazione tra corpo umano e natura, evoluzione ed ambiente, città e circolazione dell’informazione, memoria e storia, identità e sviluppo tecnologico, religione ed ambiente domestico.

> WORKSHOP:

Due workshop, uno di recitazione, condotto da Max Mazzotta (dal 15 al 19 maggio), ed uno di drammaturgia, condotto da Giampiero Rappa (dal 22 al 25 maggio), caratterizzano l’aspetto pedagogico del festival. Grazie al pretesto offerto dal tema di Labirinto II, “Noi giovani del futuro”, servendosi della loro sensibilità artistica e del loro metodo di lavoro, i due artisti accompagnano i partecipanti in una full immersion altamente stimolante. ( LEGGI L’APPROFONDIMENTO DI THEATRON SUI WORKSHOP )

> MUSICA:

Non manca la musica a comporre una suggestiva colonna sonora per chiunque voglia addentrarsi nel Labirinto. Gli ospiti di questa edizione sono Sten & the Groovemates Duo (chitarra: Stefano Gaspei, basso: Andrea Sabatino), The Goodfellas Duo (voce e chitarra: Claudio Cirillo, percussioni e tromba: Domenico Rizzuto) e Trieste meolo roncade (chitarra: Amedeo Monda, batteria: Marco Ronconi).

> ORIENTHEATRE:

Prendendo spunto dalla disciplina dell’orienteering, o orientamento, che consiste nell’effettuare un percorso caratterizzato da punti di controllo chiamati “lanterne” e con l’aiuto esclusivo di una cartina topografica, gli attori del Gruppo della Creta hanno ideato l’evento urbano Orientheatre. Sostituendo le “lanterne” con attori, gli spettatori sono invitati ad orientarsi nel quartiere di Torpignattara, come dentro ad una drammaturgia spaziale.

Seguendo le più moderne correnti di “riappropriazione territoriale”, che consistono nella valorizzazione delle zone depresse urbane ed extraurbane, messe in moto in più parti del mondo dai più svariati gruppi di ricerca teatrale e artistica, il Gruppo propone una possibilità esperienziale di spettacolarizzazione dell’impianto urbanistico, che diventa scenografia e set delle narrazioni degli attori disseminati nella zona.

 

PROGRAMMAZIONE

 

Mercoledì 10 maggio 2017

  • Ore 11,30 à Conferenza Stampa presso il Teatro Studio Uno

Lunedì 15 maggio 2017

  • Ore 10 – 16 à workshop di recitazione condotto da Max Mazzotta presso Artem Dance, via Natale Palli 11/13
  • Ore 19 à inaugurazione festival con Sten & the Groovemates Duo (chitarra: Stefano Gasperi, basso: Andrea Sabatino) ed installazione di video arte Brave New World a cura di Nicolas Vamvouklis in collaborazione con K-Gold Temporary Gallery presso il Teatro Studio Uno

 Martedì 16 e mercoledì 17 maggio 2017

  • Ore 10 – 16 à workshop di recitazione condotto da Max Mazzotta presso Artem Dance, via Natale Palli 11/13

Giovedì 18 e venerdì 19 maggio 2017

  • Ore 10 – 16 à workshop di recitazione condotto da Max Mazzotta presso ArtemDance, via Natale Palli 11/13
  • Ore 19 à installazione di video arte Brave New World a cura di Nicolas Vamvouklis in collaborazione con K-Gold Temporary Gallery presso il Teatro Studio Uno
  • Ore 21 à spettacolo Il bello dei bambini è che un giorno saranno adulti – regia di Tiziano Caputo (Sala Teatro)
  • Ore 21 à spettacolo Tre once di lana nera – regia di Giacomo Troianiello (Sala Specchi)

Sabato 20 maggio 2017

  • Ore 19 à aperitivo musicale con The Goodfellas Duo (voce e chitarra: Claudio Cirillo, percussioni e tromba: Domenico Rizzuto) ed installazione di video arte Brave New World a cura di Nicolas Vamvouklis in collaborazione con K-Gold Temporary Gallery presso il Teatro Studio Uno
  • Ore 21 à spettacolo Il bello dei bambini è che un giorno saranno adulti – regia di Tiziano Caputo (Sala Teatro)
  • Ore 21 à spettacolo Tre once di lana nera – regia di Giacomo Troianiello (Sala Specchi)
  • Ore 23 à concerto di The Goodfellas Duo (voce e chitarra: Claudio Cirillo, percussioni e tromba: Domenico Rizzuto)

Domenica 21 maggio 2017

  • Ore 17 à performance urbana Orientheatre – regia di Alessandro Di Murro, con punto di ritrovo iniziale presso il Teatro Studio Uno
  • Ore 17 à installazione di video arte Brave New World a cura di Nicolas Vamvouklis in collaborazione con K-Gold Temporary Gallery presso il Teatro Studio Uno

Lunedì 22, martedì 23 e mercoledì 24 maggio 2017

  • Ore 11 – 16 à workshop di drammaturgia condotto da Giampiero Rappa presso il Teatro Studio Uno

Giovedì 25 maggio 2017

  • Ore 11 – 16 à workshop di drammaturgia condotto da Giampiero Rappa presso il Teatro Studio Uno
  • Ore 19 à installazione di video-arte Brave New World a cura di Nicolas Vamvouklis in collaborazione con K-Gold Temporary Gallery presso il Teatro Studio Uno
  • Ore 21 à spettacolo ’o Princepino – regia di Cristiano Demurtas [Gruppo della Creta] (Sala Teatro)
  • Ore 21 à spettacolo Icaro – regia di Massimiliano Aceti (Sala Specchi)

Venerdì 26 maggio 2017

  • Ore 19 à installazione di video arte Brave New World a cura di Nicolas Vamvouklis in collaborazione con K-Gold Temporary Gallery presso il Teatro Studio Uno
  • Ore 21 à spettacolo ’o Princepino – regia di Cristiano Demurtas [Gruppo della Creta] (Sala Teatro)
  • Ore 21 à spettacolo Icaro – regia di Massimiliano Aceti (Sala Specchi)

Sabato 27 maggio 2017

  • Ore 19 à aperitivo musicale con Trieste meolo roncade (chitarra: Amedeo Monda, batteria: Marco Ronconi) ed installazione di video arte Brave New World a cura di Nicolas Vamvouklis in collaborazione con K-Gold Temporary Gallery presso il Teatro Studio Uno
  • Ore 21 à spettacolo ’o Princepino – regia di Cristiano Demurtas [Gruppo della Creta](Sala Teatro)
  • Ore 21 à spettacolo Icaro – regia di Massimiliano Aceti (Sala Specchi)
  • Ore 23 à concerto di Trieste meolo roncade (chitarra: Amedeo Monda, batteria: Marco Ronconi)

Domenica 28 maggio 2017

  • Ore 17 à performance urbana Orientheatre – regia di Alessandro Di Murro, con punto di ritrovo iniziale presso il Teatro Studio Uno
  • Ore 17 à installazione di video arte Brave New World a cura di Nicolas Vamvouklis in collaborazione con K-Gold Temporary Gallery presso il Teatro Studio Uno

 

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#TheatronConsiglia: Festival Labirinto, workshop di Drammaturgia e di Recitazione

Il Festival Labirinto nasce nel 2016 per volontà degli attori del Gruppo della Creta. Concepito come un’intersezione culturale dove poter incontrare artisti provenienti dalle discipline e dai contesti più vari, il Festival è all’alba della sua seconda edizione che si svolgerà dal 15 al 28 maggio presso il Teatro Studio Uno (Torpignattara – Roma).

Il Festival, come un labirinto, presenta diversi ingressi e strade di esplorazione. Tra queste spiccano i workshop, che consentono di scegliere tra due sentieri diversi, accompagnati da due guide: il percorso di drammaturgia con Giampiero Rappa e quello di recitazione con Max Mazzotta. Grazie al pretesto offerto dal tema di Labirinto II, “Noi giovani del futuro”, servendosi della loro sensibilità artistica e metodo di lavoro, i due artisti accompagneranno i partecipanti in una full immersion altamente stimolante. Di seguito riportiamo un incipit dei due percorsi formativi.

INTRODUZIONE DI MAX MAZZOTTA AL WORKSHOP DI RECITAZIONE:

Quando si vuole capire, analizzare, praticare il teatro contemporaneo, bisogna per forza osservare e indagare il teatro che fu, come si è evoluto e come è arrivato fino a noi. È necessario che ogni cambiamento, ogni ricerca praticata dai più grandi poeti e artisti e attori venga considerata come parte di un pensiero unico, azioni e parole di un’unica trama, cellule deviate, impazzite, sconnesse, di un unico bellissimo organismo vivente; il teatro. Un organismo che vive di luce propria, per dirla alla Pirandello, un organismo intelligente e sensibile che si evolve da sé, tramite l’esperienza e l’osservazione di se stesso.
Questo nostro tempo, il tempo che ci è stato assegnato può essere considerato come un focus sull’eternità, un istante finito, ma che racchiude in sé tutte le infinite potenziali possibilità. Partendo da questo presupposto e facendo un’indagine, un’analisi del segmento di tempo che ci tocca, possiamo scorgere e fare esperienza dell’eternità che lo contiene. Ecco perché sono convinto che un confronto tra le varie possibilità di fare teatro che abbiamo ereditato dal passato sia doveroso, per tentare di capire dove siamo, dove stiamo andando e perché.
Il primo passo di questa indagine, di questa ricerca sulle origini del teatro e sulle regole formali che lo hanno fatto evolvere fino a noi, avviene attraverso delle improvvisazioni guidate in un luogo ideale, che io chiamo “quadrato magico”,  e saranno la base del mio seminario.

ll workshop di recitazione, condotto da Max Mazzotta, si svolgerà presso ARTEM DANCE (Via Natale Palli, 11/13, Torpignattara) da lunedì 15 maggio a venerdì 19 maggio, dalle ore 14 alle ore 20. > ISCRIZIONE E ULTERIORI INFORMAZIONI SUL WORKSHOP

 

INTRODUZIONE DI GIAMPIERO RAPPA AL WORKSHOP DI DRAMMATURGIA:

Il corso è rivolto a coloro che sono interessati a indagare le diverse possibilità di scrittura di una storia teatrale, attraverso l’analisi di testi teatrali ed esercizi di scrittura di scene.

Temi del corso:

  • L’idea teatrale: come può nascere una storia, le fonti di ispirazioni possibili, l’urgenza dello scrivere.
  • Il personaggio: la costruzione di un personaggio e la sua evoluzione.
  • Struttura del testo: come creare le fondamenta di una storia .
  • I dialoghi ed il sottotesto: cosa si nasconde dietro una battuta teatrale. Il lavoro del regista e dell’attore nell’affrontare un copione.

ll workshop di drammaturgia, condotto da Giampiero Rappa, si svolgerà presso il Teatro Studio Uno (via Carlo della Rocca, 6 – Torpignattara) da lunedì 20 maggio a giovedì 23 maggio, dalle ore 11 alle ore 16. >  ISCRIZIONE E ULTERIORI INFORMAZIONI SUL WORKSHOP

 

Per approfondire il Progetto del Festival Labirinto leggi anche > FocusOn: Festival Labirinto e il Gruppo della Creta

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