Biennale di Venezia: nuove date dei Festival di Teatro e Danza

La Biennale di Venezia comunica le nuove date di svolgimento dei Festival di Teatro e Danza, conferma le date del Festival di Musica e annuncia 15 Eventi collaterali della Biennale Architettura 2020 (erano 13 alla Biennale Architettura 2018). 

In particolare, il 64. Festival Internazionale del Teatro diretto da Antonio Latella si svolgerà dal 14 al 24 settembre, anziché dal 29 giugno al 13 luglio come in precedenza annunciato. Il 14. Festival di Danza contemporanea diretto da Marie Chouinard si svolgerà dal13 al 25 ottobre, anziché dal 5 al 14 giugno. Sono confermate invece le date del 48. Festival Internazionale di Musica Contemporanea diretto da Ivan Fedele, che si svolgerà dal25 settembre al 4 ottobre.

Le nuove date dei Festival di Teatro e Danza sono state stabilite in conseguenza dell’emergenza sanitaria in corso, e dell’impossibilità di procedere nelle prossime settimane alla programmazione delle prove e degli allestimenti degli spettacoli.

Il nuovo calendario delle manifestazioni della Biennale di Venezia 2020, presieduta da Roberto Cicutto, è pertanto il seguente:

  • dal 29 agosto al 29 novembre, 17. Mostra Internazionale di Architettura diretta da Hashim Sarkis.
  • dal 2 al 12 settembre, 77. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica diretta da Alberto Barbera.
  • dal 14 al 24 settembre, 64. Festival Internazionale del Teatro diretto da Antonio Latella .
  • dal 25 settembre al 4 ottobre, 48. Festival Internazionale di Musica Contemporanea diretto da Ivan Fedele.
  • dal 13 al 25 ottobre, 14. Festival di Danza contemporanea diretto da Marie Chouinard.
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Riccione TTV Festival, biennale delle nuove frontiere teatrali

Riccione Teatro annuncia le date del prossimo Riccione TTV Festival, manifestazione biennale dedicata alle nuove frontiere del teatro e ai rapporti tra arti sceniche e video. Creato nel 1985 da Franco Quadri, il TTV festeggerà quest’anno la sua 25ª edizione con tre giorni di spettacoli, incontri e proiezioni nel weekend del 18-20 settembre.

Un focus approfondito sarà dedicato alla ricerca teatrale di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini, vincitori del Premio speciale per l’innovazione drammaturgica alla 55ª edizione del Premio Riccione per il Teatro. “In oltre dieci anni di lavoro” recita la motivazione “Daria Deflorian e Antonio Tagliarini hanno ridisegnato l’essenza dell’essere interpreti in scena, realizzando una scrittura teatrale che sconfina oltre la pagina scritta per incarnarsi nel corpo, in un tenace contatto con la sfera della memoria personale e con l’immaginario condiviso. […] La forza e la gentilezza di questo processo di ricerca sul ‘dire’ e sul ‘fare’ scenico fanno di Daria Deflorian e Antonio Tagliarini figure fondamentali per il nostro teatro.” 

A loro sarà dedicata una retrospettiva a cura di Graziano Graziani ma, come da format consolidato, il teatro di parola non sarà l’unico campo di azione del TTV e servirà da innesco per una riflessione più ampia su tutte le arti. Da quest’anno il Festival ospita, in particolare, uno spazio dedicato alla danza, un focus sui linguaggi del corpo e del contemporaneo a cura di Lorenzo Conti. Performance site specific e camminate outdoor, firmate dai più importanti coreografi della scena nazionale, invaderanno alcuni luoghi simbolo della città di Riccione avvolgendo lo spettatore in un lungo abbraccio di fine estate, dall’alba al tramonto. 

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Anno Zero, il nuovo festival di Scena contemporanea spagnola a Roma

Anno Zero è un nuovo festival di Scena contemporanea spagnola a Roma organizzato dalla Real Academia de España in collaborazione con Acción Cultural Española (AC/E), La Pelanda – Mattatoio e Teatro di Roma, a cura di Pablo Fidalgo.

Il festival nasce con l’intento di raccogliere la pluralità di voci delle arti dal vivo e, allo stesso tempo, con una vocazione di continuità nei prossimi anni. Questa prima edizione si svolge tra l’11 e il 15 dicembre in diverse location – la Real Academia de España, La Pelanda – Mattatoio, il Teatro India e infine il quartiere di Garbatella con un’opera itinerante. Tutti gli eventi sono ad ingresso libero fino a esaurimento posti su prenotazione (info@accademiaspagna.org / tel. 06 581 2806)

L’Academia de España occupa un territorio mitico. Tra il Gianicolo, Villa Pamphilj e Trastevere: un colle unico e un paesaggio che ridefinisce in ogni istante la sua relazione e la sua condizione nei confronti della città. L’Academia è sopravvissuta a repubbliche, monarchie, dittature e circostanze storiche di ogni genere. È un simbolo di resistenza, un luogo eccezionale – continuerà ad esserlo anche se lo si dirà mille volte. Concepisco questo ciclo come un’opportunità di presentare artisti spagnoli su una scena, quella romana, che soltanto in questi ultimi anni sembra affacciarsi sull’Europa. Per la prima volta uno degli artisti concettuali più importanti del Paese, Isidoro Valcárcel Medina, sarà ospite dell’Academia de España e creerà un’opera site specific intitolata Confluencias y contraseñas. Collaborare con La Pelanda-Mattatoio e Teatro India-Teatro di Roma è un avvenimento per noi. Proseguendo sulle linee di lavoro dell’Academia degli ultimi anni, concepiamo questa come una collaborazione naturale – e non semplicemente istituzionale – con i due spazi, così interessati negli ultimi tempi alla scena non spettacolare e alla partecipazione del pubblico. Anche il recupero di lavori profondamente spagnoli di artisti che vivono all’estero da anni sembra importante per contribuire all’ossatura di una scena che soffre l’esilio e la precarietà da sempre.

Pertanto, Light years away di Edurne Rubio ci presenta un’opera che è un’esplorazione e al contempo una visita guidata nel buio totale: una discesa nella grotta di Ojo Guareña, e un percorso nella storia dell’essere umano sin dalle sue origini. Celso Fernández Sanmartín presenta A cama do meu avó Manuel Sanmartín, un’opera fatta di memorie orali, di lavoro sul campo, e di interesse profondo nei confronti della verità e dei segreti delle proprie origini. Leonor Leal lavora in Ahora bailo yo, la memoria di suo zio Mario Maya, che nel ’76 reinventò il flamenco con l’opera Camelamos naquerar. Roger Bernat ci invita a ricordare il lavoro Numax-Fagor-plus, ispirato al film di Joaquim Jordà, un regista cinematografico imprescindibile che visse a Roma per sette anni in esilio dal franchismo. Il ciclo si conclude domenica 15, con Storywalker Garbatella, di Fernando Sánchez-Cabezudo. Una passeggiata in questo quartiere storico che recupera i ricordi degli abitanti, attraverso i testi di Luca Oldoni, Pablo Remón, Alberto Conejero, Denise Despeyroux e Pablo Fidalgo. Pertanto, Catalogna, Murcia, Madrid, Galizia, Castilla León, Andalusia… Memoria del lavoro, della vita in campagna, dell’arte, della filosofia, memoria dell’esilio, memoria per mantenersi vigili, memoria vitale. In questo modo il ciclo è un modo per situare, collocare e far conoscere una realtà scenica, la scena contemporanea spagnola, e per suggerire un racconto comune tra artisti molto diversi.

Programma:

• Mercoledì 11 alle ore 19 presso la Real Academia de España en Roma (Piazza San Pietro in Montorio, 3). Celso Fernández Sanmartín presenta A cama do meu avó Manuel Sanmartín Méndez, un’opera fatta di memorie orali, di lavoro sul campo, e di interesse profondo nei confronti delle origini. LINGUA: Spagnolo e gallego

• Giovedì 12 alle ore 20.30 presso La Pelanda, Mattatoio (Piazza Orazio Giustiniani, 4). Light years away di Edurne Rubio ci presenta un’opera che è un’esplorazione, la discesa nella grotta di Ojo Guareña, e un percorso nella storia dell’essere umano sin dalle sue origini. LINGUA: Spagnolo, sottotitoli in italiano

• Venerdì 13 alle ore 20.30 presso La Pelanda, Mattatoio (Piazza Orazio Giustiniani, 4). Leonor Leal lavora sulla memoria di suo zio Mario Maya, che nel ’76 reinventò il flamenco con l’opera Ahora bailo yo. LINGUA: Spagnolo, sottotitoli in italiano

• Sabato 14 alle ore 12 presso la Real Academia de España en Roma (Piazza San Pietro in Montorio, 3). Isidoro Valcárcel Medina, uno degli artisti concettuali più importanti del Paese, sarà ospite dell’Academia per la prima volta e presenterà un’opera creata ad hoc, Confluencias y Contraseñas. LINGUA: Italiano

• Sabato 14 alle ore 18.30 presso Teatro India (Lungotevere Vittorio Gassman, 1). Roger Bernat ci invita a ricordare il lavoro Numax-Fagor-plus, ispirato al film di Joaquim Jordà, un regista cinematografico imprescindibile che visse a Roma per sette anni in esilio dal franchismo. LINGUA: Italiano

• Domenica 15 alle ore 11.30 e alle ore 15 presso 10b Photography (Via San Lorenzo da Brindisi, 10b). Il festival finisce con Storywalker Garbatella, di Fernando Sánchez-Cabezudo nell’ambito del progetto Garbatella Images, presentato da 10b Photography e curato da Sara Alberani, con la direzione artistica di Francesco Zizola. Una passeggiata nel quartiere storico di Garbatella, che recupera le memorie degli abitanti, attraverso i testi di Luca Oldoni, Pablo Remón, Alberto Conejero, Denise Despeyroux e Pablo Fidalgo. LINGUA: Italiano

Gli artisti:

Celso Fernández Sanmartín. Nato nel 1969, Celso Fernández Sanmartín, di Lalín, si è laureato in Filosofia presso l’università di Santiago. Oltre a essere poeta, è cantastorie di racconti della tradizione orale, aspetto professionale che lo porta in diversi luoghi del mondo. Per molti anni, a Lalín, ha lavorato come animatore socioculturale in una casa di riposo. La sua opera poetica è stata pubblicata in gran parte in edizioni d’autore e a bassissima tiratura, il che non le ha impedito di essere enormemente apprezzata dai lettori e dalla critica. Quest’ultima è solita inquadrarlo nella cosiddetta Generazione dei ’90, decennio in cui si è fatto conoscere.

Edurne Rubio. (Spagna, 1974) è un’artista visuale che lavora nel campo delle mostre, performance, cinema e architettura. Realizza frequentemente progetti in situ nello spazio pubblico. La sua ricerca è sempre stata collegata alla percezione individuale o collettiva del tempo e dello spazio. Interessata a contesti che fanno della percezione una variabile data e mutante, dimenticata o archiviata, cerca di associare o contrastare forme di percezione della realtà con l’obiettivo di creare una seconda realtà composta. Negli ultimi anni, il suo lavoro si è avvicinato al documentario e all’antropologia, utilizzando interviste e immagini d’archivio sulla comunicazione orale.

Leonor Leal. Nasce a Jerez de la Frontera. È diplomata al Conservatorio Superior de Danza Clásica y Española, nonché in Magisterio Musical presso l’Università di Siviglia. Decide un giorno di dedicarsi interamente al flamenco e da allora calca le scene internazionali da più di 15 anni collaborando con diverse compagnie come quella di Andrés Marín, Cristina Hoyos o Javier Barón, tra le molte altre. Comincia la sua carriera da sola nel 2008. Premiata come Artista rivelazione dal Festival di Jerez nel 2011, nonché come Artista eccellente dal Concorso coreografico di Madrid. Porta avanti il suo lavoro di ricerca con il Master di Práctica Escénica y Cultura Visual dell’Università di Cuenca in collaborazione con il Museo Reina Sofía. Nel gennaio del 2018 porta in scena per la prima volta, al Teatro Le Garonne di Toulose, il suo spettacolo intitolato Nocturno insieme al chitarrista Alfredo Lagos e al percussionista Antonio Moreno.

Isidoro Valcárcel Medina. Isidoro Valcárcel Medina è nato a Murcia nel 1937 ed è indubbiamente uno degli artisti concettuali spagnoli di maggior levatura di pensiero e visione, nell’entroterra e oltremare. L’estensione della sua opera ha il valore incalcolabile della sua intangibilità: immensa.

Roger Bernat. Inizia la sua formazione nel campo dell’architettura, ed è a partire da qui che si interessa al teatro. Studia Regia e Drammaturgia presso l’Institut del Teatre di Barcellona dove si laurea con il Premio Extraordinario 1996. Nel 2008 comincia a creare spettacoli in cui il pubblico occupa la scena e diventa protagonista: “gli spettatori attraversano un dispositivo che li invita a obbedire o a cospirare e, in ogni caso, a pagare con il proprio corpo e a impegnarsi”.

Fernando Sánchez-Cabezudo. Madrid, 1979. Gestore culturale, regista, attore e scenografo. Lega la sua carriera professionale nelle arti sceniche a un discorso socio-culturale che cerca la partecipazione del pubblico nei processi creativi. Il suo lavoro nella sala Kubrik a Usera e i suoi progetti di creazione sono un punto di riferimento nella gestione di spazi di inclusione con il contesto locale e la cittadinanza.

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Festival Gender Bender: visioni radicali sul presente

Con il titolo Radical Choc che si caratterizza subito come scevro da compromessi, è partita l’edizione 2019 del Festival Gender Bender di Bologna, arrivato alla sua diciassettesima edizione. Una stagione che sottolinea sin da subito la capacità di visione della realtà sociale e dei fenomeni del presente, prendendo chiaramente una posizione critica e costruttiva nei confronti dello stesso. Daniele Del Pozzo e Mauro Meneghelli hanno scritto il programma del festival, il cui formato è quello di un quotidiano stampato su carta non trattata e certificata (vien da lodare l’ottimo esempio di uso intelligente delle risorse), collocando questa programmazione alla luce della recente mobilitazione per l’ambiente – il Friday For Future – e delle sempre più urgenti istanze di discussione e formazione sulle questioni legate all’identità di genere e alle logiche di potere a essa connesse.

Un festival che getta l’occhio – nell’eternamente giovane/dotto/rosso capoluogo emiliano – alla cosiddetta Generazione Z, o dei Post-millenials: nati nel pieno della rivoluzione digitale e social, quest’ultima ha riconfigurato totalmente il modo di relazionarsi, di studiare, di accedere alle informazioni e alle comunicazioni. Questa generazione, cresciuta nel pieno della crisi economica e sociale, sta riscoprendo una nuova attenzione a temi di massima urgenza (la discriminazione di genere, il multiculturalismo, l’assenza di sistemi ideologici affidabili, l’ecologia), veicolati attraverso internet con una liquidità inimmaginabile prima d’ora. Il teatro non è esente da queste caratteristiche: le informazioni vengono elaborate in maniera sempre più liquida attraverso formati brevi – e di conseguenza spesso semplificate ai minimi termini –  e attraverso corpi velocemente collocabili in discorsi diretti, orientati a un’elaborazione veloce, fruibile, efficace.

È il caso di Harleking, creazione del talentuoso duo di Ginevra Panzetti ed Enrico Ticconi, residenti a Berlino ed entrambi usciti dalla formazione Stoa diretta da Claudia Castellucci. Ispirato alla figura di Arlecchino, la maschera bergamasca che personifica la figura del servo astuto, avaro, occupato a raccontare bugie e tramare imbrogli per ingannare i padroni, i due autori riprendono il titolo di Re (-king) dall’origine germanica del nome Hölle König (re dell’inferno) e sdoppiano la sua figura attraverso una magistrale capacità di gestire le emozioni, mostrarne gli eccessi e i paradossi. La memoria va alla rilettura di Strehler per il Servitore dei due padroni di Goldoni, in cui Arlecchino è veramente il mattatore impietoso delle logiche di potere alle quali deve soggiacere. Notevole l’attenzione mimetica ai gesti che vengono ripetuti fino a creare delle grottesche, nella loro caratterizzazione letteraria di bizzarro, ironico e caricaturale. Panzetti e Ticconi passano attraverso diverse forme, dal riso incontrollato alla voracità fino alla violenza tragica di uno nei confronti dell’altro. Lo spettacolo cresce fino al “saluto romano” dei due performer, interpretando una cieca logica di potere verso il padrone, più attuale che mai.

Harleking, di Ginevra Panzetti ed Enrico Ticconi

Sotto un’altra linea si pone la creazione di Yasmeen Godder, Common Emotions, già presentata al festival OperaEstate nel 2016: sei danzatori si confrontano con una partitura coreografica essenziale e molto leggibile, davanti a una scenografia colorata appesa come un tendone da circo, fatta di elementi colorati e tessuti bizzarri che ricordano le sagome e le colorazioni del teatro di figura. La regola è semplice: ogni qual volta un performer si metterà a fianco della scenografia, il pubblico (un numero variabile a seconda della richiesta) dovrà entrare in scena e andare dietro la tenda, ove riceverà delle istruzioni – qualcosa che accade, voci che trapelano da un altro luogo – e poi passerà per la scena in mezzo agli altri danzatori. Il risultato è entusiasmante (ma non inaspettato): nel mezzo della rappresentazione il pubblico è completamente dietro e davanti alla scena. Parla con i danzatori, si siede, si muove come in un laboratorio di teatro. La scelta qui è radicale, talmente netta – e a tratti “violenta” – da tagliare fuori coloro che decidono di rimanere nella condizione contemplativa tradizionale. Rimane però un coinvolgimento forse poco rischioso, sicuramente gioioso, che non richiede di indossare l’armatura dello “spettatore emancipato” raccontato da Jacques Rancière.

Cambiando nuovamente dimensione creativa, il lavoro di Riccardo Buscarini, coreografo piacentino formatosi a Londra e vincitore di numerosi riconoscimenti, porta in scena un duo maschile con un titolo estremamente catchy: L’età dell’horror. Andrew Gardiner e Mathieu Geffré si tengono le mani per tutti i sessanta minuti di spettacolo, girando sempre nello stesso senso nello spazio scenico e passando attraverso relazioni contrastanti: se all’inizio sembra una sessione di contact improvisation, col procedere del racconto vi sono picchi dinamici e cinetici che contraddistinguono l’istinto della fuga, controbilanciato dalla volontà di rimanere uniti. Lavoro accurato che presenta qualche difficoltà ad arrivare a un acme energetico e narrativo, rimanendo comunque costruito in modo coeso. Tutto avviene sulle composizioni di Die Kunst der Fuge di Bach, ma la musica non trova un dialogo serrato con le varie fughe. Buscarini conferma con questa creazione l’idea di utilizzare il corpo del danzatore esplorandone le estreme possibilità con una consapevole visione sul moderno e sulle sue possibili evoluzioni, già presente nel suo lavoro Athletes.

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Nel cortile di una fonderia: intervista ad Anna Cremonini, direttrice di Torinodanza

In un ottobre più caldo del previsto, mi ritrovo nel cortile delle Fonderie Limone, “una fabbrica delle arti” ricavata dalla struttura di questa ex-industria, nascosta tra la zona industriale di Moncalieri e quella residenziale di Nichelino, alle porte di Torino. Incontro Anna Cremonini, che è subentrata nel 2018 a Gigi Cristoforetti nella direzione di Torinodanza.

Esperta nel settore della produzione e organizzazione dello spettacolo dal vivo, si è formata al Teatro Due di Parma e ha collaborato con il Teatro Festival Parma. Successivamente ha lavorato per quattro anni alla Biennale di Venezia e poi al Mercadante di Napoli. Responsabile organizzativa per il festival Equilibrio all’Auditorium Parco della Musica di Roma, è stata nominata alla Commissione responsabile della valutazione qualitativa sul FUS per il settore danza. Emerge subito da questo incontro la capacità di Anna (mi ha puntualmente chiesto di chiamarla per nome) di mettere a proprio agio l’interlocutore e la sua volontà di “stare sul campo”, arrivando a ogni appuntamento del festival in anticipo e parlando con tutti gli spettatori. Come essere invitati a una cena, con tutti gli onori di casa. Ci siamo presi quindi qualche minuto per scambiarci delle impressioni sul festival, che ho cercato il più fedelmente possibile di riportare.

Mi sono trovato, dopo diversi anni passati a seguire il festival Torinodanza – e in particolare queste ultime edizioni – a definire questo evento come una tavola anatomica: ovvero un festival che mostra al pubblico diverse parti della danza di questi ultimi anni, sia nelle sue parti più conosciute e “popolari” – l’epidermide – sia nelle sue espressioni sperimentali, più interne al panorama. Lei si trova d’accordo con questa mia definizione? Inoltre ho rilevato che in questo festival trovano spazio coreografi affermati come Sidi Larbi Cherkaoui (con cui Cremonini vanta un lungo rapporto professionale di collaborazione, ndr) e Akram Khan, i quali ereditano il bagaglio dei grandi maestri europei, ma anche uno spazio dedicato alle sperimentazioni degli autori italiani.

La lettura che hai dato al festival è interessante in quanto è un punto di vista esterno al mio: forse proviene dal fatto che cerco sempre di darmi delle motivazioni per scegliere uno spettacolo. Cerco di lavorare con degli artisti perché in qualche modo restituiscono una visione della realtà, di una vita, di un qualcosa del nostro essere contemporanei: chi come Akram Khan lo fa in maniera più manifesta, con un sottotesto ideologico e politico che si porta sulla pelle (Khan è figlio di migranti dal Bangladesh in Inghilterra, ndr) e chi lo fa in maniera più astratta o traslata. Il comune denominatore di questi artisti credo sia la volontà di raccontare qualcosa di noi, attraverso il corpo: è un corpo moderno, contemporaneo, sensibile alle sollecitazioni ed ai contrasti. Gli artisti ci aiutano un po’ a capire il mondo in cui viviamo, un mondo che cambia tutti i giorni, si sgretola intorno o si ricostruisce.

Queste sono le parole che direbbe una persona che fa creazione, solitamente: io vedo sia una direzione artistica ma anche una precisa volontà creatrice.

Innanzitutto vengo dalla produzione teatrale, quindi ho una sensibilità al palcoscenico e so cosa succede a chi sta lì sopra. Non sono una creativa, ma seguo da sempre l’attività creativa: credo comunque sia più complesso fare uno spettacolo rispetto a un festival. In qualche modo però anche la composizione di un festival è in qualche modo una dichiarazione d’identità.

Torino ha un rapporto particolare con il teatro e con i festival, e anche con il progetto di rilevamento seguito dall’Università è emersa una diversificazione rilevante e un’attenzione a quello che avviene. Qual è stato il tuo impatto con questa realtà?

Quando ho seguito l’edizione del 2017, l’ultima diretta da Gigi Cristoforetti, ho potuto osservare in maniera più dettagliata gli spettatori, avendo la sensazione che il pubblico torinese sia di cultura medio-alta: percepisci una densità nell’osservazione, una forma equilibrata di assenso e dissenso. Non è un pubblico compiacente e anche se non ho avuto fortunatamente manifestazioni di dissenso, si rivela comunque esigente e costruisce un rapporto basato sulla fiducia.

In Italia si discute molto del fatto che un festival sia un momento di sintesi, una summa di quello che succede in questo settore: su che cosa si dovrebbe lavorare dal punto di vista dell’offerta e del dialogo con le istituzioni?

Io ho avuto il privilegio di essere arrivata in un festival che esiste da molti anni e ha costruito un rapporto con la città: sicuramente penso che una proposta di qualità – indipendentemente dal budget – crei un rapporto con il pubblico. Io mi sono inserita in una storia già tracciata. Noto con grande piacere che in Italia i festival di danza contemporanea esistono, crescono, hanno un pubblico, godono di un’attenzione più alta rispetto al teatro contemporaneo. La danza forse interpreta dei bisogni nuovi. In Italia non abbiamo i “Grandi Festival” – come ad esempio in Francia con Avignone – ma abbiamo delle dislocazioni, dove si è creata una maturità, un’esperienza. Sicuramente sono stati fatti molti passi avanti anche nei rapporti con le istituzioni; bisogna andare avanti, insistere, migliorare la qualità dell’offerta perché la stessa migliora la qualità della domanda, e questa significa una volontà collettiva più consapevole.

Un’ultima domanda: si parla poco di chi si affaccia al lavoro della direzione artistica: dal titolo di studi universitario, al tirocinio in ufficio, alla “gavetta dietro le quinte”: cosa consiglieresti a  una persona che si affaccia a questo mestiere?

La mia esperienza suggerisce di avere tanto coraggio, ma soprattutto vedere tante cose: anche ciò che sembra non servire. Tutto aiuta a formarsi un’idea, un gusto, una visione. Io ho fatto tanti passaggi e cambi di visione, quindi ho rischiato. Sono fortunata, perché sono una donna e sappiamo che per noi l’evoluzione di un percorso professionale non è sempre facile – soprattutto nella fase che io chiamo “l’ultimo miglio” – ma credo si debba abbassare l’età media. Io ci sono arrivata tardi a questa maturità, ma credo che prima o poi debba arrivare una generazione di giovani: sicuramente fare esperienze diversificate e in luoghi diversi aiuta a formarsi un patrimonio personale spendibile.

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Torinodanza: la città diventa spazio scenico

Sutra (photo © Andree Lanthier)
Sutra (photo © Andree Lanthier)

Sidi Larbi Cherkaoui, celebre coreografo belga di origini marocchine, ha portato sul palco del Teatro Regio di Torino – per l’inaugurazione del festival Torinodanza, per il secondo anno sotto la direzione di sotto la direzione di Anna Cremonini – lo spettacolo Sutra, presentato nel 2008 al Sadler’s Wells di Londra. Un’opera che da più di dieci anni continua a girare per il mondo portando i frutti di un incontro – non inconsueto nell’ambito teatrale – fra Europa e Asia, nato da una visita che il coreografo ha compiuto in un tempio Shaolin in Cina. Da questo viaggio è emersa l’ispirazione per uno spettacolo in cui i monaci portano le tecniche e le pratiche del Kung Fu Shaolin. La scenografia, composta dallo scultore Antony Gormley (scenografo anche degli spettacoli Babel (Words), Icon, Noetic, Zero Degrees), consiste in una serie di scatole aperte, a misura d’uomo che ciclicamente trasformano i paesaggi in cui i monaci si muovono: sono letti, gusci, pesanti bare da portare nel percorso, montagne da scalare, simulacri di una lotta continua o di un rito ancestrale.

Cherkaoui e un bambino giocano con delle miniature che replicano la scena principale, sopra una di queste scatole dal colore argenteo: riconoscibile nella scelta illuminotecnica e cromatica, l’estetica “cinematografica” che contraddistingue la firma dell’artista, già riconoscibile in Noetic e Icon. La musica – dal vivo – è eseguita dietro il fondale semitrasparente e condotta da Szymon Brzóska. Un lavoro energico, cesellato con precisione in un continuo ripetersi di movimenti repentini, marziali, senza sosta e con il cambio delle scene affidato al gioco delle scatole simile a un Tetris. Emerge nel lavoro un momento in cui gli interpreti eseguono, seduti sopra queste strutture, una partitura composta con i gesti dell’alfabeto muto, come una preghiera rituale rivolta allo spettatore. La struttura performativa tipica dello spettacolo di danza contemporanea – con le sue attese, i passaggi calibrati e una visione organica della creazione – non si amalgama con la pratica del kung fu, destabilizzando lo spettatore e portandone la visione su un altro piano, quello dello spettacolo come momento di abbattimento di una frontiera a favore di uno spazio di verso una cultura lontana dalla nostra e dalle radici profonde. Il tema della lotta si materializza in una sequenza fatta di virtuosismi energici, che non si conclude nel rapporto binario vincitore – sconfitto, ma in una sfida che è parte della disciplina dei monaci.

Ma se da una parte il lavoro di Larbi Cherkaoui si colloca nella linea della danza teatrale europea con le influenze interculturali – che sono anche parte della storia dell’autore – coniugate alle tecniche ereditate dalla danza europea di fine Novecento, in questa edizione del festival viene riservato un grande spazio anche alla danza italiana, e in particolare in luoghi specifici della città sabauda.

Michele Di Stefano, autore di punta della danza italiana con la sua compagnia MK, in Orografia trasforma la collina torinese in un palco verticale in cui la danza s’inscrive nel paesaggio semi-urbano, non catturando completamente l’attenzione – rapita in gran parte dall’ascolto della voce di Di Stefano che racconta, immerso nel paesaggio sonoro di Lorenzo Bianchi Hoesch, il suo percorso tra le montagne. Biagio Caravano apre questa “escursione” sulla terrazza del Monte dei Cappuccini portando il pubblico a seguire prima il suo gioco coreografico e successivamente quello di Roberta Mosca e Laura Scarpini, fino a strizzare gli occhi in direzione dei Murazzi del Po, dove si può vedere un corpo che danza vicino all’acqua, mentre un battello da cui si spande fumo colorato, risale verso piazza Vittorio. Come ha commentato Michele, “la danza è realizzata dalle persone che si trovano in quel luogo”.

Sempre sul Monte dei Cappuccini, all’esterno del Museo della Montagna, Marco Chenevier regala a un pubblico intimo e incuriosito di Torinodanza la sua visione di Purgatorio ovvero Aspettando Paradiso. Chenevier è coreografo, danzatore e regista valdostano e vanta una lunga esperienza professionale in Francia con Isaac Alvarez, fondatore della compagnia TIDA Teatro Instabile di Aosta e creatore del festival T*Danse. In questa sua creazione la struttura morale, topografica e narrativa ricreata da Dante è reinterpretata da Chenevier come in una fatica sportiva, agonistica, associabile alla salita verso il Paradiso cantata nella Commedia

«Se voi la sapete, mostrateci la via per salire sul monte» II, 58

A mostrarci questa via al Torinodanza è Théo Pendle, danzatore di grande intensità e dotato di una plasticità fisica che si rivela solo con l’intensificarsi della danza e il cui vocabolario ricorda James O’Hara nel Faun del già citato Sidi Larbi. Indossa una sorta di capospalla con piume nere, definite e pesanti come le scaglie di un pesce ed entra nello spazio come in un’immersione verso una dimensione altra, intermedia, cercando il passaggio che lo porterà a destinazione. Il centro dello spazio è occupato da una struttura cubica dalle pareti trasparenti e dal soffitto traforato. Una serra, una vetrina, un’incubatrice. Uno spazio in cui il Dante di Chenevier trova ristoro e purificazione: dal soffitto scende una pioggia salvifica, che dapprima scioglie il pesante cappotto del performer e gli permetterà di scivolare all’interno di questo lago, giocando con l’acqua e sciabordandola contro le pareti della struttura.

«Quando noi fummo là ‘ve la rugiada

pugna col sole, per essere in parte

dove, ad orezza, poco si dirada,

ambo le mani in su l’erbetta sparte

soavemente ‘l mio maestro pose:

ond’io, che fui accorto di sua arte,

porsi ver’ lui le guance lagrimose:

ivi mi fece tutto discoverto quel

color che l’inferno mi nascose. »

(I, 121)

Il lavoro termina con Alessia Pinto ed Elena Pisu che dipingono degli occhi sulle pareti della struttura, che come Catone L’Uticense traghettano il viaggiatore – e il pubblico – verso il Paradiso attraverso gli occhi di Beatrice. Non acquista particolare rilievo la musica dei Godspeed you! Black Emperor.  Un lavoro al festival Torinodanza che dimostra la consapevolezza scenica di Chenevier e la dimestichezza con cui Enrico Pastore tratta una drammaturgia così delicata, dimostrando quella capacità – spesso latitante negli short pieces e negli studi della recente danza d’autore – di concepire un progetto-spettacolo nel suo impianto totale e multidisciplinare. 

«E sì come secondo raggio suole
uscir del primo e risalire in suso,
pur come pelegrin che tornar vuole,
 
così de l’atto suo, per li occhi infuso
ne l’imagine mia, il mio si fece,
e fissi li occhi al sole oltre nostr’uso.»

(Paradiso, I, 49)
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inQuiete, festival romano dedicato alla scrittura delle donne

La terza edizione di inQuiete, Festival di scrittrici a Roma si svolgerà dall’11 al 13 ottobre 2019 lungo l’isola pedonale del quartiere romano del Pigneto.
inQuiete è un festival dedicato alla scrittura delle donne – organizzato dall’Associazione Mia e dalla Libreria delle donne Tuba – nato dall’esigenza di dedicare un tempo e uno spazio al talento e all’intelligenza delle donne che hanno lasciato un segno importante nella letteratura di oggi e di ieri.
inQuiete, Festival di scrittrici a Roma vuole rompere i pregiudizi con tre giornate dedicate alle donne che scrivono, alle lettrici e ai lettori, per riaffermare il valore della scrittura delle donne e difendere lo spazio conquistato negli ultimi anni.


In questa terza edizione a inQuiete si alterneranno presentazioni delle ultime uscite editoriali, confronti, brevi ritratti di scrittrici del passato, reading, e laboratori di lettura per bambine e bambini.
Il Festival avrà luogo dall’11 al 13 ottobre al Pigneto con autrici italiane, europee, statunitensi, indonesiane, curde e turche, tra le altre: Kathleen Alcott, Valeria Ardone, Annalena Benini, Cristina Cassar Scalia, Elisa Casseri, Gaja Cenciarelli, Concita De Gregorio, Nadia Fusini, Chiara Gamberale, Feby Indirani, Loredana Lipperini, Michela Marzano, Valeria Parrella, Veronica Raimo, Lidia Ravera, Elvira Serra, Nadia Terranova, Miriam Toews, Miriana Trevisan e Simona Vinci.
Ci sarà un incontro con Michela Murgia dedicato alla teologia femminista. Si parlerà di movimenti e migrazioni – in particolare con Chiara Ingrao, Elena Stancanelli, Annalisa Camilli e Francesca Mannocchi -, di esilio con Pinar Selek, scrittrice turca condannata all’ergastolo nel suo paese, di corpi violati che resistono insieme alla scrittrice francese Adélaïde Bon, di corpi liberi che si fanno luogo di sperimentazione, con Eva Baltasar e con l’attrice e performer Chiara Bersani che in questa sede presterà a inQuiete la sua voce leggendo Marina Cvetaeva e Widad Nabi.
Gli appuntamenti con Ritratti di Signora vedranno protagoniste Mercè Rodoreda, Edith Wharton, Virgilia D’Andrea, Susan Sontag, Nella Nobili, Clarice Lispector, Dolores Prato, Lucia Berlin e Chavela Vargas.
Si parlerà di altre scrittrici che hanno formato il nostro dna: Valeria Solanas in un incontro dal titolo “Dall’età ridicola alla biografia di Valerie Solanas: fra opera ed editoria” con Marghe rita Giacobino, Cristina Petrucci e Monica Pietrangeli e di Elsa Morante in un reading di Iaia Forte introdotto da Romana Petri.

In continuità con le scorse edizioni, si parlerà di poesia insieme a Widad Nabi, poeta curdo-siriana e con un incontro dal titolo “La poesia è viva” insieme a Manuela Fraire, Silvia Bre e Lidia Riviello.
Ci sarà anche lo spazio inQuiete Kids appuntamenti per bambine e bambini e per i loro educatori, per giocare e riflettere in modo irriverente tra letteratura e teatro. Gli incontri sono pensati per un pubblico che va dai 3 ai 15 anni. Tra le autrici coinvolte: Ritanna Armeni, Nadia Terranova, Vichi De Marchi, Lilith Moscon e Carola Susani.

I luoghi di InQuiete: Saranno principalmente tre i poli culturali che ospiteranno il festival: la Libreria delle donne Tuba, la Biblioteca Goffredo Mameli, grazie alla prosecuzione della collaborazione con Biblioteche di Roma e per la prima volta il Cinema Avorio. Nasce in questa edizione Galassia inQuiete: una costellazione di scrittrici incontrerà il pubblico all’interno dei locali e degli spazi culturali del quartiere Pigneto.
Infine ci sarà giovedì 10 ottobre un’anteprima e presentazione del programma del 2019 a “Grande come una città”, in gemellaggio con le attività culturali che si svolgono nel Terzo municipio, con la presentazione di Barracoon di Zora Neale Hurston.

>CONSULTA IL PROGRAMMA COMPLETO

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Respiri e pensieri da CastellinAria – Festival di Teatro Pop

Questo articolo è stato prodotto durante il laboratorio di Audience Development & Digital Storytelling con gli studenti e le studentesse dell’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale.

Cos’è stato e cosa sarà “Castellinaria”?

Il Castello di Alvito, un piccolo gioiello nella valle di Comino, ha ospitato per la seconda volta il Festival Castellinaria avvicinando i giovani e gli abitanti del territorio a una delle più antiche arti della storia: il Teatro.  La cerimonia d’inaugurazione ha dato il via a una settimana di festa, arte, musica e scoperta delle tradizioni e delle bellezze paesaggistiche locali. Ogni sera è stato proposto uno spettacolo, andato in scena en plein air sotto un bellissimo cielo stellato: un momento per ridere, emozionarsi, imparare, vivere il teatro da protagonisti.

Leonardo D’Alessandro

Formarsi sul territorio, vivere l’evento e narrare l’esperienza tramite il digitale

Sono questi i tre punti che mi danno modo di descrivere il mio tirocinio formativo con Theatron 2.0 a Castellinaria. Il territorio diventa un’aula e un laboratorio in cui formarsi ed esercitarsi sul Digital Storytelling. Una produzione di contenuti digitali ricavata dall’esperienza vissuta durante l’esplorazione del territorio e la visione degli spettacoli inscenati nel Castello di Alvito. L’evento non viene vissuto da spettatore, ma da membro interno alla grande comunità sentendosi parte di ciò che viene realizzato a Castellinaria.

I contenuti digitali non vengono emarginati dallo spirito dell’evento; al contrario, sono pervasi dall’atmosfera del Festival in tutti i loro aspetti. Narrare gli eventi del Festival tramite il digitale è un lavoro di gruppo e di confronto. Solo tramite la discussione produttiva, si possono produrre materiali di qualità. Collaborare e condividere le idee è il modo più idoneo per portare avanti e realizzare un progetto. La settimana trascorsa insieme, durante il Festival Castellinaria, ci ha regalato nuove amicizie, risate, discussioni e la possibilità di imparare a ragionare intorno all’arte teatrale senza mai perdere la libertà di emozionarsi.

Gianluca Faella

Tra i monti di Alvito, in un’atmosfera magica, all’insegna del divertimento e della partecipazione

Ogni serata è stata caratterizzata da performance dal vivo da parte di musicisti e attori a livello nazionale, capaci di intrattenere il pubblico attraverso le loro abilità artistiche. Otto giorni festivalieri da cui il pubblico non poteva che uscirne arricchito, consapevole più che mai di quanto il teatro consenta di trovare sé stessi, entrando in contatto con le emozioni più intime e profonde, di quanto quest’arte millenaria possa essere lo specchio dell’anima.

CastellinAria vuol dire concretizzare i propri sogni, ma anche quelli altrui: si costruisce insieme, si impara insieme, si realizza infine un sogno che da individuale diventa collettivo, tante menti e cuori che si uniscono e ne diventano uno. Il teatro diventa portatore di solidarietà e fratellanza, il tutto collegato dalla passione per l’arte.

Simona Rella

CastellinAria è ‘n’avventur rent a n’ munn parallel, addò s’cred’ agl’sugn ch’ c’fav’ viv’ e ‘uarda’ luntan’

CastellinAria c’porta rent a n’ munn addò s’spera ancor, addò s’ascota gl’pruopria cor. CastellinAria è n’viaj ch’fà divertì ma pur’ maturà, n’viaj ch’fà r’nasc gl’ommn. Fa sci’ ‘n legam paricchie stritt’ tra gl’viecchie e gl’mammuoccie, tra gl’spettator’ e gl’artist’. C’fa capì gl’valor d’n’piccl paesin comm Alvit e d’trouà la bellezza rent alla semplicità.  CastellinAria permett d’s’ in contatt’ co’ l’cos’ essenzial’ della wita, gl’valor ch’fav’ buon all’anim. C’fà rtruà l’amicizia: l’importanza d’accogl’ tutt’ gl’ tip’ d’prson, la libertà d’esse chi s’vuo e d’ n’n s’ sntì mai for dalla tribù. C’fà capì l’importanza degl’sacrific, sacrific d’tutt’ chigl ch’ tiev’ gl’coragg’ d’stà a scommatt co’ l’pruoprie passion’. CastellinAria accucchia l’esigenz e gl’desiderie dlla gent’: CastellinAria semm’ nu’.

Valeria Amata
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Dal 3 al 10 Agosto torna nella suggestiva cornice del Castello Cantelmo di Alvito (FR) CastellinAria – Festival di Teatro Pop, ideato e promosso dalla Compagnia Habitas

Segnali di Fumo per la II edizione di CastellinAria – Festival di Teatro Pop

Dal 3 al 10 Agosto torna nella suggestiva cornice del Castello Cantelmo di Alvito (FR) CastellinAria – Festival di Teatro Pop, ideato e promosso dalla Compagnia Habitas. Dopo il successo dello scorso anno, l’edizione 2019 intitolata “Segnali di Fumo” conferma la sua vocazione al dialogo con il paesaggio che l’accoglie per proporre un osservatorio aperto e privilegiato sui linguaggi performativi e sulle drammaturgie contemporanee. Otto giorni di festival con spettacoli serali, laboratori, concerti, aperinAria, attività extra, che vedono partecipi artisti internazionali, nazionali e locali, gruppi e solisti musicali, pubblico e maestranze della Val di Comino, oltre a tanti progetti e workshop che costelleranno CastellinAria. Parliamo delle tante novità presenti in questa II edizione con Livia Antonelli della Compagnia Habitas.

 Dal 3 al 10 Agosto torna nella suggestiva cornice del Castello Cantelmo di Alvito (FR) CastellinAria – Festival di Teatro Pop, ideato e promosso dalla Compagnia Habitas

Come e perché è nata l’idea di organizzare CastellinAria – Festival di Teatro Pop presso la Valle di Comino?

L’idea di creare CastellinAria – Festival di Teatro Pop è nata per caso, per destino direi. Essendo originaria di Casalvieri, un paese vicino Alvito, andammo un giorno d’estate del 2017 a fare un giro su al Castello Cantelmo di Alvito e lì nacque l’idea di fare un Festival. Rimanemmo affascinati dalla magia del posto e dalla sua perfetta acustica. Parlammo con Ivano Capocciama, teatrante alvitano e durante la prima edizione co-direttore artistico, a cui si illuminarono gli occhi non appena proponemmo di fare un Festival nel suo paese, con lui. La nostra compagnia ha sempre avuto la spinta e la curiosità di provare ad organizzare un Festival. E’ bastato un pomeriggio d’estate perché questa curiosità si concretizzasse.

A partire dal claim “Segnali di fumo” della II edizione di CastellinAria – Festival di Teatro Pop, quali sono le linee programmatiche della direzione artistica a cura della Compagnia Habitas?

“Segnali di fumo” il claim di quest’anno ha l’intento pop di accendere segnali di fumo dedicando un’intera sezione del Festival (AperinAria) alle associazione della Valle e portando spettacoli nazionali  e uno internazionale la sera. Per noi questi sono i segnali di fumo pop che partono dal castello. Da associazioni locali a spettacoli che mai sarebbero arrivati in Valle. Un intento nobile che però porta con sé il senso della festa, del Festival, della partecipazione attiva degli spettatori, del confronto con i teatranti ospiti con la provincia e la provincia con il nazionale.

Quali saranno le novità più rilevanti di questa II edizione del Festival?

Come anticipato nella risposta precedente le grandi novità sono l’aver coinvolto attivamente le associazioni della Valle, con spettacoli, concerti, gite a cavallo, laboratori didattici e l’immancabile enogastronomia locale, nonché essere riusciti a portare uno spettacolo tedesco, grazie alla preziosissima partnership di Fabulamundi – Europa Playwriting a cura di PAV. Quest’anno siamo riusciti a fare quello che nella storia degli indiani d’America non è successo: collaborare con le tribù autoctone, portare del teatro e ospitare ciò che la Valle riserva per noi stranieri. Siamo tribù amiche che vogliono fare festa, vogliono fare teatro e musica, creare una comunità di autoctoni e ospiti più o meno lontani ma amici, con l’intento di crescere insieme.

Il Festival può vantare un legame molto forte con il territorio: in che modo avete sviluppato, in sinergia con l’amministrazione pubblica, una rete di partnership con cittadini, produttori e imprenditori locali?

La bellezza della provincia è che la politica, l’amministrazione culturale è accessibile. Venendo da Roma, dove un dialogo con le istituzioni per noi compagnie indipendenti è pressoché impossibile, nella Valle di Comino c’è stata una grande curiosità e apertura alle nostre proposte. La partnership con i cittadini, imprenditori locali, associazioni culturali è nata grazie ad un lavoro di scouting e a bellissimi fine settimana in Val di Comino. Nell’era di instagram, con le persone bisogna parlarci dal vivo, conoscerle e scambiare opinioni.

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Outside! Festival del Fuori Teatro. Intervista a Riccardo Mallus

Quattro giorni di festa, quattro compagnie, nove bar, tre piazze e un grande evento finale al Castello Sforzesco. È iniziata ieri l’edizione pilota di Outside! – Festival del Fuori Teatro, il nuovo format di intrattenimento culturale pronto a valorizzare nuovi talenti e compagnie, portando spettacoli teatrali fuori dagli spazi convenzionali milanesi. Fino a sabato 13 luglio si susseguiranno, ogni sera, quattro spettacoli ad ingresso gratuito che viaggiano in contemporanea tra bar e piazze.

Abbiamo intervistato Riccardo Mallus, regista e consulente artistico di Tournèe da Bar che con I Distratti ha ideato il Festival:

Con Outside Festival vi proponete come obiettivo di “rompere gli schemi tradizionali, uscire fuori dai luoghi istituzionali, per ri-portare la cultura tra gente”. Quale strategia metterete in atto per far germogliare nel tempo i semi di questo breve evento?

Questa è l’edizione zero, la prima che realizziamo, e come tutte le prime edizioni avrà bisogno innanzitutto di un’analisi approfondita di cosa ha funzionato e cosa va modificato. L’obiettivo a lungo termine è che il festival diventi un punto di riferimento per la città e un’occasione per i giovani artisti di trovare un palcoscenico non convenzionale dove mettere alla prova di un pubblico “non necessariamente teatrale” i propri lavori.
In quest’ottica, a mio avviso, diventa fondamentale, dal punto di vista strategico, stringere con gli artisti che vengono programmati dal festival un rapporto di alleanza e collaborazione che li renda veri e propri ambasciatori dell’iniziativa, in modo che attorno ad Outside Festival si crei una comunità allargata composta da spettatori, artisti e promotori, in costante dialogo con le istituzioni cittadine.

Outside è un festival che invade la città e raggiunge il pubblico nei quartieri. Dal momento che il pubblico non deve fare nemmeno lo sforzo di raggiungere il luogo dell’evento teatrale, cosa gli viene richiesto?

Al pubblico viene richiesto di godersi lo spettacolo! Gran parte del lavoro di audience engagement e development di Tournée da Bar si sviluppa abbattendo le barriere culturali, economiche e geografiche di accesso alla fruizione dello spettacolo dal vivo. Il nostro obiettivo è proprio che il pubblico poco avvezzo alle sale teatrali possa ri-scoprire il piacere di vedere uno spettacolo senza necessariamente dover mettere in campo un impegno o, peggio, uno sforzo, per farlo.

In base a quali parametri sono state selezionate le compagnie che si esibiranno nelle quattro giornate del Festival?

In accordo con quanto detto poc’anzi, i parametri che abbiamo utilizzato per selezionare le compagnie Outsider sono semplici: innanzitutto abbiamo scelto spettacoli di qualità, progetti artistici che – ognuno con le proprie specifiche caratteristiche – avessero una matrice teatrale adatta allo scopo del festival e ai luoghi nei quali si svolge, spettacoli davanti ai quali il pubblico potesse godersi una serata di teatro senza andare a teatro. Abbiamo scelto spettacoli diversi fra loro, così da offrire una proposta variegata e molteplice all’eventuale spettatore che volesse vederli tutti.

Volete portare il teatro “dove il teatro non c’è”: qual è il vostro rapporto con lo spazio teatrale, il territorio e la comunità? I vostri spettacoli nascono in funzione di un determinato luogo o vi si adattano? Il pubblico a cui vi rivolgete influenza le vostre scelte artistiche? Pensate che il teatro debba offrire un servizio? Se sì, quale?

A noi lo spazio teatrale piace tantissimo. Con Davide Lorenzo Palla e Tiziano Cannas Aghedu portiamo avanti da anni un bel rapporto di collaborazione con il Teatro Carcano, dove ad Aprile 2020 saremo in scena con Innamorati, prodotti da loro. Amiamo le sale teatrali, amiamo lavorare in teatro e amiamo quando le sale sono piene e gli spettatori felici.
In questi anni, grazie all’azione di audience development di Tournée da Bar, molti nuovi spettatori che prima non frequentavano le sale teatrali hanno iniziato a seguire prima i nostri spettacoli e poi anche spettacoli di altri artisti. Il nostro rapporto con la comunità e il territorio si concentra quindi attorno all’ambizione di avviare un meccanismo virtuoso in cui “fare teatro dove non c’è” possa portare nuovo pubblico anche lì dove il teatro già c’è. Entrando nello specifico della creazione artistica, posso dire che abbiamo sviluppato, nel corso del tempo, pratiche diverse a seconda che lo spettacolo nasca per un contesto teatrale o meno. Lo spazio specificatamente teatrale offre possibilità che uno spazio non teatrale non offre. Benché la matrice artistica rimanga inalterata nel suo profondo, quindi, il processo di creazione segue regole differenti. In merito alle scelte, invece, abbiamo la fortuna di avere un pubblico affezionato che accoglie ben volentieri anche gli azzardi. Quando Davide mi disse che voleva fare Otello come monologo, al bar, mi sembrò un’idea folle, e invece il pubblico reagì benissimo, e adesso Otello è stato replicato nei bar praticamente di tutta Italia e da qualche anno riempie i teatri. Possiamo dire che l’idea folle è risultata vincente e che il nostro pubblico, da allora, è pronto ad accogliere anche Shakespeare al bar, e chi lo sa quale sarà la prossima idea folle. Personalmente ritengo che fare teatro rappresenti di per sé un servizio, ognuno poi può decidere se accettare questo dato di fatto o meno e indirizzare la propria pratica artistica in una direzione o in un’altra, non credo però sia riconducibile ad una definizione singola e inequivocabile quello che potremmo definire “servizio teatrale”. Il teatro si manifesta attraverso diverse anime, rispondendo a diversi bisogni, e il servizio di conseguenza non può che declinarsi a seconda del bisogno al quale risponde.

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