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Argentina-Italia, la cultura come necessità etica

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Elisabetta Riva – Ph Enrico Fantoni

Elisabetta Riva si interessa, come donna e come operatrice culturale, di molteplici aspetti che concorrono alla vita attiva di qualsiasi individuo. Milanese, laureata in Lettere e Comunicazione Sociale, studia come attrice a Londra dove consegue un diploma post-laurea presso l’Arts International School. La sua carriera professionale di attrice spazia tra teatro, cinema e televisione in Italia, Francia, Inghilterra, Germania e Argentina. 

Nel 2000 fonda Creactive, un’organizzazione culturale no-profit, con sede inizialmente a Londra e poi a Milano, che ha guidato come direttrice artistica e in cui ha lavorato come insegnante, regista, produttrice e attrice. Nel 2005 Elisabetta Riva inizia il suo interscambio culturale con l’Argentina, trasferendovisi nel 2007. Creactive si è poi sviluppata in Res-Producciones, una società di produzione, in co-progettazione con  l’attore/regista argentino Leonardo Kreimer. Dopo anni di gavetta e collaborazioni anche come producer con diversi organismi di teatro viene chiamata a dirigere il Teatro Coliseo.

Uno dei teatri più importanti della città di Buenos Aires per prestigio, dimensione e capienza, il Coliseo è un polo culturale che ha la particolarità di essere un edificio di proprietà dello stato italiano, ubicato sul territorio estero. Il dialogo con Elisabetta Riva è l’occasione per affrontare analogie e differenze tra due paesi indissolubilmente legati, per parlare di sforzi manageriali, dello streaming come opportunità e di empowerment per tutti. La storia di Elisabetta Riva è inoltre esemplificativa di un’esperienza alla produzione e alla direzione di un teatro (italiano sì, ma che si trova all’estero) in quanto donna e lavoratrice dello spettacolo, dunque con tutte le eccezionalità che questo fattore ancora comporta. 

Dirigere un teatro italiano ma sul territorio argentino, a Buenos Aires per l’esattezza, la città in cui è impossibile sapere con certezza quanti teatri ci siano. Ufficialmente sono circa trecento ma la cifra reale pare molto più alta. Cosa si prova con tale onore e tale onere? 

È un onore e un onere, le due cose vanno di pari passo nella mia esperienza. Tutto ciò per cui vale veramente la pena impegnarsi presuppone delle grandissime difficoltà e delle gioie. Buenos Aires è una capitale teatrale importantissima, questa è una delle ragioni per le quali ho deciso di venire a vivere qui. 

L’onore e l’onere sono poi amplificati dal fattore dell’italianità. Il Coliseo è l’unico teatro con queste caratteristiche e dimensioni presente fuori dal territorio italiano, ed è logico, per chi conosce l’Argentina, che si trovi in Argentina: si tratta, nei fatti, di un pezzo di Italia a 12mila km di distanza, e se è vero che l’immigrazione italiana ha lasciato scie culturali ovunque, io penso che sia altrettanto vero che il legame con l’Argentina sia speciale.

Tale legame esiste in varie forme e il Coliseo rappresenta una di queste; con la sua storia particolare è stato e continua a essere multiculturale protagonista della scena culturale di Buenos Aires.

Come continua a esistere questa particolarità ancora oggi nel Teatro Coliseo?

Il Coliseo, come tanti altri teatri, ha avuto tante storie diverse. È nato come luogo ospitante per il circo, ha vissuto la fase d’oro dell’opera lirica poi è stato chiuso per tanti anni e ha seguito le varie tappe della storia, in un andirivieni di generi, stili, possibilità culturali. Negli anni ‘60 e ‘70 è stato il palcoscenico del rock nazionale argentino, molto vincolato alla fine della dittatura argentina. Ogni epoca ha una sua cifra, il Coliseo le ha conosciute tutte, le ha supportate, promosse, valorizzate. Questo è, del resto, il ruolo del teatro, come attività umana e come edificio.

Per quanto riguarda strettamente me e le persone che hanno lavorato con me, dal 2012 ad oggi, posso certamente dire che una delle mission è stata centrata: (ri)portare l’eccellenza italiana sul palcoscenico del Teatro Coliseo. In questo abbiamo ritenuto fondamentale rafforzare l’identità storica: l’italianità. 

Dal punto di vista gestionale, invece, il Coliseo non è a tutti gli effetti un teatro di produzione ma è comunque una sala che in buona parte ospita produzioni di terzi. Alcune più di nicchia, altre più commerciali. Si spazia dalla musica di tutti i generi, alla danza di tutti i tipi, spettacoli per la famiglia. 

La programmazione made in Italy – ma non solo – richiede uno sforzo culturale dal punto di vista delle scelte e uno sforzo manageriale per la ricerca e la gestione delle risorse. Una sfida non da poco. 

Tutto ciò è stato ed è possibile grazie all’unione di varie forze istituzionali. Il referente più importante in Argentina è l’Ambasciata con tutte le sue varie istituzioni collaterali, a cominciare dall’Istituto Italiano di Cultura. A loro modo hanno compartecipato anche il consolato, l’ente del turismo e tutti i possibili attori di quello che possiamo definire “sistema Italia”, a cui partecipano anche imprese italiane o di partecipazione italiana. 

A tutto ciò si aggiunge il fortissimo appoggio delle istituzioni italiane: in questo senso il Ministero degli Affari Esteri e – soprattutto – il Mibact sono stati molto sensibili a questa necessità di tornare a portare contenuti dello spettacolo dal vivo sul palcoscenico del Coliseo. 

Da tre anni proponiamo il ciclo Italia XXI per presentare un ampio spaccato delle eccellenze del teatro, della danza e della musica italiana. È un tipo di curatela che cerca di presentare il policentrismo – che è una delle caratteristiche italiane più particolari: quella di avere compagnie, organismi, artisti ovunque, sparsi su un territorio che non è ampio ma che è certamente molto complesso e articolato – e le singolarità. In tre anni abbiamo dato spazio a voci diverse, abbiamo articolato con altri palcoscenici un sistema di promozione che ci ha reso un polo di connessione trasversale.

In questo senso il ruolo del teatro è molto più trasversale e va al di là di un’unica attività, che sia essa di produzione, promozione o programmazione. Un lavoro faticoso che nelle sue parole assume la valenza – tutta positiva – di una necessità etica. 

Per me resta centrale il ruolo culturale di sostenere in qualsiasi modo l’arte, che sia argentina, italiana o di altre parti del mondo. Nel caso del Teatro che dirigo c’è un focus specifico sullo spettacolo dal vivo italiano contemporaneo. Apro una parentesi: è una questione etica e anche morale visto che abbiamo cercato di recuperare il tempo perso. Negli anni, alcune compagnie – per ovvi motivi economici – hanno viaggiato molto poco.

Alcuni argentini si ricordavano di Vittorio Gassman o di tutta la parte musicale degli anni ‘60/’70. Il cinema, come la moda e il design, in qualche modo riescono a viaggiare sempre. Lo spettacolo dal vivo invece ha sempre questa difficoltà: muovere le compagnie ha dei costi, sia per le compagnie stesse che per chi le ospita. I primi anni del 2000 poi sono stati estremamente segnati dalla crisi economica argentina. Ci voleva un nuovo impulso a livello di sussidi. Queste sono operazioni culturali che devono essere appoggiate dall’Italia a monte.

L’Italia deve occuparsi della sua internazionalizzazione a livello culturale su tutti gli aspetti, con un piano proattivo. È fondamentale il dialogo tra operatori e istituzioni: nel caso del Coliseo abbiamo pianificato in base alle disponibilità e in base alle abilità di cercarne e attivarne di nuove. Tutto ciò si articola anche sul privato, con gli sponsor e con fonti diverse che si sono aggiunte in un secondo momento. 

In qualità di artista e di direttrice bilaterale sul piano artistico e manageriale, in quale ottica intravede la ripartenza del sistema teatrale? Che cosa auspica per il futuro del sistema a livello nazionale e internazionale?

Dalle istituzioni mi aspetto un aiuto per fare ordine sul sistema con tutte le sue specificità. Cominciando dal dare un nome alle cose: cioè cos’è cultura e cos’è intrattenimento, ma senza entrare nel merito di una classifica di importanza. Il fatto di dividere quello che è cultura da quello che è intrattenimento non vuol dire che una cosa è meglio dell’altra.

La base di ripartenza di un sistema dello spettacolo dal vivo potrebbe individuarsi nella capacità di dibattere seriamente sul valore reale di cultura e intrattenimento, mettendole allo stesso piano perché la società ha bisogno di entrambe. Per ragioni e motivi diversi. 

L’essere umano è assolutamente complesso e la società, che è fatta da esseri umani, lo è altrettanto. I problemi iniziano quando si confondono o sovrappongono le cose. Quando si crede che l’intrattenimento è cultura o quando si chiede alla cultura di essere intrattenimento è un problema. Per esempio, in un teatro come il Coliseo devo costantemente mantenere un equilibrio su questi aspetti. Devo occuparmi di intrattenimento e cultura e, del resto, ci sono cose di altissimo valore in ogni comparto. 

Il giusto balance tra cultura e intrattenimento e un po’ come quel tanto agognato equilibrio tra pubblico e privato. La pensa allo stesso modo anche per questo aspetto più pratico? La soluzione è l’equilibrio?

L’articolazione tra pubblico e privato è la grande sfida, anche in questo frangente il ruolo delle istituzioni è fondamentale. Ha usato la parola inglese “balance”; ecco, secondo me il sistema anglosassone ha molto da insegnare in questo senso. Non per esterofilia, ma proprio perché è bene prendere il meglio da tutti. Nel modello anglosassone di gestione dell’arte e della cultura si ha il coraggio di essere pragmatici senza desvirtuar (snaturare, in italiano) nulla in nome di valori economici e commerciali. 

Covid-19 e teatro. Come ha tenuto in piedi le attività del suo teatro? Cosa può raccontarci relativamente alle attività di programmazione e produzione? 

Avevo un budget assegnato per la rassegna Italia XXI, gli sponsor già approvati e il programma, mi sono trovata a un bivio: congelare tutto per il prossimo anno o inventarmi qualcosa. Come tanti ho avuto inizialmente una reazione ostile nei confronti dello streaming. Poi ho pensato che valesse la pena sforzarsi e trovare una soluzione creativa, nonostante le limitazioni. Sentivo e sento tuttora la necessità di reinventare qualcosa, ma per davvero. 

Dunque abbiamo studiato un ciclo di 10 episodi che abbiamo chiamato Coliseo Online Italia XXI. In ogni episodio, con una durata tra i 45 e i 60 minuti, abbiamo reso il teatro Coliseo protagonista di un dialogo con un altro teatro, una città e una zona dell’Italia.

Avevamo una crew in Italia che si occupava in loco di riprendere per noi, siamo stati al Teatro Bellini di Napoli, al Teatro Sociale di Bergamo, abbiamo coinvolto diverse compagnia di danza. Abbiamo dedicato un episodio alla realtà virtuale, filmando con la telecamera a 360° e conversando con Elio Germano. La risposta è stata ottima. I numeri, dal vivo o no, hanno sempre dei significati. 

La dimensione dello streaming e della riproduzione in video, anche se per alcuni è stata ed è mortificante, è anche l’unica azione possibile. Può essere, secondo lei, l’occasione per inglobare il valore della tecnologia nella diffusione del teatro senza mai dimenticare la fruizione primaria della dimensione dal vivo? 

Se il protagonista resta il teatro sì. Chiaramente non è schiacciando un bottone che tutto si trasforma e diventa idoneo allo streaming. Tra l’altro, produrre per lo streaming, dunque per la messa in video, prevede maestranze e tecnici diversi. Bisogna trovare chi, in quanto professionista nell’ambito audiovisivo, abbia la sensibilità e la voglia di doppiare il proprio sguardo per volgerlo e rivolgerlo alla maniera teatrale. 

La necessità per me era ed è mantenere comunque i riflettori in qualche modo accesi. Del resto, la cura per la comunicazione digitale è importante sempre, non solo in tempo di pandemia. La cultura bisogna comunicarla. Questo non vuol dire che io pensi che lo streaming sia la nuova dimensione, affatto. Ma non credo neanche che lo streaming offenda o denigri la dimensione dal vivo. Sono due cose completamente diverse.

È opportuno cercare di fare le cose in una modalità utile, ovvero generando lavoro e cercando di valorizzare tutte le professionalità e le dimensioni coinvolte. La regia dello streaming teatrale ha comunque ancora tanto da percorrere. 

Lei nasce come attrice, soprattutto nell’ambito del teatro indipendente. Che attrice è stata? E cosa è rimasto dell’attrice nel suo lavoro di produzione e direzione teatrale?  

Uno dei gruppi artistici e produttivi di cui ho fatto parte si chiamava Res. Sa il motto “res non verba”? La dimensione del fare è per me fondamentale. Lo era prima e lo è adesso. Per anni ho sentito una vocazione molto forte per la recitazione e non ho mai smesso di formarmi, poi ho cominciato ad occuparmi di produzione per necessità. La dimensione della produzione e della direzione – intesa come tracciamento di un percorso da seguire – è arrivata in modo molto naturale. Per tanti anni ho fatto entrambe le cose, anche se amavo fare l’attrice e detestavo il lavoro di coordinamento di una produzione ad esempio. 

Oggi sono realizzata nel mio lavoro di produzione e di gestione culturale, e ciò è accaduto organicamente. È un lavoro da fare con amore, passione, fluidità. Il lavoro del teatro, in qualsiasi comparto e con qualsiasi ruolo, è un lavoro profondamente misterioso, spesso non sai cosa ti muove nel farlo, eppure lo fai. 

Dal teatro indipendente mi porto la capacità di adattamento, sono abituata a fare i conti con il fatto che non ci sono mai le condizioni ideali per fare qualcosa. La chiave è sempre “fare con quel che si può”. La mancanza di soldi non deve essere l’alibi del non fare. 

Disparità occupazionale per le donne. Le discriminazioni sono trasversali e toccano le artiste e le operatrici, in ambito manageriale, organizzativo, tecnico. Qual è il suo punto di vista?  

In Argentina mi sono legata a una commissione che affronta il problema della discriminazione – di genere e non solo – nell’ambito della produzione artistica e teatrale. È un tema che mi interessa. Qui, come del resto in Italia, ci sono tanti raggruppamenti, con voci e modalità di comunicazione del massaggio molto eterogenee. Mi sento a mio agio nel fare una battaglia reale, con toni in grado di fare luce su una parità che sia per tutti. I dialoghi devono essere tra donne e donne, donne e uomini, uomini e uomini, senza dimenticare gli altri generi, la fluidità e la dimensione queer.

Lo sforzo della mia battaglia si rivolge tantissimo nell’empoderamento (empowerment, in italiano sarebbe “potenziamento”, ndr) perché – e lo dico da privilegiata e fortunata – c’è bisogno di partire dall’individuale fiducia in se stessi per non sentirsi da meno nella società. Occorre sostenere le persone nell’individuare e valorizzare il proprio talento. 

L’altra questione di genere è legata alla maternità, che riguarda tutti e tutte, anche chi decide di non avere figli. Nessuna scelta deve implicare sensi di colpa o escludere un altro aspetto della vita

Tornerà in Italia? Le piacerebbe? 

Perché no? A questo punto della vita mi interessano molto i progetti, valuto in base a quello. Se arrivasse un progetto che mi permetta di crescere professionalmente, di portare qualcosa di buono e di imparare ancora – una condizione che per me è fondamentale – non mi tirerei indietro, mai. In Italia, così come in un altro posto. Per quanto riguarda l’Italia, comunque, spero tanto che in quanto nazione recuperi la propria capacità di resilienza, insieme a un po’ di amor proprio.

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