Non domandarmi di me, Marta mia - Foto di Manuela Giusto

Non domandarmi di me, Marta mia – Intervista a Katia Ippaso

Non domandarmi di me, Marta mia ribalta la prospettiva di un sodalizio artistico e sentimentale che lega il nome di Marta Abba a quello di Luigi Pirandello, autore simbolo della letteratura italiana. Il testo di Katia Ippaso, portato in scena da Elena Arvigo, per la regia di Arturo Armone Caruso, sarà presentato al pubblico di Piccoli comuni incontrano la cultura, l’8 novembre alle ore 21:00 al Teatro Ignazio Gennari di Casperia (RI). Nell’ambito della rassegna è prevista una replica al Teatro comunale di Collevecchio (RI), il 9 novembre alle ore 21:00.

Non domandarmi di me, Marta mia testo di Katia Ippaso - Foto di Manuela Giusto
Non domandarmi di me, Marta mia – Foto di Manuela Giusto

La morte di Luigi Pirandello sancisce il momento di un’introspezione delicata e profonda per l’attrice Marta Abba, che si ritrova a far fronte alla solitudine e al senso di abbandono, mostrando un’inedità vulnerabilità. Intervistata, la drammaturga Katia Ippaso chiarisce gli intenti della propria operazione artistica.

Non domandarmi di me, Marta mia è il racconto di un rapporto elettivo e di un legame immutabile tra due personaggi che hanno fortemente influenzato la storia della letteratura e del teatro: Luigi Pirandello e Marta Abba. Da cosa nasce l’esigenza di raccontare questa vicenda?

Il mondo di Luigi Pirandello mi è sempre stato familiare. L’insularità  – anche io sono nata in Sicilia – mi ha portato a confrontarmi presto con il suo linguaggio e le sue figure. Negli anni dell’Università, a Roma, ho approfondito il versante saggistico di Pirandello, gli scritti sull’arte e la scienza. L’ho sempre considerato prima di tutto un pensatore, uno di quegli intellettuali ipersensibili capaci di cogliere l’assurdo e l’insensata meraviglia dell’esistere. Infine, si è presentata l’occasione di lavorare sull’epistolario tra Pirandello e Marta Abba, e l’ho considerata una benedizione. 

La narrazione si sviluppa a partire dal 10 dicembre 1936, data della morte di Luigi Pirandello, e si sofferma sulla solitudine di Marta Abba dopo la scomparsa del suo Maestro. In che modo ha lavorato sulla figura di Marta facendo emergere l’inedita vulnerabilità di una donna, rimasta a lungo soffocata dai personaggi che ha interpretato nel corso della sua carriera?

La vulnerabilità di Marta credo che sia una mia invenzione. Leggendo approfonditamente il carteggio, mi sono fatta l’idea che Marta Abba fosse fondamentalmente una donna pragmatica, concreta, molto poco idealista. Se non fosse stato così, non sarebbe riuscita nell’impresa di diventare capocomica a soli 29 anni. Marta era una donna molto vigile, controllata. Ho voluto però immaginare che quella notte, quell’unica notte di veglia, dopo aver dato l’annuncio a Broadway della morte di Luigi Pirandello, una volta tornata nel suo appartamento, in una città a lei estranea, Marta si fosse sentita tremendamente sola, abbandonata. 

Non domandarmi di me, Marta mia - Foto di Manuela Giusto
Non domandarmi di me, Marta mia – Foto di Manuela Giusto

Il profilo psicologico di Marta Abba, come donna e come artista, è indagato a partire dal carteggio intercorso tra Pirandello e l’attrice. Rispetto alle fonti, che tipo di operazione è stata svolta sui documenti e quanto di ciò che viene portato in scena prende fedelmente le mosse dal contenuto di quelle lettere?

Del gigantesco epistolario, che raccoglie dieci anni di corrispondenze – infinite le lettere di Pirandello, scarne le lettere di Abba –, ho isolato principalmente le parti in cui emergeva l’elemento della fragilità. Non è consueto confrontarsi con le insicurezze, le paure, gli smarrimenti di un premio Nobel, fanciullescamente innamorato di una attrice-musa alla quale riconosceva una fermezza e uno sguardo d’autore.

Elena Arvigo è un’interprete caleidoscopica che, nel ruolo principale di Marta, convoglia su di sé l’inquietudine di molte delle eroine pirandelliane cui il Maestro aveva dato vita pensando alla sua amata attrice. Come è riuscita a rievocare e a far convivere nel suo testo lo spettro di queste donne?

Il regista Arturo Armone Caruso, che è anche stato il primo lettore del mio testo, ha scelto un’attrice di grande talento e sensibilità come Elena Arvigo, per lavorare insieme sulla costruzione di una partitura molto raffinata che ha lo scopo di mettere lo spettatore in una condizione di sogno e di ragionamento. I testi di Pirandello che si ascoltano in questo spettacolo sono frammenti delle opere che lo scrittore compose proprio per Marta Abba. Già a livello testuale, ho immaginato che quella terribile notte del 1936 Marta, in uno stato di dormiveglia, si trovasse a rileggere brani delle lettere e a recitare frammenti dei testi che il suo maestro aveva scritto per lei. Pirandello muore e c’è il rischio che anche Marta muoia con lui. Per questo continua a recitare tutta la notte: le parole di Diana, Donata Gensi, Ilse, la tengono in vita. 

Che valore ha, in un periodo storico come quello in cui viviamo, intorbidito dal femminicidio e dalla violenza di genere, raccontare la storia di una donna – la cui fama sembra imprescindibilmente legata alla sua celebre liaison – liberandola dalla dipendenza da un uomo illustre che la sua figura sembra detenere?

Attraverso il gesto di ribellione di una donna, passa il destino dell’umanità. Non voglio fare di Marta Abba un’eroina. Ma è indubbio che sia stata una donna capace di dialogare con un uomo illustre senza farsi schiacciare dal giudizio sociale. La loro è stata una relazione elettiva, rispettosa, e soprattutto creativa. Ecco, se c’è un messaggio è proprio questo: le donne non dovrebbero mai aver paura delle proprie capacità creative e della propria facoltà di giudizio. Marta Abba ne era talmente consapevole che Pirandello arrivò spesso a chiedere a lei consiglio sulle opere che andava scrivendo.

Mi auguro che molte donne, vedendo questa pièce, riconoscano il proprio valore, introiettando lo sguardo di Pirandello dentro le loro stesse vite di donne combattenti. Spero anche che gli uomini arrivino ad ammettere con più agio le proprie stesse vulnerabilità, così come fece Pirandello quando arrivò a confessare alla sua Marta le sue più profonde paure.


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Elena Arvigo

Intervista a Elena Arvigo in scena al Teatro Argot Studio

Elena Arvigo
Elena Arvigo in Il Dolore: diari della guerra
ph Manuela Giusto

Alimentato dal fuoco sacro della letteratura, il secondo capitolo della stagione  ARGO(t)NAUTICHE – Cronache dal mondo sommerso del Teatro Argot Studio vedrà come protagonista Elena Arvigo , l’eclettica attrice e regista con lo spettacolo Il Dolore: diari della guerra, in scena dal 30 ottobre al 3 novembre.

Il Dolore è il diario biografico che Marguerite Duras, con la sua arte vissuta tra la guerra e la tragica pagina storica del nazismo, scrisse a Parigi quando aspettava il ritorno di suo marito Robert Antelme deportato a Dachau. Un diario (forse) autobiografico, pubblicato dopo 40 anni, che racconta gli ultimi giorni di guerra nell’Aprile del 1945, dove testimonianza storica e resoconto emotivo dell’attesa si fondono nella penna inconfondibile della Duras, in grado di descrivere con il suo stile particolare e estremo coraggio la profondità dei suoi stati d’animo.

Abbiamo intervistato Elena Arvigo per conoscere la genesi creativa e il percorso produttivo dello spettacolo Il dolore: Diari della guerra:

Intervista a Elena Arvigo, autrice e attrice de Il dolore: Diari della guerra

Attraverso l’approfondimento delle fonti e delle circostanze storiche legate a Il Dolore, Quaderni della guerra e altri testi di Marguerite Duras e L’Istruttoria di Peter Weiss, Elena Arvigo ha sentito la necessità di indagare il particolare momento storico legato alla fine della seconda guerra mondiale e le sue convulsioni finali nella primavera del 1945.

Si può stimare che circa 2,3 milioni di uomini, donne e bambini furono portati nei campi di concentramento tra il 1933 e il 1945; la maggior parte di loro, oltre 1,7 milioni, vi perse la vita. A oltre ottant’anni si sente ancora forte la necessità di comprendere le circostanze che hanno permesso che tutto ciò avvenisse, mettere in luce i meccanismi su cui si è basato il nazi-fascismo che, come scrive Robert Antelme (marito di Marguerite Duras, sopravvissuto a Dachau e protagonista del racconto Il Dolore) in La Specie Umana: «non fu ideologia folle ma fu un regime razionale».

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Voci impronte femminili nella città di Roma: una staffetta nel tempo in duemila anni di storia

Teatro di Roma e Enciclopedia delle Donne insieme per l’8 marzo presso il Teatro Villa Torlonia con una staffetta enciclopedica “Voci impronte femminili nella città di Roma“, una maratona con una selezione di voci di donne che hanno lasciato un segno a Roma, lette da altrettante donne protagoniste della vita culturale della Capitale. (ingresso libero con prenotazione obbligatoria a community@teatrodiroma.net)

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Dall’enciclopedia delle donne si affacciano punti di Roma attraverso le voci di: Ilaria Alpi, Lucrezia Borgia, Palma Bucarelli, Carla Capponi, Luisa De Filippo, Cristina di Svezia, Marcella dell’Aventino, Margherita Fuller, Fulvia, Mariella Gambino, Artemisia Gentileschi, Rita Levi Montalcini, Anna Magnani, Teresa Mattei, Fillide Melandroni, Maria Montessori, Elsa Morante, Cristina Trivulzio di Belgioioso, Adelaide Ristori. Una per tutte, tante per migliaia e milioni.

Così, la giornata di giovedì 8 marzo (ore 18) al Teatro di Villa Torlonia porta in scena una staffetta nel tempo in duemila anni di storia attraverso diciotto storie di vita tratte dalle voci di enciclopediadelledonne. Sono donne vissute, nate o passate da Roma, che hanno disegnato la vita di questa città, e non solo, che ritrovano attraverso la voce di chi leggerà la loro storia, la propria stessa impronta, l’eco della propria voce. Dare voce è il lavoro della storia e della memoria, pertanto a raccoglierne il loro testimone altrettante voci e artiste del nostro tempo: Elena Arvigo, Giovanna Bozzolo, Lucia Calamaro, Caterina Cardona, Francesca Ciocchetti, Veronica Cruciani, Eleonora Danco, Maria Ida Gaeta, Rossella Lama, Manuela Mandracchia, Dacia Maraini, Simona Marchini, Anna Mattei Strinati, Michela Murgia, Maria Camilla Pallavicini, Valeria Palumbo, Letizia Paolozzi, Tosca.

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