Genet

TESI DI LAUREA: Il gioco cerimoniale del teatro in Genet e Moscato

TITOLO TESI > Il gioco cerimoniale del teatro. Le serve di Jean Genet e Festa al Celeste e nubile Santuario di Enzo Moscato
ISTITUTO >  Università degli studi di Napoli Federico II – Corso di laurea
 in Lettere Moderne
AUTORE > Giuseppina Andolfi

INTRODUZIONE DELL’AUTRICE

Questo progetto nasce dalla volontà di mettere a confronto due autori del Novecento letterario e teatrale, quali Jean Genet ed Enzo Moscato, tanto distanti cronologicamente e geograficamente tra loro quanto vicini per il loro modo di intendere il teatro. In particolare, ho posto la mia attenzione su due delle prime opere dei rispettivi autori, Le Serve del 1946 e Festa al Celeste e nubile Santuario del 1983, analizzandole parallelamente e ponendo l’accento sull’aspetto rituale che in entrambe incombe attraverso un linguaggio deformato, visto come un vero e proprio oggetto di scambio nel gioco cerimoniale che è il teatro. La relazione tra teatro e rito, del resto, non è nuova in letteratura; nel Novecento, con l’avvento della regia, cambia il modo stesso di fare teatro, svincolando quest’ultimo dal dominio del testo, nell’intento di restituire efficacia alla messinscena. Si attua infatti una vera e propria ripresa del rito e il fine ultimo del teatro diventa «la verità, la vita stessa in ciò che ha di irrappresentabile» (Antonin Artaud). Con queste parole entriamo nel vivo del pensiero dei due autori da me trattati, poiché entrambi intendono restituire dignità alla scena e istituire un teatro Doppio, sganciato dalla banalizzazione, dalla mera descrizione di gesti quotidiani.

Jean Genet ci mostra, infatti, la sua drammaturgia come un cerimoniale fatto di irrealtà, un gioco di specchi in cui l’artificio è spinto fino allo stremo per mettere in scena l’apparenza. Egli preferisce l’immaginazione alla vita reale, combina Morte e Vita, va al di là dell’essere per immergersi nel non-essere, nel nulla.
Similmente, Enzo Moscato, definisce il suo un teatro sul limite fondato sulle contrapposizioni, un ossimoro radicale secondo cui un concetto è allo stesso tempo se stesso e il suo esatto contrario, approdando così a quella che egli definisce Coincidentia Oppositorum: il tratto comune di due (apparentemente) differenti realtà, che non rappresenta un tentativo di conciliazione tra le due, ma l’esito della volontà di esperirle per giungere ad una più profonda conoscenza.

È evidente come le tematiche in cui sprofondano i personaggi di Genet siano le stesse che muovono le battaglie intuite da Moscato e combattute dai suoi protagonisti: i diversi, gli incomprensibili, tanto distanti da noi ma al tempo stesso vicini a tutti noi. Entrambi gli autori aumentano questa distanza sulla scena, attraverso la voce e i gesti dei protagonisti, quei dannati della terra sottomessi alla classe dominante, immersi in una sorta di rituale quotidiano (un gioco cerimoniale), in cui tempo e spazio si sovrappongono in un microcosmo chiuso che va però al di là dei limiti definiti della realtà, scivolando nel sogno e nel delirio mistico. 

Non è un caso che sia Moscato che Genet, con queste due pièces, abbiano compiuto un primo passo nel travestitismo teatrale, ammettendo di preferire che le parti delle protagoniste venissero recitate da attori maschi, con l’intento di soppiantare la natura attraverso personaggi-assoluti, simbolici, metafore di una realtà complessa e difficilmente decifrabile.
Le sorelle di Genet e le sorelle di Moscato sono quindi un pretesto che serve per mostrare altro; e i (loro) rapporti ossessivi, sui quali mi sono ampiamente soffermata nell’elaborato, manifestano quella duplice dimensione di realtà e apparenza, che punteggia il loro vissuto.

Sartre definisce Le Serve come il più straordinario esempio di quei mulinelli d’essere e d’apparenza, d’immaginario e di realtà, e infatti assistiamo al gioco mostruoso che si svolge tra Chiara e Solange, che nei panni della loro Signora simulano il momento in cui la uccideranno, sotto forma di una messa nera. D’altro canto, in Festa al celeste, assistiamo a quella che l’autore stesso definisce una “tragedia ridicola”, che vede protagoniste le tre sorelle Annina, Elisabetta e Maria, le loro ossessioni e le loro perversioni. Il titolo stesso dell’opera presenta una marcatura ossimorica: celeste e nubile, cioè sacro e profano.

Entrambi gli autori sono due veri e propri artigiani della parola e il linguaggio deformato che essi adoperano rappresenta uno degli aspetti caratteristici. Le domestiche di Genet si esprimono con un linguaggio dal forte potere incantatore, ma al tempo stesso rude e violento, creato volontariamente per presentarci quella “realtà alterata”. Anche il linguaggio di Moscato si fa multiplo, in un grande complesso di pastiche linguistico, che passa dal lessico napoletano con vocaboli vernacolari arcaicizzanti, all’italiano colto, o a termini in lingua straniera e in latino, relegati all’ambito religioso.

È evidente in entrambe le opere, che il meraviglioso gioco cerimoniale svolto dalle protagoniste, è punteggiato costantemente dall’irreversibile tragicità della morte. L’esito, infatti, è l’avvelenamento tra le sorelle. Ne Le Serve, la Signora si rivela essere il deus ex machina di questa tragedia capovolta; non la vera Signora, ma la Signora immaginaria delle due sorelle. Il tema della morte si carica di un significato ancor più profondo: è il solo modo per far sì che la sub-umanità abbia accesso all’umanità. Sarà Chiara il capro espiatorio pronto per il sacrificio: quando, nella scena finale, riesce finalmente a diventare la Signora attraverso la vittoria dell’immaginazione, è ormai necessariamente sul punto di scomparire. «Rimarrai sola per assumerti le nostre due esistenze, saremo belle, libere e gaie» dice poco prima di morire.

Anche in Festa al Celeste  la pressione della morte è presente sin dall’inizio e raggiunge l’apice verso la fine, svelando tutte le apparenze. Nell’ultima scena mentre Annina ed Elisabetta muoiono avvelenate lentamente, Maria, improvvisamente guarita dal suo mutismo, parla: «Addò s’è visto maie? ‘Na sora giovane, bellella comm’a me… c’adda remmanè pe’ fforza… VERGINE CASTA E PURA, solo pecchè… solo pecchè se chiamma MARIA… comm’a MADONNA?!».

Anche qui, come per Le Serve, la morte si configura come unica possibile via d’uscita in un mondo di apparenze, dominato da forze contrastanti dalle quali è impossibile svincolarsi.
È dunque evidente, che le pièces presentano simbolicamente uno stato di malessere esistenziale più che sociale, specchio di un’umanità più vasta e globale, a cui i lettori-spettatori partecipano quasi come atterriti e coinvolti completamente proprio come accade in un rituale. Seduti comodamente su quelle poltrone di orrori, gli spettatori assisteranno ad un «dramma incomunicabile, che poeti assurdi come Genet e Moscato, hanno offerto a mo’ di cerimonia gridata e allo stesso istante inascoltabile (l’istante inascoltato del grido), per sacrificarci un santissimo dubbio, uno, almeno uno, che possa “penetrare nelle nostre preziose vite”».

LEGGI LA TESI DI LAUREA > Le serve di Jean Genet e Festa al Celeste e nubile Santuario di Enzo Moscato

Giuseppina Andolfi nasce a Napoli il 16 luglio 1997. Sin da adolescente manifesta il suo interesse per il teatro, il cinema e l’arte. Contemporaneamente agli studi liceali, intraprende un percorso laboratoriale di recitazione per circa cinque anni presso il Centro Teatro Spazio, e successivamente partecipa a diversi seminari sotto la guida di maestri come Mauro Avogadro, Mimmo Borrelli, Enzo Moscato. Studia canto con il vocal coach Mario Paduano, direttore de “The Blue Gospel Singers”. Interessandosi allo studio della relazione corpo-voce, intraprende un corso residenziale intensivo di Commedia dell’Arte. Nel 2020 si diploma in Mimo Corporeo presso l’ICRA Project, scuola diretta da Michele Monetta e Lina Salvatore, ed è attualmente allieva presso l’Accademia Mediterranea Mimodramma diretta dallo stesso Michele Monetta. Si laurea in Lettere Moderne presso la Federico II di Napoli, con una tesi in Letterature Moderne Comparate e continua il suo percorso universitario impegnandosi nel corso di laurea magistrale in Discipline della Musica e dello Spettacolo. 

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Enzo Moscato

TESI DI LAUREA: Notazioni linguistiche sul teatro di Enzo Moscato

Moscato

TITOLO TESI > Notazioni linguistiche sulla lingua del teatro di Enzo Moscato con intervista all’autore
ISTITUTO >  Università degli studi di Napoli Federico II – Corso di laurea triennale in Lettere Moderne
AUTORE > Gianluigi Montagnaro

INTRODUZIONE DELL’AUTORE

Viviamo un periodo storico in cui i linguaggi drammaturgici tendono verso l’appiattimento estremo del significante, la cui banalizzazione comporta un impoverimento conseguente del significato. Moscato propone, per leggere la pluridimensionalità contemporanea, un linguaggio altrettanto barocco, capace di fungere da riflesso di quella babele linguistica che è null’altro che il mondo. La tesi analizza il percorso generale delle tre fasi drammaturgiche dell’autore, che si concretizza nel passaggio da un plurilinguismo di ispirazione classica, dove status sociale, educazione e relazione scenica del personaggio influenzano e dominano la lingua, ad un plurilinguismo divoratore di identità, di limiti e di realismi. La lente di ingrandimento, in particolare, è puntata su tre testi: I primi due sono Pièce Noire e Ragazze sole con qualche esperienza, appartenenti alla prima fase poetica. 

‘’La costruzione della trama e dell’intreccio è condotta in maniera praticamente Eduardiana: vi è la rottura di un equilibrio e il conseguente adoperarsi dei personaggi, che tentano di riportare la situazione allo stato iniziale. Lo sviluppo nella trama, inoltre, avviene attraverso una struttura dialogica anch’essa classica; conflitto e meccanismo di azione/reazione logica accompagnano la narrazione verso la risoluzione’’.

Questa struttura drammaturgica impone al plurilinguismo di Moscato il rispetto della connessione tra status e linguaggio. In altre parole, ogni personaggio deve parlare la lingua che il proprio status sociale, la propria educazione e il rapporto emotivo con l’altro riflettono. Il terzo è Partitura: il punto di non ritorno, il nodo che unisce le fasi della scrittura di Moscato.
De-narrazione e de-costruzione, commistione tra generi letterari, tra realtà e immaginazione e fusione di elementi espressivi appartenenti a diverse lingue (Inglese, francese, spagnolo e latino) generano una parola/suono intrisa di misteri ancestrali, metafisica, che figura come flusso magmatico incontrollato, il quale si concede ad una pluralità di letture: quella letterale, quella metafisica, quella analogica e infine temporale. Lo spartito diviene polisemico e i piani di ascolto generati divengono molteplici.

‘’Nel rifiuto dell’ideologia come mezzo totalizzante per possedere il mondo, l’autore riduce la parola a puro suono, o meglio, ad un rumore fra i tanti che produce il deflusso lento, continuo e impietoso dei giorni. La parola, non più utilizzata come segno chiuso, univoco (ossia ridotto al solo valore logico e descrittivo), viene affrancata dalla gabbia del significato tout court’’.

L’ultimo capitolo, invece, analizza i contagi interdisciplinari tra il barocco degradato di Moscato e i linguaggi della nuova scena Trap/rap napoletana e italiana. Questo mondo, infatti, sembra realizzare in piena regola quella Babele descritta da Moscato, dove ogni lingua si mescola alle restanti divenendo significante, suono, rumore in un’epoca dove le distanze si accorciano e i luoghi di vita e incontro divengono metafisici. Le lingue tradizionali restano, ma vengono ripetutamente tradite, arricchite, corrotte, come tra le righe di Partitura. Allo stesso modo il pastiche linguistico sembra essere teso alla ricerca dell’incontro-scontro tra le culture diverse che, in fin dei conti, condividono lo stesso destino.

LEGGI LA TESI DI LAUREA > NOTAZIONI LINGUISTICHE SUL TEATRO DI ENZO MOSCATO

Gianluigi Montagnaro nasce a Vico Equense nel 1996. Studia alla scuola del Teatro di Napoli, diretto da Renato Carpentieri, che gli dà la possibilità di lavorare con Giuseppe Rocca, Michele Monetta, Claudio di Palma, Laura Curino, Enrico Bonavera e lo stesso Carpentieri, sotto la cui direzione partecipa al Napoli Teatro Festival con Pastiche n°0. Si è laureato alla triennale di Lettere Moderne all’Università degli studi di Napoli Federico II, e frequenta tuttora il corso di Filologia Moderna presso la stessa.

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